@luca_masoero@BMitraglia Questo non è fare il Papa, si sbaglia di grosso e con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI non era affatto così! Poi… se a lei sinistro (ho visto qualcosa dei suoi post) va bene così, a noi cattolici ma non cattocomunisti NO, non ci sta bene, bye
✍🏻 Roberto Riccardi
“Non venite”. Questo avrebbe potuto dire il Papa a Lampedusa, se avesse veramente voluto salvare vite e combattere il traffico di esseri umani.
Non per cinismo, ma per quella verità elementare che ogni operatore di frontiera conosce e nessun pulpito pronuncia.
Ogni messaggio di accoglienza senza deterrenza, senza rimpatri e senza un confine credibile diventa un volantino pubblicitario nelle mani dei trafficanti libici.
Invece Leone XIV ha scelto il copione opposto. Lo stesso copione di tredici anni fa. Stessa isola, stesse tombe, stesse lacrime, stesse parole. E lo stesso risultato: nessuno.
Oggi l’aereo papale è atterrato alle 8.54 su un’isola che conosce il copione a memoria.
Inginocchiamento al cimitero dei senza nome. Sosta alla Porta d’Europa. Stretta di mano ai migranti dell’hotspot. Giro in papamobile. Messa con quattromila fedeli. Omelia. Decollo alle 12.54. Quattro ore esatte. Il tempo di una compassione cronometrata.
La data non è casuale. Prevost, nato a Chicago, sceglie il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana per atterrare sull’isola-simbolo del Mediterraneo.
E da lì lancia il suo messaggio a Washington: “Accogliere gli stranieri con compassione e generosità”. Un Papa statunitense che usa Lampedusa come pulpito contro le politiche migratorie di Trump.
La pastorale si fa geopolitica, il pellegrinaggio diventa posizionamento. E nessuno, nel coro mediatico, lo rileva.
L’omelia al campo sportivo Arena è un condensato di retorica consolidata. I migranti sono “vittime di decisioni prese e decisioni mancate”. Ma quali decisioni, esattamente?
Il Papa evoca “il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza”. Otto parole. Otto, per liquidare Stati falliti, guerre tribali, regimi cleptocratici, fondamentalismo islamico.
Otto parole contro le migliaia spese per colpevolizzare l’Europa. Il bilancio delle responsabilità, nel magistero migratorio vaticano, resta quello di sempre: asimmetrico fino alla caricatura.
Poi il capolavoro retorico: “Il muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri”.
Una frase che suona bene dal pulpito. Ma chi conosce Lampedusa sa che i lampedusani portano questo fardello da vent’anni senza che nessun governo – e nessun pontificato – abbia mai dato loro risposte strutturali.
Trasformare i turisti in colpevoli per il solo fatto di essere in vacanza è moralismo a buon mercato. Quei turisti sono l’unica economia che tiene in vita l’isola. Ma al campo sportivo Arena si applaude, e tanto basta.
Nell’hotspot di contrada Imbriacola ci sono 136 persone. Tra loro, cinquantuno minori non accompagnati. Cinquantuno. Il Papa non visita l’hotspot, come non lo visitò Francesco.
Quei cinquantuno ragazzi, spediti in mare da soli attraverso la Libia, raccontano però una storia che nessuna omelia osa affrontare: chi li ha mandati? Chi ha pagato i trafficanti? Dove sono le famiglie?
La narrazione dell’infanzia innocente naufragata nel Mediterraneo si scontra con un’industria criminale che usa i minori come passaporto d’ingresso, sapendo che un minore non accompagnato non può essere espulso.
Non è cinismo: sono i dati di chi lavora sul campo. Ma dal pulpito di Lampedusa, il meccanismo non viene mai nominato.
Un bambino di nome Leo consegna al Papa una letterina: “Sono sbarcato qui da solo dieci anni fa”.
La scena è commovente. Ma la domanda che nessuno pone è brutale: chi ha messo un bambino da solo su un barcone diretto in mare aperto?
Quel gesto, nel racconto mediatico, diventa simbolo di speranza. Nella realtà, è la prova di un crimine. Due letture della stessa immagine. Una fa audience, l’altra fa politica. Indovinate quale prevale.
Gli attivisti presenti completano il quadro con la grammatica di sempre: l’hotspot è “un luogo di detenzione”, Frontex sottopone i migranti a “interrogatori” lesivi della dignità, le procedure di screening sono disumane.
Denunciano cioè l’unica cosa che funziona: l’identificazione.
Quell’identificazione senza la quale non esiste politica migratoria, non esiste distinzione tra chi ha diritto all’asilo e chi no, non esiste contrasto al traffico di esseri umani. Ma nella narrazione dominante, identificare è già discriminare. Controllare è già opprimere.
“Un piano strategico di lungo periodo”, invoca Leone XIV. Magnifico. Dopo tredici anni, due pontificati, migliaia di morti e miliardi spesi, siamo ancora alla fase della raccomandazione generica.
Nel frattempo, il modello Albania – l’unico tentativo europeo di spezzare il legame tra partenza e permanenza – viene implicitamente condannato come contrario alla “dignità della persona”.
Eppure è quel modello, pur stretto fra vincoli e garanzie imposti dai giudici europei, che per la prima volta ha introdotto un principio elementare: chi non ha diritto alla protezione internazionale non deve trasformare automaticamente lo sbarco in permanenza europea.
Un principio che il magistero vaticano non riesce nemmeno a pronunciare.
La parabola del buon samaritano, evocata per l’ennesima volta, ha un dettaglio che il magistero migratorio dimentica sistematicamente: il samaritano aiuta un uomo. Non apre un corridoio permanente tra Gerusalemme e Gerico.
Non finanzia una flotta di taxi del mare. Non denuncia chi costruisce locande sicure lungo la strada. Soccorre, e poi affida a una struttura. Il gesto è individuale, concreto, delimitato.
Trasformarlo nel fondamento teologico di una politica migratoria continentale è un’operazione che il Vangelo non sostiene e la realtà smentisce.
“È tempo di riconoscere che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione”, aggiunge il Papa. Una frase che, nel contesto di Lampedusa, vuol dire una cosa sola: non discriminate i migranti musulmani.
Giusto. Ma allora si abbia il coraggio di completare il discorso: si parli anche della discriminazione che i cristiani subiscono nei Paesi da cui quei migranti fuggono.
Si parli delle chiese bruciate in Nigeria, dei copti massacrati in Egitto, dei cristiani perseguitati in Pakistan. Il magistero dell’accoglienza senza distinzioni funziona in una sola direzione.
E quella direzione è sempre la stessa: verso l’autocritica dell’Occidente.
Alle 12: 54 l’aereo decolla. Le telecamere si spengono. Lampedusa torna a essere quello che è sempre stata: un avamposto dimenticato che si ricorda di esistere quando serve uno sfondo fotogenico per la coscienza europea. I lampedusani restano con i loro problemi.
I cinquantuno minori non accompagnati restano nell’hotspot. I trafficanti libici restano in affari.
E tra qualche anno, un altro Papa verrà a inginocchiarsi sulle stesse tombe, a pronunciare le stesse parole, a versare le stesse lacrime.
Tredici anni di pellegrinaggi, omelie e zucchetti portati via dal vento. Il Mediterraneo, intanto, continua a inghiottire. Non ha mai smesso.
Quando Ratzinger parlava dell' "odio di sé dell'Occidente", cioè l'odio che una parte dell'Occidente (quella di sinistra) aveva per la civiltà di appartenenza, forse non immaginava che un giorno sarebbero state proprio le élite clericali ad alimentare quell'odio dell'Occidente.
Varsavia vince sul Patto Migranti UE.
La Polonia non accetterà più richiedenti asilo né pagare sanzioni per migranti respinti.
Bruxelles riconosce la “situazione particolare" polacca per l’accoglienza agli ucraini.
È un precedente. Perché l’Italia non può fare la stessa cosa?
@strange_days_82 Esatto! Sono una cattolica praticante, ma questo comportamento del Vaticano mi urta terribilmente, pensavo che Leone fosse diverso da Bergoglio e invece il mio Papa continua a restare Benedetto XII, sono nauseata