The Justice Department reclassified marijuana as a Schedule III drug, but that didn’t federally legalize marijuana for medicinal or recreational use.
Here are the facts behind four common misconceptions about marijuana and the new reclassification (from PolitiFact): https://t.co/eubMJcYUix
@Perdukistan@parliamdidroghe@Blowjoint come per psichedelici, probizionismo e' vivo e vegeto, solo piu' camaleontico e post-moderno, ammiccante all'industria e alle elite, utile per distrarre e ricompattare Maga o altri scambi di potere (se si vuole davvero seguire/capire la scena USA oggi)
@Perdukistan@parliamdidroghe@Blowjoint [vedi fine del pezzo su FL]: è solo una manovrina, opportunismo politico, flebile scorciatoia per evitare dibattiti, per risalire dall’approvazione popolare ai minimi storici e conquistare voti tra giovani, imprenditori e libertari in vista della cruciale tornata di novembre.
‼️ La ricerca su The Lancet Psychiatry non boccia la cannabis: dice che mancano prove solide. Una differenza importantissima che quasi nessuno ha raccontato.
✍️ di Roberto D'Aponte - @spaziocanapa
https://t.co/W1rhGWRKEY
@jacopo_iacoboni ulteriore mega inchiesta sulla vita (e sui complici a vario livello) di Epstein, inclusi dettagli sul fatto che fosse un Russian (più che Israeli) asset: https://t.co/e8lhkbPmT4
@fforzano@SMaurizi in realta' online (e in USA) c'e' chi sta lavorando in tal senso, pur se in modo sciolto e indipendente, sui file, vedasi qui: https://t.co/qy0nXTjwWu
A new investigation by @ProPublica has found over 40 cases of immigration agents using chokeholds and other potentially fatal breathing restrictions, including during the ICE arrest of 16-year-old U.S. citizen Arnoldo Bazan in Texas.
"Trump is not offering a neutral guideline for making American political debate more civil," @jonathanchait writes. "He is proposing a rule that binds his opponents but does not protect them, and protects him and his allies but does not bind them": https://t.co/0ew9hrgcTc
@FabbioSabatini sì, il problema reale e' proprio l'assenza o quasi di reazioni concrete di politici dem, istituzioni, media, pubblico,ecc. come potremmo aspettarci in quanto europei, ma ciò è (anche) tipico di quest'era del capitalismo post-moderno e della società delle spettacolo,irrisolvibile?
PS: questo thread è un adattamento da una nota originariamente pubblicata sulla piattaforma (innominabile su X) che ospita il mio blog, qui: https://t.co/eJwcvz12wK
President Donald Trump firing the Bureau of Labor Statistics chief in response to a jobs report is just the latest example of the president going after people, places and things that he doesn’t like — the same people, places and things that are a backbone of democracy, writes senior media writer Tom Jones.
https://t.co/LXZYosVG9r
Among the most important lessons of the first few months of Trump’s 2nd reign is this: the only thing constraining what Trump does today is what he wants to do tomorrow. And that, writes @ElieNYC, is pretty much the definition of how you get dictatorship.
https://t.co/ckIft1va7S
That office’s warning coordination meteorologist left on April 30, after taking the early retirement package the Trump administration used to reduce the number of federal employees. https://t.co/eWNWGx9rSd
Thanks to quieter decisions by members of Donald Trump’s administration, “the American realignment with Russia and against Ukraine and Europe is gathering pace—not merely in rhetoric but in reality,” @anneapplebaum writes: https://t.co/gQRui7VFTr
100 anni dalla nascita di Patrice Lumumba
Il martire del Congo e l’orrore dell’imperialismo
Sono passati cento anni dalla nascita di Patrice Lumumba, primo ministro del Congo indipendente, simbolo incrollabile della lotta per la libertà e la dignità dell’Africa. Un uomo che sognava un Congo unito, libero dal giogo del colonialismo, giusto verso il proprio popolo. Un sogno che lo rese scomodo, troppo scomodo.
Per oltre ottant’anni, il Congo fu una colonia belga. Prima proprietà personale del re Leopoldo II, poi dominio diretto dello Stato belga, fu teatro di uno dei regimi coloniali più brutali della storia: 20 milioni di congolesi morirono sotto il peso del lavoro forzato, delle mutilazioni, della fame e del terrore. Il colonialismo belga non si limitò a sfruttare le risorse: distrusse culture, soffocò ogni aspirazione politica, ridusse un intero popolo in schiavitù.
In questo contesto nacque Patrice Lumumba. E proprio in questo contesto osò sognare la libertà.
Lumumba fu tradito, arrestato, umiliato, torturato e infine assassinato. Non da una giustizia, ma da un complotto internazionale orchestrato nel silenzio assordante della cosiddetta “comunità internazionale”. Il suo governo democraticamente eletto fu rovesciato con un colpo di Stato appoggiato e finanziato da Stati Uniti e Belgio, che temevano il suo spirito indipendente, la sua voce libera, il suo rifiuto dell’imperialismo.
La CIA aveva ordinato la sua eliminazione. Non riuscì a portare a termine l’assassinio direttamente, ma favorì e sostenne i suoi nemici interni, spalancando le porte al suo martirio. Fu nelle mani di questi burattini locali del potere coloniale che Lumumba trovò la morte: seviziato, picchiato, ucciso.
Ma la brutalità non finì lì. Fu Gérard Soete, ufficiale belga, a confessare l’indicibile:
“Ho tagliato Lumumba in 34 pezzi. Abbiamo sciolto il suo corpo nell’acido. Era notte fonda, ci siamo ubriacati per trovare il coraggio. L’odore era insopportabile. Mi sono lavato tre volte, ma mi sentivo ancora un barbaro.”
Solo pochi denti rimasero. Nessuna tomba. Nessun corpo da piangere. Solo l’eco straziante di una delle pagine più oscure della storia dell’Africa, e della barbarie coloniale travestita da civiltà.
Patrice Lumumba era la voce del popolo, la speranza di un continente, il volto della dignità africana. Per questo fu ucciso.
Lo sapevano bene i grandi rivoluzionari del mondo. Malcolm X disse di lui:
“Il più grande uomo nero che abbia mai camminato nel continente africano. Non aveva paura di nessuno. E proprio per questo dovevano eliminarlo.”
Che Guevara, commosso e indignato, lo definì:
“Un martire della rivoluzione mondiale.”
Ma nessuna parola fu più limpida, più coraggiosa e profetica di quelle pronunciate dallo stesso Lumumba, nel suo storico discorso del 30 giugno 1960:
“Abbiamo conosciuto il lavoro estenuante imposto per un salario che non ci permetteva né di mangiare a nostra fame né di vestirci, né di alloggiarci decorosamente, né di allevare i nostri figli come esseri amati. […] Abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, i colpi che dovevamo subire mattina, mezzogiorno e sera, perché eravamo dei ‘ne*ri’.”
Queste parole non sono solo memoria. Sono un atto d’accusa. Una condanna alla violenza coloniale e a quella che ancora oggi continua sotto forme diverse: estrattivismo, sfruttamento, guerre per procura.
Oggi, nel centenario della sua nascita, non basta ricordare Lumumba.
Dobbiamo denunciare.
Dobbiamo gridare al mondo che la sua morte non fu un incidente della storia, ma un crimine deliberato, il risultato di un sistema predatorio che ancora oggi continua a saccheggiare e uccidere.
Patrice Lumumba vive.
Vive nella memoria dei popoli che non si arrendono.
Vive nelle lotte di chi, ancora oggi, crede che l’Africa abbia il diritto di essere padrona del proprio destino.