L’Inchiesta di Nora: Dietro la maschera dell'attivismo - di Gabriele Paglialonga
Nora Bussigny, giornalista investigativa francese di origini marocchine si è infiltrata per un intero anno in alcuni gruppi anti-israeliani, spacciandosi per un'attivista pro-palestinese.
Ciò che ha scoperto mostra come l'odio antisemita venga oggi sempre più spesso presentato come attivismo per i diritti umani e reso socialmente accettabile nelle università e in vari contesti sociali:
🗣️ Non sono ebrea, non sono mai stata in Israele, ma mi sono occupata molto intensamente di certe derive ideologiche. Tali ideologie sono indissolubilmente legate all'antisemitismo.
Ho constatato che la causa palestinese non è altro che un cavallo di Troia, un vero cavallo di Troia che serve a introdurre determinate visioni radicali nella società con il pretesto del sostegno alla Palestina.
Nora ha registrato incontri e documentato discorsi. Ciò che ha scoperto andava ben oltre la semplice critica a Israele. Ha pubblicato le sue scoperte nel libro "I nuovi antisemiti".
Mi sono resa conto che il metodo sotto copertura è decisamente più efficace per raccogliere una grande quantità di prove inconfutabili e argomenti incisivi. È molto importante cambiare l'opinione delle persone. Funziona molto meglio quando si dice loro: «Ascoltate, vi racconto esattamente cosa è successo». Ed è esattamente, parola per parola, ciò che hanno detto.
La sua ricerca mostra che l'ostilità verso gli ebrei non si manifesta più apertamente, ma si maschera sempre più da sedicente attivismo per i diritti umani.
Ho partecipato a corsi di formazione in cui ci veniva insegnato come manipolare le pagine di Wikipedia, ad esempio aggiungendo il termine «genocidio» o rimuovendo la parola
«terrorista» dalla pagina di Hamas. Ho notato quali legami esistano tra docenti, gruppi studenteschi e terroristi.
Presso la Columbia University, per esempio, l'organizzazione "Students for Justice in Palestine" ha consentito ai propri studenti di interagire in videochiamata direttamente da Gaza con un terrorista ed esponente del FPLP, il quale si è poi congratulato calorosamente con loro per l'attivismo dimostrato.
Vogliono trasformare il messaggio 'Palestina libera' in un messaggio di sostegno alla resistenza. Una cosiddetta resistenza che è, di fatto, composta da Hamas, Hezbollah, FPLP, Jihad islamica, ribelli Houthi e altri: un insieme di stupratori, tagliagole, narcotrafficanti e spietati carnefici.
Parliamo di organizzazioni che non esitano a usare bambini come scudi umani, a praticare la tortura sistematica e a finanziare il proprio terrore attraverso il crimine organizzato globale. In questo ambiente, il confine tra critica politica e antisemitismo non è solo sfumato: è stato totalmente abbattuto.
L'inchiesta documenta una realtà in cui la parola "pace" scompare, sostituita dall'esaltazione dell'antisemitismo e dalla collaborazione con organizzazioni terroristiche. I dati raccolti da Bussigny portano a una conclusione che va oltre la cronaca:
Ho visto giovani studenti, convinti di battersi per la giustizia, venire indottrinati a celebrare il massacro del 7 ottobre come un "atto di liberazione".
Ed è esattamente ciò che è accaduto. La ricerca si è concentrata su gruppi davvero pericolosi.
I fatti esposti rivelano che non siamo di fronte a una nobile causa a favore di un popolo, ma a un’efferata crociata nichilista che mira esclusivamente a imporre un califfato ideologico e ad annientare le fondamenta della civiltà.
Permettetemi di spiegare perché io, come russa, considero giusto chiudere il padiglione russo alla Biennale, e perché questa chiusura non ha nulla a che vedere con la russofobia o con la “cancellazione della cultura russa”. Allo stesso modo, la decisione di riaprirlo non ha nulla a che vedere con il “costruire ponti” o con la pace.
Prima di tutto, non si tratta di un padiglione della cultura russa. È un padiglione dello Stato russo. L’arte russa a Venezia verrà rappresentata dai figli dell’élite. Il commissario del padiglione russo alla Biennale di Venezia è Anastasia Karneeva, nominata dalle autorità russe già nel 2021. Karneeva è figlia del vice direttore generale della корпорация statale russa Rostec — un conglomerato dell’industria militare che, dopo l’invasione dell’Ucraina, è stato inserito nelle liste delle sanzioni dell’Unione Europea.
Karneeva è inoltre cofondatrice della società artistica Smart Art, che gestisce il padiglione e che ha fondato insieme a Ekaterina Vinokurova — figlia del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.
Questo significa che il padiglione non rappresenta la cultura russa nel senso più ampio del termine. Rappresenta l’agenda delle attuali élite russe e contribuisce alla loro normalizzazione. Non è un dialogo con la società russa — cosa che si potrebbe anche considerare legittima, visto che il popolo russo esisterà anche dopo Putin. È un dialogo con il regime russo attuale, non con la società.
Secondo punto: cosa resta oggi della cultura russa all’interno della Russia? Molto poco. Sapete, per esempio, che gli artisti vengono selezionati e curati da un apposito dipartimento dell’FSB? Gli artisti non graditi semplicemente non vengono ammessi. E una parte enorme degli artisti più interessanti oggi vive in esilio. Per loro partecipare al cosiddetto “padiglione russo” è semplicemente impossibile.
Quindi chiamiamo le cose con il loro nome: non è una mostra della cultura russa e non è un ponte verso di essa. È un evento chiuso, una sorta di club interno che serve a normalizzare le élite russe e a esporre opere approvate dall’FSB.
Si sente spesso dire: l’arte non è politica. Ma in questo caso è stato lo stesso Stato russo a rendere l’arte politica. È una scelta deliberata del potere. La strategia di Putin è coinvolgere quante più persone possibili nella sua guerra, direttamente o indirettamente. Non solo gli artisti: scrittori, musicisti, attori — tutti vengono spinti a partecipare alla propaganda, a visitare territori occupati, a prendere posizione pubblicamente.
C’è poi un’altra questione fondamentale. Quando si parla di “ponti culturali”, bisogna chiedersi: ponti tra chi e chi? Tra le società? Oppure tra istituzioni culturali occidentali e le élite di un regime che sta conducendo una guerra? Perché nel secondo caso non si tratta di dialogo culturale, ma di normalizzazione politica attraverso la cultura.
Inoltre bisogna ricordare una cosa semplice: lo Stato russo utilizza sistematicamente la cultura come strumento di soft power e di propaganda internazionale. Non è un segreto. Lo dichiarano apertamente gli stessi funzionari russi.
Infine c’è anche una questione morale. Migliaia di artisti, giornalisti e intellettuali russi hanno perso il lavoro, la libertà o la possibilità di tornare a casa perché si sono opposti alla guerra. Molti vivono oggi in esilio e continuano a lavorare senza alcun sostegno istituzionale. Aprire un padiglione gestito dalle élite del regime mentre queste persone restano escluse non è “dialogo culturale”. È il contrario.
Una parte enorme della cultura russa oggi vive fuori dalla Russia. Forse proprio lì, e non nei padiglioni ufficiali dello Stato russo, bisognerebbe cercare la vera cultura russa contemporanea. Per questo motivo la questione non riguarda la russofobia o la cancellazione della cultura. Riguarda una scelta molto più semplice: separare la cultura dalla propaganda di uno Stato che ha deciso di trasformare tutto — anche l’arte — in uno strumento politico.
Le rispondo con le parole di @hawzhin_azeez. Ma non sono così sicura che dal suo comodo divano, dal quale pensa di impartire lezioni sul mondo, potrà capire.
Per quel che vale, io sono completamente d’accordo con le Hawzhin.
“Uno dei più grandi fallimenti morali di una parte della sinistra internazionale è la sua propensione a romanticizzare le dittature solo perché si atteggiano ad "anti-USA". Così facendo, cancellano le persone che vivono concretamente sotto quei regimi: le migliaia di prigionieri, i torturati, i giustiziati, gli scomparsi. I curdi vengono demonizzati ancora una volta per aver celebrato la morte del brutale Ayatollah e vengono visti come agenti dell'imperialismo occidentale. Come se le nostre lotte decennali non avessero legittimità, né fondamento storico, né pretesa morale di giustizia o autodeterminazione.
Oggi vedo militanti di sinistra sventolare la bandiera della Repubblica Islamica dell'Iran come se fosse un simbolo di resistenza. Non lo è. È la bandiera di un regime che per 47 anni ha imprigionato, torturato e ucciso dissidenti e preso sistematicamente di mira le minoranze, specialmente le comunità curde, baloci e baha'i. Da Teheran a Sina, da Kermanshah a Ilam, le persone hanno resistito a questo regime a un costo enorme. Hanno riempito le prigioni. Hanno riempito i cimiteri. E ora festeggiano [la sua caduta], dopo aver visto il regime massacrare 40.000 dei propri figli in una sola settimana!
Come curdi, la nostra posizione politica è stata coerente per decenni: Jin, Jiyan, Azadi (Donna, Vita, Libertà, un'ideologia che abbiamo fatto conoscere al resto dell'Iran). Democrazia. Un sistema confederale in cui i popoli oppressi possano governare le proprie vite, i propri corpi e le proprie terre. Inoltre, non accettiamo che un tiranno venga sostituito con un altro. Non barattiamo l'autoritarismo clericale con l'autoritarismo nazionalista.
Come curdi, non siamo nemmeno ingenui: sappiamo che quando le potenze regionali e globali si scontrano, sono spesso le terre curde a diventare campi di battaglia. Lo abbiamo visto in Rojava. Lo abbiamo visto dopo l'uccisione della nostra Jina Amini. Lo abbiamo visto in Iran, Iraq, Siria e Turchia. I nostri figli sono sempre tra i primi a morire in guerre che non abbiamo scatenato noi.
Quindi, quando i curdi e molti iraniani di ogni estrazione esprimono sollievo per la fine di un sovrano che ha incarnato 36 anni di repressione, quella reazione non ci rende agenti dell'imperialismo. Ci rende umani che hanno sofferto immensamente. Si può avversare l'intervento straniero e riconoscere comunque che le persone hanno il diritto di respirare quando un regime che le ha brutalizzate si indebolisce o crolla - anche quando ciò avviene con mezzi e metodi fuori dal loro controllo e dalla loro autorità. E sicuramente si vede quanto duramente abbiano cercato di rovesciare il regime iraniano per anni! Non avete visto le migliaia di corpi allineati nelle strade dell'Iran?
Rifiutiamo, allo stesso modo, potenziali sostituti come Reza Pahlavi, che promettono "stabilità" minacciando di schiacciare le aspirazioni democratiche curde in nome dell'integrità territoriale ancor prima di salire al potere. Abbiamo resistito all'autoritarismo di Teheran, Ankara, Baghdad e Damasco. Continueremo a resistere agli oppressori, nuovi o vecchi, finché i nostri diritti umani saranno negati. Il sangue dei nostri martiri sta ancora impregnando le terre in cui viviamo, e abbiamo sacrificato troppi tra i nostri migliori e più brillanti, i più rivoluzionari e coraggiosi, per perdonare e dimenticare i loro sacrifici per noi!
👏👏👏👏👏👏👏
GIULIANO FERRARA
Il Foglio 28 dicembre 2025
Le zone grigie sono sempre esistite in tutti i conflitti più crudeli. Poi però arrivano i fatti che contano: con l’inchiesta di Genova, qualcosa in più dovrebbe entrare nelle testoline dei dimostranti.
E cancellate a sinistra il grigio della complicità in buona fede.
Ai cretini di ieri oggi e domani, travestiti da sinistra istituzionale e parlamentare, che hanno trafficato legalmente e benevolmente con chi si prendeva i fondi umanitari, raccolti con la buona fede compassionevole di molti, e li consegnava a chi avrebbe saputo farne strumenti di morte e pogrom antigiudaico, francamente c’è poco da dire. Che conversazione civile ci può mai essere con quelli che sfruttano le emozioni primarie, scambiano i ruoli tra carnefici e vittime, gridano al genocidio e cercano di mettere su un po’ di peso con la propaganda pacifista? Matteo Renzi, non di quella schiatta, ha detto che, salve le garanzie giudiziarie, e salviamole anche noi, via, non costa nulla e fa figura (oltre tutto i pm si sono già scusati per aver dovuto procedere contro un totem dell’ideologia dell’appeasement, il presidente Sua Eccellenza dei Palestinesi in Italia), il contrabbando di credulità degli enti benefici del jihad dell’architetto Mohammad Hannoun e soci è “gravissimo e assurdo”.
Perché assurdo? Si sapeva più o meno tutto. Israele aveva messo fuorilegge quel braccio finanziario e politico di Hamas in Italia dal 1982, bisognava essere gattini ciechi per non accorgersi che anche qui operava quella organizzazione paraterroristica di zona grigia che a Gaza e nei territori, sotto lo scudo dell’Onu e dell’Unrwa e di altre Ong, prospera da decenni. Armi al terrore, uno scambio contiguo e parallelo al blocco delle armi per Israele dei miei amici portuali di Genova. Ma nessuno deve scusarsi di alcunché, ci mancherebbe. Capire è più difficile, ma più utile. Centinaia di migliaia di persone, giustamente colpite dalle immagini di una guerra spietata di autodifesa di un paese assediato dalla guerra sterminatrice da quando è nato, hanno sfilato all’appello di Sua Eccellenza Mohammad per le strade e le piazze d’Italia, in connessione con un movimento mondiale di solidarietà ai palestinesi e di ostilità agli israeliani. La differenza tra autodifesa e volontà di annientamento non l’hanno compresa. Della connessione tra pace e giustizia non si sono dati pensiero. L’odio antiebraico era per le avanguardie combattenti e per chi convocava e organizzava, non per la grande maggioranza dei presenti. Ora però, con l’inchiesta di Genova, qualcosa in più dovrebbe entrare nelle testoline dei dimostranti, salvaguardando il loro diritto al cuore, se non anche al suo monopolio, il monopolio del cuore, come diceva Giscard a Mitterrand tanti anni fa. Questo è interessante. Le zone grigie sono sempre esistite in tutti i conflitti più crudeli. Poi arrivano i fatti, i fatti che contano. E se si scopre che coloro che sollecitavano il tuo stato emozionale, creavano i miti neri di un’Israele bellicista e criminale, spargevano e spacciavano come una droga l’ideologia del genocidio, erano gli stessi capaci di depistare i fondi per la pace a un’armata di guerra nichilista, fanatica, il cui scopo è lo stesso cantato dalle folle, “dal fiume al mare” ovvero piazza pulita degli ebrei e della loro nazione stato popolo, si spera che qualcosa cambi. Mettete dei fiori nei vostri cannoni pacifisti, e cancellate il grigio della complicità in buona fede.
I TRE STEP DEL BARATRO ITALIANO.
STEP 1
Bankitalia e Istat certificano l’ovvio (e cioè che il 2% di 1000 è maggiore del 2% di 100, e sempre lo sarà), ma a qualche quotidiano viene voglia di sparare il titolo: “La manovra aiuta i ricchi!!”.
STEP 2
(Quasi) tutto il resto dell’informazione va a diete a questo ghiotto acchiappa-click, così come (quasi) tutta la politica: che del resto, da un pò di tempo a questa parte o trova qualcuno a cui andare dietro oppure non riesce a sviluppare nessun pensiero.
STEP 3
E poi la terza, immancabile puntata di questa triste commedia: beh se allora si aiutano i ricchi, qui servirà la patrimoniale! E via di nuovo giro di giostra.
Per un paio di giorni, poi si passerà al prossimo giro a vuoto. Non solo basato su assolutamente il nulla, ma che ovviamente produce assolutamente il nulla.
Così funziona il dibattito pubblico in Italia.
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(Parte per chi è interessato a sapere perché no, non ci serve nessuna patrimoniale).
La patrimoniale può essere di due tipi:
1) immobiliare ( = sugli immobili)
2) mobiliare (= sui risparmi)
La 1) c’è già, e pure bella pesante: si chiama IMU.
La 2) è l’oggetto del desidero di tanti, che però non vi spiegano mai perché nel mondo imposte del genere vengono quasi sempre cancellate, invece che inserite.
I motivi sono sostanzialmente tre:
1) non è chiarissimo perché soldi che sono già stati tassati una volta (quando arrivano come reddito), debbano essere piu pesantemente tassati di quanto già lo siano in varie forme.
2) l’immancabile aggettivo “ai super-ricchi” (locuzione che si aggiunge per non spaventare - bontà loro - il povero Cristo che ha ereditato due lire o ha un fondo per gli studi del figlio), fa sì che basti una calcolatrice - e soprattutto saperla usare - per capire che un’imposta del genere produrrebbe un gettito annuo sufficiente a farsi un paio di belle cene tra Fratoianni, Bonelli e Schlein, magari con un qualche bottiglia di vino d’epoca al massimo.
Ma niente che possa “aiutare i poveri”.
3) da qualche decennio vige la piena mobilità dei capitali. Significa che con un click del telefono si spostano i soldi dall’altro capo del mondo, e con centinaia di modi (assolutamente legittimi) per evitare la tassazione. Quindi a maggior ragione stiamo parlando di un gettito effettivo del tutto simbolico.
Ps. Si lo so che è strano che il capitale sia perfettamente mobile e il lavoro no, ma su questo due cose:
a) Prendetevela con la divinità in cui credete se ogni uomo/donna sulla terra non parla tutte le lingue del mondo, per dire solo la prima cosa che viene in mente.
b) che il capitale sia perfettamente mobile è una cosa per cui ogni risparmiatore - o ogni investitore che abbia bisogno di soldi, o ogni governo che evita un crisi occupazionale tramite investimenti diretti esteri - dovrebbe baciare il terreno tre volte al giorno dopo i pasti.
Cari studenti: alcuni di voi hanno affisso volantini anonimi al Rizzoli, perché ho dichiarato la mia contrarietà ad una recente delibera del Senato accademico dell’Università di Bologna che blocca le future collaborazioni accademiche con Israele. Da quando, in democrazia ci si deve vergognare delle proprie idee? E’ vergogna piegare la testa per convenienza, non esprimere un’opinione. E’ passata la vostra mozione: per il futuro stop al tutte le collaborazioni con Israele. Se nulla cambia sarò tenuto a rispettare questa regola anche se non la condivido. In democrazia la maggioranza decide, ma ciò non toglie che il mio punto di vista debba essere rispettato, anche se non condiviso.
Mi rivolgo quindi non solo a voi, ma anche a rappresentanti degli studenti che hanno portato la mozione in Senato, ed ai colleghi che l’hanno sostenuta nella speranza che cambiate idea. Avete letto sui giornali e sui social: in Giugno ho scritto una prima lettera personale al Rettore ed al Senato Accademico. Senza risposta è divenuta un post, finito sui giornali. Come conseguenza di un’ulteriore recente delibera che blocca le future collaborazioni accademiche con Israele del Senato Accademico, assieme ad un ristretto gruppo di accademici abbiamo scritto un’altra lettera.
Noi firmatari riteniamo che bloccare le collaborazioni future con Israele sia una sconfitta della scienza e del sapere, che in un Ateneo devono sempre stare al primo posto rispetto alla politica. La storia insegna: Enrico Fermi, premio Nobel per la Fisica 1938, aveva la cattedra a Roma. Le ricerche che l’hanno consacrato a più grande fisico italiano del 900 e tra i più stimati del mondo si sono svolte negli anni 30 in via Panisperna a Roma, durante il governo fascista. Fermi non è stato isolato dalla comunità internazionale. E’ stato letto sulle pubblicazioni, ascoltato ai congressi. E’ stato amato nonostante fosse cittadino Italiano, suddito di uno stato monarchico e di un governo fascista. Dopo aver ritirato il Nobel, volò negli Stati Uniti senza più tornare in Italia.
Se i paesi alleati avessero ostacolato la diffusione delle ricerche di Fermi come ritorsione al fascismo condannando il grande scienziato all’isolamento credete che il regime fascista sarebbe crollato prima? Ritenete reale la possibilità che la storia dell’anonimo professore di Roma che studia gli atomi avrebbe fatto da innesco alla liberazione dell’Italia? Fantascienza. Più facile che l’anonimo professore avrebbe privato la comunità internazionale di progredire il sapere, e sarebbe stata una rimessa per tutti.
Max Planck, che ha dato il nome alla famosa “costante di Planck”, morì nel 1947. Le sue ricerche si svolsero nella Germania nazista, e le sue relazioni internazionali non furono ostacolate dai paesi alleati, ma dall’interno del regime. Anche a lui è stato attribuito il premio Nobel.
Con questa delibera i primi a rimetterci sarete voi: perché farete a meno del sapere di ragazzi come voi in Israele, che come voi vanno a lezione, studiano fanno esami, si svagano, vanno a ballare, sognano come voi di crescere con il loro sapere. Chiudere le future collaborazioni comporterà meno presenza di studenti Israeliani e con loro no, non potrete collaborare. Dunque ci rimette il sapere, la scienza: le forze unite, di quei ragazzi sono un valore ed una ricerca, come lo sono quelle dei giovani Palestinesi e di tutti gli studenti di ogni paese del mondo che arriva a Bologna per studiare: tutti con tutti!
Sono stato visiting professor in Iran, nel 2018, precisamente Iran University e Teheran University: i più prestigiosi Atenei: collaborare con i colleghi ortopedici significa appoggiare il regime di Teheran? Significa favorirlo? Il sapere e la scienza mantenute al centro hanno creato un ponte che avvicina culture diverse, induce rispetto e tolleranza. E’ stato significativo per me, passare qualche giorno in un paese musulmano: ho insegnato, ho imparato. Bilancio positivo.
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La guerra a Gaza è finita come tutte le guerre: un accordo, reciproche concessioni, un cessare del fuoco e forse in futuro la pace. Poteva succedere due anni fa con il rilascio di tutti gli ostaggi. Non è successo prima perché Hamas credeva di stravincere, di infiammare il medio oriente, di spezzare gli accordi di Abramo e isolare Israele dal resto del mondo. Le cose sono andate diversamente. A essere isolata e sconfitta è Hamas che si trova contro più di 20 Stati arabi e musulmani e ha perso sia il suo sponsor militare, l’Iran, che quello finanziario e politico, il Qatar.
C’è voluto Trump e quella speciale miscela di interessi personali e ambizione planetaria per ribaltare il tavolo. Si pensava che senza risolvere la questione palestinese non si sarebbe potuto stabilizzare il medio oriente, invece era vero il contrario: bisognava stabilizzare il medio oriente per risolvere la questione palestinese. L’altra parte del lavoro, quella sporca, l’ha fatta Israele, l’ha fatta Netanyahu, il “criminale”. Si è accollato il peso di una guerra che si poteva vincere solo al prezzo di terribili perdite civili e di una violenta mostrificazione di Israele. In ogni guerra i civili muoiono, forse anche più che in quella di Gaza. Ma quasi sempre hanno alternative al restare sotto le bombe: hanno rifugi e hanno sistemi di allarme, e hanno paesi vicini disponibili ad accogliere i rifugiati. Esattamente come accade in Ucraina dove la gente si salva nei bunker o vive al sicuro in Polonia o in Germania. Niente di tutto questo era possibile per la gente di Gaza. Non c’erano tunnel per i civili, servivano solo per i terroristi e per torturare gli ostaggi. Nessuno Stato arabo confinante ha accettato di accogliere profughi palestinesi.
Uomini donne e bambini dovevano versare il loro sangue per rendere più forte nel mondo la causa palestinese. I leader di Hamas ce lo hanno detto in tutti modi ma non sono stati veramente ascoltati. Così l’antisemitismo che è il fondo limaccioso dell’animo occidentale è venuto a galla con tutta la sua pestilenza. Un coming out globale e liberatorio: “siamo tutti antisemiti, morte agli ebrei”. E giù applausi. Il piano Trump interrompe questo sabba di odio e di vendetta e lascia disoccupati i teorici del genocidio. In Egitto i “genocidari” e i “genocidati” erano nella stessa stanza, si sono stretti la mano e hanno celebrato l’accordo. La fine della guerra mette fine alle morti. Poteva succedere molto prima: non c’è mai stata la pianificazione lucida dell’eliminazione del popolo palestinese, la volontà di cancellarlo dalla storia. Quello che si voleva era impedire un altro 7 ottobre. Non si è mai visto un genocidio che finisce con una stretta di mano.
I genocidi nella storia si contano per fortuna sulle dita di una mano e hanno sempre avuto poco a che fare con le guerre. Il genocidio degli ebrei correva parallelo alla guerra mondiale ma non la incontrava mai, semmai la privava di risorse. Lo stesso vale per il genocidio dell’holodomor contro i contadini ucraini o quello contro gli armeni in Turchia o dei Tutsi in Ruanda.
Eppure quanti professori, giuristi, avvocati, scrittori, artisti, intellettuali, sindacalisti hanno gridato “GENOCIDIO”, tutti convinti che la liberazione degli ostaggi fosse propaganda, o un noioso intralcio alle loro prediche e che lo sterminio sarebbe continuato comunque. Cosa hanno da dire ora davanti alle piazze di Gaza in festa, al senso di liberazione che vivono oggi i gazawi, ai sorrisi dei bambini in strada, gli abbracci, i cori! È improvvisamente finito il genocidio ? La carestia? No è finita la guerra scatenata da Hamas contro gli ebrei di Israele e del mondo e che poteva essere vinta dai terroristi per quanto stava alle piazze e a molti governi occidentali. Avevano tutti imparato a dire genocidio ogni volta che serviva a sentirsi “dalla parte giusta della storia”e oggi si ritrovano da quella sbagliata.
L’ex presidente degli Stati Uniti, Bill
Clinton:
“E l'unica volta in cui Yasser Arafat non mi ha detto la verità è stata quando mi ha promesso che avrebbe accettato l'accordo di pace che avevamo elaborato, che avrebbe dato ai palestinesi uno stato sul 96% della Cisgiordania e il 4% di Israele, e avrebbero potuto scegliere dove sarebbe stato quel 4% di Israele.
Quindi avrebbero avuto lo stesso effetto su tutta la Cisgiordania.
Avrebbero una capitale a Gerusalemme Est.
Riesco a parlarne a fatica, avrebbero avuto uguale accesso tutto il giorno, ogni giorno, alle torri di sicurezza che Israele manteneva in tutta la Cisgiordania fino alle alture del Golan.
Tutto questo è stato offerto, inclusa, lo ripeto, una capitale a Gerusalemme Est e due dei quattro quadranti della città vecchia di Gerusalemme, confermato dal Primo Ministro israeliano Ehud Barak e dal suo gabinetto, e hanno detto no.
E penso che parte di questo sia perché Hamas non si preoccupava di una patria per i palestinesi.
Volevano uccidere gli israeliani e rendere Israele inabitabile”.
Più chiaro di così si muore,
x @FranceskAlbs e tutti i suoi seguaci che l'hanno eletta cantastorie delle #SUEVERITÀ
ma non parla mai dei miliardi e miliardi, che l'ONU ha riversato sulla #Palestina e che invece di aiutare la popolazione sono serviti a fare tunnel e comprare armi
Grande marcia oggi a Parigi contro il terrorismo e a sostegno degli ostaggi, in memoria delle vittime del 7 ottobre. Intonati. L’inno israeliano Hatikvah e la Marsigliese. Che emozione! 🇫🇷🇮🇱🎗️
L'opinione pubblica viene formata dalle immagini e i notiziari non fanno altro che mostrare foto strazianti dalla Striscia di #Gaza.
Fossero stati diffusi i drammatici video del #7ottobre, chiunque avrebbe contestualizzato la reazione israeliana
@andrea_cangini
«Sai qual è il vantaggio del 7 ottobre? Ora gli altri Paesi hanno condannato Israele. Abbiamo aspettato questo per 77 anni. È un momento d’oro per il mondo per cambiare la storia». (Il leader di Hamas, Ghazi Hamad, intervistato dalla Cnn)
🚨🚨🚨🪖🇩🇰🇷🇺 Buongiorno a tutti. Il primo ministro della Danimarca, Mette Frederiksen, ha pronunciato un discorso alla nazione che resterà. Speriamo ovviamente che non sia questo il caso, ma è possibile che tra qualche anno Copenaghen, guardandosi alle spalle, si ritrovi a pensare a questo intervento come al simbolo del momento spartiacque che la società danese (ed europea) si è trovata ad attraversare. L'ho tradotto integralmente per voi. Sono parole molto oneste, colpiscono per la loro schiettezza quasi brutale. Soprattutto: sono parole necessarie. Buona lettura.
"Cari tutti,
la Danimarca negli ultimi giorni è stata oggetto di attacchi ibridi.
Droni sono stati avvistati in diversi luoghi. Presso infrastrutture critiche. Militari e civili.
Si tratta di attacchi che dobbiamo aspettarci possano ripetersi.
Sono attacchi che hanno messo in luce vulnerabilità.
E sono attacchi che hanno lo scopo di creare insicurezza e divisione.
Attacchi che vogliono scuoterci. Come individui e come società.
Capisco bene che la situazione sollevi molte domande.
Perché i droni non sono stati abbattuti? Perché non sono stati scoperti prima?
E ci sarà un momento in cui dovremo guardare indietro agli eventi degli ultimi giorni e trarne insegnamento.
Ma qui e ora noi - governo e autorità - abbiamo un compito che sovrasta tutti gli altri: ed è quello di proteggere la Danimarca. E metterci in condizione di contrastare meglio gli attacchi ibridi. Il più rapidamente possibile.
Dove siamo adesso?
Primo: le autorità hanno alzato il livello di allerta. E si stanno preparando a diversi scenari.
Ciò significa, tra l’altro, che sia le Forze Armate che la polizia saranno più presenti con capacità anti-drone attorno alle infrastrutture critiche nei prossimi giorni.
Allo stesso tempo, le autorità sono in stretto contatto con i nostri alleati al fine di rafforzare rapidamente le capacità danesi di individuare e neutralizzare i droni.
Secondo: le nostre autorità hanno il mandato di abbattere i droni ostili.
Ma naturalmente spetta alle autorità competenti effettuare la valutazione operativa nella situazione concreta, incluse le valutazioni dei rischi specifici per la sicurezza.
Terzo: negli ultimi giorni sono stata in contatto con diversi miei colleghi europei.
Ho parlato con il cancelliere tedesco, il primo ministro britannico, i primi ministri dei nostri Paesi vicini, Svezia e Norvegia, e con il presidente finlandese.
Così come sono stata in stretto dialogo con il Segretario Generale della NATO. E ora siamo, da parte danese, in stretto dialogo con gli alleati NATO su come possano assistere la Danimarca nell’attuale situazione, affinché possiamo proteggere e difendere il nostro spazio aereo.
Gli attacchi ibridi non hanno colpito solo la Danimarca. Di recente ci sono stati incidenti anche in Polonia, Estonia e Romania.
La guerra ibrida non è una guerra nel senso tradizionale del termine.
Gli attacchi ibridi mirano a confonderci. A renderci insicuri. E provengono da un nemico codardo, che non osa rivelarsi.
Una volta possono essere droni. Un’altra volta possono essere attacchi informatici. Può trattarsi di ciò che chiamiamo disinformazione. Oppure di influenzare i processi elettorali. O di teorie del complotto che si leggono online.
Ma indipendentemente dal metodo che vedremo, lo scopo è sempre lo stesso.
Si vuole destabilizzare le nostre società, e si vuole che non abbiamo più fiducia nelle nostre autorità.
E tutto ciò sottolinea che la minaccia alla sicurezza dell’Europa è grave - ed è reale.
Ecco perché negli ultimi anni abbiamo intrapreso un massiccio rafforzamento delle nostre forze armate. Ed è anche per questo che continuiamo a sostenere l’Ucraina. Che credo possa aiutarci in questa situazione. Perché se c’è qualcuno che ha esperienza nel combattere i droni, sono i nostri amici in Ucraina. E dunque, naturalmente, siamo anche in dialogo con loro.
Devo però dire che ci vorrà tempo per ricostruire la difesa danese.
Non vi chiedo pazienza su questo punto, perché, a dire il vero, non ne ho molta nemmeno io.
Ma siamo sotto pressione.
E chiedo comprensione per il fatto che, anche se stiamo agendo, non è possibile ottenere risultati da un giorno all’altro. O da un anno all’altro.
Devo anche dire un’altra cosa. E questo è rivolto in particolare ad alcuni partiti del Folketing. L’obiettivo degli attacchi ibridi non è solo testare le nostre autorità o la nostra prontezza. È anche, come detto, vedere come reagiamo come società e come reagiamo politicamente.
Dobbiamo essere vigili. E se qualcosa non funziona, deve ovviamente essere corretto. E lo stiamo facendo. Ma dobbiamo anche mantenere la calma. Non è il momento per dichiarazioni affrettate, gare politiche al rialzo o dichiarazioni di sfiducia verso le autorità o la polizia.
Perché nessun politico responsabile potrà mai garantire al popolo danese che potremo evitare del tutto gli attacchi ibridi. E questo, del resto, non è possibile in nessun Paese. Anzi, probabilmente è vero proprio il contrario.
Vedremo più sabotaggi. Più attacchi hacker. Ancora più droni. Cavi sottomarini distrutti. Attacchi diretti dentro le democrazie europee, come vediamo attualmente nel piccolo Paese della Moldova.
Il fatto che la Danimarca e l’Europa siano soggette ad attacchi ibridi più gravi e frequenti lo considero una nuova realtà.
La prossima settimana tutti i capi di Stato e di governo europei si incontreranno qui a Copenaghen. Discuteremo di difesa e sicurezza europea. Compresa l’istituzione di una vera e propria “barriera di droni”.
In altre parole: l’Europa deve attrezzarsi. E dobbiamo rafforzarci.
E non dobbiamo mai lasciarci intimidire. Perché così non possiamo essere danesi. E così non possiamo nemmeno essere europei.
In queste ore e in questi giorni ci troviamo probabilmente nella fase iniziale della gestione immediata della crisi.
Lo abbiamo già sperimentato in altre situazioni. E ho già detto in passato ciò che ripeto ora: che in ogni gestione di una crisi difficile c’è il rischio di commettere errori.
E non sempre possiamo fornire subito buone risposte alle domande che sorgeranno di volta in volta.
Ma come governo ci impegneremo a comunicare al pubblico ciò che possiamo. E lo stesso faranno le autorità. Naturalmente con cautela. Perché coloro che ci vogliono male ascoltano tutte le discussioni che abbiamo tra di noi.
E anche se le autorità non possono concludere chi ci sia dietro gli attacchi ibridi contro i nostri aeroporti e altre infrastrutture critiche…possiamo comunque constatare che c’è principalmente un Paese che rappresenta una minaccia per la sicurezza dell’Europa. Ed è la Russia.
E dunque, un ultimo punto importante.
Non esiste un Paese europeo che possa difendersi da solo contro la Russia. Nemmeno l’Ucraina, che pure combatte coraggiosamente ormai da più di tre anni.
Ed è proprio per questo che abbiamo la nostra alleanza NATO.
È per questo che stiamo ampliando l’industria europea della difesa.
Ed è per questo che stiamo portando avanti un rafforzamento storico qui in Danimarca.
E gli eventi degli ultimi giorni non fanno che sottolineare quanto sia importante.
Che agiamo. Ma che lo facciamo insieme agli altri. In Europa e nella NATO.
Grazie per aver ascoltato".
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