Mi contatta una ragazza su Marketplace.
Classico messaggio iniziale educato:
— «Ciao, scusa il disturbo, vorrei fare un regalo al mio fidanzato e volevo informazioni su quello che vendi.»
Io ormai in modalità venditore automatico:
spiego tutto,
scelta della merce,
pagamento,
spedizione,
ritiro,
assistenza.
Le dico:
— «Tu scegli quello che ti interessa, io lo metto da parte e poi procediamo.»
Tutto normale.
Lei però parte subito con domande particolari:
— «Ma dopo il pagamento come funziona il ritiro?»
— «L’indirizzo è obbligatorio?»
E lì già sentivo odore di tragedia.
Io provo pure a scherzarci:
— «No no, figurati, il corriere trova casa tua tramite energia cosmica.»
Lei ride.
O almeno credo.
Continuo a essere super disponibile:
spedizione,
PayPal,
assistenza post vendita,
qualsiasi problema mi scrivi e vediamo.
Passano alcuni giorni.
Mi ricontatta.
La aiuto ancora a scegliere la roba.
Poi all’improvviso arriva IL messaggio.
— «Sai… il mio fidanzato è molto geloso.»
E io già lì:
“Ah.”
— «Secondo me è meglio chiudere qui la chat, non vorrei avere problemi.»
Ora.
La conversazione era:
100% Marketplace,
0% flirt,
0% ambiguità,
0% qualsiasi cosa minimamente sospetta.
Praticamente sembrava una chat con le Poste Italiane.
Quindi le rispondo tranquillo:
— «Guarda che è una conversazione puramente lavorativa.»
Che poi, nel peggiore dei casi:
elimini la chat,
non compri più nulla,
fine della storia.
E invece no.
— «Meglio non sentirci più.»
BLOCCATO.
Velocità record.
Neanche il tempo di leggere bene il messaggio.
Vendita sparita.
Cliente sparita.
Probabilmente pure interrogatorio a casa.
Io sono rimasto lì davanti allo schermo cercando di capire in quale momento la spedizione di un pacco fosse diventata un triangolo amoroso pericoloso.
Alla fine ho concluso una cosa:
su Marketplace non vendi solo oggetti.
Ogni tanto entri direttamente nei problemi di coppia della gente.
"Colloquio da incubo"
L’annuncio diceva: “Azienda leader nel settore, cerchiamo figura brillante, ottime prospettive di carriera”.
Mi presento puntuale, vestito bene, curriculum in mano.
Appena entro, capisco che “azienda leader” significava: due stanze in affitto sopra un negozio di tappeti e un ventilatore a soffitto che minacciava di staccarsi.
Mi riceve un uomo sulla cinquantina, completo lucido e cravatta a righe diagonali.
Mi fa sedere e inizia:
— «Qui cerchiamo persone motivate, che vogliono crescere. Noi non offriamo un semplice lavoro, ma una filosofia di vita.»
Ok… già qui sento puzza di fregatura.
Poi arriva alla parte “pratica”:
— «Il primo mese è di prova, non retribuito.»
— «Dal secondo al quarto, 300 euro al mese.»
— «Dopo, se vediamo impegno, 500 euro… più bonus.»
Gli chiedo che tipo di bonus.
Lui sorride e mi dice:
— «Il riconoscimento del team.»
Cioè applausi. Bonus… di mani che battono.
Il lavoro?
Chiamare a freddo numeri presi da vecchie pagine bianche per vendere un prodotto che nemmeno lui sapeva descrivere bene.
Orari?
— «Quando serve. Anche la domenica. Siamo una famiglia.»
Sì, una famiglia tossica.
Mi alzo, lo ringrazio e me ne vado.
Appena fuori, cancello il numero e penso: Piuttosto mi vendo le pentole su eBay.
📌 Morale: se un colloquio sembra una setta… è una setta.
#storierealimaancheno #LavoroItaliano #SoloAMeSuccede
Lui pensava di aver trovato la ragazza perfetta. Simpatica, dolce, bellissima.
Poi ha scoperto che insegna karate… e che può stenderlo con un calcio mentre lui cerca ancora di togliersi le scarpe all’ingresso.
<!--td {border: 1px solid #cccccc;}br {mso-data-placement:same-cell;}-->“La banca, il mutuo e l’umiliazione in 4D”
Entro in banca vestito da adulto responsabile. Camicia stirata, fascicolo sotto braccio e lo sguardo di chi ha finalmente deciso di sistemare la propria vita.
Mi siedo davanti al consulente. Avrà 26 anni, pettinatura da Serie Netflix e cravatta con le ananas.
Gli dico:
— «Vorrei chiedere un mutuo per una casa.»
Lui mi guarda come se avessi appena chiesto un prestito per comprare un’astronave.
— «Ok, vediamo insieme la sua situazione lavorativa!»
Gli porgo le buste paga.
Lui guarda, digita qualcosa sul computer, poi smette di sorridere.
— «Allora… vedo qui contratto determinato, stipendio variabile, no proprietà, no garanti, macchina con 240.000 km…»
— «Sì, ma sono regolare. Lavoro fisso da due anni.»
— «Certo. Però per la banca è come se lei fosse un personaggio di fantasia.»
Rido. Da solo.
Poi aggiunge:
— «Comunque possiamo valutare una formula mista, con una copertura a garanzia personale.»
— «Che significa?»
— «Serve qualcuno che, in caso lei smetta di pagare… paghi per lei.»
— «Tipo mia madre?»
— «Anche. Purché sia viva, sana e con una casa intestata.»
Lo fisso.
Poi gli dico:
— «Quindi se muoio io, paga mia madre. Se muore mia madre…?»
— «In quel caso ci prendiamo casa sua. Cioè… vostra.»
Alla fine propone:
— «Facciamo così: intanto le apro un conto. È gratuito per il primo mese. Poi vediamo.»
Mi ha proposto un conto come consolazione.
Come se fossi entrato a chiedere una Ferrari e fossi uscito con un portachiavi.
⸻
Sono uscito dalla banca con il portafoglio leggero e l’autostima in picchiata.
Ma almeno ho il mio nuovo conto.
Con un IBAN che piange.
📌 Morale:
Il mutuo me lo farà prima la signora del bar sotto casa. In caffè, però.
#storierealimaancheno #MutuoDeiMieiStivali #SoloAMeSuccede #BancaAmara
Negli ultimi giorni sono esplose due polemiche legate a Michelle Comi.
La prima riguarda l’auto dell’autista, che sarebbe stata trovata sporca di parmigiana e con scritte offensive. La storia, per come era stata raccontata, avrebbe avuto un senso preciso: dopo alcune frasi contro i meridionali, qualcuno avrebbe reagito male e avrebbe preso di mira la macchina come gesto di rabbia o vendetta. Quindi non “vandalizzata a caso”, ma dentro una narrazione molto chiara: lei provoca, qualcuno si indigna, arriva il gesto contro di lei.
La seconda riguarda Momo, il bambino in Senegal che Michelle Comi avrebbe detto di aiutare economicamente. Anche lì la storia ha fatto discutere, perché tocca un tema delicato: beneficenza, immagine pubblica, soldi, visibilità.
Poi è uscito il servizio di Gaston Zama a Le Iene, “Michelle Comi e l’economia dell’indignazione”, che prova a ribaltare tutto: secondo il servizio, dietro queste storie ci sarebbero contenuti sospetti e retroscena legati alla ricerca di visibilità. Le Iene parlano proprio di economia dell’indignazione: più una cosa fa arrabbiare, più gira, più viene commentata, più porta attenzione.
Il punto che mi fa riflettere è questo: nel servizio, per quanto ho visto, il peso sembra stare soprattutto su audio e telefonate. Non dico che non valgano nulla, ma da spettatore non mi sono sembrate prove così definitive da chiudere ogni dubbio. Mi è sembrato tutto molto forte, molto televisivo, molto perfetto per generare a sua volta una reazione:
I N D I G N A Z I O N E
E SE...non fosse solo uno smascheramento, ma un esperimento costruito a monte? Se Le Iene e Michelle Comi potessero essersi messi d’accordo per confezionare un servizio proprio sull’“economia dell’indignazione”?
In questa lettura, i casi (auto trovata sporca con cibo e scritte, storia di Momo) sarebbero serviti da punto di partenza per far scattare la reazione. Poi arriverebbe il servizio di Gaston Zama che li “smonta”, creando una seconda ondata di indignazione.
E il vero obiettivo non sarebbe smascherare qualcuno, ma mostrare quanto sia facile far reagire le persone: prima ti indigni per lo scandalo, poi ti indigni per lo smascheramento dello scandalo.
E se il passo successivo fosse un altro servizio? Magari con Gaston Zama che torna e dice:
“Avete visto? Prima avete creduto a una versione, poi all’altra. Vi siete indignati in entrambi i casi.”
E magari con Michelle Comi accanto che conferma che si trattava di un esperimento.
Non sto dicendo che sia andata così, non ho prove.
Ma, se fosse così, sarebbe un esempio perfetto di economia dell’indignazione: costruire due narrazioni opposte che portano allo stesso risultato — attenzione.
È una teoria, non un’accusa. 📷
Mia figlia ha mandato a monte un matrimonio da trentamila euro a un mese e mezzo dalla data, facendomi rischiare l'infarto per poi farmi capire che aveva appena salvato se stessa.
Mia figlia si chiama Chiara, ha 29 anni. Tre anni fa si era fidanzata con Edoardo. Lui era il prototipo del genero che ogni madre sogna: avvocato nel prestigioso studio di famiglia, educato, rassicurante, sempre vestito in modo impeccabile. Avevano già comprato una porzione di bifamiliare in un bel quartiere e l'avevano arredata scegliendo tutto su catalogo. Io ero la madre più orgogliosa della provincia. Portavo le foto delle prove dell'abito in ufficio, sventolavo le partecipazioni davanti alle colleghe e mi godevo i loro sguardi d'invidia. Tutto era perfetto.
Poi, un mercoledì sera di metà maggio, il citofono suona alle dieci di sera.
Apro la porta e mi trovo davanti Chiara. Ha la faccia stravolta e non ha nemmeno la borsa con sé. Entra, si siede al tavolo della cucina e con una voce che sembra un filo di ghiaccio mi dice: "Mamma, annullo tutto. Domani lo lascio. Non mi sposo più."
La mia reazione è stata spregevole. Non le ho chiesto come stava. Le ho vomitato addosso il panico puro della borghesia di provincia. "Ma sei impazzita? Abbiamo già saldato il fiorista! Ho pagato il ristorante! Cosa dirà tua zia? Cosa diranno i genitori di Edoardo?". Le ho urlato che era solo la classica ansia pre-matrimoniale, che si stava comportando da ragazzina viziata, che stava buttando nel gabinetto un futuro dorato e un uomo che le avrebbe garantito una vita senza un singolo problema economico.
Chiara mi ha lasciato finire la scenata. Poi mi ha guardato fisso, senza piangere, e ha detto: "Mamma, io con lui non respiro. Non mi ascolta mai. Per lui sono solo un altro bell'oggetto da mettere in quella casa nuova, di fianco al divano di design. Se firmo quelle carte, a quarant'anni sarò in cura con gli psicofarmaci".
Ha preso le sue cose ed è andata via. I mesi successivi sono stati un inferno di imbarazzo sociale. Ho dovuto fare decine di telefonate umilianti ai parenti, arrampicandomi sugli specchi per disdire gli inviti. Ho sopportato i sussurri delle amiche al supermercato. Chiara, nel frattempo, ha fatto gli scatoloni, ha lasciato la bifamiliare perfetta e si è presa in affitto un bilocale orrendo al secondo piano senza ascensore, usando tutti i risparmi che aveva per pagare la sua metà delle penali al catering e alla sala.
Ieri pomeriggio sono passata da lei a portarle un po' di spesa.
Non c'era il parquet riscaldato e non c'erano i mobili su misura. C'era un divano Ikea di seconda mano e un tavolo traballante. Chiara era seduta per terra, in tuta, con i capelli sporchi legati con una pinza, circondata dai fogli del suo lavoro di grafica. Stava mangiando un trancio di pizza fredda dal cartone. Mi ha visto sulla porta, mi ha offerto un pezzo di pizza e le è partita una risata sguaiata, rumorosa. Una di quelle risate di pancia che con Edoardo non le avevo mai visto fare, perché lui le faceva sempre notare che in pubblico non stava bene alzare troppo la voce.
Mi sono seduta sul pavimento di fianco a lei. Non abbiamo parlato del matrimonio saltato o dei soldi persi. Le ho versato l'acqua in un bicchiere sbeccato e l'ho guardata mangiare la sua pizza, serena e padrona della sua vita.
Il filone dei video di aeroplani americani creati con la CG - Arma 3, War Thunder, DCS: da sempre i giochi di simulazione militare hanno attratto i ragazzoni troppo “-oni” per giocare coi modellini ma non troppo da rinunciare a sognare di guidare veicoli militari proibiti al civile medio.
Mussolini e l’Ambasciatore Saudita negli anni ’30 - FALSO
L’incontro quindi non è mai avvenuto, e mai ci sono state tensioni esplosive tra il Protettore dell’Islam e le popolazioni musulmane, né sotto il suo diretto controllo, né altrove.
Questa foto di Francesca Albanese che piange la morte dell’Ayatollah è un deepfake
La foto in questione è un deepfake, ovvero una foto basata su uno scatto precedente nel quale è stato modificato il volto dell’autore per renderlo un grottesco mascherone in lacrime con labbroni esagerati ed un’espressione da pantomima. Lo scatto originale è l’asset UN71073793 del 30 ottobre 2024, scattato dal fotografo Mark Garten e rilasciato in licenza gratuita per soli scopi giornalistici. Possiamo considerare opinabile che creare un “deepfake satirico” per rilanciare odio su un personaggio noto sia una attività giornalistica riconosciuta. Dobbiamo quindi rilevare che, ovviamente, anche se lo scatto non fosse grossolanamente alterato, una foto del 30 ottobre 2024 non potrebbe raffigurare qualcuno che piange per un evento del 2026.
Il video dei Burj Khalifa in fiamme dopo un attacco con 1800 missili è creato con AI Anche in questo caso si prende un fondo di verità poco viralizzabile per ricrearlo in stile più adatto alla viralità ed al tifo da stadio: il primo Marzo, durante l’enorme instabilità creata in Medioriente dal conflitto in corso, è stato avvistato del fumo provenire dall’area del Burj Khalifa, che però non risulta danneggiato dagli attacchi. Un account “spunta blu satirico” ha però deciso di capitalizzare sulla vicenda diffondendo un video secondo cui 1800 missili avrebbero distrutto l’edificio. A parte il numero incalcolabile di missili, il video presenta un fumo anomalo e con visibili discromie: una analisi nel dettaglio rivela che è stato creato con Sora, sistema di generazione video con AI prediletto da molti “creativi delle bufale” in quanto consente di creare brevi video nei pacchetti di prova e con ottimi risultati. Si tratta quindi dell’ennesimo tentativo con AI di capitalizzare sull’instabilità nella regione.
Comunque non si chiama saluto romano, i romani si salutavano più o meno come oggi.
Quel saluto è un invenzione, un mito. Ha un solo nome, e ha anche un pregio: non è fraintendibile.
Si chiama saluto fascista.
Sì, lo so, sono pignolo, ma è sempre bene fare del fasc checking.