I’m a scientist.
Every time I hit “post,” I hesitate.
Not because I doubt the science.
But because I know what’s coming.
I know someone will call me a shill.
Someone will tell me I’ve been bought by industry.
Someone will explain my own field to me after watching a 90-second video.
Someone will demand a source, then reject the source because they don’t like who funded it.
And someone will confidently tell thousands of people that I’m lying.
That is the strange reality of communicating science online.
You spend years learning how uncertain science can be.
Then you enter a world where the most confident person in the comments often knows the least.
But I keep hitting “post.”
Because if scientists decide that communicating science isn’t worth the abuse, the people with the least hesitation get to explain science instead.
And that seems far more dangerous.
@Simona45104788 Continuerò a non capire perché tanta gente, solo per fede politica, è disposta a strapagare da qui a chissà quando un'opera irrealizzabile (secondo molti geologi e professionisti del settore)
Servito La Russa, servita Gioggia e serviti in tanti!
Un ottimo Salvatore Borsellino mette i puntini sulle “i” a chi ha votato in Aula per tenere segrete le chat tra Delmastro e l’uomo dei Senese - LA CAMORRA.
E poi si riempiono tronfi la bocca con i Borsellino o i Falcone.
32 colpi di mitra. Così il fascista, terrorista eversivo, Pierluigi Concutelli uccise il giudice Vittorio Occorsio mentre era a bordo della sua Fiat 125, diretto in Tribunale, nel suo ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.
Era il 10 luglio di cinquant’anni fa.
Occorsio era bravissimo, stava lavorando su alcuni tra i fatti più bui della storia del nostro Paese. Dal “Piano Solo”, alla Strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione, al processo a Ordine nuovo.
Ordine nuovo ed Avanguardia nazionale si uniranno in un unico obiettivo: quello di uccidere il magistrato che li stava sbugiardando.
Occorsio ci parla ancora, visto che ancora c’è chi nega le responsabilità di chi voleva sovvertire la democrazia nel nostro Paese.
Mentre il governo Meloni protegge i soldati israeliani in vacanza in Italia, la Spagna accoglie 100 palestinesi, tra cui 20 bambini e le loro famiglie, affinché possano ricevere cure mediche, come ha annunciato il PM Pedro Sánchez.
Si tratta della sesta evacuazione di questo tipo da Gaza.
🔹«Nessun essere umano, e ovviamente nessun bambino, dovrebbe essere costretto a subire l’orrore e le barbarie che si stanno commettendo a Gaza», scrive Sánchez. La ministra della Salute Mónica García ha affermato che i bambini «si lasciano alle spalle la barbarie per ricevere le cure di cui hanno bisogno nei nostri ospedali», aggiungendo che «arrivano con paura ma» anche con speranza.
🔹La Spagna è stata all’avanguardia in Europa nelle evacuazioni mediche da Gaza, diventando il primo paese UE ad accogliere bambini palestinesi feriti dal 2024, e la Spagna è tra i critici più feroci di Israele all’interno dell’UE.
Secondo l’OMS, più di 18.500 persone a Gaza, tra cui quasi 4.000 bambini, necessitano ancora di un’evacuazione urgente, poiché il sistema sanitario del territorio giace in rovina dopo la distruzione sistematica di Israele.
Ecco il video comunicato sindacale che la Rai non ha voluto mandare in onda:
Avevamo chiesto di trasmetterlo per porre l'attenzione sullo smantellamento di RaiTre.
Vi chiediamo di condividere il video per raggiungere più persone possibili perché RaiTre non muoia.
#VivaRai3
"La nostra Riserva Indiana chiude. Anzi no, per l'esattezza viene chiusa. Dopo circa 70 puntate in cui abbiamo ospitato quello che si muove di più interessante e diverso nella scena musicale italiana, la Rai ha deciso di azzerare il programma senza neanche avermi mai voluto incontrare o parlare. Silenzio totale, e vattene via". Lo scrive l'attore e scrittore Stefano Massini su Fb. #ANSA
https://t.co/jKzMFC3Pii
Era il 7 giugno 1984. A Padova, Enrico Berlinguer stava tenendo uno degli ultimi comizi in vista delle elezioni europee.
A un certo punto, dalla folla, qualcuno iniziò a urlare: “Basta, Enrico! Basta!”.
No, non lo stavano contestando. Era paura.
Perché alcune di quelle diecimila persone, ammassate in piazza della Frutta sotto un cielo attraversato dai lampi, si erano accorte che qualcosa non andava: la voce che si impastava, le parole che inciampavano, le mani che avevano cominciato a tremare sul leggio.
Enrico Berlinguer stava male. E loro lo supplicavano di smettere.
Lui scosse la testa e tirò dritto. In quel discorso c’erano cose che voleva dire fino in fondo. E le disse.
Trascinò per dieci minuti ancora la voce e le mani che non gli rispondevano più, fino alla chiusura:
“Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo, è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”.
Furono le sue ultime parole pubbliche.
Lo accompagnarono in albergo, dove poche ore dopo entrò in coma. Lo trasferirono d’urgenza all’ospedale Giustinianeo, dove i medici diagnosticarono un’emorragia cerebrale massiva e capirono subito che non c’era più niente da fare.
Quella sera, a Padova, c’era anche Sandro Pertini, presidente della Repubblica, in città per un impegno di Stato.
Quando gli arrivò la notizia mollò tutto e corse in ospedale, si chinò sul letto di Enrico e gli baciò la fronte. Ai cronisti che gli chiedevano se sarebbe rientrato a Roma rispose con una frase sola, che bastò a far capire al Paese che legame li tenesse insieme: “Qua c’è un mio figlio”. E in quella stanza restò, accanto a lui, per quattro giorni.
L’Italia intanto si era fermata. In molte fabbriche gli operai sospendevano i turni. Davanti all’ospedale di Padova cresceva, ora dopo ora, una piccola montagna di fiori, biglietti e bandiere rosse.
Lunedì 11 giugno l’Unità uscì con quattro parole in prima pagina: “Ti vogliamo bene Enrico”. E quel lunedì stesso, alle 12.45, Enrico Berlinguer morì.
Pertini decise che la salma sarebbe tornata a Roma sul suo aereo presidenziale, accompagnata da lui in persona.
Quando Bettino Craxi e Claudio Martelli protestarono per quella che consideravano una forzatura istituzionale, Pertini rispose con una frase che sarebbe entrata nella leggenda: “Voi due fate una cosa, tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta, e io vi porto in aereo a Roma. Vediamo se il PSI prende voti”.
Il 13 giugno, in piazza San Giovanni, si tennero i funerali. Scesero in strade un milione e mezzo di persone: il funerale più grande della storia della Repubblica italiana.
Verso la fine, Sandro Pertini si alzò in piedi. Aveva ottantotto anni, era pallido e sfinito da quattro giorni di veglia. Camminò a fatica fino al feretro, si chinò e lo baciò.
Quattro giorni dopo, il 17 giugno, l’Italia andò a votare per le europee. Il Partito Comunista Italiano prese il 33,3 per cento dei voti e per la prima e unica volta nella sua storia superò la Democrazia Cristiana.
Aveva chiesto di lavorare casa per casa, strada per strada. E gli italiani lo avevano ascoltato: erano andati casa per casa, strada per strada, a portarlo in trionfo un’ultima volta.
Enrico Berlinguer era morto come aveva vissuto: in piedi, su un palco, a parlare alla sua gente. Non chiese mai niente per sé. Lasciò, invece, un’idea di politica come servizio, di onestà come dovere, di coerenza come unica misura di un uomo.
Per questo, oggi, 42 anni dopo, gli vogliamo ancora bene.