Poeta,senese, antifascista, Mens Sana, Robur Siena
E gli alberi votarono ancora per l'ascia. Perché l'ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro
#GreenNewDeal Piantiamo 100 milioni di alberi ogni anno in Italia. 1.000 chilometri di siepi per proteggere i campi. 10.000 pale eoliche per produrre energia pulita.
امرأة بنغالية تحمل تاجرًا بريطانيًا على ظهرها…
📸 الصورة التُقطت سنة 1903م
في عزّ الاستعمار البريطاني لشبه القارة الهندية.
ليست فقط صورة… بل صفعة في وجه كل من يتغنى بـ"حضارة الغرب"،
فهذا هو الوجه الحقيقي للاستعمار الذي لا يزال يُجمّلونه في كتب التاريخ.
إنها عبودية وإذلال للبشر، وسحق لكرامة الإنسان، فقط لأنه لا ينتمي إلى العرق الأبيض!
ويسألونك عن الإرهاب...
تاريخ الاستعمار الغربي مليء بالمجازر، العبودية، النهب، والتجويع...
لكنهم يختزلون الإرهاب في شعوب مستضعفة تناضل من أجل كرامتها!
🩸 ما فعله الاستعمار البريطاني في الهند، من قتل وتجويع ونهب واحتقار للإنسان، لا تزال آثاره ماثلة إلى اليوم.
ملايين قُتلوا، وثروات سُرقت، وأجيال شُرّدت... تحت راية "التنوير" الكاذب!
L’inadeguatezza di questo Ministero dell’Ambiente ha superato il livello di guardia, trasformandosi in una minaccia concreta per la legalità e l’ecosistema. Il ddl Malan sulla caccia non è una riforma, è una capitolazione totale dinanzi al pressing asfissiante delle lobby delle doppiette e degli armieri. Siamo di fronte a una gestione dilettantesca che calpesta la scienza e colleziona figure barbine a livello internazionale. I fatti dimostrano la totale incompetenza e l’asservimento politico di chi dovrebbe tutelare il territorio. Il ritiro dell’emendamento Amidei, che proponeva solo di raddoppiare la distanza di sicurezza da agriturismi e fattorie didattiche, dimostra che per questo ministero la sicurezza dei cittadini vale meno dei capricci del mondo venatorio. A questo si aggiunge una totale mancanza di trasparenza: il Ministero ha letteralmente nascosto per mesi la lettera della Commissione UE che bocciava la riforma per violazione delle Direttive Habitat e Uccelli, un comportamento imbarazzante scoperto solo grazie alle associazioni ambientaliste. Ora si aggiunge anche il formale richiamo del Consiglio d’Europa tramite la Convenzione di Berna, che chiede conto di un testo privo di basi scientifiche. Il ddl prevede follie come i fucili potenzialmente spinti fin sulle spiagge, la liberalizzazione dei richiami vivi e un emendamento dell'ultimo minuto che riduce le sanzioni per chi uccide specie protette, rendendo la sospensione della licenza un optional e creando un vero e proprio incentivo al bracconaggio. Nel frattempo l'ISPRA viene esautorata a favore di un organo politico filo-caccia. In tre anni abbiamo assistito a 8 interventi legislativi confusi che hanno modificato la legge in 23 punti, lasciandoci in dote due procedure d'infrazione aperte e zero problemi risolti. Mentre il Paese affronta una crisi climatica senza precedenti, l'unica urgenza di questo ministro è estendere la stagione venatoria per compiacere un bacino elettorale specifico. Questo è analfabetismo istituzionale. Fermatevi prima di esporre l'Italia all'ennesima sanzione internazionale. La biodiversità è un bene comune, non una merce di scambio elettorale.
https://t.co/3A2i6hlKOx
La famiglia di #luciodalla ha vietato a vestaglietta di usare la canzone futura: uso mai autorizzato e spiacevole, il suo mondo e pensiero lontano da quello di Lucio
#iniziamodaqui
"Passei fome, trabalhei em campo, sobrevivi a guerras, jogava futebol descalço, não tive educação e muitas outras coisas mais.
Hoje que posso ajudar meu povo com o que ganho graças ao futebol, construí escolas, um estádio, distribuímos roupas, calçados, comida aos mais necessitados.
Além disso, com 70 euros mensais que damos a todas as pessoas de SEDHIOU, para ajudar na economia familiar.
Não preciso me gabar com carros luxuosos, casas grandíssimas, viagens, muito menos aviões, prefiro que os meus recebam um pouco do que a vida me deu."
Sadio Mané
Per settimane abbiamo assistito a un'escalation che ha portato il Medio Oriente sull'orlo di una guerra regionale.
Oggi ci raccontano l'accordo con l'Iran come una vittoria politica. Ma una domanda resta aperta: se la soluzione era il negoziato, perché si è scelto di passare prima attraverso bombardamenti, minacce e tensioni internazionali?
In queste settimane abbiamo visto immagini che nessuno dovrebbe mai vedere: bambine e bambini uccisi sotto le bombe, scuole trasformate in macerie, famiglie cancellate in pochi istanti. Il prezzo delle guerre lo pagano sempre gli innocenti.
Troppo spesso la politica estera americana appare condizionata da interessi e alleanze che finiscono per trascinare il mondo verso nuovi conflitti invece che verso la pace.
E nel frattempo chi paga il conto sono sempre i cittadini: rincari energetici, aumento delle spese militari, instabilità economica e meno risorse per sanità, lavoro e welfare.
Se oggi si torna a parlare di diplomazia, significa che la diplomazia era possibile anche prima.
La pace non si costruisce dopo aver alimentato lo scontro. La pace si costruisce evitando che altre bambine e altri bambini finiscano sotto le macerie di una guerra che non hanno scelto.
En unas impactantes imágenes que se han vuelto virales, un estudiante judío evocó la memoria del Holocausto y las enseñanzas transmitidas por su abuela para cuestionar el uso del trauma judío como justificación del genocidio en curso en Gaza.
Mientras el estudiante confrontaba la visita de un soldado de las Fuerzas de Defensa de Israel (FDI), enfatizó que la frase "Nunca Más" es un mandato universal y no un eslogan exclusivo de un grupo.
“Mi abuela judía me habló sobre el Holocausto... me dijo: ‘Nunca más’. Esto no es ‘Nunca más’. ‘Nunca más’ significa nunca más para nadie.”
Además de hacer comentarios que, según él, desmontan la propaganda que equipara los crímenes de guerra israelíes con la seguridad del pueblo judío, el estudiante también describió la dura realidad de la campaña militar de las FDI: más de 70.000 palestinos muertos, más de 300 periodistas y más de 1.700 trabajadores sanitarios fallecidos, además de niños que han sido atacados.
El estudiante también mencionó el conmovedor caso de Hind Rajab, una niña de 6 años cuyo automóvil, según afirmó, fue perforado por 335 balas disparadas por tanques israelíes.
La protesta terminó con una clara exigencia de rendición de cuentas internacional: “Si la justicia es real, ustedes serán procesados en La Haya”.
A medida que más jóvenes judíos alzan la voz contra la ocupación, la narrativa de que Israel habla en nombre de todo el pueblo judío sigue debilitándose.
Israel flattened Beirut in 1982.
No Hamas. No Hezbollah. No October 7 to point to then.
Just 17,000 dead Lebanese and Palestinian civilians.
Even US president then Ronald Reagan, who armed Israel, called Begin furious after seeing a photo of a 7-month-old baby with its arms blown off and said “It is a holocaust”.
They killed so many innocent people that the survivors had no choice but to pick up weapons.
Then Israel had the audacity to keep using “Self-Defense” excuse every decade.
Israel didn’t stumble into endless war. Israel built it. Brick by brick.
Own it.
De Niro: I hate to say it, but loving our country is starting to sound like an abused spouse saying they love their abuser.
I can’t love a country that starts stupid and inhumane wars, killing thousands of innocents and indirectly causing the deaths and suffering of millions more.
I can’t love a country that takes healthcare away from millions of people and uses that money to enrich their pals in the Trump-Epstein class.
I can’t love a country that sends out masked militias to shoot citizens in the streets, torture our neighbors, and separate families.
I can’t love a country that’s led by a racist, misogynist, xenophobic tyrant.
And let me just say it: I can’t love a country that’s led by Donald Trump and his sycophant Congress.
Angelucci, deputato Lega, e’ un milionario che si dichiara nullatenente perché tutti i suoi beni sono in una olding con sede a Lussemburgo
Sono questi i tizi che il governo Meloni protegge rifiutando la patrimoniale
Che vergogna anzi che schifo
Dal palco dell’Auditorium della Conciliazione a Roma, Giorgia Meloni ha messo in fila due frasi a pochi minuti di distanza. La prima, dedicata alle attività commerciali fittizie: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». La seconda, dedicata al fisco: «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici». L’assemblea di Confcommercio ha applaudito e l’accostamento è rimasto lì, sospeso eppure nitido: anche chi propone un’imposta sulla ricchezza spingerebbe l’Italia verso il tropico delle repubbliche improvvisate. Conviene allora aprire la mappa di chi una patrimoniale ce l’ha davvero.
La mappa la disegna un think tank liberista
A compilarla è la Tax Foundation, centro studi americano contrarissimo a queste imposte, che pure, nei suoi rapporti, la definisce una delle imposte più dannose mai inventate. È quel centro studi a certificare la geografia: nel 2025 i Paesi Ocse con un prelievo sul patrimonio netto delle persone fisiche sono 4, Colombia, Norvegia, Spagna e Svizzera. L’austera Svizzera, anzi, lo applica dal 1840 e oggi in tutti i 26 cantoni: a Zurigo scatta sopra una franchigia di 82.200 franchi ad adulto, secondo i dati PwC, e nel 2022 valeva il 4,35% del gettito fiscale complessivo, la quota più alta dell’area Ocse. Da vent’anni, registra la Wealth Tax Commission, manca qualsiasi tentativo serio di abolirla. Perfino il Liechtenstein, un paradiso fiscale, assoggetta le persone fisiche a un’imposta sul patrimonio accanto a quella sul reddito.
La Norvegia la riscuote dal 1892: aliquota dell’1% sopra 1,7 milioni di corone, circa 146.000 euro, e dell’1,1% oltre i 20 milioni; la pagano circa 655.000 contribuenti, per un gettito intorno ai 32 miliardi di corone nel 2023. Gli otto anni di governo conservatore di Erna Solberg (Høyre), dal 2013 al 2021, l’hanno alleggerita, mai cancellata. La Spagna poi è il caso di scuola: il prelievo, reintrodotto nel settembre 2011, è stato prorogato anno dopo anno proprio dai governi del Partido popular di Mariano Rajoy (PP), dalla legge 16/2012 in avanti, fino a diventare permanente nel 2021. Sopra i 700.000 euro di patrimonio netto le aliquote salgono fino al 3,5%, e dal 2022 si aggiunge l’imposta di solidarietà sulle grandi fortune oltre i 3 milioni. La Francia di Emmanuel Macron, nel 2018, ha sostituito la vecchia imposta generale con un prelievo patrimoniale mirato sugli immobili, l’Ifi. E la Colombia ha appena allargato la platea: dal 1° gennaio 2026 la soglia scende a circa 530.000 dollari, con 102.000 contribuenti attesi alla cassa.
Le patrimoniali che gli italiani già pagano
Poi c’è il dettaglio che il palco di Confcommercio ha taciuto: l’Italia le patrimoniali le ha già, e le incassa ogni anno. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani ne ha contate per 40,1 miliardi di gettito nel 2020: l’Imu da sola vale circa 21 miliardi, con un’aliquota di base dello 0,86% che i comuni possono spingere fino all’1,06%; l’imposta di bollo dello 0,2% sui prodotti finanziari è in vigore dal dicembre 2011; l’Ivie colpisce gli immobili all’estero con un’aliquota dell’1,06%, l’Ivafe le attività finanziarie fuori confine. Sono imposte sul possesso a tutti gli effetti, le riscuote pure il governo in carica, e finora nessuno ha avvistato banane sul lungotevere.
Resta una domanda da girare a chi quella battuta l’ha pronunciata: se tassare la ricchezza è roba da repubblica delle banane, in quale tropico vanno collocate Zurigo, Oslo e Vaduz? La mappa dice il contrario esatto: il prelievo sul patrimonio vive nei Paesi più ordinati e più ricchi d’Europa, votato da destre di governo, certificato dai think tank che lo detestano. Le banane, semmai, crescono dove il dibattito fiscale si riduce a continue battute e frasi fatte.
(il mio articolo per @LaNotiziaTweet)
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Miriam Marygoyles, ebrea, dà la definizione migliore.
“Sono merda.
Andare lì e vedere come i palestinesi vengono trattati mi ha aperto gli occhi, ho visto persone che possono trattare altre persone in quel modo.
Ed è stato allora che sono diventata orgogliosamente pro-palestinese
Risiko bancario: la più grande fregatura per i cittadini.
Si parla tanto di mantenere il controllo sul risparmio italiano, tramite l'acquisto da parte di Intesa di MPS, che detiene una quota di Generali.
Quello che non si dice è che il governo già possedeva quasi il 70% di MPS avendoci messo soldi pubblici per 7 miliardi per salvarla e risanarla dal 2017.
Poi, però, per assecondare l'ideologia mercatista dell'UE, l'ha privatizzata, ricavandoci una quota irrisoria di quanto vale ora.
Se avesse mantenuto il controllo pubblico, oggi avremmo una banca da 30 miliardi e che controlla Generali, senza andare dietro a interessi privati o stranieri.
Quando capiremo che il gioco del capitalismo finanziario è truccato?
Il mio intervento di oggi a @Ariachetira
📣 Per approfondire, leggi "Eurosuicidio" di Gabriele Guzzi, edito da Fazi Editore.
Sappiatelo: i tre indagati per corruzione sul ponte sullo stretto, un ponte che non esiste, sono tre italici destronzi di purissima etnia europea. Un ex vertice della Corte dei conti, un commissario della Lega di Salvini in Calabria, un imprenditore reggino. Tutti al lavoro per oliare l’opera simbolo del governo dei patrioti.
Corrompere prima ancora di costruire. Questo sì che è un primato che nessun migrante ci ruberà mai.
La corruzione non la importiamo dall’estero. Non arriva sui barconi. La tiriamo fuori dalle fogne dove era rinchiusa da ottant’anni, e a scoperchiarle è quasi sempre quella destra che voleva difenderci dall’invasione.
Rifognazione
La parola è nuova, il principio no, è il loro. Da anni ci spiegano la remigrazione: esiste un posto per ognuno, e chi sta nel posto sbagliato va riaccompagnato a quello giusto, con le buone o con un charter. Idea eccellente. La prendo in parola e gliela restituisco intera.
Anche i fascisti una casa ce l’hanno. Se la sono scelta loro, ottant’anni fa, quando hanno smesso di marciare e hanno imparato a vivere sotto il livello della strada. Lì sono cresciuti, al riparo, a galleggiare su quello che colava dall’alto. Ogni tanto sollevavano il tombino per annusare l’aria, e quando capivano che non era ancora il momento si ritiravano nel brodo. Adesso il coperchio ha ceduto ed eccoli fuori in giacca e cravatta, i convegni sull’identità, le fiaccolate, il braccio che ogni tanto parte da solo.
La rifognazione applica la loro stessa regola, senza sconti. Ognuno torni dove appartiene. Loro appartengono al sottosuolo, e la cosa comica è che ci stanno pure bene. Nessuna violenza, solo un sano ritorno alle origini, esattamente come piace a loro quando lo predicano agli altri. Ognuno a casa propria.
E quando uno solleva di nuovo il tombino, perché lo solleveranno sempre, lo Stato non discute, non apre un dibattito sul libero pensiero. Lo riaccompagna giù. Simboli, parole, gesti riconducibili al regime: non è opinione, è eversione, e la Costituzione lo dice già, manca solo chi la legge senza fingere di non capire. La loro grammatica prevede la riconduzione coatta. Bene. Gliela facciamo conoscere dal lato sbagliato del tombino.
Mi diranno che esagero, che è solo nostalgia, che sono ragazzi. I ragazzi giocano a pallone. Questi giocano a riscrivere chi è italiano e chi no, chi sta alla luce e chi va spinto ai margini. Lo specchio che gli porgo è il loro, identico, soltanto rivolto verso di loro. Se gli fa orrore, è perché si riconoscono.
Conosco il copione, l’ho già visto.
#rifognazione
Ad Amendolara non servivano altri discorsi: serviva il coraggio di ammettere un fallimento.
Due giorni fa ad Amendolara si è consumata l’ennesima rappresentazione dell’indignazione. Mentre il corteo attraversava le strade tra bandiere, slogan e discorsi dal palco, un’auto carica di lavoratori bengalesi passava accanto alla manifestazione diretta verso i campi. Andavano a lavorare. Come ogni giorno.
Quella scena vale più di mille interventi. Da una parte chi parla dello sfruttamento. Dall’altra chi lo subisce sulla propria pelle. Due mondi vicinissimi nello spazio ma separati da un abisso politico e sociale.
La verità è scomoda, ma va detta senza ipocrisie: quella manifestazione avrebbe dovuto essere un momento di autocritica collettiva. Invece è sembrata l’ennesima ritualità che si ripete dopo ogni tragedia. Le stesse parole, gli stessi slogan, le stesse promesse. E intanto i lavoratori continuano a piegare la schiena nei campi, i caporali continuano a reclutare manodopera, gli sfruttatori continuano a fare profitti e la politica continua a voltarsi dall’altra parte.
Forse da quel palco sarebbe stato più dignitoso tacere.
Tacere per riconoscere un fallimento che dura da anni.
Il fallimento di un sistema sindacale, associativo e politico che, nonostante decenni di denunce, non è riuscito a costruire una reale partecipazione dei lavoratori migranti. Il fallimento di chi continua a parlare in loro nome senza riuscire a renderli protagonisti delle lotte che li riguardano. Il fallimento di una sinistra che spesso preferisce organizzare eventi piuttosto che costruire rapporti di forza reali nei territori.
Perché se i lavoratori passano accanto a una manifestazione che parla di loro senza sentirla propria, il problema non sono i lavoratori. Il problema è la distanza che si è creata tra chi organizza le mobilitazioni e chi vive ogni giorno il ricatto dello sfruttamento.
E questo dovrebbe interrogare tutti.
Dovrebbe interrogare chi sale sui palchi, chi scrive comunicati, chi organizza convegni e chi, dopo ogni morte sul lavoro, si limita a trasformare il dolore in una cerimonia pubblica dell’indignazione.
La realtà è brutale: il sistema dello sfruttamento agricolo non arretra di un millimetro. Continua a prosperare grazie a leggi che producono precarietà, ricattabilità e paura. Continua a prosperare grazie alla Bossi-Fini e a un modello economico che considera migliaia di persone semplicemente forza lavoro usa e getta.
Tra qualche settimana, tra qualche mese, un altro lavoratore potrebbe morire nei campi. E allora arriveranno nuovi comunicati, nuove dichiarazioni, nuove passerelle. Ancora una volta.
Se non si rompe questo schema, tutto diventa complicità.
Perché non basta denunciare lo sfruttamento. Bisogna organizzare chi lo subisce. Non basta commemorare i morti. Bisogna costruire la forza dei vivi.
La vera sfida non è convocare l’ennesima manifestazione. La vera sfida è creare le condizioni per uno sciopero sociale dei lavoratori migranti, costruire reti di mutualismo, garantire protezione a chi denuncia, mettere in discussione le leggi che alimentano il ricatto e restituire potere decisionale a chi oggi non ha voce.
Esiste una domanda che nessuno può più evitare: perché i lavoratori migranti non sono al centro delle lotte che li riguardano?
Finché non si avrà il coraggio di affrontare questa questione, ogni corteo rischierà di trasformarsi in una liturgia dell’impotenza.
E ogni tragedia annunciata non sarà soltanto il risultato dello sfruttamento, ma anche il prodotto dell’incapacità collettiva di costruire un’alternativa reale.
Starò zitta quando i bambini dormiranno in pace, NON quando vengono sterminati, decapitati e bruciati vivi con bombe fornite dall’Occidente democratico. #DeGregori#GENOCIDIO