Il Nobel per la pace al giudice Navanethem Pillay è un segnale: il mondo si è stancato del genocidio dei palestinesi. È stata lei, infatti, a firmare le conclusioni della Commissione In cui si dichiaravai In Palestina stava avvenendo era un genocidio…
https://t.co/j1nSkJBan4
“Il cessate il fuoco non ha fermato il genocidio, ha solo cambiato il modo in cui viene effettuato” di @ClaudiaCarpiC
CONTINUA A LEGGERE ➡️ https://t.co/7nARYmWMOY
In piena campagna elettorale, il premier israeliano Benjamin Netanyahu visita a una scuola religiosa ebraica (yeshiva) di Sderot, nel sud di Israele.
Davanti a lui una folla di giovani intona: “Ricordati di me, per favore, dammi la forza solo questa volta, o Dio, di vendicarmi, se non altro per uno dei miei due occhi, sulla Palestina”.
Benjamin Netanyahu ascolta, sorride e annuisce condiscendente.
La canzone, titolata “Zochreini Na” (“Ricordami, per favore”), non è solo un incitamento all'odio e alla violenza. Ma è l'inno per antonomasia del movimento kahanista, fondato dal rabbino Meir Kahane, considerato a lungo un movimento terrorista anche in Israele.
Il brano originale si basa su un versetto biblico del Libro dei Giudici in cui Sansone chiede a Dio la forza per vendicarsi dei Filistei.
Nella versione cantata davanti a Netanyahu, la parola "Filistei" è stata sostituita con "Palestina”.
Il coro bellicoso prosegue poi con un’aggiunta inedita: “Che il loro nome sia cancellato!”. Il riferimento è chiaramente ai palestinesi.
Tempo fa questo canto era popolare soprattutto tra i coloni più estremisti della Cisgiordania occupata.
Il brano è stato cantato dai partecipanti al famigerato “matrimonio dell’odio” durante il quale bruciavano o accoltellavano le foto di Ali Dawabshe, bambino palestinese di diciotto mesi bruciato vivo dai coloni nel 2015 nel villaggio di Duma, in Cisgiordania occupata.
C’è stato un tempo in cui essere presenti a un evento del genere, avrebbe significato attraversare una linea rossa.
“Ma nel 2026 e durante questa campagna elettorale, non esiste più aDumaa linea rossa” scrive Joshua Leifer sul giornale israeliano Haaretz.
Dopo il genocidio a Gaza, tutto è concesso.
Partecipando al raduno della scuola religiosa, Netanyahu lancia un messaggio, al suo Paese e al mondo. Un messaggio chiaro: non accetterà la sconfitta alle elezioni del 27 ottobre.
Se perderà è pronto a scatenare la violenza di piazza e a rilanciare la guerra regionale.
https://t.co/w2ZZ3fisgX
#israel #netanyahu
7 ottobre. Netanyahu sapeva tutto e non ha fatto nulla.
Nonostante gli avvertimenti giunti da più canali.
Poco prima del 7 ottobre, un funzionario di Fatah, che aveva stretti rapporti con l’intelligence israeliana e che in precedenza aveva mediato tra Israele e Hamas, viene convocato da Sinwar, allora capo di Hamas a Gaza.
Sinwar vuole far arrivare a Tel Aviv un messaggio preciso.
C’era un accordo per uno scambio di prigionieri, raggiunto con Israele e approvato da Netanyahu, ma che il premier israeliano continuava a rimandare.
A quel punto Sinwar manda a dire: o Israele dà seguito all’intesa, oppure ci sarà uno “zilzal”, un terremoto.
È proprio Sinwar a volere che il messaggio arrivi agli israeliani.
Ma non basta.
Dopo un secondo incontro, Sinwar ordina al mediatore di riferire agli israeliani, parola per parola, che sta preparando “la madre di tutte le sorprese”, “un’operazione terrificante”, qualcosa di straordinario.
Poi ci sono le telefonate.
Una, di 45 minuti, tra Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, e lo stesso Netanyahu. Bin Zayed lo avverte delle intenzioni di Sinwar.
Ad avvisare il premier israeliano c’è anche l’intelligence egiziana, che parla di “un’operazione terrificante” che Hamas sta per lanciare.
A quest’ultima telefonata assiste anche la giornalista Smadar Perry, che ne ha parlato con Haaretz, il giornale israeliano che ha pubblicato l’inchiesta-bomba.
Ma Netanyahu non fa nulla.
Nonostante gli avvertimenti arrivati a fine settembre. Nonostante fosse pressato dai vertici della sicurezza e della difesa.
Netanyahu insiste per “non intensificare le ostilità” e per preservare quella che viene definita la “risorsa” chiamata Hamas.
La notizia di oggi è una vera e propria bomba mediatica.
Ma non è un fulmine a ciel sereno.
Già due anni fa, su InsideOver, parlavamo di tutto ciò che non tornava sull’attacco del 7 ottobre: degli avvertimenti, delle falle nella sicurezza, delle domande rimaste senza risposta.
E ci siamo presi volentieri le varie etichette del caso: complottisti, revisionisti, e via discorrendo.
Non perché avessimo già le risposte. Ma perché quelle domande c’erano già. Ma chissà come, altri giornali, non si sono degnati di fare.
Oggi una parte del mondo, grazie al coraggio di Haaretz, sa.
E non può più non sapere.
Nel pieno della campagna elettorale Benjamin Netanyahu ha fatto visita a una yeshiva (scuola religiosa ebraica, ndr) di Sderot, nel sud di Israele. Davanti a lui una folla di giovani intonava: “Ricordati di me, per favore, dammi la forza solo questa volta, o Dio, di vendicarmi, se non altro per uno dei miei due occhi, sulla Palestina”.
È una canzone che riprende i versi dell’ultima preghiera di Sansone. Privato della sua titanica forza, accecato e fatto prigioniero dai Filistei, Sansone chiede a Dio di restituirgli il perduto vigore per vendicarsi. Viene esaudito e, afferrando le colonne del Tempio di Dagon, lo fa crollare uccidendo sé stesso insieme ai suoi nemici...
CONTINUA A LEGGERE ➡️ https://t.co/bSgNnviN9o