Ho fatto politica dal 68 al 90. Poi ho insegnato Scienza politica all’Univ. di PA. Ora impegnato nella Rete per la difesa e l’attuazione della Costituzione
Ve lo ricordate Roberto “il Celeste” Formigoni?
Che domande: certo che ve lo ricordate.
È l’ex Presidente della Regione Lombardia condannato a 5 anni e 10 mesi per corruzione.
E oggi, incredibilmente, intervistato da “Il Giornale” promette - ma sarebbe meglio dire minaccia - che non vede l’ora di tornare in politica.
“L’idea non l’ho abbandonata. Se mi chiedessero di tornare alla Presidenza della Lombardia credo che accetterei”.
Ma non solo.
Ha detto pure che molti giovani gli chiedono di insegnare loro cosa sia la politica.
A lui. A Formigoni.
Qualche mese si era ripresentato sulle scene dando il suo - fortunatissimo, non c’è che dire - endorsement al Sì al Referendum Giustizia.
Ora vorrebbe pure tornare governatore.
Ma il dramma non è neppure che lo pensi e lo dica.
È che prenderebbe anche dei voti.
L'autonomia differenziata legittimerà le diseguaglianze regionali e darà il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale. Lasciate fuori la #sanità!
Domani #10giugno alle 9.00 in audizione al #Senato
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#SalviamoSSN
La cittadinanza non è un contratto d’affitto con clausola etnica: non scade, non si rescinde
Chi commette un reato risponde davanti alla legge
Non davanti al tribunale del colore della pelle
#Salvini
#Israele si è qualificato alla finale dell’Eurovision! Spagna e altre 4 nazioni stanno boicottando la competizione e siamo già oltre 600mila a chiedere ad altri Paesi di fare lo stesso. Firmi anche tu? ↗️ *CLICCA PER FIRMARE CON WHATSAPP:* https://t.co/zS2apz423f
Quando il procuratore nazionale antimafia #Melillo avverte che la legge sulle intercettazioni indebolisce le indagini, cala il silenzio.
Perché Falcone e Borsellino si celebrano, ma i loro strumenti si smontano.
Il record che Meloni non rivendica
Centosedici voti di fiducia. Mai successo prima nella storia repubblicana. Eppure il record che Meloni si gode è un altro, il secondo governo più longevo dal dopoguerra. Il primato della longevità lo sventola dovunque. Quello dei 116 voti di fiducia lo nasconde sotto il tappeto.
Strano, perché i due numeri raccontano la stessa cosa. Il governo dura proprio perché ha smesso di parlare con il Parlamento. 116 volte ha detto alle Camere prendere o lasciare. Niente emendamenti. Niente discussione vera. Tre anni e mezzo dentro la stessa formula. Funziona, certo. Ma chiamarla ancora democrazia parlamentare diventa una bugia per cortesia.
Quando lei stava all’opposizione la stessa identica pratica la definiva “deriva preoccupante”. Adesso che la pratica porta il suo timbro, è normalità. Il regolamento delle Camere è uguale a prima. La Costituzione pure. È cambiato solo chi siede al governo.
E qui arriva il pezzo che spiega perché tutto questo passa quasi liscio. La stampa. Reporters sans frontières il 30 aprile ha pubblicato il World Press Freedom Index 2026 e l’Italia è scivolata al 56° posto. Per dare una misura: nel 2024, primo anno intero di governo Meloni, eravamo al 46°. Dieci posizioni perse in due anni di sue manovre legislative. Stabilmente fuori dagli standard dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, lo dice testualmente la Federazione nazionale della stampa. Insieme all’Ungheria di Orbán. Davanti a noi (davanti, non dietro) Ghana, Costa d’Avorio, Gambia.
Il rapporto le ragioni le elenca senza giri di parole. La legge bavaglio approvata dalla maggioranza. Le interferenze dirette sulla Rai, descritta come “strumento di comunicazione politica al servizio del governo”. Il Media Freedom Act europeo che il governo non ha recepito. Le querele Slapp usate come arma di intimidazione contro le inchieste scomode. La riforma sulla diffamazione bloccata in commissione Giustizia con un testo, quello del senatore Balboni, che la Fnsi giudica peggiorativo. La precarietà dei giornalisti che mina indipendenza e capacità di scavo.
Ecco. È così che Meloni può raccontare quello che vuole. Una stampa zoppa, controllata nei nodi, intimorita dalle querele, alza meno la mano. Lei lo sa. Lo sa così bene che il 22 ottobre scorso, in Senato, ha avuto il coraggio di rivendicare un miglioramento della libertà di stampa: ha confrontato il 58° posto del 2022 (anno Draghi, peraltro) con il 49° posto del 2025, intascandosi un avanzamento che non era suo. Pagella Politica le ha fatto i conti il giorno dopo. Sotto il suo governo il punteggio italiano è sempre sceso, non salito. Le posizioni guadagnate erano merito di chi c’era prima. Quelle perse sono firmate da lei. Ma con una stampa indebolita anche una contabilità così sfacciata passa, viene ripetuta, arriva ai TG senza un controvento decente.
Veniamo a quello che pesa sulle vite, però. Numeri economici. Il PIL 2025 è cresciuto dello 0,5%, certificato Istat. Negli anni pieni del governo Meloni la crescita è stata costantemente sotto l’uno per cento. La Spagna nel 2025 è cresciuta del 2,9%. La Polonia del 3,2%. Noi siamo fermi, con una macchina che ha il motore sotto sforzo da un pezzo. Il debito pubblico ha sfondato il 137% del PIL, secondo solo alla Grecia nell’Eurozona. La pressione fiscale ha toccato il 43,1%, due punti pieni in più in due anni. Il deficit è rimasto al 3,1%, sopra la soglia europea, e l’uscita dalla procedura d’infrazione che il governo aveva sbandierato per mesi è saltata.
Ma il dato che dovrebbe far calare il silenzio in qualunque conferenza stampa di autocelebrazione è un altro. L’Ocse, a marzo 2026, ha collocato l’Italia al penultimo posto della sua area per recupero dei salari reali. Penultima. Davanti a noi solo la Repubblica Ceca. I salari italiani in termini reali sono ancora sotto il livello del 2021. Lo stipendio medio del nostro Paese, sempre Ocse, è 21° su 34, con un gap di 8.523 dollari rispetto alla media (dati in parità di potere d’acquisto, omogenei). Per questo i giovani fanno le valigie. Mica perché amano Berlino.
Il 4 settembre Meloni festeggerà il sorpasso sul Berlusconi IV. Ci sarà il video, magari verticale per i social, voce ferma e sguardo dritto in camera. Non dirà dei 116. Non dirà del 56° posto RSF. Non dirà del penultimo posto Ocse sui salari. Sarà compito nostro, di chi scrive ancora liberamente, ricordare cosa c’è dietro al primato di durata. Una democrazia che si fa più sottile ogni mese che passa, mentre l’economia reale lascia indietro chi lavora.
Libertà di stampa: l'Italia scende dal 49° al 56° posto nel ranking 2026 di Reporters sans frontières.
Se il potere imbavaglia la stampa la democrazia respira male.
Sino a soffocare
@Beppe759@Cartabellotta Se ti piace tanto uno stato autoritario e razzista, perché non ti trasferisci negli USA di Trump? Rassegnati, in Italia c’è una Costituzione democratica che non siete riusciti a stravolgere 🤷🏻♂️
Non ci possono essere NO alla diffusione della verità.
Il docufilm "#GiulioRegeni - Tutto il male del mondo" è un'opera di interesse culturale e merita i finanziamenti ed il patrocinio del Ministero della Cultura.
Oggi il Presidente #Meloni ha rivendicato che in 4 anni il Governo ha assegnato alla #sanità oltre 17 miliardi
Ha però omesso che ne ha sottratto altrettanti, riducendo il Fondo sanitario dal 6,3% al 6% del PIL 👇
#SalviamoSSN