Come si canta un inno.
Con rispetto e senza eccessive pose di teatralità.
Alanis Morissette gioca in sottrazione e stravince. L'essenziale della sua voce e la semplicità della postura per cantare l'inno del Canada. Alanis porta a scuola tutti/e.
#FifaWorldCup
Vi devo dire che la luce del sole a picco nell’Azteca, con i tagli di ombra della tribuna, è di una bellezza mozzafiato.
Ha un colore totalmente differente sul prato e sui volti, è proprio quella luce strana pastellata dei Mondiali ‘86 di Maradona.
È un sogno
La risposta è che l’Italia non appartiene a nessuno. L’Italia è un concetto. È l’insieme di chi ci vive, ci lavora, ci fa politica, ci va a scuola. È l’aggregazione di tutte le persone che in Italia vogliono vivere, amare, lavorare, godersi i luoghi.
L’idea dell’Italia come proprietà è rivelatrice. Dice molto di chi la pensa, niente del paese. Solo una certa destra concepisce una nazione come un oggetto, una cosa che si possiede e quindi si spartisce. Che poi è esattamente quello che questo governo fa dal primo giorno: occupare, lottizzare, mettere le mani su tutto come si fa con una proprietà di famiglia.
Poi c’è il secondo riflesso, quello della sanzione. Anche questo tipico dell’estrema destra: tutto ciò che non corrisponde alla loro visione va punito, sanzionato, trasformato in reato. Nessuno ti sanziona se dici che l’Italia è degli italiani. Ti contraddicono. Ma per chi ragiona così la contraddizione è già una punizione, perché il dissenso non è previsto.
Il tuo post è un piccolo catalogo di bias cognitivi da estrema destra: la nazione come proprietà privata e la sanzione per chi non si adegua. Hai descritto perfettamente il mondo in cui vorresti vivere. Per fortuna non è l’Italia.
In un mondo di Gazzetta, che presenta il mondiale di calcio come se niente fosse, siate L'Équipe, che sbatte in prima pagina ciò che sta facendo quel signore lì insieme al suo fantoccio
L’Italia si sta spegnendo
L’Italia si sta spegnendo. Non serve un economista per accorgersene. Basta entrare in un supermercato.
I dati 2022-2023 ci dicono che il volume delle vendite nella grande distribuzione è crollato tra il 4 e il 6 per cento. I discount, che dovrebbero essere l’ultimo rifugio delle famiglie in difficoltà, segnano un meno 7 per cento. La carne fresca scende del 10 per cento, il pesce del 12, la frutta e la verdura oscillano tra il meno 8 e il meno 14 per cento. L’ortofrutta registra il calo più violento degli ultimi vent’anni. Anche i prodotti considerati intoccabili cedono: pasta meno 3 per cento, latte meno 5, beni per l’infanzia meno 8.
Questi numeri hanno nomi e volti. Sono la madre che sceglie la carne più economica e la pesa due volte prima di metterla nel carrello. Sono il padre che rinuncia al pesce fresco perché costa troppo. Sono i bambini che non vedono più frutta a tavola tutti i giorni. Non è austerità. È povertà che avanza, casa per casa, carrello per carrello. È un Paese che non compra più perché non può più comprare.
Nel frattempo la vita si fa più cara. Gli affitti crescono fino al 25 per cento in due anni. Le bollette hanno accumulato aumenti del 40 per cento. La benzina resta su livelli improponibili per chi prende 1.400 o 1.600 euro netti al mese, che sono la condizione reale della metà dei lavoratori italiani. Sopra i 3.000 netti ci arriva meno del 10 per cento della popolazione. Sopra i 5.000 una micro minoranza che vive in un altro Paese, lontano dai supermercati dove il resto degli italiani conta le monete.
Un insegnante con vent’anni di servizio guadagna meno di 1.800 euro netti. Un infermiere che lavora su turni, notti e festivi si ferma poco sopra. Un impiegato di banca, figura che un tempo garantiva sicurezza, oggi vive con 1.600 euro e il mutuo sulle spalle. Mentre i politici si aumentano i rimborsi e le società quotate distribuiscono dividendi record. Mentre il governo annuncia il successo e la ripresa.
La sanità è un muro invalicabile. Una donna di cinquant’anni che scopre un nodulo al seno aspetta sette mesi per una mammografia. Sette mesi durante i quali ogni giorno è un pensiero che corrode. Sette mesi che possono fare la differenza tra guarigione e metastasi. Questo è il Sistema Sanitario Nazionale oggi. Un sistema che uccide per lista d’attesa. Reparti che lavorano con organici tagliati fino al 30 per cento. Oltre 2,5 milioni di persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche. Una visita privata può costare 120 o 150 euro, una specialistica 250. Per milioni di italiani questo significa non curarsi. Significa scegliere tra mangiare e vivere.
Sul lavoro, l’età pensionabile è ferma a 67 anni, destinata a salire. Un Paese che obbliga a lavorare fino a quasi settant’anni con stipendi fermi da quindici anni non ha nulla di sostenibile. La mobilità sociale è tra le peggiori dell’OCSE. La povertà assoluta è ai massimi da quando esistono le rilevazioni. I giovani fuggono a centinaia di migliaia l’anno.
L’evasione fiscale supera 90 miliardi annui. È un pozzo senza fondo che nessun governo ha mai voluto tappare davvero. Si premia chi evade con condoni e rottamazioni, si punisce chi paga tutto. E intanto il PNRR, che doveva essere il motore della ricostruzione, arranca in modo imbarazzante. Oltre 40 miliardi di euro fermi. Quaranta miliardi che dovevano ricostruire il Paese e invece dormono in cassetti ministeriali, bloccati da burocrazia, incompetenza, incapacità strutturale. Soldi europei che l’Italia non sa spendere mentre annuncia tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni. È l’immagine perfetta di un governo che non governa. Che amministra il declino. E senza il PNRR saremmo già in recessione tecnica, mentre tutta l’Europa cresce più di noi.
A questo punto arriva l’obiezione di regime: “È colpa del Superbonus 110 per cento.”
No. Il Superbonus è stato gestito da incompetenti e ha generato distorsioni gravi. Ma non ha causato il crollo dei consumi. I dati lo dimostrano: la crisi era già in atto nel 2022 e 2023, mentre il 110 era ancora attivo. La grande distribuzione segnava le prime contrazioni, le famiglie tagliavano già carne e pesce. E soprattutto: il vero problema strutturale dell’Italia è che siamo l’unico Paese OCSE dove i salari reali sono calati negli ultimi trent’anni. Mentre in Germania, Francia, Spagna salivano del 20, 30, 40 per cento, in Italia scendevano. Questo è il cancro. Non il Superbonus.
La Spagna investe e cresce. La Francia investe e cresce. Il Portogallo investe e cresce. L’Italia taglia e affonda. Il governo usa il 110 come capro espiatorio per coprire il proprio fallimento.
Poi c’è la parte più grottesca. La premier che racconta un’Italia che “raggiunge risultati storici”, che “è diventata un modello europeo”, che “ha migliorato tutti gli indicatori”. Ed è qui che entra in scena la vicenda più simbolica. La libertà di stampa. Reporter Senza Frontiere piazza l’Italia nel 2024 al 46° posto, cinque posizioni più in basso rispetto all’anno precedente. Un crollo. Un segnale grave. Un campanello d’allarme internazionale.
E cosa fa la premier? Sostiene il contrario. Dice che l’Italia ha “guadagnato posizioni”. Che stiamo risalendo. Che la stampa è più libera. Tutto pronunciato con sicurezza assoluta. Poi arriva la verità. Era un errore. Stava leggendo la classifica al contrario. Il fondo scambiato per la cima. La discesa letta come salita. Una gaffe che se fosse rimasta in privato sarebbe ridicola. Detta da chi governa un Paese diventa una metafora perfetta del modo in cui si governa: prendere i numeri, rovesciarli, trasformarli in propaganda.
Vale per la stampa. Vale per l’economia. Vale per la povertà. Vale per il PNRR. Vale per la sanità. Vale per l’occupazione. Vale per tutto ciò che il Paese vive e che il governo finge di non vedere.
L’Italia si trova davanti una frattura reale, documentata, misurabile. Consumi che crollano. Grande distribuzione in contrazione pesantissima. Redditi stagnanti. Inflazione che divora i salari. Servizi pubblici degradati. Giovani che fuggono. Pensioni che slittano. Povertà che sale. E una politica che si racconta trionfatrice guardando grafici sottosopra.
Un Paese così non può rialzarsi finché non riconosce la verità. E la verità, oggi, è scritta nei numeri. Non nelle conferenze stampa. Non nelle frasi preparate. Non nelle illusioni. Nei numeri.
E i numeri dicono che l’Italia è in crisi. Profonda. Strutturale. Negata solo da chi continua a leggere il foglio nel verso sbagliato.
E qui si apre la verità: tutto questo non è un errore. È un tradimento del patto sociale. Un governo che rovescia i numeri, rovescia anche la fiducia. Se continua così, tra due anni il crollo dei consumi sarà irreversibile. La sanità non rallenterà: collasserà. I giovani non emigreranno: scapperanno. Il PNRR non sarà un’occasione sprecata: sarà la condanna definitiva al declino.
Mentre il Paese conta le monete alla cassa del supermercato, qualcuno a Palazzo Chigi legge i grafici sottosopra e annuncia il miracolo.
Non è incompetenza.
È menzogna di Stato.
E un Paese che si regge sulla menzogna non si salva.
Affonda.
Ogni anno, il 2 giugno, mi fermo.
Non è un obbligo di protocollo: è qualcosa di più personale.
Ho trascorso decenni in uniforme, ho visto cosa significa per un Paese tenere insieme la propria storia e il proprio futuro in una sola ricorrenza.
Quella capacità — rara, non scontata — appartiene all'Italia in modo del tutto particolare.
Il mio ruolo al Comitato Militare della NATO mi impone una neutralità che rispetto e in cui credo: trentadue nazioni alleate, nessuna da privilegiare, nessuna da trascurare. Eppure la neutralità non è cecità.
Dal mio punto di osservazione vedo ogni giorno quello che i singoli Alleati portano all'interno dell'Alleanza, non soltanto in termini di truppe e sistemi d'arma, ma di cultura, di metodo, di presenza.
E posso dire, senza violare alcuna neutralità, che l'Italia è apprezzata.
Profondamente, trasversalmente apprezzata.
Non è soltanto quello che porta, come i contingenti nei Balcani, la presenza nel Mediterraneo, il contributo al fianco est in un momento in cui la guerra è tornata sul suolo europeo con una brutalità che nessuno di noi avrebbe voluto rivedere.
È il modo in cui lo porta.
C'è una capacità italiana di stare nei teatri più difficili con rigore militare e intelligenza umana insieme, che i partner riconoscono e che ho imparato ad apprezzare sul campo, prima ancora di arrivare a questo incarico.
Il 2 giugno 🇮🇹 è anche l'occasione per ricordare perché tutto questo è possibile: perché esiste un patto solido tra le Forze Armate e la Repubblica.
Le istituzioni democratiche — nazionali ed europee, la #NATO come l'Unione Europea 🇪🇺 — danno senso alla missione; le Forze Armate restituiscono a quelle istituzioni la concreta possibilità di esistere e operare in libertà.
È una reciprocità che, quando funziona davvero, è una delle cose più belle che un Paese sappia esprimere.
Questo legame però deve allargarsi.
La sicurezza oggi - e alla NATO lo sappiamo bene - passa dal cosiddetto “whole-of-society” approach: non si costruisce cioe’ soltanto nelle caserme, ma nella quotidianità di una società che conosce i propri rischi, si fida delle proprie istituzioni e sa come rispondere.
L'Italia ha tutto ciò che serve per essere un punto di riferimento in questo.
Lo dico con convinzione, non per cortesia.
Non potendo essere presente oggi, a tutte le donne e gli uomini in uniforme che oggi sfileranno, o che si troveranno lontani in qualche posto del mondo che sulla cartina pochi saprebbero indicare, ma anche a chi, per difendere quei valori che oggi celebriamo, ha sofferto, talvolta sino all’estremo sacrificio: grazie.
Non e’ una formula. È la cosa più vera che mi sento di scrivere in questo giorno.
Buona Festa della Repubblica!
(@formichenews)
Sono mancati i voti dei 5S, come sempre aggiungerei.
Non vanno mai a votare. Sono inaffidabili. Vogliono dettare le regole ma poi non partecipano.
E se per miracolo si vince, la prima volta che non si fa come vogliono loro ti pugnalano alle spalle. Fanno crollare tutto. E danno la colpa a Renzi.
Il valore dei dettagli.
Nella nuova maglia dell’Italbasket sono impressi i nomi di tutti gli azzurri (più di 490) che hanno giocato in Nazionale in questi 100 anni.
Negli inserti del collo c’è la data di quella prima partita a Milano: Italia- Francia 23-17.
Era il 4 aprile 1926
Al PalaDozza di Bologna la presentazione delle Maglie 2026 si è tramutata in una rimpatriata potente, emozionante. Confesso, ho pure esitato nel dare il via all’evento, mi sentivo inopportuna nell’interrompere quelle pacche sulle spalle, quegli abbracci, quei “ehi, ma ti ricordi?” di tante leggende che si ritrovavano insieme nelle sale del MUBIT, Museo del Basket Italiano (e dove sennò?)
La Storia con la S maiuscola.
Bariviera, Bargnani, Basile, Belinelli, Brunamonti, Datome, Fontecchio, Fucka, Galanda, Mancinelli, Marzorati, Dino e Andrea Meneghin, Myers, Recalcati, Sacchetti, Villalta. In video Pozzecco, Polonara, Melli, Riva. E il pensiero ai tanti assenti giustificati, impegnati altrove
Gli interventi, le battute e gli sfottò, i ricordi e gli occhi lucidi. E l’aneddoto di Dino Meneghin che in un torneo in Germania, vedendo sugli spalti gli italiani emigrati, realizza la responsabilità di giocare per un intero Paese. Perché una Nazionale appartiene a chi la gioca ma soprattutto a chi la guarda, la sostiene, la ama
A Simone Fontecchio il compito di svelare le maglie dell’Italia che continua l’inseguimento verso il Mondiale 2027.
A Olbis Andrè e Martina Kacerik l’onore di rappresentare il gruppo delle azzurre che a settembre a Berlino torneranno a disputare un Mondiale a 32 anni di distanza dall’ultima volta. Sul colletto della loro maglia c’è la scritta “L’Italia chiamò”. Non c’è appello migliore del finale dell’Inno di Mameli per spingere e unire un gruppo, giocatrici e tifosi.
Senza dimenticare gli impegni di quest'estate dell’Italia 3x3 e delle giovanili.
L’emozione di tutti davanti a Giorgio Bongiovanni, azzurro nato il 4 marzo 1926. Che momento magnifico. Un campione che ha la stessa età della maglia: 100 anni.
Un lunghissimo viaggio di palleggi, canestri, vittorie, sconfitte...
Il valore della memoria, vera bussola del nostro tempo.
Video&Pics @Italbasket
Rocca, il galantuomo del Lazio
Francesco Rocca. A diciannove anni una condanna per spaccio di eroina, tre anni di reclusione, confermata fino in Cassazione. Lui non lo nega, racconta di essere diventato un altro uomo. Gli si può anche credere, la vita è lunga e cambia le persone.
Poi la politica. Lo indica Giorgia Meloni come candidato del centrodestra, nel febbraio 2023 si insedia presidente della Regione Lazio. La destra erede del Movimento Sociale lo sceglie come volto perbene, il manager, l’uomo della Croce Rossa.
Nel 2023, già a capo della Regione, ottiene un prestito da 80mila euro coperto dalla garanzia pubblica del fondo per la crisi ucraina, quello che lo Stato ha messo in piedi per i professionisti in difficoltà. Gli serviva per pagare l’F24, le tasse arretrate. Dice di non sapere nemmeno che lo Stato gli garantisse il prestito. Intanto dalla era sparita la sua dichiarazione dei redditi. Il caso è finito all’Anac.
Un presidente di Regione che usa un aiuto di Stato per chi è in difficoltà per saldare le proprie imposte, e si dimentica di dichiarare quanto guadagna.
Sono questi gli uomini che oggi riscrivono la legge elettorale. Centoventi costituzionalisti parlano di forzatura, di premierato mascherato. Loro la chiamano stabilità.
Cambiano le regole del gioco mentre perdono per strada perfino le ricevute delle tasse.