Tu
Tu che hai votato Meloni perché sei un poveraccio e lei ti ha dato i migranti. Dei poveracci più poveracci di te da odiare, per sentirti finalmente qualcuno.
Questo ti ha dato. Non il lavoro, non lo stipendio. Qualcuno da guardare dall’alto. Prima volta nella vita.
Tu che hai votato Meloni per quella fiamma. Gli Almirante, i Rauti, i La Russa, i Rampelli. Ti riporta a un tempo magico che non hai vissuto, dove credi che uno come te comandasse e gli altri stavano zitti. Ma uno come te in quel tempo lì zappava. O moriva a vent’anni sul Don con le scarpe di cartone. Il ricordo che ti hanno venduto non è il tuo. È il loro.
Tu che hai votato Meloni convinto che il nero, oltre alla camicia, fosse quello che potevi fare impunito. E quello per cui ti avevano già pizzicato sanato, perdonato, chiuso lì.
E invece la GdF continua a cercarti.
Adesso conta. Quattro anni.
Guadagni meno. La spesa costa di più e lo sai perché la fai tu, non lei.
I migranti sono ancora lì. Gli sbarchi pure. Li odi ancora, ti sfoghi ancora, domani ce ne saranno altri. Perché servono lì. Non a te. A lei.
Il condono l’hanno preso quelli col commercialista bravo. Tu la cartella ce l’hai ancora nel cassetto.
Quando sei stato male hai pagato. Diciotto mesi di attesa o quattrocento euro, hai scelto quattrocento euro.
Tuo figlio manda curriculum a Monaco di Baviera. Quella che doveva difenderti dai migranti ha fatto emigrare lui.
La tua leader la sfottono in mezza Europa e tu ti incazzi come se stessero sfottendo te. Giusto. Stanno sfottendo anche te.
Lei intanto va a cena con quelli che ti hanno licenziato. Ci va da pari a pari. Tu quel tavolo non lo vedrai mai. Non sei invitato, non sei previsto, non servi. Sei il voto, non l’ospite.
Loro ci hanno contato, sulla tua rabbia. L’hanno misurata, targettizzata, comprata a quattro euro a clic. Hanno pagato gente per scriverti le cose che volevi sentire. Non ti hanno considerato un cittadino. Ti hanno considerato prevedibile.
Prevedibile è la parola. Uno che si accontenta di odiare qualcuno più povero di lui e poi vota buono.
Ora tu, dopo quattro anni. Ora che la tua vita è peggiorata, e già faceva schifo prima. Ora tu la voteresti ancora?
Forse la risposta è sì. Non perché stai meglio. Perché cambiare idea vorrebbe dire ammettere che ti hanno fregato, e quello fa più male della cartella esattoriale.
Però intanto pensaci. Da solo. Che sui social non ti guarda nessuno.
Bologna, 2 agosto 1980
Quarantasei anni fa, alle 10.25, una bomba nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. Ottantacinque morti, bambini, donne, uomini. Oltre duecento feriti.
Oggi Giorgia Meloni ha mandato una nota. Pagina buia, terrorismo feroce, piena luce da fare. La parola che manca è sempre la stessa. Ignazio La Russa ammette che la verità giudiziaria parla di matrice fascista, poi si affretta ad aggiungere che bisogna proseguire nella ricerca della completa verità.
Alle commemorazioni, come ogni anno, nessuno dei due. Vigliaccamente.
La verità è accertata. Tre gradi di giudizio, condanne definitive per Fioravanti, Mambro, Ciavardini, poi Cavallini e Bellini. Non c’è nulla da cercare, c’è solo da leggere.
Erano fascisti. Venivano tutti dalla stessa parte, dal Fronte della Gioventù, da Ordine Nuovo, dai gruppi che si riconoscevano in un simbolo solo. La fiamma tricolore. Quella fiamma che ancora oggi è nel simbolo del partito che governa il paese. Nessuno l’ha mai rinnegata. Sarà per quello che la parola non esce.
Paolo Lambertini, che quel giorno perse la madre, aveva chiesto una cosa semplice alla presidente del Consiglio: dica strage fascista. Non è una richiesta politica, è rispetto per ottantacinque persone e per una sentenza passata in giudicato.
Oggi Bologna era in strada lo stesso.
Contro il fascismo.
Io non dimentico.
Non dimentico i morti innocenti.
Non dimentico l’odio.
Non dimentico i mandanti piduisti
Non dimentico gli esecutori FASCISTI.
Non dimentico che i governi di destra commemorano i gerarchi fascisti ma non gli italiani uccisi dal terrorismo fascista.
#2agosto di 46 anni fa, #2Agosto1980
Non avevo ancora 11 anni, mancavano pochi giorni al mio compleanno ma io me ne sentivo già 11, anzi di più.
Quartiere Barca, stavo giocando con gli amici sotto casa, sulle nostre biciclette con la carta fissata tra i raggi per fare quel “tatatatata”…
Successe quel boom.
L’onda d’urto arrivò subito benché lontani qualche km.
Dalle finestre dei palazzi sopra noi spuntarono volti di mamme e nonne: “cos’è stato?”
Decidemmo di avventurarci in centro, in bici, verso quel sordo e curioso boato.
E arrivammo.
Non avevamo mai visto una cosa del genere in TV, al cinema e neanche alle macchinette delle sale giochi a 200 Lire alla volta.
Eravamo più candidi.
Oltre Topolino non si leggeva, e lì quelle tragedie non accadevano.
Impietriti, sul viale proprio davanti alla stazione, ad assorbire le urla, la disperazione, la polvere, le sirene, l’odore, il caos e l’apocalisse.
E scappammo via.
Vergognandoci.
Sì, con le gambe tremolanti d’angoscia, ricordo bene la sensazione di vergogna che mi e ci avvolse.
La vergogna per essere scappati via invece di rimanere di fronte a quella “cosa” troppo più grande di noi.
Quella “vergogna” di quella fuga la provo ancora oggi e, per preservare il ricordo, trovo giusto rispolverarla ogni anno.
Dai ricordi di un undicenne,
2 agosto 1980 Bologna.
Si dice: “No soy de izquierda ni de derecha", es de derecha.
Si dice: "No todo se trata de izquierda o de derecha", es de derecha.
Si dice: "Son todos iguales", es de derecha.
Si dice: "Hablar de clases es cosa del pasado", es de derecha.
Si dice: "La política no sirve para nada", es de derecha.
Si dice: "Vote a quien vote nada cambia", es de derecha.
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La vicenda Delmastro è incredibile, forse addirittura più grave di quanto sembri (e non è che lo sembri poco).
Provo a spiegarvi perchè.
Il sottosegretario alla giustizia fa una società con una ragazza diciottenne per gestire un ristorante a Roma.
La va però a fare in Piemonte, immagino per dare meno nell'occhio e si scorda di comunicarlo al Parlamento, come invece prevederebbero le regole.
Già qui viene da pensar male,ma non basta.
La ragazza con cui Delmastro fa la società è figlia di Caroccia, condannato in una inchiesta di mafia che riguarda il potente clan Senese.
Uscita la notizia grazie a una inchiesta del Fatto, Delmastro spiega che non conosceva il padre della ragazza e che appena saputo è uscito dalla società.
Ovviamente è una bugia, tanto che subito da una ricerca sui social emerge una foto di Delmastro abbracciato al padre della ragazza nel ristorante di famiglia.
E non appare nemmeno vero che il sottosegretario abbia subito preso le distanze dalla famiglia Caroccia dato che oggi emerge un'altra foto di un paio di mesi fa in cui Delmastro cena nel ristorante di Caroccia insieme alla Bartolozzi, la capo di gabinetto di Nordio. Lo fa quindi tempo dopo essere uscito dalla società.
D'altra parte non è nemmeno credibile che Delmastro non sapesse chi fosse Caroccia. Chiunque di voi lo avrebbe potuto scoprire semplicemente cercando il nome su google. Un sottosegretario alla giustizia ha diversi strumenti anche più efficaci per verificare. E per quanto Delmastro non appaia esattamente un genio, escluderei decida di mettersi in società con qualcuno senza fare alcuna verifica.
Già così siamo di fronte a una cosa enorme: un sottosegretario alla giustizia che si mette in società con la figlia di un condannato per mafia, poi esce dalla società ma continua a frequentare il ristorante di quei personaggi e ci porta anche la capo di gabinetto del ministro alla giustizia. E quando viene scoperto mente ripetutamente al paese.
Ma non basta. Ieri sia Giorgia che Arianna Meloni cosa fanno? Lo fanno dimettere? No, lo difendono. E spiegano che non si deve assolutamente dimettere perché è stato solo un po' incauto.
Una tesi semplicemente ridicola e imbarazzante.
Qui forse giova ricordare che Delmastro è stato anche avvocato di Giorgia e Arianna ed è un esponente di rilievo di FdI.
Ma c'è un'altra cosa che vale la pena di ricordare.
Qualche tempo fa Signorelli, il portavoce di Lollobrigida, fu costretto alle dimissioni dopo la pubblicazione di sue chat in cui si abbandonava a orribili commenti antisemiti.
In quelle chat Signorelli dialogava con Piscitelli, in arte Diabolik, capo degli ultras della Lazio nonché personalità di spicco della criminalità romana ucciso in pieno giorno in un parco romano.
In quegli illuminanti dialoghi tra il portavoce di Lollobrigida e Diabolik, tra le altre amenità, si festeggiava l'assoluzione di uno dei più feroci capi della mafia albanese a Roma. E lo stesso Diabolik è stato al centro di inchieste sulla mafia romana che ne hanno approfondito il ruolo.
Aggiungiamo un ulteriore elemento: Diabolik ovviamente conosceva e frequentava la famiglia Caroccia, come emerso in una precedente inchiesta.
Perché ricordo queste vicende?
Perché siamo già alla seconda volta in pochi mesi in cui emerge una frequentazione inquietante tra ambienti della criminalità organizzata romana e esponenti rilevanti di FdI. Esponenti molto vicini a Giorgia e Arianna Meloni.
Il mondo è sempre quello: clan Senese, Diabolik, curva della Lazio, lo stesso quadrante di Roma, gli stessi ristoranti.
Che Delmastro debba dimettersi è abbastanza evidente. E al netto delle difese di queste ore credo avverrà, magari dopo il referendum.
Ma non penso sia sufficiente, credo che a spiegare qualcosa su queste relazioni pericolose debba essere la presidente Meloni.
I politici protagonisti di queste vicende sono parte del suo cerchio magico. E il fatto che abbiano frequentazioni di questa natura è un problema. Per loro, per lei ma anche per il nostro paese.
L’attore palestinese Motaz Malhees, tra i protagonisti del film candidato all’Oscar "La voce di Hind Rajab", ha annunciato che non potrà partecipare alla cerimonia del 15 marzo. Attraverso un post su Instagram, Malhees ha dichiarato che non gli è stato permesso l’ingresso negli Stati Uniti a causa della sua cittadinanza ➡️ https://t.co/JttWI3trnV
Fratelli d'Italia ha pubblicato sui social una card tragicomica in cui divide il mondo in due.
A sinistra i cittadini comuni, il medico, l'ingegnere, l'insegnante, l'avvocato, il giornalista, con sotto scritto: "Se sbagliano, loro pagano". A destra i magistrati in toga, con sotto scritto: "Loro no".
Il messaggio è chiaro: in Italia pagano tutti tranne i giudici.
Bellissimo, commovente.
Manca solo un piccolo dettaglio: nella card non ci sono i politici. E soprattutto non ci sono i politici di Fratelli d'Italia.
Tipo Augusta Montaruli. Condannata in via definitiva dalla Cassazione per peculato.
Ha pagato? No. È ancora lì. Deputata e vicepresidente della Commissione Vigilanza RAI.
Tipo Giangiacomo Calovini, deputato di FdI, che ha patteggiato un anno e quattro mesi per corruzione.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Andrea Delmastro, Sottosegretario alla Giustizia, sempre FdI, condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d'ufficio.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Novo Umberto Maerna, deputato di FdI, condannato a un anno e due mesi per truffa e falso ideologico per aver pilotato dei contributi pubblici a un amico di partito.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Giulio Tremonti, deputato FdI e presidente della Commissione Esteri, che ha patteggiato per corruzione.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Daniela Santanchè, Ministra del Turismo in quota FdI, rinviata a giudizio per falso in bilancio, a processo per truffa, indagata per tre (sì, tre) per bancarotte.
Ha pagato? No. È ancora lì. E anzi, fanno di tutto per salvarla dai processi.
Insomma, se Fratelli d'Italia avesse avuto l'onestà di inserire una terza colonna nella card, "Se sbagliano i nostri", sotto non ci sarebbe scritto "pagano". Ci sarebbe scritto "fanno carriera".
Perché lì funziona così: la condanna non è un problema. È un passaggio di grado, uno step del curriculum. Più grave il reato, più alta la carica.
E la cosa più bella è che questa card l'hanno fatta loro, di spontanea volontà. L'hanno pensata, impaginata, approvata e pubblicata. Convinti che nessuno avrebbe notato l'unica categoria assente dall'elenco: la loro.
Come quel ladro che va in questura a denunciare che gli hanno rubato la refurtiva.
Grazie a Riccardo Iacona e a Presa Diretta per aver mostrato quanto criminale, fanatico, razzista, messianico ed intenzionalmente genocida sia lo stato di Israele. Finalmente un po' di sevizio pubblico come si deve. (oltre a Sigfrido Ranucci e Report).
ANCHE CROSETTO TIENE FAMIGLIA
La famiglia di Guido Crosetto si trovava a Dubai in vacanza. Il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, venerdì 27 febbraio, è salito su un volo di linea da Roma per andare a prenderla. Sabato mattina Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Missili su Teheran, su Isfahan, su mezza regione del Golfo. Dubai compresa, con un impatto su Palm Jumeirah, quattro feriti, l’aeroporto chiuso, lo spazio aereo sigillato. Crosetto è rimasto lì, bloccato come un qualsiasi turista con il trolley in mano e il volo cancellato sul tabellone.
Questo è il fatto. Nudo, semplice, verificato da ANSA, Reuters, Fatto Quotidiano, Il Post. Adesso le domande.
La prima è ovvia: i servizi di intelligence italiani non avevano sentore di nulla? Un’operazione pianificata, secondo fonti israeliane citate da NBC News, “per migliaia di ore” tra Washington e Tel Aviv. Un attacco che lo stesso Crosetto, intervistato al Tg1 poche ore dopo, ha definito “non sorprendente, anche nelle tempistiche”. Fermiamoci un secondo su questa frase. Non sorprendente. Neanche nelle tempistiche. Lo dice l’uomo che ventiquattr’ore prima si è imbarcato per Dubai. O mentiva al Tg1 per darsi un tono, o sapeva e ci è andato lo stesso. In entrambi i casi il quadro è devastante. Il governo tedesco ha confermato di essere stato informato in anticipo. Salvini ha ammesso che l’Italia è stata avvisata “quando l’attacco era già iniziato”. Tajani ha detto di aver ricevuto la telefonata dal ministro degli Esteri israeliano ad attacco partito. L’alleato che ti avvisa a cose fatte. I servizi che non producono un’informativa abbastanza urgente da suggerire al ministro della Difesa di non salire su un aereo per il Golfo Persico alla vigilia dell’escalation più grave degli ultimi decenni.
La seconda domanda riguarda il giudizio, quello politico e umano. Anche ammettendo che l’intelligence non avesse certezze sulla data, chiunque segua la situazione mediorientale, anche solo leggendo i giornali, sapeva che l’attacco era questione di giorni. Trump lo aveva detto apertamente. Le trattative erano saltate. Il linguaggio diplomatico aveva lasciato il posto a quello militare da settimane. Il ministro della Difesa di un Paese NATO con contingenti in Kuwait, in Libano, nel Golfo, con navi nella missione Aspide nel Mar Rosso, decide che è il momento giusto per un weekend a Dubai a recuperare moglie e figli dalla vacanza. Ecco, questa è la misura dell’uomo e del politico. Anche Crosetto tiene famiglia, del resto. Le priorità sono chiare.
La terza domanda è sui mezzi. Le fonti governative si sono affrettate a precisare: volo civile, andata e ritorno. Prendiamolo per buono. Il che solleva un altro problema: il ministro della Difesa viaggia senza alcuna copertura operativa, senza un piano di rientro alternativo, senza un corridoio garantito? Se fosse scoppiata un’emergenza che richiedeva la sua presenza fisica a Roma nelle ore immediatamente successive, come sarebbe rientrato? Con un volo ITA da Dubai, lo stesso volo che è stato cancellato? La domanda non è retorica. È procedurale. Un ministro della Difesa ha protocolli di mobilità che prevedono scenari di crisi. Se li ha usati, perché non ha funzionato nulla? Se non li ha usati, perché?
Crosetto stamattina ha partecipato in videoconferenza al vertice di Palazzo Chigi. Ha scritto su X che segue la situazione “con la massima attenzione”. Ha parlato con il Capo di Stato Maggiore, con il Comandante del COVI. Tutto molto professionale, tutto molto da comunicato stampa. Il punto è un altro: mentre i missili iraniani colpivano la base che ospita i militari italiani in Kuwait (danni ingenti alla pista, soldati nel bunker, per fortuna nessun ferito), il loro ministro era in un hotel a Dubai a cercare di capire quando avrebbe riaperto l’aeroporto. Non c’è videoconferenza che possa cancellare questa immagine.
Non è una questione di forma. È sostanza, credibilità, serietà istituzionale. Un ministro della Difesa non può trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non in una fase come questa. L’immagine del responsabile della sicurezza nazionale bloccato a Dubai con la famiglia in vacanza mentre il Medio Oriente prende fuoco è qualcosa che nessun comunicato può aggiustare.
C’è poi un livello più profondo, che riguarda il rapporto dell’Italia con i suoi alleati. La Germania viene informata in anticipo. L’Italia no, o almeno non in tempo utile. Questo dato, da solo, racconta più di qualsiasi analisi geopolitica lo stato reale della nostra rilevanza nel quadro atlantico. Siamo alleati di serie B, tollerati, non consultati. Crosetto bloccato a Dubai è la metafora perfetta: il Paese che arriva sempre dopo, che scopre le cose quando sono già successe, che gestisce le emergenze in videochiamata dalla hall di un hotel negli Emirati.
Se questo governo avesse un minimo di decenza istituzionale, Crosetto dovrebbe quanto meno delle spiegazioni pubbliche, circostanziate, verificabili. Non un post su X con la formula “seguo con la massima attenzione”. L’opposizione, se esiste ancora, dovrebbe chiederle. Il Parlamento dovrebbe pretenderle. Perché qui non si tratta del weekend di un privato cittadino. Si tratta del ministro della Difesa di un Paese in guerra fredda permanente, con soldati sotto il fuoco in Kuwait, che si è fatto trovare dall’altra parte del mondo nel giorno peggiore possibile.
Nessuno gli ha detto niente. O qualcuno gli ha detto qualcosa e lui ci è andato lo stesso, perché anche Crosetto tiene famiglia. Scegliete voi quale delle due versioni sia più grave.
@vonderleyen Which developments? The US/Israel aggression? The massacres of dozens of civilians? The risk of Iran retaliating?
Invoking nuclear safety while endorsing policies that endanger millions is not leadership: it's escalation. May EU citizens see what is being signed off in their name