Molti anni fa passò a trovarmi, a Roma, un mio caro amico di Boston. Ad un tratto lo vidi fissare una piccola scultura in bronzo, una donna nuda di boteriane fattezze, appoggiata su uno scaffale della mia libreria. Dopo averla osservata, si rivolse verso di me con tono serio: “Non dovresti tenere esposta una scultura del genere, è offensiva nei confronti delle donne”.
Rimasi disorientato da questa sua uscita. Non me l’aspettavo da un fine intellettuale. Provai a fargli comprendere che l’arte non può essere compressa in valutazioni moraleggianti. Non lo convinsi. Quella fu la prima volta che toccai con mano gli eccessi della cultura “woke”.
Si è riaperto in questi giorni un dibattito sulla cultura “woke”. Credo sia il momento giusto per affrontarlo e definire le vere priorità di una forza autenticamente progressista.
Condivido qui il mio contributo pubblicato oggi su Repubblica.
Leggerò con attenzione i vostri commenti
COMPATTI SU SANTANCHÈ, MA INDIFFERENTI AI PROBLEMI DEI CITTADINI
Meloni e soci votano per salvare la Ministra Santanché dalla mozione di sfiducia nonostante pesanti contestazioni, fra cui quella per truffa sui fondi Covid che abbiamo stanziato per aiutare imprese e lavoratori in pandemia, mentre Meloni batteva i pugni in Aula.
La Ministra non si è nemmeno presentata in Parlamento durante la discussione. Poteva quantomeno presenziare, se mai nascondendo la testa sotto la giacca come fa Meloni. Domani i giornali aedi del Governo canteranno della ritrovata "compattezza" della maggioranza a difesa di Santanchè. Mi chiedo: ma si può essere orgogliosi di ritrovarsi "compatti" a difendere gli amichetti di partito, disonorando le Istituzioni dello Stato? Meloni e Santanchè non erano le più tenaci questuanti che dall'opposizione chiedevano dimissioni di qualsiasi ministro, anche per le più banali sciocchezze?
Si dimostrano "compatti" solo quando si tratta di difendere parenti, amichetti e sodali; scappano invece quando si tratta di aiutare con una semplice tassa sugli extraprofitti delle banche centinaia di migliaia di famiglie con il mutuo alle stelle che rischiano di perdere casa. Come pure scappano di fronte al record storico di 5,7 milioni di cittadini in povertà assoluta.
Non ci meravigliamo se i cittadini si ritrovano delusi dalla politica, se fanno di tutta l'erba un fascio. La politica non è stata concepita per risolvere i problemi dei politici ma per tutelare i cittadini.
Dalla sua cella, la numero 615, del carcere ungherese di Gyorskocsi Utca, l’antifascista italiana Ilaria Salis ha scritto una lettera, che qui di seguito trovate integralmente.
Per leggerla servono solo sei minuti, sei minuti ben spesi.
Per leggerla ad alta voce ne servono una decina, di minuti.
Magari in qualche scuola, in qualche circolo, in qualche biblioteca qualcuno, con queste righe, romperà il silenzio su questa silenziata vicenda.
Buona lettura…
«Mi sto abbastanza abituando a stare qui e non credo che sia merito mio, ma che questi questi posti siano fatti in modo tale che le persone si abituino a starci.
Adesso, quando mi aprono la porta della cella perché devo andare da qualche parte, mi fermo rivolta verso il muro per farmi perquisire, invece di iniziare a gironzolare con molta naturalezza per il corridoio come facevo all’inizio.
Mentre aspetto di ricevere il pacco con le ciabatte, tutti i giorni vado alle docce portandomi sottobraccio il catino del bucato. In questa situazione ci mancano solo funghi e verruche!
Sono anche molto rincuorata dal fatto che i piccioni e tutti gli oggetti inanimati a cui sovente indirizzo i miei monologhi non mi abbiano mai degnato della loro risposta.
Lo scorrere del tempo è davvero strano: le singole giornate sono interminabili, ma i giorni si susseguono rapidamente e mi sembra sempre di essere stata arrestata la settimana scorsa.
Non ho la percezione di essere lontana da Milano da più di un mese. Gli avvenimenti, le persone, i luoghi di fuori li sento vicini e vivi dentro di me.
Forse il fatto che non ricevere notizie dall’esterno e di non avere nessun contatto con il mio mondo mi fa sentire in una specie di bolla sospesa.
E’ un po’ come se per me il tempo si fosse fermato. Non c’è un primo è un dopo ma solo il “dentro” e il “fuori”: sono due mondi assolutamente incompatibili e la mia mente non riesce a collocarli sul medesimo asse temporale.
Quando sei “dentro” il “fuori” cessa di esistere. Entri nella bolla e il mondo esterno si dissolve, entra in stand-by.
Non ho mai un’idea precisa di che ore siano. Non so che ora sia quando si svegliano, so solo che mi sto già allenando. Al cambio della guardia della mattina c’è già luce, finché c’è allora solare. Poi sono ore lunghissime che non passano più, nell’attesa di scendere all’aria.
Dopo il carrello il pomeriggio è interminabile e non succede più nulla. Il cambio della guardia della sera per me segna la fine della giornata. Arrivare fino a quell’ora ogni giorno è estenuante e dopo quell’ultimo rituale, che si svolge quando è già buio, più che addormentarmi, direi che cado svenuta.
Mi accascio sulla branda svuotata di ogni energia senza badare al bagliore pungente del neon. La luce della cella si può accendere spegnere solo dall’esterno: non so a che orario si compie il rituale di spegnimento delle luci e non rimango mai sveglia abbastanza lungo da potervi assistere.
Durante l’ultimo weekend del mese si passa all’ora legale e, dato che il mio unico punto di riferimento alla luce solare, a questo punto mi rendo conto che alcuni rituali si svolgono decisamente prima di quanto non pensassi e che forse dovrei rivedere i miei ritmi di vita. Il cambio della guardia della sera adesso avviene poco tempo dopo l’imbrunire, quindi decisamente presto.
Se mi addormento a quell’ora poi è normale che, quando dovrai svegliarmi, sono già nel bel mezzo dell’allenamento. Che casino! Anche le cose semplici qui diventano complicatissime.
Di poche esperienze ho memoria che siano state così complicate. Forse quando a otto anni mi sono trovata, da un giorno all’altro, a frequentare la terza elementare in Inghilterra, senza parlare una parola di inglese e senza conoscere nessuno.
Ecco, anche lì primi mesi erano stati abbastanza abbastanza complicati. Oppure, forse, quando ho imparato a camminare, ma ero troppo piccola per poterlo ricordare. In tutte quelle situazioni non ero mai da sola. Qui invece si si è completamente soli ed è bene non fidarsi di nessuno. E molte molte cose qui dentro sono alquanto strane.
Sotto alcuni aspetti è una situazione d’altri tempi, assolutamente inusuale nella nostra era digitale, nell’epoca della comunicazione e dell’informazione globale.
È insolito non sapere per settimane che ore siano, quando normalmente ti basta un leggero tocco dell’indice e ti appaiono immediatamente i minuti luminosi e colorati.
È strano trascorrere lunghi mesi senza scambiare una sola parola neanche con le persone più care (nemmeno una lettera scritta a mano!), quando fino al giorno prima bastava muovere il pollice sullo schermo del telefonino per comunicare continuamente e contemporaneamente con tante persone diverse.
È inusuale non ricevere nessun tipo di informazione dall’esterno, quando in ogni attimo della nostra vita siamo bombardati da notizie e messaggi provenienti da ogni parte del mondo.
È strano non poter googlare tutto quello che ti viene o non ti viene in mente, ma trovarti a dover riorganizzare le tue conoscenze, il tuo pensiero e la tua memoria nei vecchi schemi gerarchici “ ad albero”, abbandonando le disposizioni orizzontali “a rete” e ringraziando il cielo di essere nata una decina d’anni prima di Google e pertanto di avere un cervello in parte già educato a questo anacronistico modus operandi.
Questa è una bolla davvero strana.
I mesi sono lunghi e accade che la bolla si trasformi in un buco nero che ti risucchia. Prendendo in prestito una metafora che leggerò parecchi mesi dopo in un bellissimo fumetto dedicato alle mie vicende, sono caduta in un pozzo profondissimo.
Le pareti sono scivolose ed ogni volta che faticosamente cerco di compiere un breve passo per risalire appena un pochino, finisco sempre col precipitare più in profondità. A volte mi chiedo se questo pozzo abbia un fondo e se da qualche parte ci sia davvero un’uscita. Immagino di essere un piccolo geco, che nell’oscurità silente riesce a scalare le pareti.
Già, devo scalare le pareti, ma qui purtroppo non ci sono i miei compagni di arrampicata e i legami di fiducia ben stretti sulla corda della “ sicura”.
In montagna ci si assicura l’uno all’altro, in modo tale che, se uno scivola, invece di sfracellarsi al suolo, è bloccato dal contrappeso dell’altro.
E quando davanti a un passaggio un po’ più complicato mi blocco e penso di non farcela, mi strillano che di sicuro ce la farò e di tirarmi su come riesco. Infatti nei momenti più difficili, di fronte ai pericoli più minacciosi, davanti a scenari sconosciuti, bisogna fare affidamento sui propri punti di forza e tentare strategie inedite, laddove le tecniche tradizionali non possono nulla.
Fortunatamente lo sport mi ha insegnato qualcosa in materia di tenacia e di paure.
Le paure, in alcuni contesti in cui è in gioco l’autoconservazione, non sono da fuggire o allontanare ma vanno curate e percepite nitidamente perché potrebbero essere la chiave della tua salvezza.
Quando ti trovi sola con te stessa a raschiare la melma nel fondo del pozzo, quando la paura si fa terrore perché non hai idea di cosa ti stia per succedere, allora scorgi in te stessa risorse che non sapevi ti appartenessero.
Ma qui ciò che davvero ti permette di affrontare a testa alta le privazioni e le umiliazioni quotidiane, di mettere in salvo il ben dell’intelletto (ossia il tesoro più prezioso che esista qui) dalla voracità di quel mostro chiamato follia, è più semplice al tempo stesso più complesso di quanto si possa immaginare.
È la capacità di discernere la schietta sincerità dalla menzogna mistificatrice, la consapevolezza profonda, che dimora in fondo al cuore, di quale sia la parte giusta della storia.
Chiudo gli occhi e lancio lo sguardo oltre le mura di questo cieco carcere: scorgo le vicende di uomini e donne come ricambi in tessuti su arazzi che raffigurano storie più ampie.
Storie di popoli, di culture, di lingue e di religioni. Storia di sistemi economici, politici e giuridici. Storie di ricchezza e di miseria, di potere, di sopraffazione e di sfruttamento. Storie di guerre e di eserciti. Storie di un mondo in cui ancora si uccidono bambini, in cui alle quarte d’Europa risuonano mitraglie che riecheggiano gli scempi del secolo scorso.
Apro gli occhi e mi scorgono rannicchiata sulla grigia coperta, con lo sguardo fisso sulla porta di ferro della cella.
Tutto mi appare semplice e lineare in queste vicende, come in molte altre, non può esserci alcun dubbio su quale sia la parte giusta della storia». Di William Beccaro
#IlariaSalis
Quando la maestra mi disse “non ho fatto io le leggi razziali” capii che l’indifferenza fa più male di uno schiaffo.
Quella indifferenza da quel giorno è la mia nemica personale.
(Liliana Segre)
#GiornataDellaMemoria#27gennaio
Dopo quello che abbiamo visto, la ministra Santanchè è ancora degna di ricoprire il suo ruolo? Alcuni senatori ci hanno accusato a noi e ai colleghi di fare addirittura un golpe perché c’è stata un’ingerenza nelle loro questioni. Noi potremmo rispondere che è la stampa, bellezze #Report
Fratelli d'Italia intitola un nuovo circolo al fascista repubblichino Pino Romualdi, tra i fondatori del Msi. Le radici non solo non gelano, ma riattecchiscono. Italia nera 2023.
#Pietre@repubblica
La ragazza che ha denunciato Leonardo #LaRussa per violenza sessuale ha confermato ai pm le accuse.
Ora ci aspettiamo che il Presidente del Senato, padre dell’accusato, non pretenda di sostituirsi ai magistrati, come ha già tentato di fare: non sta infatti a lui decidere le responsabilità penali del figlio.
Una difesa peraltro decisamente dannosa, poiché se davvero la ragazza avesse assunto sostanze stupefacenti, come affermato dal Presidente del Senato per qualificarla negativamente, questo costituirebbe un’aggravante in capo al figlio che ne ha approfittato.
Scaricare sulla donna vittima di violenza la responsabilità di quanto accaduto – come fatto dal Presidente del Senato – rispecchia la peggiore mentalità maschilista e patriarcale che è alla base della violenza stessa.
Lasci lavorare la magistratura, Ignazio La Russa. Senza interferenze e comportandosi, se ci riesce, come si conviene a chi riveste la seconda carica dello Stato.
Basta. Il Presidente del Senato mina la credibilità delle donne che denunciano violenza e la Ministra delle Pari Opportunità lo giustifica. Roccella dovrebbe difendere tutte le famiglie di questo Paese, non solo quelle dei colleghi di partito.
Dopo l’inchiesta di #Report Daniela #Santanchè ha riferito in aula al Senato sui emersi nel corso della trasmissione. #Report mostrerà con documenti interni alle sue società tutte le incongruenze e inesattezze riferite dalla ministra.
👉Lunedì alle 21.20 su #Rai3
Quando ha fatto la sua dichiarazione in difesa del figlio accusato di violenza sessuale (e contro la ragazza) credo che La Russa fosse addirittura Presidente supplente della Repubblica, essendo Mattarella in visita in Sus America.
Se è così, la sua posizione è ancor più grave.
Una donna ha perso il bambino e rischiato la vita per emorragia durante i quattro giorni di viaggio verso il “porto sicuro” di Marina di Massa. Se non è tortura, come possiamo chiamarla? #9luglio
L'Apophis, il locale dove Leo Apache e la ragazza che lo accusa si sono incontrati: "I figli di Ignazio #LaRussa trattati da pascià, qui comandano". Il mio racconto oggi su @repubblica 👇
https://t.co/UYN6AFvO6R
+++ ''Vorrei ricordare con gratitudine quanti operano con @RescueMed Mediterranea Saving Humans per il salvataggio di migranti in mare. Grazie tante fratelli e sorelle''. +++
Sono le parole di Papa Francesco pronunciate affacciandosi dal Palazzo Apostolico Vaticano dopo la preghiera mariana dell'Angelus davanti ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro.
La ministra #Roccella dice che il caso Santanche’ le ricorda Enzo Tortora, vittima simbolo della malagiustizia. “E quindi non c’è motivo che Daniela si dimetta”. Paragonare Santanche’ a Tortora è una bestemmia civile. E scivolerà via nel torrente di oltraggi che ci sta annegando
Facci (un giornalista, a quanto pare) scrive una clamorosa volgarità sessista e quando si accorge che potrebbe pagare il prezzo delle sue parole (perdendo la conduzione di un programma Rai), molto coraggiosamente cerca di ritrattare. Applausi (pochi), fischi, pernacchie, sipario.