10 anni fa (dicembre 2013) intervistai @claudioborghi per un progetto poi mai andato in porto. Ritrovo oggi quel file e lo condivido con imbarazzo per la scarsa qualità tecnica delle riprese. Può tornare utile per apprezzare la lucidità di Borghi.
https://t.co/nNgJJctPiv
Non ci sono riusciti a Milano per quello dell'inseguimento in motorino e non ci riusciranno neanche a Bologna (dove sono arrivati a fine corsa).
La saldatura tra criminalità immigrata ed Estrema sinistra in Italia trova nel tessuto sociale ancora troppe resistenze.
Necesito que todos compartan esto.
Este es un chico palestino de 14 años que intentó apuñalar a soldados de las FDI.
Los antiisraelíes editaron el video para que pareciera que lo mataron sin motivo.
Esta es la versión completa sin editar. Por favor, hagan que se viralice.
Oltre ai 14 anni di carcere, Mario Roggero dovrà pagare una provvisionale di 780.000 euro (con richieste totali delle parti civili che superano i 3,3 milioni) alle famiglie dei due criminali che hanno aggredito lui e i suoi familiari.
Due immobili di proprietà sono già stati pignorati per garantire questi pagamenti.
In pratica, la famiglia Roggero non solo ha subito una violenta rapina in casa propria, non solo vedrà un proprio caro finire in galera, ma verrà letteralmente spogliata di tutto ciò che ha costruito in una vita di lavoro per versare soldi ai familiari di chi li ha minacciati, terrorizzati e derubati.
Roggero e i suoi sono stati aggrediti due volte: la prima dai banditi, la seconda dallo Stato, che invece di proteggerli li punisce e li rovina economicamente.
@EndWokeness Don't forget that Democrats REFUSED TO STAND to honor Iryna's mother at the State of the Union.
One of the most radicalizing moments of my life.
They never cared about immigrants, it was all a lie.
Chi pensa che trascinare via con la forza un individuo che blocca deliberatamente il traffico da due ore sia "fascista" ha un'idea molto favorevolmente ed ingenuamente semplicistica di Fascismo.
La notizia sconcertante è che ancora si possono comprare bambini e sfruttare le mamme al punto di voler decidere di far fuori il figlio nel suo grembo (loro non ne possono avere) perché difettoso. Che schifo di deriva umana.
Ma se la UE sanziona tutti e 27 gli Stati membri per non aver recepito la normativa Case Green, quelli che l'hanno votata chi rappresentavano esattamente...?
Criminale immigrato uccide donna: non è femminicidio.
Investe e macella innocenti: gesto isolato.
Sgozza e stupra: è stato emarginato.
Minaccia jihad e purghe: è un povero pazzo.
Italiano immobilizza ennesima risorsa impazzita: deriva fascista.
Siete voi il problema.
✍🏻 Roberto Riccardi
Con almeno dieci coltellate il tunisino Sami Khemaies ha ucciso Luigia Fortunato nella loro casa di Loreto. Ma non è femminicidio e non è colpa del patriarcato.
Il pubblico ministero ha scelto l’omicidio volontario aggravato. Non sono emersi, ad oggi, elementi di dominio, controllo, prevaricazione di genere.
Nessuna denuncia pregressa, nessuna segnalazione ai carabinieri, nessun codice rosso attivato.
L’avvocato difensore ha parlato di “dolo d’impeto”: una risoluzione criminosa sorta e attuata in quel momento.
Khemaies non è uno sconosciuto alla giustizia italiana. 39 anni, condannato per spaccio tra il 2017 e il 2019, evaso nel 2020 dopo aver distrutto il braccialetto elettronico con forbici da potatura e cacciavite.
Recluso, liberato, rimesso in circolazione. Mai espulso.
Fin qui la cronaca. Ed è da qui che comincia la sproporzione.
Quando Filippo Turetta ha ucciso Giulia Cecchettin, l’Italia si è fermata. Cortei in ogni città, fiaccole e persino panchine riverniciate. Il padre della vittima convocato in televisione come testimone di un’intera cultura malata.
Il patriarcato è stato elevato a emergenza nazionale. La mascolinità tossica è diventata materia di dibattito parlamentare. Ogni uomo italiano è stato chiamato alla sbarra collettiva: guardarsi dentro, fare autocritica, riconoscersi complice di un sistema.
Dai talk show alle cattedre universitarie, dagli hashtag ai codici etici aziendali, la narrazione era una sola: non è il gesto di un singolo, è la cultura di un intero Paese.
Quando Sami Khemaies massacra Luigia Fortunato, la parola patriarcato evapora.
Nessuno chiede se la cultura d’origine dell’assassino abbia avuto un ruolo. Con Turetta il verdetto culturale è arrivato prima della sentenza. Con Khemaies nessuno osa nemmeno formulare la domanda.
Nessun corteo. Nessun hashtag. Il dolo d’impeto sostituisce il dominio. La lite per il centro estivo sostituisce la sopraffazione.
L’omicidio diventa un incidente domestico senza radici, senza contesto, senza nome.
Persino la legge sul femminicidio, al primo caso che la costringe a misurarsi con i propri requisiti, si rivela un dispositivo a doppio taglio.
L’articolo 577-bis richiede la prova del movente di genere: odio, discriminazione, controllo, possesso, rifiuto di una relazione.
Prove che vanno cercate, non date per scontate. Ma la stessa militanza che per anni ha chiesto a gran voce una legge specifica adesso scopre, sgomenta, che quella legge ha dei requisiti.
Che non basta essere donna e morire per mano di un uomo. Che il diritto penale, a differenza degli hashtag, esige elementi, riscontri, fatti.
E allora si grida alla rivittimizzazione. L’avvocata della famiglia è “sconcertata.” I centri antiviolenza protestano. D. i. Re denuncia un problema di “applicazione.” Tutti scandalizzati che la legge funzioni esattamente come è stata scritta.
Ma il paradosso più feroce è un altro. Mentre Luigia Fortunato muore sotto dieci colpi di coltello da cucina in un appartamento di Loreto, il dibattito pubblico sul patriarcato ha preso una direzione che meriterebbe uno studio psichiatrico più che sociologico.
C’è chi denuncia come “molestia emotiva” il buongiorno di uno sconosciuto per strada. Chi invoca l’asterisco alla fine di ogni parola perché la desinenza maschile è “un saluto discriminatorio.”
Chi teorizza che la libertà di salutare finisce dove comincia il diritto a non essere “declinata al maschile.”
Questo è il femminismo che domina la scena pubblica. Un movimento che ha costruito un’industria – convegni, cattedre, consulenze, codici linguistici, campagne social – su un patriarcato gassoso, onnipresente e invisibile.
Un mostro che si annida nella grammatica, nelle buone maniere, nel lessico dei colleghi di ufficio. Un patriarcato così raffinato da nascondersi in una vocale.
E così selettivo da scomparire davanti a un coltello, purché il braccio che lo impugna appartenga alla categoria protetta.
Perché è questo il punto. Il patriarcato è sistemico quando l’assassino si chiama Filippo. Diventa un fatto privato quando si chiama Sami.
È una struttura culturale che esige la decostruzione della mascolinità occidentale, ma che non osa nemmeno nominare la mascolinità di chi proviene da società dove la donna è proprietà del marito per statuto giuridico e religioso.
È un’emergenza nazionale quando il carnefice è un ragazzo di buona famiglia veneta, un incidente sociologico quando è un pregiudicato tunisino che ha già sfidato lo Stato distruggendo un braccialetto elettronico con le forbici da potatura.
Come ha osservato con rara lucidità un’influencer di nome Flaminia: la parità si rivendica solo dove conviene, il patriarcato si invoca per ottenere, mai per rinunciare: “Prima di parlare di patriarcato in Italia, dovreste farvi un giro e vedere come vivono le donne in tantissimi paesi del mondo”.
Ecco la verità che nessuno scriverà. L’omicidio di Luigia Fortunato non rientra nel casting.
Non serve alla narrazione. Non alimenta l’industria. Un pregiudicato tunisino che massacra una donna italiana in una cittadina marchigiana non produce cortei, non genera hashtag, non riempie i palinsesti.
Perché ammetterlo significherebbe demolire in un colpo solo due finzioni.
Quella di un patriarcato italiano sistemico che opprime trenta milioni di donne attraverso i buongiorno e quella di un’immigrazione che arricchisce senza mai porre problemi di compatibilità culturale.
Luigia Fortunato aveva trentatré anni. Lavorava come operaia. Cresceva un figlio da sola accanto a un uomo che lo Stato aveva condannato, incarcerato, braccialettato, perso e ritrovato senza mai davvero fermarlo.
Viveva in un appartamento all’ultimo piano di una via di Loreto, nella città della Santa Casa. Adesso è morta e l’unico dibattito che la riguarda è se il suo omicidio meriti un nome o un numero.
L’Italia che litiga sulle desinenze non ha una parola per lei. Troppo scomoda, Luigia. Troppo chiara.
Tesoro, ti ricordo che l'unico motivo per cui sei europarlamentare è che hai preso a sprangate un tizio assieme ad altri dieci amici ed avevi bisogno di sottrarti alla giustizia ungherese. Perlomeno il pudore di tacere.
Sto studiando la questione dei dossieraggi e la cosa appare ogni secondo più inquietante.
Nemmeno i servizi segreti possono fare "intercettazioni preventive senza l'ok da un magistrato. Le segnalazioni di operazioni sospette dell'antiriciclaggio sono, appunto, delle segnalazioni di movimenti di denaro che poi vengono vagliate e, se risultano normali, tutto a posto, se invece non sono facilmente spiegabili può partire un'indagine e, eventualmente un processo dove l'indagato può difendersi in un normale contraddittorio. Qui no, qui avevamo uno che invece andava a nasare sulle banche dati delle semplici segnalazioni e poi a quanto pare le passava a una cricca di "cronisti" che ci confezionavano su i soliti articoli in cui si costuisce a tavolino un criminale partendo dal nulla.
Titolone: "il politico XYZ faceva movimenti sospetti di denaro finiti nel mirino dell'antiriciclaggio". La grillanza faceva il resto.
GUARDA CASO però i "cronisti" erano la stessa cricca coinvolta nel tentativo fallito (ma riuscito mediaticamente) di incastrare Salvini con la storia del Metropol ovvero @GiovanniTizian e @StefanoVergine
Bene, benissimo. Quindi a quanto pare qui abbiamo dei "cronisti" che beneficiavano di attività illegali di dossieraggio a danni di avversari politici del loro datore di lavoro (De Benedetti, tessera 1 PD).
Non so se ci si renda conto della gravità di tutto ciò.
Vigilerò che ogni angolo di questo barile pieno di schifezze venga esaminato con cura.
@CarloCalenda Carlo , fammi capire, l' Italia deve contribuire al bilancio europeo che la commissione usa per finanziare stati che ci fanno concorrenza ?
@Sufficit_Animus@durezzadelviver@AlbertoBagnai L'articolo no, ma titolo e sottotitolo sono pensati per rientrare nel solito filone di articoli anti-famiglia che vanno per la maggiore su media e social. E siccome ciò che conta a livello comunicativo non è l'articolo ma il titolo...
Forse ora potrete capire come mai su #chatcontrol si sia di nuovo votato - con una forzatura - proprio questa settimana e, soprattutto, come mai certi giganti del web, come META fossero clamorosamente favorevoli alla conferma di questo strumento.
Erano sotto ricatto per una multa enorme (6% del fatturato mondiale! 😯) per la presunta violazione del famigerato Digital Services Act!
Di conseguenza, avevano bisogno di mostrarsi collaborativi con la Commissione e hanno scelto di farlo dove a loro costa meno: sulla vostra Libertà.
Da tempo vi dico che Bruxelles le proverà tutte per impedirvi di esprimere le vostre opinioni sul web.
Accadrà tutto molto velocemente e con il sostegno silenzioso dei Governi Nazionali.
Chi governa, in fondo, ha l'illusione di pensare che dal silenziamento dei social media potrebbe solo trarre vantaggi. Sinceramente, credo sia un errore clamoroso.
#DSA