I 42 licenziamenti in Just Eat riportano al centro una questione più ampia sul lavoro nelle piattaforme digitali.
Questi modelli di business sono profondamente sensibili al cambiamento tecnologico: funzionano spesso attraverso attività standardizzabili, organizzate e ottimizzate da software, algoritmi e ora sempre più dall’AI.
Per questo i lavoratori diventano particolarmente vulnerabili perché servono finché non emerge una tecnologia capace di svolgere quelle stesse funzioni in modo più efficiente o meno costoso.
Sono modelli di piattaforma che incorporano strutturalmente la possibilità di ridurre il lavoro umano man mano che la tecnologia migliora.
Quanto sono diffusi e qual é il modo di proteggersi? In questo momento storico la competenza non é garanzia di salvezza.
C’è anzi un grande tema di modelli organizzativi e rapporto tra questi e impatti sociali. Per capirci: se i manager licenziati sono lo stesso gruppo sociale che utilizza i servizi di delivery, come la mettiamo?
Penso che siamo davanti a un passaggio in cui il determinismo tecnologico non possa più reggere come approccio e paradigma.
@FPanunzi In realtà ci si focalizza molto sul fatto che l’AI sostituisce il lavoro. C’è però un altro aspetto. Rende “economici” dei lavori che non venivano fatti per mancanza di tempo, costi elevati o complessità. Questo è un ottimo esempio di come l’AI rende possibile un non-lavoro
The future of UI is generative. "Just in time" design that customizes to what you're doing and when/where you're doing it. And it'll keep adapting along with you - people aren't static either
A stunning essay in the FT on the international decline in the ability to read, reason, focus, and learn new things.
It began or accelerated in the early 2010s.
It's hitting teens AND adults.
Self-report and objective scores.
by @jburnmurdoch
https://t.co/gPGrShE2dk
Su come siamo arrivati a tutto questo, senza che nessuno si stia stracciando le vesti o annunciando una marcia indietro, meriterebbe uno studio approfondito di @FranzNespoli.
- a 13 anni smette di giocare a basket per andare a cavallo.
- a 15 anni torna a giocare a basket chiedendo lui stesso alla squadretta vicino casa di poter giocare con loro. Dichiara che al tempo beveva 3 litri di coca cola al giorno
- a 16 anni scrive su Facebook "C'è qualcuno che viene a giocare con me al campetto?". Ancor oggi quello status ha 0 commenti.
- a 17 anni gioca con l'under 18 del Mega Vizura, senza però mai mettere piede in campo con la prima squadra. Non viene mai convocato in nessuna nazionale giovanile serba, né viene contattato dalla Stella Rossa o dal Partizan (i vivai più importanti del Paese). In pratica non se lo caga nessuno.
- a 18 anni un importante agente scrive testualmente sul suo taccuino "Grande talento, fisico schifoso". L'agente è Misko Raznatovic che, dopo la firma del contratto, gli promette una scatola di biscotti al cioccolato dopo ogni buona prestazione.
- a 18 anni è costretto a saltare due partite per una lesione al polso causata da 3 ore di autografi fatti a 300 bambini, durante un evento della sua squadra: "Nella mia vita non posso deludere mai nessun bimbo".
- a 19 anni inizia a dominare nella Lega Adriatica e il Barcellona lo vuole a tutti i costi. All'ultimo però i catalani si tirano indietro dopo averlo visto giocare molto male in una partita. I Denver Nuggets mettono così gli occhi su di lui.
- la notte del Draft 2014, mentre viene scelto alla numero 41 dai Nuggets, suo fratello Nemanja è a New York a stappare bottiglie di champagne, offrendo da bere a chiunque. Nikola invece è a casa, in Serbia. A dormire.
- a 20 anni si presenta a Denver col 22% di massa grassa. La prima sera, ad una cena a casa di un dirigente, mangia da solo una vaschetta da 1kg di gelato. Vietandogli coca cola e altre schifezze, i Nuggets gli faranno perdere 20kg in 6 mesi.
- a 21 anni dichiara di aver fatto a pugni in casa coi suoi due fratelli durante una partita al gioco di carte "Uno" perché uno di loro stava barando.
- a 22 anni dichiara che una volta a settimana parla al telefono con "Dream Catcher". Sua mamma deve andare nella stalla per passarglielo. Dream Catcher è il suo cavallo.
- a 26 anni dopo una grande prestazione nei playoff contro Portland, alla domanda di una giornalista "Come ti sei preparato a questa importante partita?", Jokic ha risposto "Ho mangiato, ho guardato programmi TV, ho mangiato di nuovo, poi ho dormito".
- a 28 anni, è stato definito da Gregg Popovich come "Il più grande genio che abbia mai visto su un campo da basket"
- a 29 anni, ha dovuto chiedere aiuto ai compagni per poter salire sul podio alle Olimpiadi di Parigi, perchè fino a mezz'ora prima aveva trascorso tutto il pomeriggio a petto nudo ingurgitando qualsiasi cosa per festeggiare la medaglia di bronzo
Oggi Nikola Jokic compie 30 anni.
Un personaggio meraviglioso, esilarante, anticonformista, l'unico giocatore NBA senza nessun profilo social, in direzione contraria rispetto ai canoni della stella sportiva moderna.
Ma soprattutto, senza dover sciorinare numeri e record francamente allucinanti e mai visti prima di lui, è il miglior giocatore di basket al mondo.
Buon compleanno Nikola.
Oggi il mio pensiero è con Rino Tommasi @Rino_Tommasi e la sua famiglia.
Oggi se ne è andato uno dei grandi del giornalismo del tennis. Un forte abbraccio a tutti i miei amici italiani. Descansa en paz Rino 🙏🏻
I versi più significativi e ancora attuali della Divina Commedia di Dante Alighieri (Thread)🧵
1. Dante paragona l’Italia a un luogo di dolore, a una nave senza guida e condanna il degrado politico.
"Ero molto deluso per non essere stato scelto al draft NBA. Sapevo che l'altezza mi avrebbe penalizzato per tutta la carriera... Col mio agente decidemmo quindi di sondare il mercato europeo. Il primo appuntamento con una squadra che mi fissò fu in Italia. Quando arrivai sapevo soltanto che mi sarei dovuto incontrare con Andrea Trinchieri, il giovane allenatore di una squadra di A2 di un piccolo paese di 19 mila abitanti: Veroli.
Pensai che ci saremmo incontrati in un qualche ristorante di lusso o in un locale italiano alla moda, un qualcosa di fighetto per essere un po’ 'viziato'. Il mio primo colloquio con un club in Europa fu al McDonald's vicino all'uscita dell'autostrada. Capii che stavo per fare la scelta giusta.
Una volta arrivati a Veroli, fui colpito dalle bellezze culturali italiane. Strade pavimentate in pietra, case bellissime ai piedi della montagna, sentieri alberati e panorami da togliere il fiato: l'Italia mi sembrava un quadro. Mi ricordo che abitavo nel centro storico in una strada dove, se allungavo le braccia, potevo toccare i muri delle case vicine: rischiai spesso di essere investito. Ma amavo quella straordinaria diversità rispetto agli Stati Uniti."
Sono trascorsi 16 anni da quel momento. Quel centro di appena 1.97 che partì dall'A2 italiana, ha riscritto la storia del basket europeo.
4 Euroleghe vinte, 9 Final Four consecutive disputate, 17 trofei conquistati tra Grecia, Russia, Germania e Italia.
Il giocatore con più partite disputate, quello con più stoppate fatte, e l'americano più vincente, nella storia dell'Eurolega.
La finale scudetto che inizia domani sera, che vedrà ancora di fronte Olimpia Milano e Virtus Bologna, potrebbe essere l'ultima occasione per vedere all'opera questo giocatore.
"Mi sto godendo tantissimo questo momento, so che non me vivrò molti altri così. Disputare un’altra finale, affrontare una delle migliori squadre d’Europa, è il sogno che avevo da bambino. Sono il più vecchio della squadra, ma ogni giorno quando arrivo per l’allenamento sono il ragazzino di allora".
Il primo ad abbracciare Teodosic dopo la scorsa finale. Il primo ad abbracciare Jaiteh dopo la finale di due anni fa. Straordinario dentro e fuori dal campo. Mai una parola fuori posto, mai una polemica, solo leadership, difesa, stoppate, canestri importanti, capacità di fare la differenza in ogni momento decisivo.
È la concreta dimostrazione di come si possa competere per 16 anni contro avversari più alti, trasformando quel gap che lo ha tenuto lontano dalla NBA, nella sua forza principale.
A prescindere da quella che sarà la sua decisione, il basket deve dire grazie a "Sir" Kyle Hines.
L'NBA è quella lega in cui da ottobre a metà aprile 30 squadre giochicchiano per 82 partite, poi arriva il momento in cui bisogna allacciarsi le scarpe e un uomo con gente pescata dalla G-League, qualcuno mai scelto al draft, giocatori scartati da 29 squadre, alcuni perennemente infortunati, panchinari messi sotto contratto dopo aver rovistato nella spazzatura, uno che ha avuto problemi con la giustizia, due usciti con l'indulto, e il giocatore più forte rotto, sovverte dei pronostici, centra dei titoli, arriva in finale, dà del filo da torcere a squadre sulla carta di 74 categorie superiori, semplicemente perchè da ogni singolo capello tinto nero petrolio, da quello sguardo che strizza l'occhio all'oriente, da quell'espressione un po' così che abbiamo noi prima di andare in Florida, ma soprattutto dal quel capolavoro di cervello, sgorga pallacanestro.
Miami vince a Boston, sempre senza Butler, segnando 23 triple, costringendo i Celtics a giocare malissimo, e impatta una serie dove il gap tra le due squadre assomiglia più o meno a quello che ci può essere in una sfida a Trivial Pursuit tra Alberto Angela e Antonio Cassano.
Che razza di allenatore che è Erik Spoelstra.
Senza Shields.
Senza Mirotic.
Senza Napier.
Senza Lo.
Senza Ricci.
Senza nemmeno guardare per terra.
L'Olimpia non ha più voglia di fare la guerra.
Ma Melli ha patito troppo.
Melli ha già visto che cosa.
Ti può crollare addosso.
Perché la vita è un brivido che vola via.
E Melli è un equilibrio sopra la follia.
21 punti.
3 rimbalzi
3 assist.
3 stoppate.
Una difesa maestosa.
Milano, in totale emergenza, batte il Baskonia, grazie ad una grande partita di squadra, ma soprattutto grazie ad un Nicolò Melli che da qualche settimana è tornato a fare ciò che sa fare bene con la maglia rossa e con quella Azzurra: dominare.
#EurolegaTipo