A fine luglio il mercato di molte (soprattutto big, soprattutto in entrata) non è ancora cominciato. Se l’Inter gioca sulla ridondante ricerca di “opportunità” – mascherando malamente un’austerità economica imposta dalla società statunitense – è anche perché sa di essere la sola che può permettersi di temporeggiare. Esterno destro e centrale difensivo restano, comunque, priorità da non sottovalutare per conservare una certa competitività europea.
In generale, non è facile operare nel calciomercato di oggi, l’avrete notato. Laddove i club della Premier e, sempre più spesso, del campionato saudita possono contare su risorse economiche pressoché illimitate, relazioni, credibilità e scouting non sempre si rivelano sufficienti. Il possibile trasferimento di Summerville all’Al Hilal per una cifra che supera di venti milioni l’offerta della Roma ne è lultima testimonianza.
Non è tanto una questione di lentezza, come l’ha definita Gasperini, quanto di prontezza: lo spazio legittimo per le trattative rispetto a una cifra di partenza si annulla di fronte a un’offerta spropositata. È quasi come giocare a buste chiuse solo che la disponibilità finanziaria è tutt’altro che uniforme. Il Milan, ad oggi, rappresenta un’eccezione nel panorama Serie A, nonostante debba ancora vendere (e, anche dal volume delle uscite, s’intuisce che le italiane hanno un problema contrattuale notevole).
La stessa Juve non si è ancora mossa. In questo senso, il sesto posto della scorsa stagione è ancor più indicativo di una situazione societaria fragile e potrebbe non essere un incidente isolato. Anzi, se consideriamo l’evoluzione del Como (che ha ricomprato Nico Paz e continua a puntare su giovani come Cuenca, Liberali e Kaiki), ma anche il mercato della Fiorentina e del Genoa, passando per i percorsi di Atalanta e Bologna, notiamo una tendenza interessante.
Il vero valore aggiunto della Serie A sta, sempre più, arrivando dalla classe media. In risposta alla progettualità confusa delle big, impantanate nel riciclo di allenatori e nell’insistenza testarda sui nomi più inflazionati, alcune società nell’ombra mediatica si stanno avvicinando ambiziosamente. Il Como, ormai, sembra volersi inserire stabilmente nel gruppo delle squadre che ambiscono all’Europa, quello in cui qualche anno fa è entrata l’Atalanta e che il Bologna ha frequentato con continuità nelle ultime stagioni.
Con Atta, Oulai, Dragusin e altri movimenti in entrata, sembra che possa essere il turno della Fiorentina, portavoce di una classe media che vuole migliorarsi attraverso studio e investimenti mirati. Senza dimenticare il Venezia, che dopo quattro anni di yo-yo sembra intenzionato a trovare una collocazione stabile in Serie A e, in caso di permanenza, ad alzare ulteriormente l’asticella delle proprie ambizioni con il nuovo stadio. La prospettiva è quella di un campionato più divertente e imprevedibile, ma la passività delle big è allarmante. Il rovescio della medaglia è la nascita di una competizione egoriferita che si dimentica del proprio posizionamento extraterritoriale.
Tabula rasa. È questa la decisione dei Percassi: la linea della continuità per il post-Gasperini non ha funzionato con Juric e non è piaciuta con Palladino. Non sarà mai come prima. E allora, perché non provare qualcosa di completamente opposto? L’Atalanta riparte da Maurizio Sarri. È un nuovo inizio. Una nuova impostazione tattica: dal 2016, per dieci anni, la Dea ha schierato una linea difensiva a tre molto dinamica, i cui interpreti erano chiamati a sganciarsi tanto in marcatura quanto in costruzione. Con Sarri si passerà a quattro. Automatismi collettivi, linea alta, intensità ridotta. I centrali dovranno abituarsi all’impostazione preventiva e al mantenimento delle distanze tra i reparti (Kossounou gioca già in coppia con la nazionale ivoriana, ma è l’unico tra quelli a disposizione). La trasformazione più drastica riguarderà le fasce: il solo che potrebbe trarne giovamento immediato sembrerebbe Ahanor, più terzino che centrale. Zappacosta, Bernasconi e Bellanova partiranno qualche metro più indietro; Zalewski può fare la mezzala o l’esterno d’attacco.
Dalla metà campo in su, lo vedremo, Sarri è meno dogmatico – dipenderà tanto dagli acquisti. Il centrocampo a tre, per ora, è un cantiere aperto: si cerca un regista titolare che (come De Roon) aggiunga pulizia e senso della posizione. Vere mezzali, al momento, non ce ne sono: Pasalic può fare da jolly e Samardzic sarebbe tecnicamente sprecato in un ruolo per cui Sarri richiede grande intensità. Probabile quindi anche un 4-2-3-1 con De Ketelaere e Sulemana pronti sugli esterni. C’è poi Raspadori, che il mister considera “un centravanti” e che potrebbe ricalcare (o, almeno, tentare di farlo) le orme di Mertens al Napoli, come fulcro imprevedibile della trequarti se non, addirittura, falso 9. Chi può essere valorizzato dal nuovo sistema è anche Krstovic, punta che si muove tantissimo, come piace a Sarri. La probabile chiave di volta per dire di più sul modulo sarà l’eventuale acquisto di un regista come Gaetano o Hojbjerg. La Dea, comunque, cambierà parecchio. Nei modi di agire e di pensare, nei singoli e nel collettivo. «Quest’anno non mi sono sentito ascoltato», ha detto Sarri sulla stagione alla Lazio. A Bergamo troverà una società e dei giocatori già dediti all’ascolto.
Ange-Yoan Bonny, miglior giocatore under 23 del mese di ottobre in Serie A, si sta prendendo l’Inter. Complice l’infortunio di Thuram, l’ex Parma ha potuto mettersi in mostra e ridisegnare le gerarchie dell’attacco neroazzurro.
A dire la verità, non è facile stabilire una gerarchia. Lautaro è il capitano, ma le prestazioni stentano a decollare e – nonostante abbia segnato più di tutti in Champions League nel 2025 (12 reti) – soprattutto in campionato, appare spesso fumoso e irrequieto. Ancora una volta, la differenza tra gol e xG dell’argentino è negativa.
Bonny non ha certo ancora i numeri di Lautaro – né le caratteristiche da prima punta – ma, considerato l’organico, ne è il sostituto ideale. Chivu ha detto, infatti, di considerare Lautaro ed Esposito “compatibili”: quindi una seconda punta in appoggio a un riferimento fisico.
Ed è la circostanza dentro cui Bonny si muove meglio. Accanto a un attaccante “di peso” come Pio, o come lo stesso Thuram, Ange può evitare tutto ciò che gli piace meno fare: saltare di testa, prendere fallo, giocare sporco.
Bonny – che nasce centrocampista – ha i tratti del rifinitore. Non difende la palla sul posto, la sposta con la suola o con l’esterno, cerca di girarsi, salta l’uomo, lega il gioco. E fa assist: 3 solo con la Cremonese, uno anche in Champions.
È difficile parlare di Bonny usando i dati: non rendono granché giustizia al reale contributo che sta apportando. Comunque, resta primo tra gli attaccanti neroazzurri per percentuale realizzativa (43%).
Di certo l’Inter ha aggiunto al suo arsenale un calciatore elegante ma concreto che può tranquillamente considerarsi un titolare. «Bonny era partito a Verona, le rotazioni le abbiamo sempre fatte» ha detto Chivu prima del Kairat. E allora ruotiamo.
Michael Kayode’s throw-ins have already become a thing in England. The Brentford right-back and Italy U21 international, born in 2004, has won over English fans with his long-range missiles and high-level performances—like his recent MVP outing against Liverpool (2 key passes, 2/2 successful dribbles, 100% duels won). Brentford believed in him, signing him permanently from Fiorentina for around €17.5 million. Why Kayode is built for the Premier League: he may lack refined technique, but he compensates with power, pace, and intensity. In short, he’s a natural engine.
He’s not the first, and he won’t be the last. The forerunner of this new wave of Italian full-backs “made for the Premier League” is probably Destiny Udogie — who feels like a veteran already, yet is only a 2002-born. Udogie, currently sidelined with a knee injury, is a regular starter at Tottenham, though his minutes with the national team remain limited due to Dimarco’s presence.
But the “old” generation (Dimarco, Cambiaso, Di Lorenzo…) — defined more by tactical and technical precision than by age—may soon fade away. Alongside Kayode and Udogie, another name is rising in Serie A: Marco Palestra, a 2005-born currently on loan at Cagliari from Atalanta. Palestra isn’t just fast and well-built (186 cm tall), he’s two-footed and currently leads all Italian players in completed dribbles (12 in 7 games).
Italy is becoming the leading producer of full-backs built for the Premier League. Think of 2006-born Niccolò Fortini (Fiorentina) or 2005-born Davide Bartesaghi (Milan) and Riyad Idrissi (Cagliari). Football evolves, and so do its protagonists. The age of complete players—strong, athletic, and relentless—is coming fast. Italy has started on the flanks. The rest, hopefully, will follow.
Come una catapulta! direbbe Herbert Ballerina di fronte alle rimesse laterali di Michael Kayode, laterale destro del Brentford e della nazionale Under 21 italiana. Il classe 2004 ha conquistato il pubblico inglese grazie a lunghe gittate e prestazioni di spessore, come l’ultima, da MVP, in casa contro il Liverpool (qualche dato rilevante: 2 passaggi chiave, 2/2 dribbling riusciti, 100% di duelli vinti). Il Brentford ha creduto in lui e lo ha riscattato dalla Fiorentina per circa 17,5 milioni. Perché Kayode è perfetto per la Premier League: non ha una tecnica pulita ma può contare su un fisico statuario, corsa, intensità. Insomma, un ottimo sistema aerobico.
Non è l’unico, non è il primo. Il paziente zero di questa nuova ondata di esterni bassi italiani “da Premier” potrebbe essere Destiny Udogie, che ci sembra di conoscere da tanto tempo ma che rimane, pur sempre, un 2002. Udogie – attualmente alle prese con un infortunio al ginocchio – è ormai titolare stabile nel Tottenham mentre il minutaggio in maglia azzurra resta limitato, chiuso dalla presenza di Dimarco.
Ma la “vecchia” generazione (quella dei Dimarco, Cambiaso, Di Lorenzo…), definita da un approccio centrato sull’aspetto tecnico-tattico più che da una vicinanza anagrafica, potrebbe essere prossima alla scomparsa. Oltre ai già citati Kayode e Udogie, in Serie A si sta costruendo un nome Marco Palestra, 2005 in prestito al Cagliari dall’Atalanta. Palestra non è soltanto veloce e ben piazzato (186 cm di altezza), ma usa con ugual destrezza entrambi i piedi ed è il calciatore italiano con più dribbling completati (12 in 7 gare).
L’Italia sta diventando prima produttrice di terzini con caratteristiche da Premier League: pensiamo al 2006 Niccolò Fortini (Fiorentina) o ai 2005 Davide Bartesaghi (Milan) e Riyad Idrissi (Cagliari). Il calcio si muove, si trasforma, così come i suoi protagonisti. In breve tempo sarà il regno dei giocatori completi, quelli dotati di grande forza fisica e ad alta intensità. L’Italia ha cominciato dalle corsie laterali. Poi, si spera, verrà il resto.
Nel linguaggio cinematografico, il ruolo del caratterista è solitamente affidato a un attore dotato di eccezionale forza interpretativa. Un personaggio vivo, capace di movimentare lo snodo narrativo del racconto pur senza ricoprire la parte del protagonista. Sean Sogliano è il caratterista dell’Hellas Verona, o, per estensione, dell’intera Serie A. Non è nato per recitare la parte principale come Sean Connery, da cui prende il nome. Agisce sotto traccia, ma le sue azioni influenzano l’intreccio del panorama italiano.
Per esempio: nel novembre 2022, Sogliano diventa direttore sportivo dell’Hellas Verona e nel gennaio successivo acquista per poco più di mezzo milione un’ala destra del Groningen, in Eredivisie: Cyril Ngonge. Contribuirà alla rimonta salvezza siglando 5 gol decisivi, tra cui la doppietta nello spareggio contro lo Spezia. Un anno dopo andrà al Napoli per circa 20 milioni. Ed è solo la prima di tante, belle, imprevedibili operazioni.
Imprevedibilità che nasce dall’importanza che Sogliano attribuisce allo scouting e che ha trasformato l’Hellas Verona in una squadra metamorfica, capace di cambiare forma e sostanza potenzialmente in ogni sessione di mercato. Il settore di scouting veronese dissemina collaboratori ovunque, specialmente nei campionati “emergenti” – come in Sud America. Dal campionato colombiano arrivò Mosquera, autore di una doppietta all’esordio nello scorso campionato.
L’ultimo capolavoro, invece, arriva dal Brasile: dopo un lungo corteggiamento, Giovane ha rescisso col Corinthians per indossare la casacca gialloblù a parametro zero, nonostante l’interesse (tardivo) di diverse big europee. Sogliano lo ha scovato prima di tutti, nei tornei continentali, durante il Mondiale U20 e alle Olimpiadi di Parigi. «[…] Poi è andato in scadenza e i suoi agenti sono stati corretti, perché avevano parlato con noi per primi e hanno messo il Verona come priorità».
Giocare d’anticipo, tra le righe nascoste della trama. In tutta Europa: Belghali dal Belgio, Bernede dalla Svizzera, Frese dalla Norvegia, Orban dalla Germania. Scommesse a basso prezzo che creano valore e plusvalenze di rilievo. Sean, assecondato dalla società, raccoglie i report e si dirige in prima persona a visionare i giocatori più interessanti. Senza tralasciare il settore giovanile, dal quale stanno emergendo gioiellini come Alphadjo Cissè, talentuoso 2006 in prestito al Catanzaro.
Insomma, Sogliano – il nome di Connery e lo sguardo di Alec Baldwin – mantiene un basso profilo, rispettando le possibilità economiche del club. E ci ricorda che i plot twist non accadono per caso. C’è sempre qualcuno che li determina, grazie al proprio lavoro.
Guidato dalla certezza Carnesecchi, il terzetto difensivo ha ritrovato Scalvini – che lo scorso anno aveva accumulato appena 272 minuti in Serie A – e ha investito sul giovanissimo Ahanor. L’innesto più efficace, finora, è sicuramente Zalewski, più dinamico di Zappacosta e meno prevedibile di Ruggeri. Musah, invece, è ancora tutto da scoprire, ma porterà nella mediana atalantina un tipo di atletismo inedito e un’utilissima versatilità posizionale.
Sulla trequarti, possono cambiare gli interpreti ma il leitmotiv è lo stesso: qualità, qualità, qualità. CDK ha spazzato ogni dubbio, Sulemana non è un grande finalizzatore ma è un ottimo baller, aspettando di capire quale sarà il minutaggio di Samardžić. Aspettando di capire, soprattutto, se tornerà Lookman, senza il quale l’Atalanta perde 15 gol (40, se contiamo Retegui). Andranno cercati nell’alternanza tra Scamacca – come un acquisto, forma fisica permettendo – e Krstović.
Il montenegrino si è messo al servizio della squadra (sono già 3 gli assist vincenti), senza placare quella furia da 137 tiri in 37 presenze (ora è a 10 su 135 minuti giocati). Gli manca, come al solito, un po’ di precisione. È una dea con meno punti di riferimento ma più completa, consapevole; ha fatto un mercato migliore di Roma e Lazio, sembra più pronta di Bologna e Fiorentina e ha più esperienza del Como. Tieni duro, Ivan!
Sin dal ritiro inglese di inizio agosto, Gasperini era stato chiaro: l’attacco determina la forza di una squadra. «Quanto saremo competitivi dipenderà da ciò che riusciremo a fare davanti». Ma poco è stato fatto. È rimasto Dovbyk, sono arrivati Ferguson e Bailey.
La Roma, comunque, si trova a punteggio pieno dopo due giornate. Ha trovato nel centravanti irlandese un riferimento in grado di legare bene il gioco ma lontano ancora dal deadly striker gasperiniano. Il tasto dolente, semmai, riguarda le mezze punte: Soulè l’unica certezza; Dybala «può giocare in ogni posizione» ma fuori da una zona di comfort; El Shaarawy non è il titolare che ci si aspettava. Sebbene sia ancora presto per fare valutazioni di questo tipo, la produzione offensiva, se confrontata con la media dell’ultimo campionato atalantino, non è poi così bassa: 12 tiri p90 (14,3 a Bergamo) di cui 4,5 in porta (prima 5,1). Bisogna raggiungere i 2,1 gol a partita, e non sarà semplice.
Mentalità e impostazione tattica, però, sono già a buon punto. I resoconti tattici evidenziano un baricentro alto e un pressing aggressivo: la Roma è terza per PPDA (8,5) dietro a Como e Juventus, seconda per recuperi alti (23). Anche con la palla le idee sembrano chiare. Quinta per possesso medio (59,9%) e seconda per passaggi nell’ultimo terzo di campo, segno di una squadra capace di assestarsi nei pressi dell’area avversaria con transizioni rapide. Movimenti tipici – Cristante si abbassa e Koné può allargarsi, liberando il centro per le invasioni dei braccetti (Hermoso in particolare). Un rimescolamento che stressa le maglie nemiche e favorisce una sorta di gegenpressing: si veda il gol di Wesley contro il Bologna.
Gasperini attribuisce i meriti al lavoro di Ranieri ma la sua mano è già evidente e i risultati contribuiscono a rasserenare un ambiente delicato che però lo stima. Tocca fare pace col ds, anche perché fino a gennaio la rosa è questa. Massara, arrivato il 19 giugno, è comunque riuscito a scongiurare le sanzioni Uefa. E chissà se il mister non troverà modo di valorizzare due incognite come Baldanzi e Pellegrini.
Alla vigilia della prima di campionato, Allegri aveva chiesto “minimo 15 gol” a Loftus-Cheek e Fofana. Eppure, contro la Cremonese, proprio le due mezze ali sono state – insieme a Giménez – tra i più inconcludenti. Le chiavi del centrocampo sono state affidate a Modrić, come legittimo. Il croato ha disputato una partita pulita: 89 tocchi, 69/76 passaggi precisi (91%), 3 passaggi chiave e ben 6 lanci lunghi su 7 arrivati a destinazione.
Inevitabilmente, però, Fofana ha dovuto avanzare il proprio raggio d’azione, in virtù della vocazione offensiva avallata dal proprio allenatore. Non è andata benissimo, anzi. È andato vicino al gol con un piattone da 0,11 xG ben parato da Audero, ma niente di più. 53 tocchi appena (pochi per un buon palleggiatore) e conseguente disagio interdittorio: 8 palle perse, 2/7 duelli a terra vinti e nessuno di testa.
Non sappiamo se sia una conseguenza implicita o voluta, ma il gioco rossonero si è quindi decentralizzato, concentrandosi sul settore di destra occupato da Saelemaekers, uno dei più positivi. 99 tocchi (solo Pavlović di più, 101), 4 passaggi chiave, maggior numero di dribbling riusciti e tentati (4/7) e buoni meriti sul gol del pareggio. Un autentico fantasista laterale. Perché però diminuire l’apporto di Fofana all’impostazione e quindi alla rottura del gioco? Modrić non può agire da mezzala di fantasia? Persino Pulišić, in una trequarti affollata, è parso insolitamente fuori dal gioco.
Ve lo ricordate il ragazzo messo alla gogna due giorni fa da #Salvini su tutti i social per aver gridato il proprio sdegno verso il Ponte sullo stretto? Ecco, gli ha appena fatto un culo così. Dario Costa uno di noi.
Nelle prime due uscite amichevoli, il Milan ha schierato una difesa a 5 con Tomori, Thiaw e Pavlović centrali. Scelta che, per caratteristiche degli interpreti, sembra logica, se non quasi obbligata, e potrebbe quindi essere definitiva. Il quinto di destra è la posizione cucita su misura per Saelemaekers; lo stesso Estupiñán, nonostante al Brighton giocasse in una difesa a 4, ha una predilezione maggiormente offensiva. Fino a qui tutto bene.
Restano 5 ruoli da coprire tra centrocampo e attacco. Dando per scontate le titolarità di Leão e Pulisic – i veri goal contributor della scorsa stagione – scendiamo a 3. Ed ecco che iniziano i “problemi”.
[...] Il centrocampo è il nodo più intricato. Che gli interpreti siano due o tre, ad oggi, Allegri si trova a disposizione un organico piuttosto ampio: Modrić, Loftus- Cheek, Fofana, Ricci, Musah, Bondo – senza considerare i probabili uscenti Bennacer e Adli. È naturale quindi chiedersi perché la voce più insistente del mercato rossonero giri intorno a un altro centrocampista – Jashari – dal costo, per giunta, piuttosto alto.
Quindi, ricapitolando: il Milan, al momento, è obbligato a puntare sulla difesa a tre per l’assenza di terzini di ruolo e di un vero leader del posizionamento difensivo. Davanti, o si rinuncia al tridente pesante o alla potenziale redemption season di Loftus-Cheek – che ha quelle caratteristiche fisiche da box-to-box adatte al gioco di Allegri e che, se vogliamo, ricordano un po’ quelle del pupillo Rabiot (16 gol e 10 assist nelle 3 stagioni con Max). La stagione è lunga ed è buona cosa avere a disposizione una rosa ampia e versatile. Ma, per ora, non è facile intuire come sarà composta.
È l’apice (per ora) del periodo più nero del calcio italiano. La Nazionale è diventata un tormento: una mediocre combriccola che, goffamente, tra una figuraccia e l’altra, cerca di evitare la terza mancata qualificazione ai Mondiali consecutiva.
In un Paese che eccelle in molte discipline olimpiche – dall’atletica al nuoto, dalla pallavolo al tennis – il calcio, lo sport più seguito, non ha futuro. Ha solo, incessantemente, il presente (...). Serve un difensore centrale? Speriamo che Acerbi, 37 anni, “appena” 33 partite nell’ultima stagione per uno stiramento alla coscia, risponda alla convocazione. Alternative non ne abbiamo. Serve anche un allenatore: speriamo che Ranieri, 73 anni, un ruolo da direttore sportivo nella Roma, una carriera infinita, ascolti il richiamo della bandiera.
Ma l’amor proprio viene prima dell’amore per una Nazionale che non vuole ricambiarlo. Giocatori, allenatori: accessori di un’amministrazione improvvisata e confusionaria che vuole tutto e subito e si ritrova senza niente. Senza CT, persino, perché è stato cacciato prima ancora di avere un sostituto. Senza tifosi: perché un’atmosfera come quella di Oslo è, oggigiorno, inimmaginabile.
(..) A proposito di rifondazione, il giornalista Lapo De Carlo riporta l’esempio del tennis: nel 2010, il progetto Campi Veloci avviò un percorso di rifondazione dell'attività giovanile, della vita dei circoli sportivi e della Federazione Italiana Tennis e Padel. Borse di studio, programmi appositi, centri tecnici, un percorso di collaborazione con i circoli. Investimenti sugli istruttori, affinché trasmettessero ai ragazzi la passione e il gesto tecnico. Da qui nacquero i Berrettini, Arnaldi, Musetti, Sonego, Paolini, e i fenomeni come Sinner. Ci vuole pazienza, quella che non ha chi richiama Ranieri per un progetto a brevissimo termine che lo avrebbe scaricato dopo l’eventuale qualificazione al Mondiale. È questione di orgoglio. È questione di amore.
Sì, alla fine Čeferin ha trovato la formula ideale per contrattaccare i promotori della Superlega e rinnovare la UEFA Champions League senza tradirne spettacolo e prestigio. E può soltanto migliorare. Era normale che un cambiamento di sistema risultasse difficile da processare. Ma oggi, a competizione quasi conclusa, possiamo sbilanciarci e dire che, probabilmente, non avremo bisogno di alcuna Superlega.
Il girone unico, oltre ad averci permesso di assistere a un elevato numero di big match, ha eliminato la prevedibilità dei gironi, incrementato l’importanza di ogni partita e democratizzato le possibilità di proseguire. Se alcune big come City e Real Madrid sono state costrette a giocarsi la qualificazione ai playoff, è perché il margine di errore si assottiglia di gara in gara, specialmente se la partenza non è delle migliori.
Certo, ci sono stati – come sempre – incontri senza storia (i.e., il 9 a 2 tra Bayern e Dinamo Zagabria), ma eliminare la ridondanza ha garantito maggiori opportunità: basti pensare ai percorsi di Lille e Aston Villa. Il nuovo format ha donato un’atmosfera continentale a un torneo che, ora, sembra più un campionato. Il focus di squadre e tifoserie non è soltanto il proprio gruppo (o quello dei connazionali), ma è ben più olistico.
Non mancano però i limiti: il calendario è ancora più fitto, e le otto partite sicure non sempre trasmettono urgenza. Una distribuzione migliore dei big match, inclusi quelli dell’ultima giornata, potrebbe restituire tensione e importanza anche alle sfide più attese.
inzaghi ha questa qualità incredibile di ingigantire ogni cosa lo riguardi sta diluviando sono tutti bagnati eppure lui è fradicio a un livello tragicomico personaggio sensazionale
(...) Sabato a Parma, se arrivassero i tre punti, per il Como sarebbe record di vittorie successive in Serie A (5). La prosecuzione di un cammino che ambisce a raggiungere gradualmente posizioni sempre più elevate. Il Como, dopotutto, ha numeri da parte sinistra della classifica. Sesto per tiri nello specchio (161), ottavo per xG escludendo i rigori (38,92), quarto per gol segnati su ripartenza veloce (7). Ma c’è di più.
L’impronta di Cesc si vede anche nel possesso medio (54,5%, sesto in Serie A), nell’elevata precisione media dei passaggi (84,6%), e in sottigliezze come il fatto di essere una delle squadre che crossa di meno. Un’idea precisa di calcio palla-a-terra, versatile, alternando la costruzione ragionata e l’attacco diretto con pochi passaggi verticali – quest’ultimo, in genere, è più efficace: 6 gol su 58 azioni rapide (solo in 3 hanno fatto meglio).
Interessanti anche i numeri difensivi: sebbene il Como sia terzultimo per PPDA, è primo a pari merito con Inter e Napoli per gol segnati in seguito a recuperi in zona avanzata (6 su 219) e terzo per tiri insieme alla Juve (43). C’è ancora tanto margine di miglioramento. Un errore in fase di impostazione ha portato 7 volte al gol avversario – probabilmente una normale conseguenza della filosofia di Fàbregas. Ma anche un po’ di sfortuna.
I biancoblù sono secondi per peggior differenza tra gol subiti ed Expected Goals Against (xGA), con 10,65 reti incassate in più rispetto a quanto previsto (48 in totale). Da quando Jean Butez è arrivato a difendere i pali, però, la tendenza si è ribaltata: oggi il Como concede meno reti di quanto dovrebbe, con una differenza positiva di 1,6. A ciò si aggiungano 7 rigori contro e appena 2 a favore (entrambi sbagliati). Il Como pensa già alla prossima stagione, ma c’è prima da capire cosa farà l’allenatore. Il DS Ludi si è dichiarato ottimista e le parole dello stesso Fàbregas non sembrano quelle di qualcuno intenzionato ad andarsene. Vedremo.
Se n’era iniziato a parlare soltanto dopo la partita di Bergamo: «È un po' l'anima emotiva per la sua dinamicità» aveva detto Baroni di Nicolò Rovella, migliore in campo nel successo laziale contro l’Atalanta. La partita di Rovella – nel regno del pressing uomo contro uomo – era stata monumentale. Primo per distanza percorsa (13,357 km), 47 passaggi riusciti su 53 (89%), 5 palle lunghe su 7, 6 duelli individuali vinti su 8.
Il tutto giocando più di un tempo da ammonito. Lo specchio di una stagione di grande crescita e continuità, sia come regista (media del 91,2% di passaggi riusciti) che come interditore (secondo per tackle effettuati, 71). Rovella, classe 2001, può essere ruvido (prende tanti gialli, 13: più di tutti – praticamente ogni 3 falli un’ammonizione). Un’irruenza che non contrasta, però, l’ottima lettura di gioco: con 42 intercetti, è sesto in Serie A.
Lettura di gioco evidente anche col pallone tra i piedi. Contro il Genoa è arrivato il terzo assist stagionale in Serie A su 1.96 xA, un’imbucata verticale illuminante per Dia. Manca ancora il gol - ne era arrivato uno al Tardini, invalidato dal VAR - che non fa proprio parte del repertorio. Ma Rovella non è certo uno che si nasconde – 74,5 tocchi ogni 90’. Non è un caso che il dato sul possesso perso (7,9 volte a partita, in media) sia elevato: è il prezzo da pagare per una personalità debordante.
Secondo la ricerca di Opta Analyst è una tendenza globale: gli artisti dei calci da fermo sono in via d’estinzione. La Serie A non fa eccezione – il miglior realizzatore, ad oggi, è Nicolussi Caviglia con 2 gol su punizione diretta. Il centrocampista del Venezia ne ha calciate 14, per un tasso di conversione del 14,28% – numeri simili a quelli di Dimarco (1/7). A quota 1 anche Gaetano e Soulé (100%), Biraghi e Cataldi (50%), Viola e Zemura (33,33%), Duda (25%) e Krstović (20%), per un totale di 11 calci piazzati vincenti su 320 partite di campionato. Praticamente uno ogni 29 partite.
(...) Opta Analyst fa notare due possibili attenuanti di questo decremento generale: la prima riguarda l’impatto del VAR – il record negativo di punizioni battute per ogni Campionato si è registrato dall’introduzione della tecnologia. Ovviamente, anche i direttori di gara sono influenzati dalla presenza di un backup e tendono sempre più a lasciare proseguire il gioco, soprattutto per contatti marginali. Ma il declino graduale è cominciato ben prima.
L’altra attenuante considera l’influenza di dati e metriche come gli expected goals (xG): è probabile che – data la scarsa probabilità di segnare dalla distanza – la tattica si concentri sulla creazione di altre situazioni di gioco. Si tratta, comunque, di una discesa drammatica. Nella stagione 2006/07 si registrò un totale di 642 tiri su punizione diretta nei 5 Campionati maggiori; lo scorso anno 284 (La Liga raggiunse il minimo storico del 2,4% di conversion rate).
Una piccola speranza c’è: il declino è evidente ma non sempre lineare. Forse è tutto parte di un ciclo, forse il prossimo specialista è già in Serie A. Forse il coccodrillo verrà vietato. O forse no.
L’eliminazione dalla Nations League ha scatenato nuove considerazioni sul presente della Nazionale e sugli errori commessi a monte: dai settori giovanili ai ragazzi che, si sa, non giocano più per le strade. Il futuro prossimo degli Azzurri sarà ancora nelle mani dell’attuale generazione – quella dei Barella (1997), dei Donnarumma, Bastoni, Retegui (1999), dei Cambiaso, Tonali e Kean (2000) – che non ci sta regalando grandi soddisfazioni.
Ma il futuro più remoto non è certo incoraggiante. O, meglio: dal confronto coi singoli delle altre Nazionali europee, emerge una differenza abissale dal punto di vista del potenziale, dei minuti giocati coi club, del valore di mercato. Pensiamo alla Spagna, che per l’edizione 2025 degli Europei U21 potrebbe permettersi di convocare pilastri della Nazionale maggiore come Yamal, Gavi e Nico Williams – ma basta citare una nostra vecchia conoscenza: il 2005 Huijsen.
Anche la Francia fa paura: oltre a poter contare su fenomeni come Cherki o Zaïre-Emery (2006), è la Nazione che registra più titolarità di Under 21 nei top-5 campionati europei: 102 calciatori per 930 apparizioni totali dal 1’. In Germania Wirtz, Musiala, Adeyemi; in Inghilterra Bellingham, Palmer, Mainoo. In Italia, i più promettenti nati dopo il 01/01/2002 giocano in Premier League e non sempre da titolari: Calafiori - che ai Gunners è scivolato nelle gerarchie di Arteta dietro al 2006 Lewis-Kelly -, Udogie, Kayode.
La discriminante si può dividere tra minuti giocati (che mancano ai più giovani come Pafundi o Camarda) ed esperienza internazionale: quella che non hanno, per esempio, i fratelli Esposito – ma in generale i nostri U21. Insomma, più che sperare vanamente nelle future generazioni conviene ottimizzare il potenziale attuale, costruire un gruppo maturo, con una propria identità, in cui inserire di volta in volta gli azzurrini più meritevoli.