Ese sábado fui al refugio con un plan claro ya en mente. Había elegido a mi perro en línea: un mestizo de Pitbull fuerte y guapo, con ojos gentiles y expresivos. Incluso había empezado a llamarlo Bruno antes de conocerlo.
En mi mente, todo parecía simple. La puerta del kennel se abriría, él vendría directamente hacia mí con la cola meneándose, y nos iríamos a casa juntos. Ya me imaginaba haciendo caminatas y teniendo un compañero leal a mi lado.
Pero cuando el voluntario abrió la puerta, nada salió como lo había imaginado. Bruno no se movió. Ni cola meneándose, ni emoción. Solo se quedó allí en el concreto, soltó un sonido suave e incierto, y bajó la cabeza.
Confundido, me acerqué más. “Vamos, amigo”, dije suavemente, extendiendo la correa. Me miró por un momento, luego miró más allá de mí. Cuando seguí su mirada, vi a un cachorrito mestizo diminuto acurrucado en la esquina, tratando de hacerse invisible.
El pequeño cachorro, tal vez de ocho semanas, estaba temblando. Sus ojos estaban fijos en Bruno, y Bruno lo observaba con la misma intensidad.
Fue entonces cuando lo entendí. No solo compartían un espacio. Eran el consuelo el uno del otro. En un refugio ruidoso y abrumador lleno de perros ladrando, habían encontrado una sensación de paz mutua.
Bruno no estaba siendo terco. Solo no quería dejar a su amigo atrás. Sin un solo sonido, lo dejó claro: no se iría a ningún lado solo.
En ese momento, ya no se sentía como una elección. Se sentía como lo único que había que hacer.
Me volví hacia el personal, tomé aire y pregunté: “¿Es posible adoptar a los dos?” El voluntario sonrió y dijo que habían estado esperando que alguien lo hiciera. Los dos dormían acurrucados juntos todas las noches.
Después de que se completó el papeleo y todo quedó finalizado, salieron del refugio uno al lado del otro, manteniéndose cerca, tal como siempre estuvieron destinados a estar.
This is one of my favorite memories of my mom, dancing to the Bee Gees at 91 years old, with her portable oxygen and her beautiful smile. Graceful, joyful, strong, and full of life until the very end. I miss her🥹 every single day. Happy Heavenly Birthday Mom!❤️
Aujourd’hui, j’étais à la banque, dans la file d’attente devant un distributeur.
Devant moi, un monsieur très âgé. Plus de quatre-vingts ans, sûrement.
Il tenait une enveloppe dans la main, un peu tremblante.
Quand ce fut son tour, je l’ai observé discrètement.
Il touchait l’écran, hésitait, revenait en arrière…
Je voyais bien qu’il ne comprenait pas.
L’écran, les boutons, les étapes… tout semblait trop rapide pour lui.
La file derrière commençait à s’impatienter.
Lui, il s’est retourné vers moi, avec un regard gêné mais digne,
et il m’a demandé, tout doucement :
« Vous pourriez m’aider… s’il vous plaît ? »
Je me suis avancée tout de suite.
Je lui ai expliqué calmement, étape par étape.
Sans jamais toucher son argent.
Par respect. Par pudeur. Par délicatesse.
Il voulait faire un dépôt.
Il a réussi, lentement, en se concentrant.
Quand l’opération s’est terminée, il avait l’air soulagé.
Comme un enfant fier d’avoir réussi.
Il m’a remerciée avec un sourire incroyable.
Et juste avant de partir, il a sorti un billet de 10 euros de sa poche
et a voulu me le donner.
J’ai refusé.
Il a insisté. Il m’a dit que c’était « pour le petit-déjeuner ».
Pour me remercier à sa manière.
J’ai décliné encore, doucement.
Et là, je suis repartie avec un nœud dans la gorge.
Parce que ce monsieur…
ce n’est pas un cas isolé.
Ils sont nombreux, nos parents, nos grands-parents,
perdus face à un monde devenu trop numérique, trop rapide, trop froid.
Perdus devant les écrans, les bornes, les applications, les mots de passe.
Ces gens ont construit le pays dans lequel on vit.
Ils ont travaillé toute leur vie.
Ils ont payé, cotisé, élevé des enfants, tenu des familles.
Et aujourd’hui, on les laisse seuls
face à des machines qui ne parlent pas,
dans des banques sans guichet,
dans des hôpitaux sans accueil,
dans des administrations sans humain.
On parle d’innovation, de progrès, de modernité…
Mais on oublie l’essentiel : l’humain.
S’arrêter cinq minutes pour aider quelqu’un,
ça ne coûte rien.
Mais pour eux, ça change tout.
Parfois je me demande :
est-ce qu’on avance vraiment…
ou est-ce qu’on devient juste plus rapides à oublier les autres ?
Negli occhi delle persone sensibili c'è sempre un velo di malinconia, è il riflesso di chi vede la bellezza e la fragilità delle cose con un unico sguardo.
Non sono occhi tristi.
Sono occhi pieni.
Sospeso il conducente che ha cacciato dal bus il bimbo di 11 anni che aveva solo il biglietto ordinario, anzichè quello maggiorato per le Olimpiadi
La mamma: “È arrivato a casa in ipotermia dopo aver percorso 6 km a piedi, aveva le labbra viola”
La lezione di Robert De Niro
Durante un gala di beneficenza pieno di "brave persone" a Manhattan, Robert De Niro fece ciò che nessun altro osò: disse la verità apertamente.
La serata era destinata a onorare De Niro per il suo lavoro.
Ma invece di fare un discorso di ringraziamento educato, si avvicinò al microfono, guardò direttamente il tavolo davanti dove erano seduti diversi magnati della tecnologia, e disse con il suo tono calmo e ferreo:
"Se puoi spendere miliardi per costruire razzi, app e mondi virtuali, puoi spendere una frazione di questi per nutrire i bambini e ricostruire comunità povere. Vuoi definirti un visionario... dimostralo con compassione, non con comunicati stampa."
La sala da ballo si bloccò.
Tutti si fermarono.
Le telecamere hanno ripreso Mark Zuckerberg mentre guardava la tovaglia ...
Elon Musk non si mosse affatto.
Ma De Niro non aveva finito quello che aveva da dire...
Continuò senza urlare, senza teatro:
...."La grandezza non si misura da ciò che costruisci... ma attraverso quello che aiuti a emergere. "
Poi arrivò lo shock.
Davanti a un intero pubblico d'élite, De Niro ha annunciato di donare una somma significativa di denaro proveniente dai profitti personali dei film recenti per finanziare alloggi, programmi di salute mentale e riabilitazione per famiglie in difficoltà a Los Angeles.
E poi ha concluso il discorso dicendo:
"L'avidità non è potere, ma la compassione lo è."
Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto.
“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione.
Tace.
È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente.
La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo.
Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?
Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”.
O vogliamo smettere di dire così?
Il crocifisso è simbolo del dolore umano.
La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte.
Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo.
Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.
Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine.
È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti.
Come mai li rappresenta tutti?
Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.
Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura.
A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero.
Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.
Ha detto “ama il prossimo come te stesso”.
Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana.
Sono la chiave di tutto.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.
Pubblicato su L’Unità del 22 marzo 1988
Era stata licenziata per aver sprecato troppo tempo su una “sciocca invenzione” durante l’orario di lavoro.
Ventitré anni dopo, quella stessa invenzione l’avrebbe venduta per 47,5 milioni di dollari.
Dallas, Texas.
Bette Nesmith Graham era una madre single e lavorava come segretaria in banca, cercando di mantenere il figlio con uno stipendio che non bastava mai. E oltre alle difficoltà quotidiane, c’era un problema che la tormentava ogni giorno: gli errori di dattilografia.
Ogni errore significava ricominciare tutto da capo.
Finché non notò gli artisti del banco coprire gli sbagli… semplicemente dipingendoci sopra.
E allora pensò: perché non posso farlo anch’io con la macchina da scrivere?
Cominciò a sperimentare nella cucina di casa, usando un frullatore e della vernice tempera. Dopo mesi di tentativi, trovò la formula perfetta: un liquido bianco che copriva gli errori in un attimo.
Era nato quello che più tardi avrebbe preso il nome di Liquid Paper — il bianchetto, il correttore fluido bianco più famoso del mondo.
Lo mise in piccoli flaconi con un pennellino e lo portò al lavoro. Le altre segretarie lo notarono subito. Poi arrivarono le richieste. Poi gli ordini. Poi i primi soldi.
Ma nel 1956 Bette fece un errore: firmò una lettera del capo scrivendo per sbaglio il nome della sua invenzione. Il direttore la licenziò seduta stante, dicendole che stava perdendo tempo con una “stupida invenzione”.
Senza alternative, Bette decise di puntare tutto sul suo prodotto: il bianchetto.
Lavorava dalla cucina e dalla garage, riempiendo boccette a mano, con l’aiuto del figlio. Le grandi aziende la ignorarono. Le banche non le prestarono denaro. Le risero dietro.
Allora fece una cosa semplice e geniale: vendette direttamente alle segretarie, a chi usava la macchina da scrivere ogni giorno. Fu un’esplosione.
Nel 1968 vendeva un milione di flaconi l’anno.
Nel 1975, venticinque milioni.
E mentre cresceva l’azienda, Bette faceva qualcosa che nessuno faceva allora: creò una creche ( un asilo nido aziendale) per i figli delle dipendenti, orari flessibili, formazione interna. Un ambiente umano, pensato per le donne che lavorano, proprio come lei avrebbe voluto quando era segretaria.
Nel 1979 la Gillette acquistò Liquid Paper — cioè il bianchetto — per 47,5 milioni di dollari più royalties. Lei ne donò metà in beneficenza per sostenere altre donne.
Morì sei mesi dopo.
Ma la sua invenzione cambiò il mondo dell’ufficio.
Il bianchetto non esisteva prima di lei.
E fu creato da una donna che mescolava vernice in un frullatore di cucina.
Bette Nesmith Graham.
Segretaria. Madre. Inventrice.
La donna che trasformò un errore in un impero.
"A Napoli al ristorante ho ordinato "una braciola" e quando mi sono visto arrivare un involtino in umido ho chiesto al cameriere "ma io avevo chiesto una braciola..." e quello mi ha risposto "e questa cos'è?". Comunque l'ho mangiata ed era una meraviglia.
A Napoli alla cassa del bar ho visto una scatola di vetro piena di cioccolatini a forma di bacio Perugina, incartati nella carta stagnola uno per uno, ho chiesto "ma sono Baci?" e la signora mi ha risposto "certo che sono baci, li facciamo proprio noi!" ed erano buonissimi.
A Napoli sono entrato in una tavola calda, saranno state le quattro del pomeriggio, volevo prendere qualcosa da riportare a mio figlio prima di ripartire, ma avevano finito tutto. Ho chiesto "avete qualcosa di pronto?" il marito della cuoca mi ha risposto "e che problema c'è, glielo prontiamo". Poi è uscita la cuoca e mi ha detto "le faccio una frittata di maccheroni, qualche crocché e un po' di pasta cresciuta, vabbuò?!". Io le ho detto "ma quanto tempo ci vuole?" e lei ancora "e che fretta avete, vi sedete qui e vi fate compagnia con mio marito, vi bevete una birra intanto che aspettate"
E dopo una mezz'ora io conoscevo tutta la storia della famiglia, fino a quell'infame di uno dei cugini, che San Gennaro gli faccia uscire uno sbocco di sangue. Marcio. In compenso la roba era buonissima e m'è sembrato che si facessero pagare per farmi un favore, perché pareva mi volessero regalare tutto.
A Napoli ho mangiato una cosa che si chiama "genovese" e l'ho digerita dopo tre giorni, cioè no, a digerire l'ho digerita subito, è che dopo tre giorni ancora mi pareva di averne qualche pezzetto sulla barba per come mi sentivo avvolto dal profumo.
A Napoli mi hanno servito un caffè con la tazzina che mi scottava le labbra e non ho dovuto manco chiedere il bicchiere d'acqua, perché me l'hanno messo davanti direttamente insieme al caffè, però il barista non si fidava, aveva sentito l'accento romano e voleva vedere se l'acqua la bevevo prima o dopo il caffè, pareva che trattenesse il fiato per l'ansia. Quando ha visto che l'ho bevuta prima ha sorriso e io mi sono sentito come se avessi superato un esame all'università.
A Napoli sono andato a pranzo con due amici napoletani e hanno ordinato "pasta e patate" e poi momenti si scannano perché uno diceva "la provola ci vuole" e uno diceva "la provola non ci vuole" e io stavo zitto e temevo che alla fine mi menassero a me. Ma quando è arrivata la mia pizza con i friarielli hanno fatto pace e mi hanno fatto tutto un corso su come va preparata, in che punto del forno va messa perché si cuocia bene, come la ricotta debba fare da ripieno del cornicione, cose così. (La pizza era squisita e pure la loro pasta e patate, che per la cronaca la provola c'era).
A Napoli ho mangiato il casatiello e i ciccioli, una parmigiana di melanzane che quando ho chiesto "ma le melanzane come sono cotte?" mi volevano cacciare dal ristorante e farmi girare con un cartello attaccato al collo con scritto "ha chiesto come sono cotte le melanzane della parmigiana!". Ho scoperto che le ciambelle con lo zucchero le chiamano "graffe" e guai pure quelle se ti azzardi a dire "ma sono cotte al forno?". Ho scoperto che le sfogliatelle e le ricce sono due cose diverse, ma comunque se vuoi mangiare quelle più buone devi andare in un forno che sta a "vico Ferrovia" che se gli passi davanti non gli daresti una lira. Perché a Napoli quello che ti mangi conta più di dove lo mangi_. (Nota del Tartaro: non come a Milano che vabbè andiamo avanti).
A Napoli ho capito che mangiare è una religione, ha i suoi riti e le sue cerimonie, è un atto sacro e mangiare da soli è triste, e se stai al tavolo da solo il cameriere si preoccupa e ti viene a chiedere dieci volte "come va? come state?" e dopo viene pure la padrona del ristorante e poi pure suo marito e ti mandano pure i figli. Perché tante volte dovessi sentirti triste, non sia mai, come te lo gusti il mangiare?"
Marco Proietti Mancini
Durante un’immersione nelle acque calde di Siracusa, il celebre subacqueo italiano Enzo Maiorca stava parlando con sua figlia Rossana, rimasta a bordo della barca. Proprio mentre si preparava a tuffarsi, avvertì un tocco leggero sulla schiena. Si voltò e vide un delfino. Non si trattava di un gesto giocoso: l’animale sembrava voler comunicare qualcosa di urgente.
Il delfino si immerse rapidamente, ed Enzo decise di seguirlo. A una profondità di circa dodici metri, scoprì un altro delfino intrappolato in una rete da pesca abbandonata. Chiamò Rossana e le chiese di passargli i coltelli da sub. Lavorando insieme, riuscirono in pochi minuti a liberare l’animale, che era ormai esausto.
Il delfino, ormai allo stremo delle forze, riuscì a risalire in superficie, emettendo quello che Enzo descrisse come “un grido quasi umano”. Un delfino può restare sott’acqua al massimo dieci minuti prima di rischiare il soffocamento. Subito dopo, Enzo, Rossana e il delfino soccorritore rimasero a osservare l’animale liberato per assicurarsi che stesse bene.
La scena prese una piega inaspettata: il delfino salvato era una femmina, che poco dopo partorì un cucciolo. Il maschio li avvolse entrambi in un gesto protettivo e, prima di allontanarsi, si fermò di fronte a Enzo, sfiorandogli la guancia — come fosse un bacio. Un ultimo, toccante gesto di gratitudine. Raccontando l’episodio, Maiorca concluse con queste parole: “Fino a quando l’uomo non imparerà a rispettare e dialogare con il mondo animale, non potrà mai conoscere il suo vero posto su questa Terra.”
A un certo punto, tra i commenti a un post di Heather Parisi, arrivano queste due righe.
“Come sei invecchiata Heather, eri così bella”.
A scriverle non è un uomo, ma una donna.
Heather allora, 64 anni lo scorso gennaio, decide di rispondere. E lo fa con un nuovo post su Instagram, senza insultare, anzi pesando ogni singola parola, restituendo la sua idea di bellezza, così diversa dall’ordinario.
“Hai ragione - scrive - il mio viso e il mio corpo sono molto cambiati dai tempi di Cicale e Disco Bambina. Sono molto cambiati anche da prima della mia ultima gravidanza a 50 anni. Oggi di anni ne ho 64 e la bellezza della mia gioventù sicuramente non mi appartiene più. Ma io, fin da principio, ho deciso che quella bellezza, non l’avrei inseguita a ogni costo, che non avrei cercato di imbrogliare il tempo ricorrendo alla chirurgia.
La faccia della vecchiaia è un atto di verità e di umiltà al tempo stesso. È la consapevolezza che a renderci esseri unici è il nostro vissuto, non anonimi corpi di una bellezza stereotipata. E credimi, non cambierei mai il mio “essere invecchiata” di oggi con la mia “bellezza” di ieri, perché oggi ho molto più da raccontare e ho una serenità che non ho mai avuto”.
Che risposta meravigliosa.
Che grande donna.
@sonia_deaa Anche mio figlio ricoverato per bronchiolite, piccino, con flebo e ossigeno. Ora , lui grande, sta bene .. e’ un toro!! Ma quanto dolore in quei momenti. Ti sono vicina 💙
@FiorellaArcodi1 Anche la mia cagnolina, amata per 17 lunghissimi anni. Volata in cielo, ma spesso le sue unghiette sul pavimento per dirci che lei era ancora con noi