La trappola che si sono costruiti
Le bugie non tornano indietro per vendetta. Tornano quando smettono di essere utili. Tornano quando chi le ha raccontate è costretto a usarle per governare e scopre che non servono più a nulla.
C’è un momento preciso in cui la propaganda entra in collisione con la realtà. Non è astratto, non è filosofico. È concreto. È quando una promessa elettorale diventa una pratica amministrativa, quando uno slogan deve trasformarsi in un atto, una firma, una decisione che produce conseguenze reali. In quel passaggio, quello che sembrava forza diventa fragilità. Ciò che appariva semplicità si mostra per quello che è sempre stato: una scorciatoia narrativa.
La destra di governo ha costruito il proprio consenso su un’operazione tanto efficace quanto distruttiva: convincere una parte consistente del Paese che la complessità fosse una truffa e che bastasse la volontà politica per cancellarla. L’Europa è diventata il nemico assoluto, l’euro il cappio, Bruxelles il centro di una cospirazione permanente contro l’Italia. Ogni problema aveva un colpevole esterno, ogni difficoltà una mano straniera da accusare. Matteo Salvini prometteva l’uscita dall’euro come un gesto tecnico, quasi amministrativo. Giorgia Meloni parlava di dittatura europea come se fosse una condizione reversibile, un abuso da correggere a colpi di voce.
La narrazione non era ingenua. Era funzionale. Serviva a produrre una semplificazione radicale del mondo, una divisione netta tra chi opprime e chi subisce, tra chi tradisce e chi difende. In quel quadro, governare non era assumersi responsabilità ma smascherare nemici. E finché restavano all’opposizione, il meccanismo funzionava.
Poi è arrivata la fase più tossica. La selezione delle categorie da proteggere. Tassisti, balneari, agricoltori. Non come parti di un sistema economico, ma come simboli identitari. Il popolo vero, quello che lavora, quello che resiste. A loro è stato detto che il cambiamento non li avrebbe mai toccati. Che la concorrenza era una violenza, le gare una rapina, la modernizzazione un attacco culturale. Il messaggio era chiaro: con noi nulla cambierà. I privilegi non saranno discussi, le rendite non saranno scalfite, il tempo per voi si fermerà.
Quel patto elettorale era potente proprio perché impossibile. Dava certezze assolute in un mondo che non le prevede. Trasformava interessi particolari in diritti intoccabili. E soprattutto insegnava una cosa precisa: che lo Stato non serve a governare il cambiamento, ma a impedirlo.
Lo stesso schema è stato applicato altrove. Le auto elettriche diventano un complotto contro l’industria nazionale, contro il lavoro, contro il buon senso. I no-vax vengono elevati a eroi civili, simboli di una libertà immaginaria, massa utile da mobilitare contro qualsiasi forma di decisione collettiva. Non importa la coerenza, non importa la verità. Conta l’utilità immediata del conflitto. Conta avere sempre qualcuno da indicare come minaccia.
Poi però si governa. E il governo non è un palco.
Dell’uscita dall’euro non resta traccia. Non una smentita, non una spiegazione. Solo silenzio. Bruxelles, da nemico assoluto, diventa interlocutore necessario. L’Europa, improvvisamente, non è più una gabbia ma un sistema di vincoli con cui fare i conti.
Ma le categorie blandite per anni non si cancellano con un cambio di narrativa. Sono lì, concrete, organizzate, rumorose. Pretendono l’attuazione delle promesse ricevute. Non accettano spiegazioni tecniche, perché la tecnica non faceva parte del patto. Non accettano la parola vincoli, perché era stata presentata come una scusa dei governi precedenti. Vogliono esattamente ciò che era stato promesso: immobilità garantita.
Ora quella costruzione è arrivata al punto di rottura. Non perché qualcuno dall’esterno l’abbia sabotata, ma perché è stata portata fino alle sue estreme conseguenze. Governare significa scegliere. Scegliere significa dire no. E dire no è esattamente ciò che questa classe politica ha insegnato per anni a considerare illegittimo, violento, antidemocratico.
Il problema non è l’incapacità amministrativa, che pure esiste. Il problema è l’architettura mentale che ha sostenuto l’intero progetto. Hanno raccontato che le regole fossero facoltative, che i vincoli fossero invenzioni, che la realtà fosse una materia malleabile nelle mani di chi urla più forte. Hanno trasformato il privilegio in identità, la rendita in diritto morale, l’arretratezza in valore da difendere. Hanno insegnato che lo Stato dovesse proteggere dall’evoluzione invece di governarla.
Quando quella narrazione entra nelle istituzioni, produce solo macerie. Aspettative impossibili, conflitti permanenti, categorie convinte di avere diritti eterni, cittadini educati all’idea che ogni limite sia un sopruso. Non è solo un fallimento politico. È un danno sistemico che resterà anche quando loro non ci saranno più.
Ora ogni scelta è una smentita. Aprire alla concorrenza significa tradire. Blindare i privilegi significa violare le regole che ora non possono più essere ignorate. Rinviare significa confessare il vuoto. Qualunque strada imbocchino, rompono il racconto che li ha portati al potere. E non esiste comunicazione capace di ricucirlo.
Non c’è nessun complotto. Nessuna punizione esterna. Nessun accanimento europeo. C’è solo il punto in cui la propaganda smette di funzionare perché viene chiamata a produrre governo. Il punto in cui diventa evidente che promettere tutto a tutti equivale a non poter mantenere nulla.
Il sovranismo funziona finché resta opposizione. Vive di conflitto permanente, di nemici astratti, di certezze urlate. Quando diventa governo, resta nudo. Senza alibi, senza scorciatoie, senza nemici credibili da accusare.
Da questo punto in avanti nessuno può dire che non sapeva. Continuare a credere a quel racconto non è più una forma di rabbia o di protesta. È una scelta consapevole di autoinganno. E la politica, quando chiede di rinunciare alla realtà per restare fedele a una favola, non sta più rappresentando il Paese. Sta solo difendendo se stessa.
end credits like these are so important because regardless of if you loved or hated whatever you saw before, you’re reminded of the beautiful roller coaster of a journey you go on while watching film & tv.
one of the best end credits in recent memory.
I've seen a lot of backlash to the recent Stranger Things scene with Will, and I want to clarify: Most critics (including me) aren't upset about a character being gay. In fact, it's the opposite. We genuinely don't care about his sexuality one way or the other.
The issue isn't homophobia; it's the same frustration I'd feel if the show suddenly paused for a long scene of a character bragging about being an "alpha male" straight guy (think over-the-top Andrew Tate vibes). We don't want constant emphasis on sexual identity or gender stereotypes shoved into the story, no matter which direction it goes.
We just want engaging entertainment, great plot, characters, and action, without the "extra" messaging about who someone loves or how they identify.
The LGBTQ movement started with "leave us alone," progressed to "accept us," and for many, it's now pushed to "celebrate us constantly." A lot of us were fully on board with live-and-let-live acceptance, but we draw the line at mandatory celebration in every piece of media.
10000 euro
Un governo allo sbando, senza più nulla da esibire se non fallimenti, ha scelto di impacchettare il proprio regalo di Natale ai fedelissimi del nero. Su proposta del Ministero dell’Economia della Lega, applaudita senza un sussulto da tutta la maggioranza, ristoratori, balneari, tassisti, commercianti, professionisti, medici e gioiellieri potranno ripulire i contanti accumulati per anni. Un cinque per cento e il denaro sporco torna vergine, senza domande, senza controlli, senza la minima ombra di responsabilità.
Dal 1° gennaio il limite ai contanti schizza a 10.000 euro. La tempistica è chirurgica, incastrata alla vigilia del referendum per blindare un elettorato che sull’evasione ha costruito un’identità. Il messaggio è disarmante nella sua sincerità: sottrarre risorse al fisco non è un reato, è un vizio che si sistema con una mancetta.
E tu, contribuente inchiodato alla busta paga che vede metà dello stipendio sparire alla fonte, devi continuare a pagare tutto, fino all’ultimo centesimo, mentre altri comprano l’impunità a prezzo di saldo. Devi credere nello Stato mentre lo Stato premia chi lo ha sempre fregato e tratta te come una mucca da mungere.
«L’italiano non è fascista per ideologia, è fascista per educazione sentimentale: ama chi comanda forte, purché gli lasci la possibilità di fare il furbo in privato.»
Ricordando Goffredo Parise, nato l'#8dicembre 1929.
Bravissima Lina Palmerini: "Abbiamo trascorso una settimana a parlare della famiglia nel bosco anziché di 20mila posti di lavoro a rischio dell'ex Ilva.
Quale è l'agenda del governo, è la famiglia nel bosco o una crisi industriale macroscopica?". 👏
#ottoemezzo#La7