Chers spécialistes du "génocide", qui avez appris le mot le 8 octobre, votre intelligence m'impressionne et me dépasse. Un modeste idiot vous soumet ses questions, soyez indulgents :
- Pourquoi plus de 97% des Gazaouis sont-ils toujours en vie après trois ans de guerre, si c'est un génocide ?
- Pourquoi s'être retiré de Gaza en 2005 si le projet est un génocide ?
- Pourquoi fournir l'électricité et une partie de l'eau de Gaza pendant 18 ans, si le projet est un génocide ?
- Pourquoi près de 20 000 Gazaouis avaient-ils un permis de travail en Israël la veille du 7 octobre, si le projet est un génocide ?
- Pourquoi attendre 75 ans, et commencer pile après le pire massacre de Juifs depuis la Shoah, si le projet est un génocide ?
- Pourquoi le Hamas, dont la charte appelle à tuer les Juifs et qui a mis son programme en pratique en massacrant des familles entières le 7 octobre, n'est-il jamais accusé de génocide, lui ?
- Pourquoi prévenir par SMS et par tracts avant de frapper, si c'est un génocide ?
- Pourquoi publier des cartes d'évacuation quartier par quartier, si c'est un génocide ?
- Pourquoi envoyer des soldats mourir dans les rues au lieu de tout raser d'en haut, si c'est un génocide ?
- Pourquoi le Hamas se cache-t-il sous les civils, alors que les boucliers humains ne marchent que contre une armée qui les épargne, si c'est un génocide ?
- Pourquoi vacciner des centaines de milliers d'enfants palestiniens contre la polio, si c'est un génocide ?
- Pourquoi faire entrer des dizaines de milliers de camions de nourriture, si c'est un génocide ?
- Pourquoi évacuer des milliers de malades vers des hôpitaux étrangers, si c'est un génocide ?
- Pourquoi accepter des cessez-le-feu en échange d'otages, si c'est un génocide ?
- Pourquoi arrêter la guerre le jour où le Hamas rend les otages, si c'est un génocide ?
- Pourquoi épargner les 2 millions d'Arabes israéliens d'origine palestinienne (20 % de la population), si c'est un génocide ?
- Pourquoi la guerre est-elle à Gaza et pas en Cisjordanie, où vit la majorité des Palestinien, si c'est un génocide ?
- Pourquoi parlait-on déjà de génocide avant même l'entrée des troupes à Gaza, si c'est un constat et non un slogan ?
Al Campus Luigi Einaudi di Torino si vuole celebrare il 7 ottobre.
Il 7 ottobre è un fatto, non un'opinione. Questi tentativi vogliono far passare il 7 ottobre come una pagina di gloriosa liberazione quando è in realtà un punto di non ritorno nella storia contemporanea, il più grosso pogrom contro gli ebrei dalla Shoah e questo non può trovare cittadinanza. Tanto meno in un'università, che dovrebbe essere un luogo di educazione e formazione, non tribuna per l'apologia di terrorismo.
Tutto questo è nemico della pace, della convivenza civile e della costruzione di un'alternativa di pace tra Israele e Palestina.
L'evento va cancellato e chiedo al Questore Gambino, al Sindaco @lorusso_stefano e Rettrice Prandi di intervenire per ristabilire verità e giustizia per le vittime innocenti della furia del terrorismo palestinese.
Firmiamo, invitiamo a firmare e condividiamo la petizione di @UNWatch per espellere Francesca Albanese dall'ONU.
#ExpelAlbanese
https://t.co/WutW0sMTai
Lei è assessore e Giornalista.
Vediamo cosa mi risponde.
Il Comune di Roma non mi ha mai risposto quando ho chiesto colloqui informativi per parlare della situazione Taxi quando stavo costruendo il mio libro di denuncia.
Come Giornalista cosa può fare visto la vergogna delle trasmissioni televisive come Mi Manda Rai Tre e porta a porta che invitano solo il grande capo della lobby, Bittarelli che va in televisione a insultarmi perché ho raccontato tutta la verità e il malaffare dei tassisti?
Quando mai vi siete interessati a quello che ho da dire, ai miei esposti, alle mie denunce?
Parole parole parole
🚨🚨🚨🎙️🇮🇱🇺🇳 Un Bibi Netanyahu letteralmente scatenato quello che ha finito di parlare pochi minuti fa all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Potrebbe anche essere stato il suo ultimo intervento da primo ministro israeliano al Palazzo di Vetro. L'ho tradotto per voi. Buona lettura:
"Signor Presidente, prima di cominciare, vorrei fare soltanto un breve annuncio. Se in quest’aula ci sono altri codardi morali che non se ne sono ancora andati, vi prego di farlo adesso. Grazie mille.
Signore e signori, 14 anni fa mi trovavo su questo podio e tracciai una linea rossa. Promisi che avrei impedito alla dittatura assassina iraniana di sviluppare bombe atomiche, armi nucleari destinate a distruggere Israele, armi nucleari che avrebbero potuto minacciare il mondo intero. Ed è esattamente quello che abbiamo fatto.
Ora lasciate che vi dica qualcosa che potrebbe sorprendervi. Devastare gli impianti nucleari iraniani è stato difficile. È stato molto difficile. Ma per me è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere da primo ministro. Perché, se non l’avessimo fatto, oggi saremmo tutti morti.
E volete sapere qual è l’ironia più grande? Difendendo se stesso, Israele sta difendendo anche molti dei Paesi i cui delegati hanno appena abbandonato quest’aula. Anzi, voglio che sappiate che molti dei loro leader ci hanno persino ringraziato in privato per aver eliminato le armi nucleari iraniane. È difficile immaginare un’ipocrisia più sconvolgente, ma è esattamente di questo che si tratta.
Ora, questa non è la prima volta che ci troviamo di fronte alla minaccia dell’annientamento.
Il 5 giugno 1967, Israele era circondato da nemici che giuravano apertamente di distruggerci. All’epoca non eravamo in Giudea e Samaria, il cuore della patria storica del popolo ebraico. Non eravamo a Gaza. Non eravamo sulle alture del Golan. Ah, e signor al-Sharaa, dovrebbe sapere che gli ebrei sono presenti sulle alture del Golan fin dai tempi di Mosè. Può leggerlo nella Bibbia.
No, a quel tempo, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni del 1967, non eravamo in nessuno di questi territori. Eravamo in una minuscola striscia di terra. E lo siamo ancora. Una striscia di terra che equivale a circa un terzo dell’uno per cento dell’intera superficie del mondo arabo. Eppure accusano Israele, il minuscolo Israele, di colonialismo. Bel colonialismo! E chi ci accusa? Beh, tra gli altri, persone in Gran Bretagna e in Francia. Per l’amor di Dio, sono stati loro a inventare il termine! Il loro colonialismo ha attraversato l’intero globo. Colonialismo! Ma per favore! Un’altra menzogna.
Eppure, a quel tempo, su quel minuscolo lembo di terra, senza West Bank, senza Gaza, senza alture del Golan, era in gioco soltanto la sopravvivenza dell’unico Stato ebraico al mondo. Perché è di questo che si tratta in questo conflitto. Non si tratta di territori. Si tratta dell’esistenza di uno Stato ebraico, quali che siano i suoi confini.
Eppure, proprio allora, eravamo minacciati di annientamento da tre eserciti arabi che si preparavano a invaderci. Sapete cosa facevano gli israeliani a quel tempo? Scavavano fosse comuni, preparandosi alle migliaia e migliaia di vittime, preparandosi a seppellire i nostri morti.
All’epoca ero uno studente israeliano delle superiori a Philadelphia, in Pennsylvania. Cinque giorni prima dello scoppio della guerra, presi un aereo per tornare in Israele. Trovai un Paese immerso nel più completo oscuramento. Israele si preparava all’impatto. Ero tornato per vedere mio fratello Jonathan, Yonatan, Yoni. Aveva 21 anni ed era un ufficiale dei paracadutisti. Come il resto dell’esercito, la sua unità era già stata mobilitata. Andai a cercarlo. Mi dissero che i paracadutisti erano accampati nei frutteti, negli aranceti intorno a Ramle.
Così andai lì e chiesi ad alcuni soldati: “Sapete dove si trova Yoni Netanyahu?”.
“No”. “No”.
Poi uno di loro disse: “Ah, intendi quel ragazzo giovane? Sì, è nell’aranceto accanto”.
Così mi diressi lì e, improvvisamente, in fondo a un lungo filare di alberi, vidi mio fratello. Rimase assolutamente sbalordito nel vedermi.
“Bibi”, disse. “Bibi, che cosa ci fai qui?”. Corremmo l’uno incontro all’altro e ci abbracciammo.
E davanti a una tazza di caffè militare preparato alla meglio, gli rivolsi la domanda che avevo in mente, la domanda che tutti avevano in mente. “Allora, Yoni”, gli dissi, “che cosa succederà?”.
Lui si fermò un istante, poi disse qualcosa che non dimenticherò mai.
“Vinceremo”, disse. “Non abbiamo altra scelta”.
Ricordo quelle parole come se fosse ieri. Vinceremo. Non abbiamo altra scelta. E quando vincemmo, nove anni dopo, terroristi palestinesi dirottarono un aereo passeggeri diretto in Israele. Lo portarono a Entebbe, in Uganda. Come i nazisti, i terroristi selezionarono i passeggeri ebrei: uomini, donne, bambini, neonati. Minacciarono di ucciderli tutti se Israele non avesse liberato i terroristi palestinesi. E poi, il 4 luglio 1976, nel bicentenario degli Stati Uniti, in una delle più straordinarie missioni di salvataggio dei tempi moderni, Yoni guidò i suoi coraggiosi soldati nel cuore dell’Africa. Miracolosamente, salvarono 103 ostaggi ebrei e li riportarono tutti a casa. Tutti, fino all’ultimo. Mio fratello, il comandante del gruppo d’assalto, fu l’unico soldato ucciso durante quella missione. Voglio ringraziare ancora una volta l’Uganda per aver recentemente eretto una statua di Yoni nel luogo in cui cadde.
Amici miei, le parole di Yoni sono vere oggi come lo erano più di mezzo secolo fa. Vinceremo. Non abbiamo altra scelta. E mai questo è stato dimostrato più chiaramente che il 7 ottobre 2023, il giorno più buio della storia di Israele. In quel giorno orribile, migliaia di terroristi palestinesi irruppero in Israele da Gaza. Ora, voglio che sappiate che all’epoca non c’era un solo israeliano a Gaza. Non un civile, non un soldato. Neanche uno. Ma questo non cambiò assolutamente nulla. I terroristi di Hamas compirono il più grande massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto. Passarono di casa in casa, sparando a bruciapelo ai civili israeliani. Lo fecero con una gioia diabolica, con un piacere sadico. Trasmettevano in diretta streaming mentre uccidevano. E chi uccidevano? Proprio quegli israeliani, i loro vicini, che davano loro lavoro, che andavano a prendere i bambini palestinesi al confine con Gaza e li accompagnavano negli ospedali israeliani per sottoporli a cure oncologiche, per poi riportarli a casa.
Riuscite a immaginare una simile mostruosità? Questi mostri di Hamas massacrarono i sopravvissuti all’Olocausto. Bruciarono vivi i neonati davanti ai loro genitori. Decapitarono i nostri uomini. Stupravano brutalmente le nostre donne e poi le uccidevano. Complessivamente, quel giorno massacrarono 1.200 israeliani.
Voglio darvi un’idea di che cosa significhi questo per un Paese di dieci milioni di abitanti. In proporzione, equivale al massacro di 40.000 americani innocenti in meno di 24 ore. È come se l’11 settembre si fosse ripetuto 16 volte. Sedici 11 settembre, verificatisi non molto lontano da qui.
In quel giorno, il più buio della nostra storia, i nostri nemici si aspettavano che crollassimo. Ebbene, non siamo crollati. Al contrario, ci siamo rialzati e abbiamo combattuto come leoni!
Negli ultimi tre anni, i nostri eroici soldati hanno combattuto giorno dopo giorno in una guerra su sette fronti. Conoscete un altro Paese delle dimensioni del New Jersey capace di combattere una guerra su sette fronti, per giunta per tre anni?
Sette fronti: Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l’Iran, le milizie in Iraq, le milizie in Siria e i terroristi palestinesi in Giudea e Samaria. Si sono coalizzati tutti contro di noi per cancellarci dalla faccia della Terra. Hanno fallito. Perché, invece di crollare, abbiamo inferto a tutti loro colpi devastanti. Insieme ai nostri grandi amici americani, abbiamo annientato l’esercito, la marina, l’aeronautica e gli impianti nucleari dell’Iran. Israele ha martellato Hamas. Abbiamo colpito duramente Hezbollah. Ricordate i cercapersone? Ricordate questi aggeggi? Ve li ricordate?
Beh, posso dirvi una cosa: Hezbollah se li ricorda certamente!
E indovinate che fine ha fatto la maggior parte del suo immenso arsenale di 150.000 missili balistici e razzi, tutti puntati contro i nostri civili? Non ci sono più. I leader di Hezbollah? Morti.
Il loro spirito? Spezzato. Gli arciterroristi, i peggiori assassini di massa sulla faccia della Terra, responsabili dell’uccisione non soltanto di israeliani, ma anche di americani, britannici e cittadini di decine di Paesi: Khamenei, Deif, Sinwar, Haniyeh, Nasrallah e migliaia di altri terroristi che volevano distruggerci. Anche loro non ci sono più.
I terroristi rimasti cercano disperatamente di riorganizzarsi. Ogni giorno cercano di uccidere la nostra gente e, in particolare, cercano di uccidere il nostro popolo nella nostra patria storica, in Giudea. A proposito, è proprio da lì che deriva la parola “ebreo”: dalla Giudea. Quella è la nostra terra.
Cercano di ucciderci con migliaia di attentati ogni anno. Prendono di mira famiglie, famiglie pacifiche che percorrono le strade in automobile. Sparano contro donne incinte. Sparano contro intere famiglie. Naturalmente, nulla di tutto questo trova spazio sulla stampa internazionale o sui social media. Nulla. Assolutamente nulla. Quello di cui parlano, invece, è un gruppetto di giovani delinquenti, circa 150, che vanno in giro a lanciare pietre, ad abbattere ulivi. A volte appiccano anche degli incendi. Non lo sopporto. Non tollererò che qualcuno si faccia giustizia da sé. Siamo uno Stato di diritto. Per questo abbiamo messo lo Shin Bet alle loro calcagna. Ma è questo che chiamano “violenza dei coloni”. E il numero delle vittime in un anno? Forse due o tre. Nell’intero periodo di cui si sta discutendo, forse due o tre morti, a fronte delle migliaia di attacchi terroristici contro i coloni pacifici, persone rispettabili, persone che rispettano la legge. Che distorsione della realtà! È un’ossessione.
Sento questi discorsi anche qui. Voglio dire, i leader di alcuni Paesi ne parlano seriamente.
E lo dicono con un tono così solenne: “Non possiamo tollerare la violenza dei coloni!”. Non sapete di che cosa state parlando. E ascoltate, due giorni fa, due giorni fa, due giorni fa...Mi rivolgo al mio collega Emmanuel Macron. Due giorni fa, tre giorni fa, un cittadino francese, Netanel Shukrun, padre di sei figli, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre visitava una sorgente insieme al figlio sedicenne. Un terrorista di Hamas, in Giudea e Samaria, si è avvicinato e gli ha sparato a bruciapelo. E le ultime parole che ha pronunciato sono state: “Scappa, scappa, figlio mio, mettiti in salvo”. È successo tre giorni fa.
Due giorni fa, in Giudea e Samaria, un ufficiale della riserva, un riservista, Neria Leiter, è stato travolto da un terrorista palestinese che ha compiuto un attentato con un veicolo. Ora lotta per la vita in un ospedale di Gerusalemme. Ho fatto visita alla sua famiglia poco prima di salire sull’aereo per venire qui. Neria, padre di quattro figli, è il figlio di Yechiel Leiter, il nostro straordinario ambasciatore negli Stati Uniti. Tre anni fa, il figlio maggiore di Yechiel, Moshe, padre di sei figli, è stato ucciso mentre bonificava un edificio minato a Gaza. Yechiel, fratello mio, il tuo dolore è incommensurabile. L’intero popolo di Israele, e moltissime persone al di fuori di Israele, pregano per la vita di Neria.
Ma nonostante il dolore, nonostante la sofferenza, non ci arrendiamo. In un recente post, pubblicato prima dell’attentato, Neria aveva scritto queste parole. Ascoltate: “Non abbiamo un altro Paese. È un privilegio difenderlo”. A Neria e a tutti gli eroi di Israele rivolgo una promessa solenne: il vostro sacrificio non sarà stato vano.
Continueremo a difendere il nostro Stato.
Continueremo a vincere, perché non abbiamo altra scelta.
In questa battaglia contro i barbari, non abbiamo avuto un alleato più importante del presidente Trump. Lo ringrazio. Lo ringrazio per la sua coraggiosa leadership. Ha affrontato con coraggio un pericolo enorme per l’America, per Israele e per il mondo. Decenni fa aveva capito che, se nessuno li avesse fermati, gli ayatollah fanatici che inneggiano alla morte dell’America e alla morte di Israele avrebbero finito per realizzare le loro folli fantasie. Così Israele e America hanno agito insieme, non soltanto per proteggere noi stessi, ma per salvare la civiltà. Coraggiosi piloti americani, insieme a coraggiosi piloti israeliani, hanno condotto missioni congiunte nei cieli dell’Iran. America e Israele hanno collaborato anche per riportare a casa gli ostaggi che erano ancora prigionieri. Li abbiamo riportati a casa tutti, fino all’ultimo.
Vi chiedete perché stiamo vincendo? Beh, Yoni lo disse con parole semplici: non abbiamo altra scelta.
E durante tutta questa lunga guerra, il nostro obiettivo non è mai cambiato: vincere. Vincere con una determinazione incrollabile. Vincere con un coraggio inesauribile. Perché questo è Israele: un unico popolo che combatte per un unico futuro. Destra e sinistra, giovani e anziani, religiosi e laici. Abbiamo le nostre divergenze? Certamente. Chi non ne ha? Ma nei momenti cruciali, quei momenti che plasmano il nostro destino, restiamo uniti. Perché ciò che ci unisce è molto più forte: la nostra storia, i nostri valori, il nostro coraggio. Il coraggio, il coraggio del nostro valoroso popolo, che ha resistito ai mille potenti missili balistici che l’Iran ha fatto piovere sulle nostre città, sui nostri civili.
Signore e signori, vi trovate qui, nell’aula dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sapete cosa farebbe un solo missile balistico da una tonnellata se colpisse questo luogo? Distruggerebbe completamente l'intero complesso. Anzi, due missili del genere distruggerebbero le Nazioni Unite.
Quindi potete immaginare, pensate a mille giganteschi missili che piovono dal cielo sulle vostre città, sulle vostre case. Rendo omaggio al coraggio del popolo di Israele. Rendo omaggio al coraggio dei nostri valorosi soldati: ebrei, cristiani, drusi, musulmani. L’esercito più morale del mondo, le Forze di difesa israeliane.
Per tre anni, i nostri coraggiosi soldati hanno combattuto valorosamente una guerra su sette fronti. Ma questa guerra ha un ottavo fronte. È la guerra per la verità. Si combatte sui media di tutto il mondo e, nella sua forma più insidiosa, sui social media. Diversi Paesi stranieri hanno speso miliardi e miliardi di dollari per diffondere menzogne sul mio Paese. Il primo a farlo è stato il Qatar. Decenni fa ha cominciato a finanziare massicciamente le università americane e organi di informazione tossici come Al Jazeera. A proposito, hanno fatto lo stesso anche in Europa. E il loro obiettivo era chiaro: fare il lavaggio del cervello ai giovani affinché odiassero Israele, odiassero l’America, odiassero l’Occidente. È lo stesso Qatar che ospita i macellai di Hamas responsabili del 7 ottobre.
Ora, l’ultimo Paese a essere diventato un grande diffusore di menzogne antisemite è la Turchia. Erdogan. Erdogan è un tiranno. Anche lui ospita i capi terroristi di Hamas. Ha assassinato migliaia di civili curdi. Nega il genocidio armeno. Mette in prigione giornalisti e leader dell’opposizione. Anzi, credo che detenga il record mondiale in questo campo. È una competizione difficile, ma penso che sia il numero uno. Occupa illegalmente Cipro del Nord, parte di uno Stato membro dell’Unione europea, e viola regolarmente i diritti della Grecia, membro della NATO. Ora vuole prendere il controllo della Siria. Beh, non è sorprendente, perché invoca la distruzione di Israele quasi ogni singolo giorno. Dice che diventerà il sovrano di Gerusalemme. No, signore, non lo diventerà. Questo è il nostro Paese, la nostra città, la nostra capitale eterna.
I tiranni di tutto il mondo cercano di minacciarci. Cercano di minare la nostra determinazione con le loro campagne di menzogne. Ma alla fine, proprio come sul campo di battaglia militare, il popolo ebraico prevarrà.
Ci vorrà tempo. Ci vorrà tempo per sconfiggere le menzogne. Ci vorrà tempo perché il mondo riconosca ciò che è così evidente: che Hamas usa i civili palestinesi come scudi umani; che usa ospedali, scuole e moschee come centri di comando terroristici; che ha rubato gran parte del cibo che abbiamo fatto entrare a Gaza. E mentre Hamas ha fatto tutto il possibile per mantenere i civili palestinesi in pericolo, spesso sotto la minaccia delle armi, Israele ha fatto tutto il possibile per portarli al sicuro.
Abbiamo inviato milioni di SMS per avvertire i civili di abbandonare le zone di combattimento. Abbiamo effettuato milioni di telefonate. Abbiamo lanciato milioni di volantini.
Voglio farvi alcune domande. Quale regime genocida somministra un milione di vaccinazioni contro la poliomielite alla popolazione nemica? Quale regime genocida consente la distribuzione di due milioni di tonnellate di cibo a Gaza? È una tonnellata per ogni persona.
Accusare Israele di genocidio è la più grande menzogna del secolo.
Se volete capire quanto sia grande questa menzogna, se volete capire quanto sia assurda, ascoltate il colonnello John Spencer. È il responsabile degli studi sulla guerra urbana a West Point. È considerato uno dei maggiori esperti al mondo di guerra urbana, forse addirittura il massimo esperto mondiale. Credo che oggi sia qui con noi. Il colonnello Spencer ha studiato ogni guerra urbana dall’antichità ai giorni nostri, dall’antica Grecia a Mosul, fino a Gaza.
Ed ecco che cosa dice il colonnello Spencer: “Israele ha fatto più di qualsiasi altro esercito nella storia per prevenire le vittime civili in guerra. Nella storia”.
Abbiamo adottato innumerevoli misure per proteggere la popolazione civile. Questo è genocidio? Naturalmente no. È l’esatto contrario del genocidio. Perciò, a tutti coloro che diffondono queste menzogne sul mio Paese e sui nostri valorosi soldati, che siedano in quest’aula o nell’ufficio del sindaco antisemita di New York, dico questo:
Vergognatevi!
Vergognatevi per aver distorto i fatti.
Vergognatevi per aver scambiato la vittima con l’aggressore.
Vergognatevi per aver sputato in faccia alla verità.
Signor Mamdani, da quando è stato eletto sindaco di questa città, molti ebrei non si sentono più al sicuro a New York. Mi parlano. Mi dicono: “Questa non è la città che ricordiamo. È cambiata così in fretta”. E non c’è da stupirsi. Lei elogia criminali condannati per aver sostenuto Hamas. Annovera tra i suoi amici persone come Hasan Piker, che ha detto che l’America si meritava l’11 settembre. L’America si meritava l’11 settembre! Che amici che ha! Ha invitato a casa sua un giornalista palestinese che ha filmato terroristi di Hamas mentre picchiavano e torturavano ostaggi israeliani e che, in seguito, ha ammesso di essersi rifiutato di pubblicare i video per proteggere, indovinate un po’, i terroristi. Sua moglie ha messo “Mi piace” a un post che celebrava il massacro del 7 ottobre. Ha messo “Mi piace” a un altro post in cui si affermava che Tel Aviv non dovrebbe esistere. Lei si è rifiutato di condannare tutto questo. Accusa ripetutamente e falsamente Israele di genocidio.
Signor Mamdani, lei ha cercato di impedirmi di venire qui. Ha cercato di mettermi a tacere. Beh, non può mettermi a tacere. Non può mettere a tacere la verità. Ed ecco la semplice verità. Ecco la semplice verità: Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio! Ed è esattamente, esattamente quello che gli amici di Hamas del signor Mamdani avrebbero fatto a noi, se non li avessimo fermati! Ci avrebbero uccisi tutti, fino all’ultimo!
Le menzogne che lei e gli altri antisemiti diffondete sugli ebrei e sullo Stato ebraico hanno conseguenze reali. A New York, gli ebrei vengono minacciati mentre si recano in sinagoga. Gli ebrei sono stati accoltellati per strada. Gli ebrei vengono demonizzati, presi di mira. Vengono presi di mira semplicemente perché sono ebrei. Gli ebrei sono stati assassinati a Sydney, Manchester, Montreal, Boulder, in Colorado. Sono stati aggrediti a Los Angeles, Londra, Parigi, Berlino, Washington D.C. Gli antisemiti di tutto il mondo vogliono terrorizzare il nostro popolo.
Ho una notizia per loro: i tempi in cui gli ebrei erano vittime indifese, condotte al macello, quei tempi sono finiti!
Oggi abbiamo uno Stato.
Oggi abbiamo un esercito.
Oggi abbiamo un popolo pronto e determinato a difendersi.
Perciò oggi, oggi ho un messaggio per gli ebrei di tutto il mondo: tenete la testa alta!
Siate orgogliosi! Abbiate fiducia in voi stessi! Non lasciatevi intimidire. Alzatevi in piedi!
E a tutti gli altri, a tutti coloro che vogliono difendere la verità e la giustizia, dico: unitevi a noi nel contrastare i barbari che minacciano la nostra civiltà comune.
Ma devo essere franco con voi: non tutti stanno reagendo. Lo abbiamo visto. Perché, a differenza di Israele, ci sono alcuni che, soprattutto negli ultimi tempi e in particolare nell’Europa occidentale, hanno scelto di non reagire. I leader di questi Paesi hanno scelto di cedere alle folle antisemite. Hanno scelto la debolezza. Hanno scelto la politica dell’acquiescenza. Non possiamo sottrarci alla triste verità che abbiamo davanti agli occhi.
Molti nel mondo libero hanno paura di difendere la libertà. E io chiedo loro: quale futuro vi riserva questo comportamento? Che cosa vi riserverà il mondo? Una fratellanza delle democrazie? Oppure i Fratelli Musulmani?
Quanto tempo vi ci vorrà per capire che questi jihadisti fanatici stanno soffocando le vostre vie navigabili, le vostre forniture energetiche, la linfa vitale delle vostre economie?
Posso assicurarvi, signore e signori, che noi in Israele non aspettiamo che gli altri si risveglino dal loro torpore morale. Andiamo avanti. Prendiamo in mano il futuro. Siamo pionieri di sviluppi straordinari nella sanità, nell’agricoltura, nell’intelligenza artificiale, nella "Intelligenza Superiore", e mettiamo queste incredibili innovazioni al servizio dell’intera umanità.
Israele, dunque, non è mai stato così forte. Non abbiamo paura. Ma vi dirò chi ha paura: i tiranni di Teheran. Ecco chi ha paura. E sapete che cosa temono più di ogni altra cosa? Il loro stesso popolo. Il coraggioso popolo iraniano, che ha sacrificato così tanto, per così tanto tempo. Il regime iraniano ha particolarmente paura quando il suo popolo dispone di questo. Quando il suo popolo dispone di questo. Questo è un dispositivo di comunicazione, Starlink, che permette alle persone di accedere alla verità, di esercitare la propria libertà di scelta, la propria libertà di pensiero e la propria libertà di espressione.
È per questo che il regime iraniano spende milioni e miliardi di dollari per censurare Internet. Signor Presidente, lascerò questo dispositivo a lei, affinché possa consegnarlo alla delegazione iraniana. Così, quando inevitabilmente diserteranno, anche loro potranno raccontare liberamente la propria storia sui social media.
Ai manifestanti là fuori, ai delegati ipocriti che hanno abbandonato quest’aula, chiedo: dove eravate quando i tiranni iraniani massacravano e mutilavano decine di migliaia di civili iraniani disarmati? Quando massacravano e mutilavano migliaia di loro stessi cittadini? Dove eravate? Avete organizzato manifestazioni di massa? Scioperi della fame? Avete protestato davanti alla missione iraniana presso le Nazioni Unite? Avete alzato la voce, peraltro, in difesa dei cristiani perseguitati in Iran e in tutto il Medio Oriente? No. No, non l’avete fatto, perché siete falsi difensori dei diritti umani.
E i cristiani, sapete che il loro numero sta precipitando ovunque in Medio Oriente, dove vengono perseguitati e vessati, tranne che in un luogo: il mio Paese, Israele, dove la comunità cristiana cresce, prospera e ha successo. In effetti, non avete protestato nemmeno quando abbiamo lasciato Betlemme. Era sotto il nostro controllo. Era cristiana all’80-90 per cento, poi l’abbiamo consegnata all’Autorità Palestinese e oggi è musulmana all’80-90 per cento. Tutti i cristiani sono stati cacciati. Avete protestato per questo? Ne avete parlato? Niente. Nada. E non avete detto nulla sull’Iran. Proprio adesso, non avete detto nulla sull’Iran.
Ma voglio darvi una buona notizia. Nonostante il vostro silenzio, nonostante la vostra ipocrisia, è soltanto questione di tempo prima che in Iran accada qualcosa di incredibile. Il potere del popolo prevarrà su chi detiene il potere. Voglio che ascoltiate attentamente le mie parole. Un giorno, e potrebbe non essere molto lontano, il popolo iraniano sarà libero. Il suo regime assassino sarà rovesciato a causa delle sue menzogne, della sua corruzione, della sua crudeltà. Questo regime malvagio cadrà, e tutti noi celebreremo quel giorno.
Signore e signori, la storia del mio popolo, il popolo ebraico, risale a oltre tremila anni fa. Parliamo la stessa lingua.
Tre giorni fa una notizia con tutte queste caratteristiche ha attraversato la stampa europea senza che quasi nessuno la analizzasse. La analizzo io in audio con trascrizione adattata alla lettura. https://t.co/btOBXTWRgI
🚨🚨🚨🪖🚁🇮🇹🇫🇷🇪🇸🇺🇸🇺🇦🇷🇺 Buonanotte/buongiorno a tutti. Se questo punto nave arriva in un orario a dir poco insolito è perché la speranza è quella di raggiungervi prima che lo facciano i talk show e i programmi di approfondimento che purtroppo ben conosciamo. Che succede? Succede che c’è una notizia importante che riguarda l’Italia (e non solo l’Italia) che va affrontata con la massima serietà.
Secondo il quotidiano “El Mundo”, i servizi di intelligence americani avrebbero raccolto informazioni su un possibile piano russo per condurre attacchi con droni contro uno dei principali Paesi dell’Europa mediterranea, con particolare riferimento a Italia, Francia o Spagna.
Secondo una fonte vicina al ministero della Difesa lituano, che ha parlato al quotidiano spagnolo a condizione di anonimato, Mosca potrebbe ricorrere a droni nascosti all’interno dei container di navi mercantili, per poi lanciarli dal mare una volta raggiunta una distanza relativamente ridotta dalle coste europee. “Non è affatto difficile”, ha spiegato la fonte, facendo così riferimento a una modalità operativa che consentirebbe alla Russia di minacciare anche Paesi geograficamente più lontani dai propri confini.
La stessa fonte ha indicato nell’ormai celeberrimo “Gerbera” il possibile velivolo impiegato nell’operazione. È un drone relativamente piccolo, capace di trasportare una carica esplosiva di pochi chilogrammi e di raggiungere obiettivi situati a centinaia di chilometri di distanza.
L’obiettivo, in questo scenario, non sarebbe necessariamente provocare distruzioni su vasta scala, ma colpire infrastrutture, causare incendi o determinare la chiusura temporanea di porti e aeroporti, con potenziali conseguenze economiche e - soprattutto - psicologiche sulle collettività interessate.
Perché questo rapporto è particolarmente interessante? Per la tempistica.
Sempre secondo “El Mundo”, infatti, la Lituania sarebbe entrata in possesso di queste informazioni da poco. E più precisamente dopo il viaggio compiuto a Mosca dal direttore della CIA, John Ratcliffe. Il quotidiano riferisce inoltre che i governi italiano, francese e spagnolo sarebbero stati informati della possibile operazione.
Questo spiegherebbe, almeno in parte, il cambiamento nei toni e nel registro comunicativo che abbiamo osservato in molte leadership europee proprio in questi giorni. Inclusa la scelta, da parte di Emmanuel Macron, di riunire all’Eliseo tutti i maggiori protagonisti della vita politica francese per metterli al corrente delle minacce che Parigi si ritroverà ad affrontare nei prossimi mesi e nelle prossime settimane.
Ora, occorre fissare alcuni punti importanti.
Primo: non siamo al corrente di comunicazioni specifiche da parte degli Alleati su una minaccia “imminente” nei confronti dell’Italia.
Secondo: anche qualora Roma fosse stata messa in guardia su un particolare scenario, non mi aspetto che domani mattina il premier Meloni o il ministro Crosetto si presentino agli italiani con un messaggio del tipo “stiamo per essere attaccati”.
In primis perché, ripeto, non mi risulta che stiamo parlando di un’azione “imminente”. In secondo luogo perché vi lascio immaginare il tipo di impatto che avrebbe una notizia del genere. In generale e in particolare sulla popolazione italiana.
Terzo aspetto, molto importante: le nostre Forze armate e i nostri servizi di intelligence non vivono su Marte. Da anni lo scenario evocato da “El Mundo” è uno di quelli che vengono presi in considerazione con maggiore attenzione nella pianificazione della difesa nazionale. Il Mediterraneo è attraversato quotidianamente da migliaia di imbarcazioni, comprese unità battenti bandiera russa o riconducibili a interessi di Mosca. Che una nave mercantile possa essere utilizzata come piattaforma per il lancio di droni non è una possibilità che nasce oggi, né una minaccia che richieda necessariamente l’esistenza di un rapporto della CIA per essere contemplata.
Traduco: non dobbiamo immaginare che i nostri apparati di sicurezza scoprano soltanto adesso l’esistenza di una potenziale vulnerabilità di questo tipo. Ciò che occorrerebbe capire - e che probabilmente dovremmo sperare di non scoprire mai - è se gli Alleati abbiano raccolto informazioni circostanziate su specifici preparativi o autorizzazioni a un attacco.
Quarto e ultimo punto: attenzione all’utilizzo che verrà fatto sui media e dalla politica di questa notizia. Con ogni probabilità si leveranno le voci di chi chiede di prendere le distanze dall’Ucraina per mettere l’Italia al riparo da “una guerra che non ci riguarda”. È esattamente il tipo di narrazione gradito a Mosca. Ed è proprio l’obiettivo che uno o più droni lanciati contro l’Italia vorrebbero ottenere: convincere Roma a far venire meno il proprio sostegno a Kyiv.
Continuiamo a sperare di non essere mai interessati da un attacco o da una provocazione, ma in qualunque caso non dovremo arretrare.
Spero che questo punto nave vi abbia fornito abbastanza strumenti per proteggere le orecchie e il fegato da ciò che potrebbe scatenarsi nelle prossime ore.
Comunque vada, questa storia dovrebbe servire come promemoria: nessuno, davvero nessuno, può dirsi al riparo dalle azioni ostili della Russia. Nessuno può credere che questo problema non lo riguardi.
Per questo le parole d’ordine dovrebbero essere quelle che da tempo (ci) ripetiamo su queste pagine: deterrenza, regole d’ingaggio chiare e soprattutto “prepararsi”.
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Grazie ancora. E a più tardi.
Nove giorni fa ho pubblicato su LinkedIn un'analisi in inglese sui limiti strutturali dell'analogia tra il controllo dell'intelligenza artificiale e il controllo degli armamenti nucleari. Il 22 settembre Foreign Affairs ha pubblicato un articolo sullo stesso tema,
In questa legge di bilancio il @Partito_Libdem avrà una missione principale.
Iniziare a fare qualcosa contro la vera anomalia del fisco italiano: il massacro del ceto medio.
Oggi chi guadagna 2.500 euro al mese, affronta un’aliquota (43% + addizionali locali) superiore a quella che all’estero ha chi di euro ne guadagna 10.000, al mese.
Per questo sin dall’anno scorso chiediamo che - almeno sulla parte di reddito tra i 50 e i 60 mila annui - l’aliquota Irpef scenda dal 43% al 33%.
Dieci punti in meno di tasse, per 3 milioni di persone. Costa circa 2,5 miliardi, un costo sostenibile all’interno di una legge di bilancio.
Nella prossima legislatura poi occorrerà fare molto più:
il Partito Liberaldemocratico chiederà agli italiani il consenso, alle prossime politiche (all’interno delle alleanze che faremo) per tagliare l’un per cento di spesa pubblica l’anno per 5 anni.
E col il ricavato abolire l’Irap, azzerare l’Ires sugli utili che rimangono in azienda, abbassare la tassazione sul risparmio (eliminando la distinzione tra redditi diversi e redditi di capitale) e diminuire radicalmente l’Irpef in particolare per ceto medio e società di persone.
Vediamo tutti entusiasti del rapporto tra Ue e Canada, molto bene.
Ci sarebbe però alla Camera una proposta di legge del @Partito_Libdem (eccola: https://t.co/69nCga2sIV) che ratifica il trattato di libero scambio CETA, quello che ha ridotto del 99% i dazi nel commercio tra Ue e Canada.
E che finora non è stato possibile far votare dal Parlamento per l’opposizione dei populisti di destra e di sinistra.
Che dite, la calendarizziamo e la approviamo?
😡😡😡😡😡😡😡😡😡😡😡
Roberto Riccardi
Pakistano con passaporto italiano ripudia la moglie secondo la sharia e pretende che il Comune lo registri.
È il "talaq", l'atto con cui la si sbologna con tre parole. Letteralmente.
Funziona così: il marito pronuncia "talaq, talaq, talaq" e il matrimonio è sciolto.
Non deve motivare, non deve ottenere il consenso di lei, in molte scuole giuridiche la donna non deve nemmeno essere presente.
Femministe italiane, avete nulla da dire?
A Monfalcone gli hanno risposto picche. Lui, abituato ad andare per le spicce, si è infuriato: "Altri lo fanno".
Ecco la notizia. Più della pretesa, più della prepotenza: la sicurezza.
Perché un uomo perde le staffe per un rifiuto soltanto quando è abituato ai sì.
La legge è chiara, il Viminale considera il ripudio contrario all'ordine pubblico, la Cassazione nel 2020 ha sbarrato la porta: nessuna decisione del genere può avere effetto in Italia, perché discrimina la donna e le nega ogni difesa.
E allora come mai ad Ancona un talaq pronunciato in Bangladesh nel 2023 è finito nei registri del Comune?
È stato cancellato nel 2025, certo. Ma solo perché la ripudiata ha trovato un avvocato, i soldi e il coraggio di andare davanti a un giudice.
Le altre? Quelle rimaste a Lahore o a Dacca, che di un registro italiano intestato a loro ignorano perfino l'esistenza?
Il punto è questo. La sharia in Italia non passa dai tribunali, dove perde. Passa dagli sportelli dei Comuni, dove nessuno combatte.
Non c'è un complotto e neanche una resa ideologica.
Spesso c'è un impiegato solo. Davanti ha un foglio pieno di bolli, una traduzione giurata, un tizio che alza la voce.
Dietro non ha nessuno: un corso di formazione mai fatto, una circolare mai letta, un dirigente irreperibile, un sindaco che non vuole titoli sui giornali.
Poi c'è il conto, che ogni dipendente pubblico sa fare a mente. Dire sì non costa nulla: nessun controllo, nessuna protesta, nessuna vittima in sala d'attesa.
Dire no costa una scenata, un ricorso, una causa, magari l'accusa di razzismo sulla cronaca locale.
Un sistema che punisce chi rifiuta e ignora chi cede non produce eroi. Produce timbri.
È la più italiana delle storie.
"Il coraggio, uno non se lo può dare", diceva don Abbondio, vaso di coccio tra vasi di ferro, che davanti ai bravi non si domandava chi avesse ragione, ma chi facesse più paura.
Da allora non ci siamo mossi, con una differenza. Il curato sapeva di tremare. Noi alla tremarella abbiamo dato un nome elegante: la chiamiamo inclusione, dialogo, rispetto delle culture.
Chi chiede lo ha capito benissimo. La pretesa non cresce dove trova accoglienza, cresce dove non trova resistenza.
Ogni cedimento strappato per sfinimento diventa il precedente del successivo.
Si comincia dal certificato, si prosegue con la seconda sposa da far arrivare, come il nostro protagonista ha già annunciato uscendo dal municipio, si finisce con un diritto parallelo che nessun Parlamento ha votato.
Resta la domanda che brucia di vergogna.
Come è diventato italiano uno convinto che una moglie si possa licenziare a voce?
Nel modo più semplice: nessuno glielo ha mai chiesto.
Bastano 10 anni di residenza, un reddito, la fedina pulita, un attestato di lingua livello B1.
La legge lascerebbe allo Stato il potere di valutare se concedere o no. Lo Stato lo esercita contando le buste paga.
Alla fine c'è il giuramento: fedeltà alla Repubblica, osservanza della Costituzione.
Una riga, letta in piedi davanti a una fascia tricolore, senza che alcuno verifichi se il nuovo cittadino sappia cosa dice l'articolo 29 sull'eguaglianza dei coniugi.
Pretendiamo il B1 di italiano. Il B1 di Costituzione no.
E dopo è per sempre.
La revoca esiste soltanto per i condannati per terrorismo: tutto il resto di quella promessa si può tradire il giorno seguente, allo stesso bancone dove la si è pronunciata.
Altrove non funziona così.
In Francia il governo può negare la cittadinanza per "difetto di
Les introvertis en 2001 :
- Aller au boulot
- Faire ce qu’on a à faire
- Recevoir son salaire
- Rentrer tranquillement chez soi
Les introvertis en 2026 :
PRIMA DI DIRE “MANDIAMOLI A CASA”, PROVA A SOSTITUIRLI.
Facciamo un esperimento.
Domani mattina spariscono dagli ospedali, dalle RSA e dalle case di riposo tutti i lavoratori stranieri.
Medici. Infermieri. OSS. Badanti.
Chi copre i turni?
Chi assiste i nostri anziani?
Chi entra in reparto alle 6 di mattina?
Chi fa le notti?
Chi si occupa di una persona non autosufficiente quando i figli devono lavorare?
Qualche numero.
🇮🇹 IN ITALIA
Sono 45.433 gli infermieri nati all'estero iscritti all'Albo nazionale FNOPI al 30 settembre 2025.
Per i medici, una stima pubblicata da FNOMCeO indica circa 19.000 medici di origine straniera in Italia.
E poi c'è il gigantesco esercito invisibile della cura domestica.
Tra chi lavora nelle famiglie — soprattutto badanti e collaboratori domestici — il 64,3% è straniero.
Quindi la domanda è semplice:
SE DOMANI LI MANDASSIMO TUTTI A CASA, CHI LI SOSTITUIREBBE?
Perché puoi fare tutti gli slogan che vuoi.
Puoi dire “prima gli italiani”.
Puoi dire “basta immigrati”.
Puoi promettere rimpatri.
Ma quando arriva la notte e tua madre ha bisogno di assistenza…
chi le cambia il pannolone?
Quando il reparto è sotto organico…
chi fa il turno?
Quando l'ospedale cerca infermieri e non ne trova abbastanza…
chi entra in corsia?
La realtà è molto meno ideologica degli slogan.
UNA PARTE DELLA NOSTRA SANITÀ E DEL NOSTRO SISTEMA DI CURA È GIÀ TENUTA IN PIEDI ANCHE DA PERSONE ARRIVATE DA ALTRI PAESI.
E non sono “ospiti”.
Sono lavoratori.
Pagano affitti, tasse e contributi. Fanno turni. Assistono i nostri genitori. Curano i nostri malati.
Possiamo discutere di immigrazione.
Possiamo discutere di regole, ingressi, cittadinanza e integrazione.
Ma almeno facciamolo guardando in faccia la realtà.
Perché prima di mandare qualcuno a casa, sarebbe interessante sapere chi è disposto a fare il suo lavoro domani mattina.