Piastrellista di cittadinanza. 1x1x1x1=1.@passocivico per seminare. @ItaliaCamp per capire chi sono. @capaldOOttica per vedere meglio la vita. "Here, on my own"
@NFratoianni Sì ma per vincere le elezioni vi dovete impegnare: per quale motivo gli italiani dovrebbero votarvi? Solo perché chiedete a Meloni di definirsi antifascista ? Dai ragazzi metteteci un po di serietà
7 anni fa esatti @PassoCivico organizzava la sua prima uscita pubblica sul Tevere 🧡 riviviamo insieme quella domenica con uno dei servizi che i media ci hanno dedicato!
Descrivere la passione e l'energia delle centinaia di persone presenti oggi alla nostra passeggiata civica non è facile. Ci ha provato il TGR delle ore 14,00 con questo bel servizio. #Roma#impegnocivico
@annatrieste Il signore in questione sul suo profilo chiama spesso i napoletani monnezzari e alimenta i soliti stereotipi. Ah... Stefano, guardi non è vittimismo ma la nostra educazione non è sinonimo di ingenuità ... statt buon 💙
ASKATASUNA.
Un promemoria.
Non è il Leoncavallo. Askatasuna è forse il centro sociale più pericoloso d’Europa da almeno 25 anni, o meglio: è il riferimento italiano più costante per violenza politica, tanto che l’assalto alla Stampa, ora, non è neppure un salto di qualità: è solo una nuova pagina di copione. Ogni pretesto o bandiera possono trasformare il «dissenso» in azione fisica e scontro, danneggiamento e intimidazione: qualcosa che alle spalle ha azioni paramilitari, scontri sistematici con le forze dell’ordine, indagini per terrorismo e addirittura una parentesi di militanza armata in Siria. Esagerazioni?
Non è colpa nostra se manca la memoria.
1999: Primo Maggio torinese, scontri frontali, 110 rinviati a giudizio per resistenza e lesioni.
2000: un militante storico condannato a 7 anni per attentati contro il Tav. 2
002: tumulti contro forze politiche. 2003: corteo pro-Palestina con devastazioni e ancora occupazioni di sedi politiche, blocchi del Consiglio regionale e blocco cittadino contro il Tav, assalto al cantiere di Chiomonte (2013) con razzi e molotov in una vera azione di guerra, e ancora «metodi paramilitari» secondo la Procura, la quale a quel tempo ipotizza un intero ventaglio di reati associativi.
La parte più rimossa infatti è il versante internazionale: tra il 2016 e il 2018 vari attivisti di Askatasuna partono per la Siria a combattere nelle milizie curde del Rojava, e al loro ritorno la Procura chiede una sorveglianza speciale e li definisce socialmente pericolosi. Non è più l’immaginario che gioca alla rivoluzione, è gente passata da un vero teatro di guerra ai cortei in via Po. Infatti negli anni successivi nulla è cambiato: violenze e devastazioni nel corteo per Cospito (2023) e blocchi stradali e ferroviari per Gaza (2023–24) e irruzioni nei centri di accoglienza oltre a scontri, persino, al Salone del Libro: la causa è variabile, il metodo è fisso.
Accadeva mentre attorno gli evocavano tutta un’aura giustificazionista: ecco, questo sì, come il Leoncavallo. Il sindaco piddino Stefano Lorusso ha inserito Askatasuna nel registro civico dei «beni comuni» e quindi ha proposto di sanare l’occupazione abusiva del 1996; il disinvolto divulgatore Alessandro Barbero ha partecipato a iniziative del centro e, in un’intervista, ha detto che «è una ricchezza delle nostre città», traducendo 25 anni di violenze in un sostanziale folklore civico. Alcuni giuristi, per il processo «Sovrano» sulle violenze No Tav, hanno parlato di «teorema giudiziario» e di «criminalizzazione del conflitto». Siti e riviste hanno trasformato le perquisizioni e gli arresti in un romanzo repressivo con la narrativa dell’«antagonista perseguitato»: Il Manifesto ha plaudito l’inserimento fra i «beni comuni» come atto «contro la destra» e vittoria della «democrazia conflittuale», mentre Il Post, quotidiano online della sinistra imbelle, ha raccontato la vicenda come un caso di innovazione amministrativa e valorizzazione di un edificio pubblico, quasi un percorso di cittadinanza: come se non fosse il centro sociale più denunciato d’Italia, e come se fosse solo un doposcuola un po’ vivace.
La cosiddetta sinistra estrema (Potere al Popolo e dintorni) intanto firmava appelli e difendeva uno «spazio sociale necessario», dove gli scontri diventavano «reazioni» e la violenza «conflitto», e dove l’unico vero problema era la banalizzante polizia: una sempiterna sottrazione di peso e di ammissione della violenza del fenomeno.
E’ così che si arriva all’assalto alla redazione della Stampa, è così che abbiamo assistito al recitato stupore e al composto sgomento: come se fosse un evento imprevedibile, solo un salto imprevisto verso il teppismo organizzato. Ma era la cosa più normale del mondo, per Askatasuna: una modesta variazione sul tema, un minimo sindacale, solo un folklore sfuggito di mano come può esserla una trentina persone che sfonda una porta e devasta un ingresso e rovescia letame e minaccia i giornalisti. Una logica conseguenza scambiata per incidente: da chi, straparlando di centro sociale «storico» e integrabile, di pezzo di città da salvare, stava solo contribuendo alla prossima puntata.
Quindi, riassunto:
Il centro sociale Askatasuna è stato antifascista, No Global, Pro pal primo tempo, No Tav, pro curdi, pro Cospito, ancora Pro pal, No giornalisti e No Meloni: perché ora c’è la Meloni. Il rituale prevede una biomeccanica dello scontro con qualsiasi tema come pretesto. Da trent’anni.
1996. Occupano uno stabile a Torino. Il patto fondativo non prevede terzomondismo salottiero: Askatasuna nasce come avamposto fisico dell’antagonismo cittadino, e privilegia il conflitto reale a quello simbolico.
1999. La prima legittimazione muscolare è sul lavoro: Torino ricorda quel Primo Maggio coi suoi 110 rinviati a giudizio per lesioni e devastazione.
2000. Primi echi No Tav. Non si è mai trattato di ambientalismo o tutela del territorio, o ancora questioni climatiche o Fridays for Future: il No Tav si è sempre posto come bandiera per colpire lo Stato e l’infrastruttura, non per salvare la montagna. La causa è già perfetta: ci sono polizia, Stato e multinazionali da abbattere.
2002. Anni di antipolitica d’assalto, un ring permanente in cui ogni manifestazione è un corpo a corpo con l’obiettivo scelto: contestazioni fisiche, cortei sabotati e partiti presi di mira.
2003. Un primo corteo pro Pal fa da detonatore urbano: devastazioni, sedi politiche occupate e blocchi cittadini. Il conflitto internazionale è trasformato in scontro locale, allora come oggi.
2005–2010. Il fenomeno No Global si spegne, i social forum finiscono, anche l’antagonismo di massa evapora: ma Askatasuna resta. In città, con cadenza settimanale, si materializza un corteo, una contestazione, un picchetto.
2011-2015. No Tav, il ritorno. La Val di Susa diventa una seconda patria da difendere tra blocchi autostradali, sassaiole, razzi e armi vere. Il culmine arriva nel 2013 con l’assalto al cantiere di Chiomonte: molotov, caschi e materiale pirotecnico. La Procura parlerà di «metodi paramilitari».
2016–2018. Salto di specie: alcuni militanti partono per la Siria del Nord a combattere con le milizie curde del Rojava. Al ritorno vengono sorvegliati in quanto ritenuti «socialmente pericolosi». Ogni retorica pacifista ne esce incrinata.
2019–2021. La Digos produce migliaia di pagine (ruoli, dinamiche, catene di comando) e la Procura tenta la qualificazione associativa (sovversiva, poi per delinquere) ma il tentativo deraglia, pur lasciando una scia di reati concreti: condanne a grappolo per resistenza, lesioni, minacce e devastazione.
2023. Il caso del detenuto Alfredo Cospito (un anarchico condannato per terrorismo) diventa la nuova scusa liturgica: lo Stato è torturatore, la repressione è sistemica, la solidarietà è rivoluzionaria. I cortei sfociano in scontri e danneggiamenti.
2023–2024. Pro Pal, il risveglio. Blocchi ferroviari, strade paralizzate, incursioni nei centri d’accoglienza, cariche e controcariche.
2025. Assalto a La Stampa e No Meloni. L’intimidazione nel giornale torinese lascia straniti quanti pensavano che Askatasuna leggesse i corsivi di Annalisa Cuzzocrea. Poi si passa (si resta) a Giorgia Meloni: etichetta elastica, buona per tutto, ogni antagonismo concentrato su un solo nome. Lo scontro come identità.
Sino a oggi.
@SalisIlaria Salis quando Lei parla di fascistelli violenti che alzano la testa in mezzo alla strada rischia di descrivere lei che va a fare gli scontri ... su un po' di buon senso . Buona serata