@m_crosetti Fatto!
Il mio assoluto godimento non conta nulla, ma la galattica figura di m... passerà in modo innocuo o sarà una piccola incrinatura che si trasformerà in crollo per il pagliaccio aspirante dittatore?
Esse é o presidente da FIFA entregando o "Prêmio da Paz da FIFA" a Donald Trump, em dezembro de 2025.
6 meses depois, às vésperas da Copa, os EUA já:
- proibiram que a seleção do Irã durma e treine nos EUA;
- interrogaram o principal jogador do Iraque e o fotógrafo oficial da seleção, que foi deportado;
- negaram a entrada e deportaram o principal árbitro africano escolhido pela FIFA para a Copa;
Agora dá pra entender?
A FIFA está de joelhos para Trump e permite que ele transforme a Copa de 2026 numa peça de propaganda do seu governo e da sua ideologia.
A Copa ainda nem começou, é verdade, mas o "fascismo à lá Donald Trump" já mostra tudo que tem de ruim ao mundo.
🚨NEW: Donald Trump has attacked rock legend Bruce Springsteen in a new social media post, calling him "a total loser who spews hate."
RETWEET if you stand with @Springsteen against Trump!
#16marzo FEDERCICLISMO MATRIGNA E PROCURE INDEGNE. Mio Figlio Giovanni è stato un tesserato della federciclismo sin dall’età di 5 anni. Ha dato lustro alla federciclismo, vestendo la Maglia Azzurra alla Parigi-Roubaix. Ed è morto a 22 anni, a poco più di 100 metri dalla linea di arrivo, con la tessera della federciclismo in tasca, per colpe, accertate in via definitiva, della federciclismo e degli organizzatori di quella corsa ciclistica mortale. Tuttavia la federciclismo, prima con il presidente Renato Di Rocco e poi con l’attuale Cordiano Dagnoni, anziché rimanere quanto meno neutrale di fronte al cadavere di un suo giovane tesserato, si è schierata, sin da subito, dalla parte degli organizzatori di quella corsa ciclistica mortale, fornendo loro, gratuitamente, almeno due avvocati, Nuri Venturelli e Gaia Campus (componente della commissione nazionale elettorale della federciclismo) ed un consulente Roberto Sgalla (presidente dei Direttori di corsa della federciclismo, che diventa anche il consulente del pubblico ministero di Alessandria) i quali non hanno fatto altro che depistare, insabbiare, imbrogliare le carte per addossare a mio Figlio Giovanni ogni e tutta la responsabilità della sua morte, con la complicità, con il concorso della procura federale della federciclismo, capeggiata dall’avvocato Nicola Capozzoli, nell’ “indifferenza” della procura generale dello sport del CONI, capeggiata dal prefetto Ugo Taucer. Ed a questo scempio ha fatto da sponda il pubblico ministero Andrea Trucano della procura della repubblica di Alessandria, capeggiata da Enrico Cieri, che, nonostante le evidenze, travisando la realtà, ricorrendo ad aberrazioni giuridiche fondate su menzogne, omettendo attività d’indagine ed altre nefandezze, ha archiviato la morte di un Ragazzo innocente di 22 anni - dove sono coinvolti personaggi intoccabili - senza celebrare un giusto Processo per accertare la Verità ed assicurare davvero la Giustizia. #mattarella #meloni #nordio #consigliosuperioredellamagistratura #csm #abodi #coni #federciclismo #procurafederale #procuradellarepubblica #procuragenerale #magistratura #magistrati #anm #avvocati #verita #giustizia #veritaegiustiziapergiovanniiannelli Giustizia per Giovanni - 𝕊𝕚𝕔𝕦𝕣𝕖𝕫𝕫𝕒 𝕡𝕖𝕣 𝕥𝕦𝕥𝕥𝕚
Fratelli d'Italia ha pubblicato sui social una card tragicomica in cui divide il mondo in due.
A sinistra i cittadini comuni, il medico, l'ingegnere, l'insegnante, l'avvocato, il giornalista, con sotto scritto: "Se sbagliano, loro pagano". A destra i magistrati in toga, con sotto scritto: "Loro no".
Il messaggio è chiaro: in Italia pagano tutti tranne i giudici.
Bellissimo, commovente.
Manca solo un piccolo dettaglio: nella card non ci sono i politici. E soprattutto non ci sono i politici di Fratelli d'Italia.
Tipo Augusta Montaruli. Condannata in via definitiva dalla Cassazione per peculato.
Ha pagato? No. È ancora lì. Deputata e vicepresidente della Commissione Vigilanza RAI.
Tipo Giangiacomo Calovini, deputato di FdI, che ha patteggiato un anno e quattro mesi per corruzione.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Andrea Delmastro, Sottosegretario alla Giustizia, sempre FdI, condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d'ufficio.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Novo Umberto Maerna, deputato di FdI, condannato a un anno e due mesi per truffa e falso ideologico per aver pilotato dei contributi pubblici a un amico di partito.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Giulio Tremonti, deputato FdI e presidente della Commissione Esteri, che ha patteggiato per corruzione.
Ha pagato? No. È ancora lì.
Tipo Daniela Santanchè, Ministra del Turismo in quota FdI, rinviata a giudizio per falso in bilancio, a processo per truffa, indagata per tre (sì, tre) per bancarotte.
Ha pagato? No. È ancora lì. E anzi, fanno di tutto per salvarla dai processi.
Insomma, se Fratelli d'Italia avesse avuto l'onestà di inserire una terza colonna nella card, "Se sbagliano i nostri", sotto non ci sarebbe scritto "pagano". Ci sarebbe scritto "fanno carriera".
Perché lì funziona così: la condanna non è un problema. È un passaggio di grado, uno step del curriculum. Più grave il reato, più alta la carica.
E la cosa più bella è che questa card l'hanno fatta loro, di spontanea volontà. L'hanno pensata, impaginata, approvata e pubblicata. Convinti che nessuno avrebbe notato l'unica categoria assente dall'elenco: la loro.
Come quel ladro che va in questura a denunciare che gli hanno rubato la refurtiva.
Ieri Giorgia Meloni ha detto alla Camera che ha aumentato l’accisa sul gasolio «rispondendo a un impegno che il governo precedente aveva messo nel PNRR». È falso: l’impegno a ridurre i sussidi ambientalmente dannosi è stato inserito nel PNRR dal governo Meloni nel 2023.
Ci sono momenti in cui la politica dovrebbe rimanere sobria. La guerra è uno di quei momenti. Perché quando iniziano a parlare i cannoni sarebbe bene che tacciano almeno le liturgie.
E invece succede l’opposto.
Nello Studio Ovale, il luogo simbolo della potenza politica più grande del pianeta, un gruppo di pastori evangelici circonda Donald Trump. Mani sulle spalle, occhi chiusi, invocazioni ad alta voce. Pregano per lui e per il successo delle truppe americane nella guerra contro l’Iran. La scena viene filmata e diffusa sui social con una regia quasi perfetta.
È difficile capire dove finisca la fede e dove inizi la propaganda.
Sia chiaro: non metto in discussione la libertà religiosa. Pregare è legittimo. Pregare per la pace è persino nobile. Ma qui non siamo davanti a una preghiera per fermare una guerra. Qui siamo davanti a una benedizione preventiva della guerra stessa.
E quando la politica comincia a cercare la legittimazione nelle rivelazioni divine, qualche domanda diventa inevitabile.
Perché se una decisione geopolitica, bombardamenti, escalation militare, strategie militari, viene accompagnata da un rituale religioso che la presenta come parte di un disegno superiore, la politica smette di essere politica. Diventa missione.
E le missioni, nella storia, hanno sempre prodotto disastri.
La scena dello Studio Ovale richiama alla memoria un grido antico, quello che accompagnava gli eserciti medievali quando partivano per le crociate: “Dio lo vuole”.
Era lo slogan perfetto per giustificare qualsiasi cosa. Quando Dio è dalla tua parte, ogni decisione diventa inevitabile e ogni dubbio diventa quasi un atto di tradimento.
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è già una delle crisi più pericolose degli ultimi anni. In questo contesto vedere il capo della più grande democrazia occidentale circondato da predicatori che invocano la protezione divina per l’operazione militare produce una sensazione difficile da ignorare.
Perché ricorda qualcosa che l’Occidente ha sempre criticato altrove.
Per anni abbiamo spiegato, giustamente, che il fanatismo religioso è uno dei grandi problemi del Medio Oriente. Ed è una delle ragioni sacrosante per cui il regime iraniano va raso al suolo. Perché quando la politica si fonde con la religione nascono teocrazie, radicalismi, guerre sante. Sono morti centinaia e centinaia di giovani e di donne iraniane in nome di questa follia teocratica.
Poi però succede che nel cuore di Washington la guerra venga accompagnata da un rito che sembra uscito da un revival religioso dell’America profonda.
Quando la politica smette di rispondere alla ragione e comincia a cercare legittimazione nel cielo, il rischio è sempre lo stesso.
Che qualcuno, prima o poi, si convinca davvero di combattere una guerra sacra.
E quando si arriva a quel punto, la storia lo dimostra, le conseguenze non sono mai buone.
Per chi ancora difende questi genitori senza conoscere i fatti, ecco cosa è realmente successo. Cercate di leggere tutto prima di commentare.
Nel 2021 Nathan e Catherine, con tre figli piccoli, si trasferiscono in un casolare fatiscente a Palmoli: niente acqua corrente, niente energia elettrica, niente bagno interno, niente riscaldamento. I bambini crescono senza scuola, senza pediatra, senza vaccinazioni, senza parlare italiano, senza saper leggere né scrivere. Per quattro anni nessuno sa nulla.
Poi, nel settembre 2024, la famiglia si avvelena con funghi tossici raccolti dal padre, convinto di essere un esperto. Si ritrovano tutti privi di sensi fuori dal casolare. Non chiamano il 118. Li trova un vicino contadino per puro caso e dà l'allarme. Senza di lui probabilmente non staremmo qui a discutere. In ospedale i genitori rifiutano il sondino naso-gastrico per i figli perché fatto di silicone. Il bambino se lo strappa da solo e la madre impedisce che venga rimesso. Durante un avvelenamento. A dei bambini.
Da lì partono le segnalazioni. I carabinieri descrivono una situazione di "sostanziale abbandono". I servizi sociali propongono un percorso: ristrutturazione della casa, visite mediche, incontri educativi. I genitori accettano, poi si tirano indietro e dichiarano di non essere più interessati. Catherine fugge addirittura a Bologna con i figli, facendo perdere le proprie tracce per settimane.
Quando torna, il Comune di Palmoli — un paesino di 850 anime — offre gratuitamente una casa vera: tre camere, due bagni, riscaldamento, tutte le utenze. Rifiutata. Un imprenditore offre un'altra casa gratis. Rifiutata. Un geometra e una ditta edile si offrono di ristrutturare il casolare a costo zero. Il padre doveva solo firmare un foglio. Ha rifiutato perché i lavori sarebbero stati "troppo invasivi". Per le visite mediche dei figli hanno chiesto 150.000 euro, cinquantamila a bambino. La figlia più grande nel frattempo s'è beccata una bronchite acuta, non curata e non segnalata.
Il loro stesso avvocato a un certo punto ha rimesso il mandato, dichiarando di non poterli più difendere perché rifiutavano sistematicamente ogni proposta.
A novembre 2025 il tribunale sospende la responsabilità genitoriale e trasferisce i bambini in una casa famiglia con la madre. E qui si arriva all'ultimo capitolo. Catherine nella struttura si è comportata in modo "ostile e squalificante" verso le educatrici, ha preteso che i figli seguissero regole diverse dagli altri bambini, ha screditato il personale davanti ai figli chiamandole "cattive persone". I bambini, influenzati dalla madre, hanno iniziato a compiere atti aggressivi: HANNO ROTTO PERSIANE PER FABBRICARSI BASTONI CON CUI COLPIRE LE EDUCATRICI e hanno messo in pericolo una neonata ospite della struttura. Il padre, al contrario, è sempre stato descritto come collaborativo.
Risultato: pochi giorni fa il tribunale ha disposto la separazione della madre dai figli e il trasferimento dei bambini in un'altra struttura. A 18 mesi dall'inizio della vicenda, nessun progetto di ristrutturazione del casolare è mai stato depositato in Comune.
Quindi, prima di gridare allo scandalo e allo Stato cattivo, chiedetevi: quante possibilità sono state offerte a questa famiglia? Quante case gratuite, quanti lavori dignitosi, quanti percorsi di aiuto? E quante volte hanno detto "NO"? Non si è arrivati a questo punto per cattiveria delle istituzioni, ma per l'intransigenza sistematica di due genitori che hanno anteposto la propria ideologia alla salute, alla sicurezza e al futuro dei propri figli. Lo Stato non ha tolto dei bambini a una famiglia. Lo Stato ha protetto tre bambini da chi avrebbe dovuto tutelarli e non l'ha fatto.
E sapete cosa mi fa davvero rabbia? Che in Italia ci sono migliaia di famiglie che vivono in condizioni di indigenza non per scelta, ma perché la vita le ha messe in ginocchio. Famiglie che dormono in case fatiscenti, che non riescono a pagare le bollette, che non hanno i soldi per curare i figli. Famiglie che darebbero qualsiasi cosa per avere anche solo una delle opportunità che questa coppia ha rifiutato con arroganza. A loro nessuno offre una casa gratis con tre camere e due bagni. A loro nessuno offre ristrutturazioni a costo zero. A loro nessun imprenditore consegna le chiavi di un B&B. A loro nessun programma televisivo dedica settimane di copertura. Vivono nell'invisibilità, e nessuno si indigna.
Ecco, se proprio volete indignarvi, indignatevi per loro. Per chi lotta ogni giorno senza che nessuno gli tenda la mano, non per chi quella mano l'ha avuta, più e più volte, e l'ha schiaffeggiata ogni singola volta.
@LucioMalan Ma se non sapete, come me e milioni di altri italiani, cosa c'è nelle relazioni degli assistenti sociali esaminate dai giudici che hanno preso queste decisioni perché non ve ne state zitti? Giusto per dare aria ai denti o ci sono altri obbiettivi dietro?
I am the Ukrainian skeleton racer who was wrongfully disqualified from the Olympics last month because of my “Memory Helmet.”
Tonight in Milano-Cortina, the Paralympic Games are opening. The Committee has bizarrely permitted Russian soldier-athletes to participate under the Russian flag.
The head of the International Paralympic Committee (IPC) literally stated that they don’t care about what Russian soldiers did in Ukraine. The problem is that we do care.
They are killing Ukrainians on the battlefield, bombing our cities, and committing genocide. Now, with this step of allowing them to compete, the IPC is giving them the opportunity to continue committing genocide by spreading Russian narratives with Russian flags and symbols.
They try to manipulate the situation by pointing out that the movement started after World War II, but during World War II the Olympic Games were cancelled, and German athletes were not invited and did not take part in the Games until 1952.
It looks like the head of the IPC doesn’t know the history of the Olympic and Paralympic movement at all.
What a shame.
This whole story is just getting worse and worse.
Trump sperava di finire nei libri di storia e invece finirà probabilmente sui dizionari, come sinonimo di IDIOTA, definizione che, ad esser cauti, gli si attaglia alla perfezione.
Dopo aver confuso l’Iran col Venezuela, immaginando che ammazzare il capo degli ayatollah fosse poco più di una scampagnata come quella organizzata per prelevare Maduro, si ritrova ora impantanato in una guerra dalla quale gli USA non traggono alcun vantaggio strategico, mettendo anzi a nudo come l’iper sovranismo/isolazionismo MAGA abbia lasciato il posto ad una visione del Medio Oriente plasmata sulle esigenze di sicurezza di Israele (e su quelle elettorali di Netanyahu), al netto di ogni valutazione circa la loro legittimità, ma anche rivelato come l’invincibile (ma spesso vinta) macchina da guerra americana si incastri idealmente tra i vicoli dei sistemi di difesa arabi e persiani, come mille anni fa succedeva agli assai meno tecnologici crociati.
La pretesa di Trump di dire la sua sulla nuova leadership di Teheran mette inoltre una pietra tombale sulle speranze che il “leader del mondo libero” abbia a cuore la libertà del popolo iraniano.
E così il presidente che ambiva al Nobel per la pace, dopo aver fondato il Dipartimento della Guerra ed aver intrapreso più azioni militari in un solo anno di qualunque altro suo predecessore, ha pensato bene di salvare la popolarità in picchiata, regalando un nuovo conflitto a un elettorato che lo aveva votato per chiudere semmai quelli già in corso, ma anche di attaccare, senza prevedere contromisure, l’unico paese in grado di bloccare il commercio mondiale e far schizzare in alto i prezzi di petrolio e gas che aveva promesso di dimezzare e quindi l’inflazione, che pesa sulle tasche di quegli elettori che dovrebbero votare per i suoi candidati di qui a qualche mese alle elezioni di medio termine.
E che dire della reazione scomposta davanti al “niet” della Spagna e al “ni” della Gran Bretagna rispetto alle pretese di utilizzo delle basi in una guerra iniziata senza consultare nessuno degli “alleati” e dopo aver per mesi taglieggiato l’Europa coi dazi e aver preteso la triplicazione delle spese per la difesa?
Intanto a ridersela è la Russia, che grazie agli extraprofitti che potrebbero arrivare da questa bravata potrà continuare all’infinito una guerra che Trump aveva promesso di chiudere in 24 ore più di 10.000 ore fa. Non a caso Putin, cui il presidente ha steso tappeti rossi e riservato applausi troppo imbarazzanti persino per il suo staff, fornisce intelligence all’Iran per colpire obiettivi americani, mentre il Pentagono è costretto a chiedere aiuto al bullizzato Zelensky, cui solo qualche mese fa il tycoon, con esemplare lungimiranza, aveva detto “non hai le carte”, imponendogli di cedere le terre rare e pagare le armi USA a peso d’oro.
Se non fosse già abbastanza tragicomico che nel bel mezzo di una conferenza stampa convocata per parlare dei bombardamenti appena iniziati, abbia trovato spazio un autoelogio per la scelta delle nuove tende e dei progetti per la sala da ballo della Casa Bianca, l’immagine che immortala il circo inaugurato da Trump è certamente quella della preghiera della folta pletora di yes man che protende le mani verso di lui come fosse il messia di una nuova era, anziché inseguirlo per averli costretti a rientrare in una foto di gruppo della più cialtronesca banda di scappati di casa che la storia americana (e non solo anericana) abbia mai conosciuto.
Ecco a cosa serve che un magistrato indaghi. Serve a chiarire se il comportamento della polizia abbia rispettato la legge. Perché tutti siamo soggetti alla legge. Anche la polizia. Per questo la proposta di "scudo penale" è irricevibile in uno stato di diritto.
#Rogoredo
Il referendum che non riguarda la giustizia
Perché chi è indeciso dovrebbe votare no
Provate a fare un esercizio. Prendete i sette articoli della Costituzione che il governo vuole modificare e cercate, in tutto il dibattito pubblico di queste settimane, una sola frase che spieghi con chiarezza quale beneficio concreto ne ricaverà un cittadino che attende giustizia. Non uno slogan. Non un'evocazione emotiva. Un beneficio reale, misurabile, verificabile. Non lo troverete. Io non ci sono riuscito.
Eppure ci stanno chiedendo di cambiare l'architettura dello Stato.
La Costituzione esiste per una ragione precisa: impedire che chi governa oggi riscriva le regole a proprio vantaggio. Per questo pretende un consenso largo quando si tratta di modificarla. Non è formalismo. È la lezione di chi ha visto cosa succede quando una maggioranza si sente padrona delle istituzioni. Qui non c'è stato alcun tentativo di mediazione. Nessun dialogo con le opposizioni, nessun compromesso. Solo un voto di maggioranza e l'apertura di uno scontro referendario trasformato in prova di forza. La riforma viene lanciata come "grande rivoluzione della giustizia". Poi il linguaggio cambia, giorno dopo giorno. Non più rivoluzione per i cittadini. Conflitto con la magistratura. Il nemico è stato scelto.
E per costruire un nemico servono storie. Il delitto di Garlasco diventa paradigma dell'incompetenza giudiziaria. Il caso Tortora viene evocato come simbolo assoluto dell'abuso dei pubblici ministeri. Si richiamano bambini trovati nei boschi dopo l'intervento dei servizi sociali, tragedie intime trasformate in prova di un sistema fuori controllo. Si cita il risarcimento a un immigrato dopo condanne annullate per dimostrare la prepotenza della magistratura. Ogni episodio viene strappato dal suo contesto, privato di complessità, incanalato in una narrazione elementare: l'autonomia dell'azione penale ha prodotto mostri.
La cosa che dovrebbe inquietarci è che funziona. Funziona perché quelle storie toccano qualcosa di vero: la paura di finire sotto un ingranaggio più grande di noi, l'angoscia di un'accusa ingiusta, il dolore per una giustizia che arriva tardi o non arriva. Sono paure legittime, usate per giustificare una riforma che non ha nulla a che fare con esse. Nessuno dei sette articoli che si vogliono modificare avrebbe cambiato l'esito del caso Tortora. Nessuno avrebbe protetto meglio quei bambini. Nessuno accorcerà i tempi di un processo. La complessità sparisce e resta una scelta binaria: da una parte chi vuole cambiare, dall'altra chi difende un sistema dipinto come opaco. Non si discute un modello tecnico. Si chiede di scegliere un campo.
Per capire dove porta questa traiettoria bisogna guardare cosa è già successo. La politica ha inciso sul diritto penale ordinario in una direzione precisa. L'abuso d'ufficio è stato abrogato con effetti retroattivi. Il traffico di influenze ristretto. Le intercettazioni sottoposte a limiti ulteriori. L'interrogatorio preventivo prima di alcune misure cautelari introdotto salvo urgenza. L'appello del pubblico ministero limitato per alcune fattispecie. Tutto legittimo sul piano formale. Il segno però è uno solo: si riduce la pressione penale sui reati dei colletti bianchi. Adesso si interviene sull'architettura costituzionale. La coerenza di questo disegno è difficile da ignorare.
Nel 2023 il sottosegretario Andrea Delmastro dichiarò che i pubblici ministeri devono tornare sotto il controllo del governo. Nel 2026 il ministro Nordio ribadisce che il PM deve restare indipendente, ma denuncia un sistema "para mafioso" nel CSM, propone sanzioni più incisive, lascia intendere ulteriori interventi per rafforzare i vincoli gerarchici. Si proclama indipendenza. Si costruisce controllo. Quando qualcuno richiama la somiglianza con il piano di Licio Gelli sul controllo politico della magistratura, la risposta è che Gelli appartiene al passato. Subito dopo si evoca Mussolini per screditare l'assetto unitario della magistratura. La memoria storica diventa uno strumento usa e getta: si prende ciò che serve alla narrazione del momento e si butta il resto.
Intanto, sulle leggi di attuazione cala un silenzio che dovrebbe allarmare chiunque. Nessuno spiega come funzioneranno concretamente due CSM distinti. Nessuno chiarisce dove avranno sede, quali strutture saranno necessarie, quali costi comporteranno. Apparati duplicati. Uffici raddoppiati. Personale amministrativo da reclutare. Decine di milioni l'anno, forse più. Non esiste una quantificazione chiara. Si modifica la Costituzione senza spiegare il prezzo. Si inserisce il sorteggio nei meccanismi di selezione di un organo costituzionale, un'istituzione chiamata a garantire equilibrio tra poteri che vedrebbe parte dei suoi componenti estratti a sorte. È un salto nel buio istituzionale, venduto come trasparenza.
Nel frattempo si chiede trasparenza sui finanziamenti del no e si evocano elenchi di nomi da pubblicare. Liste di proscrizione, chiamiamole con il loro nome. Si tace sull'utilizzo di fondi pubblici da parte dei partiti di governo per sostenere il sì. Si ricorda che cinquecentomila cittadini hanno firmato per arrivare al referendum, come se il numero delle firme trasformasse una scelta politica in una scelta neutra. Si osserva che diversi condannati o inquisiti vicini alla maggioranza dichiarano apertamente che voteranno sì. È un dettaglio che nessuno tematizza, eppure racconta più di qualsiasi analisi.
Si ripete che il voto non va politicizzato. Ogni giorno però lo si carica di significati identitari. Si attacca la magistratura. Si delegittima l'ANM. Si chiede l'elenco dei finanziatori del no. Si alimenta lo scontro. La presidente del Consiglio mantiene un profilo defilato, evitando di personalizzare troppo l'esito, ma l'indirizzo politico è evidente a chiunque voglia guardare.
Questo referendum è diventato un rito di conferma. Non tanto della riforma in sé, quanto della capacità del governo di imporre l'agenda e ridefinire i confini del potere. Il meccanismo è quello di sempre: costruire un nemico simbolico, semplificare il conflitto, trasformare la complessità istituzionale in una scelta di appartenenza. È la logica plebiscitaria nella sua forma più pura. Non si approfondisce, si contano i sì e i no. Chi dissente non è un interlocutore: è un ostacolo.
La Costituzione è nata da mesi di lavoro, da un consenso ampio e trasversale, dalla consapevolezza che le regole fondamentali non si piegano all'interesse di parte. Uomini e donne che si erano combattuti si sedettero allo stesso tavolo perché sapevano che le regole del gioco non possono appartenere a chi gioca. Oggi si propone di modificarne sette articoli con una maggioranza politica e di sottoporre il tutto a un voto che viene presentato come tecnico ma che è profondamente politico.
Chi vota sì rafforza una traiettoria che ha già inciso sul diritto penale dei colletti bianchi e che ora interviene sull'assetto costituzionale. Chi vota no difende l'idea che le regole fondamentali non si cambiano per rivincita e non si riscrivono senza consenso largo, senza progetto attuativo chiaro, senza trasparenza sui costi e sulle conseguenze.
In gioco non c'è una riforma. C'è il modo in cui concepiamo i limiti del potere. La misura della democrazia sta proprio lì, nella capacità di accettare che il potere non sia mai totale. Chi è indeciso si chieda questo: vuole davvero consegnare a una maggioranza il diritto di riscrivere le regole che valgono per tutti? Senza spiegarci come, senza dirci quanto costa, senza aver cercato l'accordo di nessuno. Io credo che la risposta sia no.
#IoVotoNo
@ErmesAntonucci@ManuelaBellipan Perché si parla SOLO della separazione delle carriere (di fatto già esistente e fenomeno marginalissimo nella quotidianità) e non della creazione del CSM duplicato e dell' Alta Corte Giudiziaria con annessi e connessi modi e rischi? È questo che mi fa dire
#IoVotoNo
Il lapsus della Meloni su Crans-Montana non è una svista. È una rivelazione.
Quando, parlando al governo svizzero, afferma che la politica non deve interferire con la giustizia, non sta pronunciando una formula neutra o di circostanza. Sta facendo emergere un presupposto mentale. Per un cittadino comune una frase del genere non verrebbe neppure in mente, perché nella nostra Costituzione il punto non è discutibile: la politica non può interferire con la giustizia. Non è un auspicio, è un assetto ordinamentale.
Il fatto che per Giorgia Meloni quella frase sia naturale indica altro. Indica che, nel suo orizzonte concettuale, l’interferenza tra politica e giustizia è un’ipotesi reale, concreta, praticabile. Non un tabù costituzionale, ma una variabile del sistema. Quel “non deve” tradisce l’esistenza di un “potrebbe”, forse di un “dovrebbe”, certamente di un “si può immaginare”.
È qui che il lapsus diventa politico. Perché chiarisce retrospettivamente il senso del dibattito sul referendum. Quando in molti hanno sostenuto che il rischio fosse quello di aprire uno spazio di condizionamento politico sulla giurisdizione, sono stati accusati di allarmismo. Oggi quel rischio non è più solo un’interpretazione critica. È stato esplicitato, sia pure involontariamente, dalla presidente del Consiglio.
In Italia, oggi, la politica non interferisce con la giustizia perché l’architettura costituzionale lo impedisce. Separazione dei poteri, autonomia e indipendenza della magistratura non sono dettagli tecnici ma garanzie sostanziali. La frase pronunciata a Crans-Montana segnala l’idea opposta: un modello in cui quella separazione non è più un limite invalicabile, ma un ostacolo da ridiscutere.
Non è una frase detta male. È una frase detta troppo bene. Dice esattamente ciò che si ha in mente. E dice anche che l’obiettivo non è correggere un sistema, ma cambiarne l’equilibrio. La politica che interferisce con la giustizia non è un incidente temuto. È un esito atteso.