Il ritorno del delitto d’onore
Roggero ha sparato quando la rapina era ormai finita. I giudici lo hanno ripetuto in ogni grado, fino alla Cassazione, i tre banditi stavano scappando e non c’era più nessuna aggressione da fermare. Restava soltanto un uomo umiliato dentro il suo negozio e la voglia di fargliela pagare. Li ha inseguiti fuori, ha svuotato il tamburo contro la loro auto, ha preso a calci uno che era già a terra e ha provato a sparargli ancora con la pistola scarica. Chiamare difesa tutto questo è una bugia che ci raccontiamo per non usare la parola vera, vendetta.
Chi lo difende parla di emozioni, e ha ragione a parlarne. La paura di chi era già stato derubato, la rabbia covata negli anni, il terrore di ritrovarseli davanti armati. Sono cose umane, le capisco anch’io. Solo che l’emozione non ha mai dato a nessuno il diritto di ammazzare. Se bastasse il sentimento a giustificare il sangue, ogni assassino avrebbe la sua buona ragione, perché dietro ogni omicidio brucia sempre un movente.
Anche il marito che accoltella la moglie fedifraga uccide per emozione, per gelosia, per un onore che sente calpestato. Lo Stato italiano gli dava ragione, gli scontava la pena, aveva persino un nome per quella pietà, delitto d’onore, articolo 587, roba di cui ci siamo liberati soltanto nel 1981. Chi oggi chiede clemenza per il gioielliere pistolero rimette in piedi quella stessa idea marcia, che se il dolore è forte abbastanza la vita di un altro vale meno.
Lo Stato di diritto è nato proprio per strapparci di mano questo potere. Serve a impedire che ognuno si faccia giudice e carnefice del torto subìto, perché quella strada la conosciamo bene, porta alla faida, al più forte che decide chi vive e chi muore. Nel momento in cui accettiamo che un lutto privato dia la licenza di uccidere, non stiamo discutendo un cavillo, stiamo buttando via l’idea stessa di legge.
Non stupisce che a sventolare la bandiera siano Salvini con la sua richiesta di grazia, Vannacci e i nazisti di Futuro Nazionale piantati davanti alla Cassazione con gli striscioni, la difesa è sempre legittima. Sono gli stessi che scambiano la forza per giustizia, che davanti a un uomo con la pistola in pugno provano ammirazione invece di sgomento. Ci vogliono convincere che ammazzare due persone in fuga sia un gesto da eroe, e intanto ci abituano poco alla volta a un Paese dove la legge conta meno del fucile tenuto in casa.
Ma il confronto tra legge e sentimento del popolo non può pendere unicamente verso la “giustizia del popolo”. Da sempre è così: il “popolo che fa giustizia” mandò sulla croce Gesù e salvò Barabba. I giudici chiamati ad applicare la legge devono saper resistere ai richiami della piazza del momento. Se fosse diversamente, avremmo la giungla.
Continua a leggere l'analisi del giurista Paolo Borgna sul caso dell’orefice Roggero https://t.co/TE0MMEbWUf
Mai si era visto un pluriomicida, appena condannato, sfidare il Capo dello Stato, con la postura del capo-popolo. Non chiede la grazia, perché pentito, dopo aver fatto i conti con la propria coscienza. La rivendica, come una rivincita nei confronti della giustizia, con la spocchia di chi, sentendosi dalla parte della ragione, si erige financo a giudice della coscienza di Sergio Mattarella. Proprio così, ed è davvero, in questo tripudio di vannaccismo, un "mondo al contrario". Lui, che dà lezioni dal basso della sua pretesa di impunità. […]
Il commento integrale di Alessandro De Angelis su La Stampa
#LaStampa #marioroggero
La grazia a #Roggero sarebbe la legittimazione del farwest e uno sfregio allo stato di diritto. Ed è aberrante che il governo la chieda. Caro presidente #Mattarella contiamo su di lei.
Essere a San Siro è il tragitto verso lo stadio, i rituali prima del fischio d'inizio, il momento in cui prendi posto sugli spalti, l’importanza di esserci.
L'appuntamento con ciò che ami davvero.
🚨🇺🇸 Joe Biden su Donald Trump: "Non è soltanto la sua deliberata distorsione e distruzione della NATO, la sua scelta di Putin al posto degli alleati americani, o il fatto che abbia ridotto il nostro prestigio agli occhi del mondo più di qualsiasi altro presidente nella storia.
Non sono solamente i suoi progetti di vanità: abbattere l’Ala Est della Casa Bianca per fare spazio alla sua sala da ballo, mettere il suo nome sul Kennedy Center, costruire un arco in suo onore, o persino assumere il suo addetto alla piscina per sistemare la vasca riflettente...
Wow, che perdente".
La "domenica con il #Milan" iniziava davvero con la sua voce a San Siro.
Prima quel "din din" e poi le formazioni.
E prima e nel mezzo, "estintori Meteor" e "Motel Siesta".
Se ne va un pezzo grande di gioventù.
Ciao, sciur Marsotto.
🔴⚫
@CremoniniCesare tipo quella che ti da pagare 90€ per un concerto all’Ippodromo di Milano per non vedere nulla e essere preso per il culo da chi avresti dovuto vedere?!?
SOLO PER GLI SMEMORATI:
La villa di Arcore, B. la rubó all'orfana dei signori Casati Stampa, dopo che il padre dell'orfana aveva ucciso la moglie, l'amante giovane e si era suicidato.
Alla ragazza, desiderosa di scappare dall'Italia e bisognosa di soldi, vennero offerti 500 milioni di lire contro un valore della villa stimato per 7,3 miliardi di lire. La cosa bella è che i 500 milioni non vennero dati in soldi ma in azioni non quotate in borsa. Proprio per questo la ragazza non riuscì a cambiarle in denaro e si ritrovo con delle azioni bloccate. Allora B. si offrì di riprendersele in cambio di 250 milioni di lire e alla fine la ragazza si ritrovó a vendere una casa di 7,3 miliardi per 250 milioni di lire. Non c'è che dire, un affare.
Per quanti diranno, fessa lei che ha accettato, occorre ricordare che era un'orfana e che il suo tutore legale era Cesare Previti (CONDANNATO A 6 ANNI), avvocato e braccio destro finanziario di B. Questa è una delle cose... si potrebbe andare avanti ore...
In Italia a uno come questo, dopo tutto quello che ha fatto, gli fanno i funerali di Stato. Siamo nella follia pura!!!
Edoardo Sala
Era il 7 giugno 1984. A Padova, Enrico Berlinguer stava tenendo uno degli ultimi comizi in vista delle elezioni europee.
A un certo punto, dalla folla, qualcuno iniziò a urlare: “Basta, Enrico! Basta!”.
No, non lo stavano contestando. Era paura.
Perché alcune di quelle diecimila persone, ammassate in piazza della Frutta sotto un cielo attraversato dai lampi, si erano accorte che qualcosa non andava: la voce che si impastava, le parole che inciampavano, le mani che avevano cominciato a tremare sul leggio.
Enrico Berlinguer stava male. E loro lo supplicavano di smettere.
Lui scosse la testa e tirò dritto. In quel discorso c’erano cose che voleva dire fino in fondo. E le disse.
Trascinò per dieci minuti ancora la voce e le mani che non gli rispondevano più, fino alla chiusura:
“Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo, è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”.
Furono le sue ultime parole pubbliche.
Lo accompagnarono in albergo, dove poche ore dopo entrò in coma. Lo trasferirono d’urgenza all’ospedale Giustinianeo, dove i medici diagnosticarono un’emorragia cerebrale massiva e capirono subito che non c’era più niente da fare.
Quella sera, a Padova, c’era anche Sandro Pertini, presidente della Repubblica, in città per un impegno di Stato.
Quando gli arrivò la notizia mollò tutto e corse in ospedale, si chinò sul letto di Enrico e gli baciò la fronte. Ai cronisti che gli chiedevano se sarebbe rientrato a Roma rispose con una frase sola, che bastò a far capire al Paese che legame li tenesse insieme: “Qua c’è un mio figlio”. E in quella stanza restò, accanto a lui, per quattro giorni.
L’Italia intanto si era fermata. In molte fabbriche gli operai sospendevano i turni. Davanti all’ospedale di Padova cresceva, ora dopo ora, una piccola montagna di fiori, biglietti e bandiere rosse.
Lunedì 11 giugno l’Unità uscì con quattro parole in prima pagina: “Ti vogliamo bene Enrico”. E quel lunedì stesso, alle 12.45, Enrico Berlinguer morì.
Pertini decise che la salma sarebbe tornata a Roma sul suo aereo presidenziale, accompagnata da lui in persona.
Quando Bettino Craxi e Claudio Martelli protestarono per quella che consideravano una forzatura istituzionale, Pertini rispose con una frase che sarebbe entrata nella leggenda: “Voi due fate una cosa, tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta, e io vi porto in aereo a Roma. Vediamo se il PSI prende voti”.
Il 13 giugno, in piazza San Giovanni, si tennero i funerali. Scesero in strade un milione e mezzo di persone: il funerale più grande della storia della Repubblica italiana.
Verso la fine, Sandro Pertini si alzò in piedi. Aveva ottantotto anni, era pallido e sfinito da quattro giorni di veglia. Camminò a fatica fino al feretro, si chinò e lo baciò.
Quattro giorni dopo, il 17 giugno, l’Italia andò a votare per le europee. Il Partito Comunista Italiano prese il 33,3 per cento dei voti e per la prima e unica volta nella sua storia superò la Democrazia Cristiana.
Aveva chiesto di lavorare casa per casa, strada per strada. E gli italiani lo avevano ascoltato: erano andati casa per casa, strada per strada, a portarlo in trionfo un’ultima volta.
Enrico Berlinguer era morto come aveva vissuto: in piedi, su un palco, a parlare alla sua gente. Non chiese mai niente per sé. Lasciò, invece, un’idea di politica come servizio, di onestà come dovere, di coerenza come unica misura di un uomo.
Per questo, oggi, 42 anni dopo, gli vogliamo ancora bene.