Xi Jinping che cita Tucidide a Donald Trump è una delle immagini contemporanee più surreali degli ultimi anni. Da una parte la diplomazia millenaria cinese, che ragiona per simboli, filosofia, riferimenti storici e pazienza strategica. Dall’altra Trump, che probabilmente pensava che Tucidide fosse un nuovo marchio di steakhouse texana o un giocatore serbo della NBA.
Per capirci: la “trappola di Tucidide” è la teoria secondo cui, quando una potenza emergente minaccia di sostituire quella dominante, il rischio di guerra diventa quasi inevitabile. Tucidide lo scriveva raccontando il conflitto tra Sparta e Atene: “Fu l’ascesa di Atene e la paura che questo provocò a Sparta a rendere la guerra inevitabile”. Oggi il parallelismo è evidente: Cina in ascesa, Stati Uniti potenza dominante in paranoia strategica.
Ora immaginate Xi che, con tono confuciano e aria da mandarino imperiale, spiega il concetto durante il vertice. E Trump che ascolta annuendo serio per dieci secondi, prima di chiedere se “Tucidide” abbia votato repubblicano o se produca dazi migliori di quelli cinesi.
La scena è metafisica. Xi parla di equilibrio storico delle civiltà, Trump pensa agli hamburger, ai coyote da mitragliare al confine e ai post su Truth Social scritti come messaggi inviati alle tre di notte dopo sei lattine di Diet Coke: “KISS MY A#S!!!”.
Ed è questa la vera fotografia dell’Occidente contemporaneo. La Cina che usa i classici greci per discutere di equilibrio multipolare. Gli Stati Uniti che rispondono con meme, minacce commerciali e slogan da wrestling.
ps: comunque, con @kulturjam siamo semrpe avanti. Sulla "trappola di Tucidide" e sue varianti, grazie all'acume del buon professor @PvPmedievalist , abbiamo scritto un intero capitolo del volume "Gli analfoliberali" (link nei commenti).
#trump #xijinping #cina #storia
Caro @MauroMazzaRai usi il singolare e non il plurale, abbia il coraggio delle sue azioni e non ci coinvolga. Io non sono come lei e mi stupisco che un uomo, un giornalista che ha fatto parte del servizio pubblico abbia un pensiero così gretto.
La risposta del vicedirettore de L'Espresso Enrico Bellavia all'ambasciatore istaeliano Peled.
"La scorsa copertina de L’Espresso sugli abusi dei coloni in Cisgiordania che l’ambasciatore 🇮🇱 Peled ha improvvidamente «condannato», insegna alcune cose. Innanzitutto, a noi che abbiamo molto da imparare. Anche da quello che facciamo.
Senza il ghigno beffardo del colono che irride alla donna palestinese, colto dall’obiettivo esperto di Pietro Masturzo quel racconto, intriso di sradicamento, violenza, sangue non avrebbe avuto la stessa forza. Perché dice di una pulizia etnica che punta a coltivare le spinte espansionistiche del Grande Israele.
E non ha nulla a che vedere con LA SICUREZZA nazionale. Non obbedisce a logiche, sia pure distorte o funzionali, di contrasto a minacce terroristiche.
È un’operazione di conquista condotta da civili, liberamente armati, spalleggiati dall’esercito 🇮🇱 . Un’annessione né lenta né silenziosa, in spregio al diritto, sotto gli occhi del mondo. In quella foto che ha fatto il giro del mondo c’è la sintesi e il grado zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambiccamenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella sproporzione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpestato.
L’immagine su carta ha il privilegio di fissare l’istante e consegnarlo alla memoria. Duratura e non volatile, per quanto evocabile on demand in ogni istante, come nel mondo digitale. Ha il merito di aderire istantaneamente al nostro immaginario, di entrare nell’archivio del vissuto collettivo. Non richiede altro per essere richiamata. Non presuppone una ricerca, ma la nostra intelligenza. Naturale. Il web la veicola e la porta dove il settimanale non arriva. Oltre a conservarla per tutti.
Una straordinaria fotografia non basta, senza il lavoro rigoroso sul contesto. Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sarebbe evitato un infortunio e un corto circuito. L’infortunio di sollevare semplici sospetti «manipolatori» sull’immagine. Il corto circuito di impartire lezioni sull’uso della «responsabilità» e della «correttezza» che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l��ormai raro scrupolo di leggere.
La copertina è parte di un foto-racconto, corredato di una serie di minuziose informazioni raccolte sul campo da chi quella Cisgiordania la testimonia da anni. Non bastasse, Alae Al Said ha riscontrato ogni dettaglio, aggiungendovi la propria conoscenza di quella realtà. La partigianeria sui fatti non è mai un buon viatico per approcciarli o confutarli. Sedicenti esperti, sulla scia dell’ambasciatore, si sono spinti a sostenere che l’immagine fosse generata dall’Ia. Bastava documentarsi. Per gli scettici, esiste una versione video di quel lavoro e il New York Times ha pubblicato un reportage realizzato in quegli stessi frangenti. Nel quale, peraltro, è immortalato il medesimo colono.
Non siamo noi a promuovere «stereotipi e odio». Contro neonazisti e neofascisti, contro gli antisemiti, siamo dove siamo sempre stati. In quello stesso posto dove i TERRORISTI non sono un’etnia, come i CRIMINALI non sono un popolo. Il GENOCIDIO si chiama con quel nome. E non si fanno sconti a chi nasconde o mistifica la realtà. Neppure in nome della Storia".
Il violento bombardamento israeliano in corso a Beirut figura quest'oggi ancor più ignobile, vile, disonorevole e criminale. Dovrebbe suscitare ripulsa nelle istituzioni preposte a difendere i valori dell'ebraismo, così come scuote le nostre coscienze
La colpa di questo fallimento è dei bambini che non giocano più a calcio per strada ma giocano a tennis, pallavolo, sci alpino, nuoto, biathlon, salto triplo, motogp, formula uno, curling quante cazzo di cose fanno per strada per forza c'è sempre traffico
#BosniaItalia
ANCHE CROSETTO TIENE FAMIGLIA
La famiglia di Guido Crosetto si trovava a Dubai in vacanza. Il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, venerdì 27 febbraio, è salito su un volo di linea da Roma per andare a prenderla. Sabato mattina Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Missili su Teheran, su Isfahan, su mezza regione del Golfo. Dubai compresa, con un impatto su Palm Jumeirah, quattro feriti, l’aeroporto chiuso, lo spazio aereo sigillato. Crosetto è rimasto lì, bloccato come un qualsiasi turista con il trolley in mano e il volo cancellato sul tabellone.
Questo è il fatto. Nudo, semplice, verificato da ANSA, Reuters, Fatto Quotidiano, Il Post. Adesso le domande.
La prima è ovvia: i servizi di intelligence italiani non avevano sentore di nulla? Un’operazione pianificata, secondo fonti israeliane citate da NBC News, “per migliaia di ore” tra Washington e Tel Aviv. Un attacco che lo stesso Crosetto, intervistato al Tg1 poche ore dopo, ha definito “non sorprendente, anche nelle tempistiche”. Fermiamoci un secondo su questa frase. Non sorprendente. Neanche nelle tempistiche. Lo dice l’uomo che ventiquattr’ore prima si è imbarcato per Dubai. O mentiva al Tg1 per darsi un tono, o sapeva e ci è andato lo stesso. In entrambi i casi il quadro è devastante. Il governo tedesco ha confermato di essere stato informato in anticipo. Salvini ha ammesso che l’Italia è stata avvisata “quando l’attacco era già iniziato”. Tajani ha detto di aver ricevuto la telefonata dal ministro degli Esteri israeliano ad attacco partito. L’alleato che ti avvisa a cose fatte. I servizi che non producono un’informativa abbastanza urgente da suggerire al ministro della Difesa di non salire su un aereo per il Golfo Persico alla vigilia dell’escalation più grave degli ultimi decenni.
La seconda domanda riguarda il giudizio, quello politico e umano. Anche ammettendo che l’intelligence non avesse certezze sulla data, chiunque segua la situazione mediorientale, anche solo leggendo i giornali, sapeva che l’attacco era questione di giorni. Trump lo aveva detto apertamente. Le trattative erano saltate. Il linguaggio diplomatico aveva lasciato il posto a quello militare da settimane. Il ministro della Difesa di un Paese NATO con contingenti in Kuwait, in Libano, nel Golfo, con navi nella missione Aspide nel Mar Rosso, decide che è il momento giusto per un weekend a Dubai a recuperare moglie e figli dalla vacanza. Ecco, questa è la misura dell’uomo e del politico. Anche Crosetto tiene famiglia, del resto. Le priorità sono chiare.
La terza domanda è sui mezzi. Le fonti governative si sono affrettate a precisare: volo civile, andata e ritorno. Prendiamolo per buono. Il che solleva un altro problema: il ministro della Difesa viaggia senza alcuna copertura operativa, senza un piano di rientro alternativo, senza un corridoio garantito? Se fosse scoppiata un’emergenza che richiedeva la sua presenza fisica a Roma nelle ore immediatamente successive, come sarebbe rientrato? Con un volo ITA da Dubai, lo stesso volo che è stato cancellato? La domanda non è retorica. È procedurale. Un ministro della Difesa ha protocolli di mobilità che prevedono scenari di crisi. Se li ha usati, perché non ha funzionato nulla? Se non li ha usati, perché?
Crosetto stamattina ha partecipato in videoconferenza al vertice di Palazzo Chigi. Ha scritto su X che segue la situazione “con la massima attenzione”. Ha parlato con il Capo di Stato Maggiore, con il Comandante del COVI. Tutto molto professionale, tutto molto da comunicato stampa. Il punto è un altro: mentre i missili iraniani colpivano la base che ospita i militari italiani in Kuwait (danni ingenti alla pista, soldati nel bunker, per fortuna nessun ferito), il loro ministro era in un hotel a Dubai a cercare di capire quando avrebbe riaperto l’aeroporto. Non c’è videoconferenza che possa cancellare questa immagine.
Non è una questione di forma. È sostanza, credibilità, serietà istituzionale. Un ministro della Difesa non può trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non in una fase come questa. L’immagine del responsabile della sicurezza nazionale bloccato a Dubai con la famiglia in vacanza mentre il Medio Oriente prende fuoco è qualcosa che nessun comunicato può aggiustare.
C’è poi un livello più profondo, che riguarda il rapporto dell’Italia con i suoi alleati. La Germania viene informata in anticipo. L’Italia no, o almeno non in tempo utile. Questo dato, da solo, racconta più di qualsiasi analisi geopolitica lo stato reale della nostra rilevanza nel quadro atlantico. Siamo alleati di serie B, tollerati, non consultati. Crosetto bloccato a Dubai è la metafora perfetta: il Paese che arriva sempre dopo, che scopre le cose quando sono già successe, che gestisce le emergenze in videochiamata dalla hall di un hotel negli Emirati.
Se questo governo avesse un minimo di decenza istituzionale, Crosetto dovrebbe quanto meno delle spiegazioni pubbliche, circostanziate, verificabili. Non un post su X con la formula “seguo con la massima attenzione”. L’opposizione, se esiste ancora, dovrebbe chiederle. Il Parlamento dovrebbe pretenderle. Perché qui non si tratta del weekend di un privato cittadino. Si tratta del ministro della Difesa di un Paese in guerra fredda permanente, con soldati sotto il fuoco in Kuwait, che si è fatto trovare dall’altra parte del mondo nel giorno peggiore possibile.
Nessuno gli ha detto niente. O qualcuno gli ha detto qualcosa e lui ci è andato lo stesso, perché anche Crosetto tiene famiglia. Scegliete voi quale delle due versioni sia più grave.
"Un bambino deve avere una mamma e un papà" dice il primo premier donna.
Ma ad occuparsene deve essere sempre e solo la mamma.
Così ha deciso il primo premier donna.
Che culo che abbiamo avuto ragazze ad avere finalmente un premier donna.
Alle olimpiadi di Parigi hanno provato a sterminare tutti gli atleti incastrandoli nei letti di cartone o con la Senna inquinata, nelle nostre Olimpiadi al massimo morivano soffocati col cacao del tiramisù
CATEGORIE.
Simonetta Matone ha detto la verità.
Non voleva, certo. Pensava di parlare tra compagni di partito, in un collegamento video con il direttivo della Lega in Calabria, presieduto da Durigon. Non sapeva che c’erano i giornalisti. E allora si è lasciata andare.
Le parole sono queste, testuali: “Se prima grazie all’involontario endorsement di Gratteri noi eravamo 10 a zero, oggi grazie all’improvvida iniziativa con dichiarazioni folli di Nordio siamo purtroppo 10 a 10”. Poi il passaggio che vale più di qualsiasi analisi politica: “Lui confonde ciò che si può dire in un salotto da quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto ma sono cose che non si possono dire pubblicamente”.
Fermiamoci qui. Rileggiamo.
Nordio ha definito il CSM un “sistema para-mafioso”, un “verminaio correntizio”, un “mercato delle vacche”. Ha detto che il sorteggio serve a rompere questo meccanismo. Ha detto, in sostanza, che questa riforma serve a mettere la magistratura sotto controllo politico. Lo ha detto con la brutalità di chi pensa di avere ragione e non si preoccupa delle conseguenze.
La Matone non lo smentisce. La Matone dice: sì, lo pensiamo tutti. Il problema è che l’ha detto. Il problema non è il contenuto, è che qualcuno l’ha sentito.
Ecco, questo è il punto. Questo è l’atto d’accusa più forte che si possa muovere non solo contro Nordio, non solo contro la Matone, ma contro chiunque il 22 e 23 marzo andrà a votare Sì a questo referendum. Perché ora sapete. Non potete più fingere di non sapere. Una deputata della maggioranza, ex magistrata, responsabile giustizia della Lega, ha confermato che dietro la retorica della “riforma tecnica” c’è un progetto politico che non può essere dichiarato pubblicamente. Qualcosa che si pensa ma non si dice. Qualcosa che si fa ma non si ammette.
Votare Sì significa essere complici di questo inganno. Significa accettare che ti raccontino una cosa nei comizi e ne pensino un’altra nei salotti. Significa dare copertura democratica a un’operazione che i suoi stessi promotori sanno di non poter difendere alla luce del sole.
Quando dalla sala le hanno fatto notare che c’era la stampa, la Matone ha cambiato registro all’istante. Ha corretto il tiro, ha parlato di “massima stima per Nordio”, ha invitato tutti a comprarsi il libro del ministro per 17 euro. Come se niente fosse. Come se potesse rimettere il dentifricio nel tubetto.
Non si può. Quelle parole restano. Pesano come una sentenza: noi lo sappiamo, noi lo pensiamo, ma voi non dovete saperlo.
Chi vota Sì, ora, lo fa con gli occhi aperti. Non potrà dire di non essere stato avvertito.
#IoVotoNo
Il dottor Jekyll di Venezia e il signor Hyde di via Arenula
C’era una volta un procuratore a Venezia che aveva capito tutto. Lo diceva con chiarezza cristallina, lo ripeteva a chiunque volesse ascoltarlo, lo scriveva nei saggi, lo gridava nelle interviste. Carlo Nordio, procuratore aggiunto, l’uomo che aveva messo le mani dentro il fango del Mose, che aveva visto da vicino come funziona la corruzione in Italia, aveva una tesi limpida: creare nuovi reati e inasprire le pene non serve a niente. A niente.
Nel febbraio 2015, da quella Procura nell’ex Manifattura Tabacchi di Venezia, lo spiegava a Italia Oggi con la pazienza di chi sa di avere ragione e la rassegnazione di chi sa di non essere ascoltato: «Mi creda, non sarà l’inasprimento delle pene a fermare i corrotti. Prenda tutti i nuovi reati introdotti negli ultimi anni, dall’insider trading alla legge 231, o anche il reato di concussione per induzione. Le pare che questi reati siano spariti?»
No, non erano spariti. E non sarebbero spariti.
Pochi mesi prima, commentando a Radio Radicale gli arresti del Mose, aveva tirato fuori Tacito. «Corruptissima re publica, plurimae leges.» Più la repubblica è corrotta, più promulga leggi. Duemila anni e non si vedono spiragli di novità, diceva. E poi il consiglio diretto a Renzi, che suonava quasi come una supplica: «Direi al presidente del Consiglio di lasciar stare le pene, le leggi penali, i nuovi reati. Le leggi ci sono, le pene sono già stratosferiche.»
Stratosferiche. Parola sua.
Il Nordio procuratore aveva le idee chiarissime. Ripeteva che la filosofia dei nuovi reati «crolla di fronte al fatto che sono inapplicabili». Spiegava che se uno ruba in tre case diverse può teoricamente prendere trent’anni ma nella realtà ne sconta zero. Che il problema non sono le pene ma il guazzabuglio normativo, la giungla di leggi che dà al pubblico ufficiale corrotto una discrezionalità assoluta. «Poche leggi e procedimenti semplificati», diceva. «La confusione normativa rende l’uomo ladro.»
E la soluzione? «I corrotti non vanno solo puniti, vanno disarmati. Bisogna tagliargli le unghie.» Le unghie, non la libertà personale dei cittadini.
Diceva anche, nel 2018, sulla Fondazione Einaudi, che l’aggravamento delle pene è «inutile e irrazionale», che le nostre pene sono «esageratamente alte» e che ai loro aumenti non corrispondono le diminuzioni dei reati. L’omicidio stradale, scriveva, è «l’ultimo di questi prevedibili fallimenti».
Prevedibili. Questa è la parola chiave. Perché tutto quello che è successo dopo era prevedibile. Solo che a prevederlo era stato proprio lui, e poi ha fatto finta di dimenticare.
Arriviamo al 22 ottobre 2022. Nordio giura come ministro della Giustizia del governo Meloni. Il primo annuncio: «forte depenalizzazione». La velocizzazione della giustizia, dice, transita attraverso una riduzione dei reati. «Bisogna eliminare questo pregiudizio che la sicurezza e la buona amministrazione siano tutelati dalle leggi penali: questo non è vero.»
Perfetto. Il procuratore illuminato è finalmente al comando. Adesso le cose cambieranno.
No.
Il governo Meloni, con Nordio alla Giustizia, ha varato quarantotto nuovi reati. Quarantotto. Non una riduzione, non una semplificazione, non una depenalizzazione. Quarantotto nuovi reati. L’esatto contrario di tutto quello che il Nordio procuratore aveva predicato per trent’anni.
L’elenco è un monumento all’ipocrisia. Nuovi reati, pene più alte, giri di vite securitari. Il reato di rave party, inventato in una notte per cavalcare un caso di cronaca. Il reato di maternità surrogata commesso all’estero, un’aberrazione giuridica che trasforma in criminali cittadini che fanno qualcosa di perfettamente legale nel paese dove si trovano. L’inasprimento delle pene per chi protesta, per chi blocca una strada, per chi occupa un edificio. Il daspo urbano, le zone rosse, i fogli di via.
E poi il capolavoro: il fermo di persone sospette anche in assenza di reato. Fermare un cittadino senza che abbia commesso nulla. Il procuratore che citava Tacito e invocava il garantismo, il diritto, la presunzione d’innocenza, è lo stesso uomo che da ministro firma norme che consentono di privare della libertà personale qualcuno sulla base di un sospetto.
Non è un cambio di opinione. Non è una maturazione del pensiero, un adattamento alla realtà. È una resa incondizionata, il prezzo del potere pagato con la propria credibilità intellettuale.
Perché il punto è che Nordio aveva ragione. Aveva ragione quando diceva che le pene non servono se non sono certe. Aveva ragione quando diceva che la corruzione si combatte semplificando le leggi, non aggiungendone. Aveva ragione quando avvertiva che ogni governo avrebbe reagito ai fatti di cronaca con «nuovi reati e nuove pene» e che quella era «una strada assolutamente sbagliata».
Aveva ragione. E poi ha imboccato quella strada sbagliata, camminandoci sopra con la disinvoltura di chi ha dimenticato tutto. O di chi ha deciso che dimenticare conviene.
Nell’aprile 2015 lo disse con una frase che oggi suona come un’autoaccusa: «Più la Repubblica produce leggi, più fornisce strumenti di corruzione.» Lo ripeteva ossessivamente. E aggiungeva: «Mai magistrati in politica. Un magistrato non deve mai fare politica né prima né durante né dopo aver cessato la carica.»
Eccolo, il procuratore che non doveva fare politica, seduto a via Arenula. Eccolo, il garantista che firmava 48 nuovi reati. Eccolo, l’uomo che voleva «poche leggi chiare» e che ha contribuito a rendere l’ordinamento ancora più caotico, ancora più punitivo, ancora più inapplicabile.
La verità è semplice. Nordio procuratore poteva permettersi il lusso dell’intelligenza perché non doveva rendere conto a nessuna coalizione. Poteva citare Tacito e Senofane perché non c’era un Salvini che spingeva per il pugno duro, una Meloni che voleva la foto con le manette, un elettorato affamato di vendetta travestita da sicurezza.
Nordio ministro è un uomo addomesticato. Ha barattato ogni principio con la permanenza al governo. Ha ingoiato ogni contraddizione. Ha firmato ogni norma che il Nordio procuratore avrebbe demolito in tre minuti con una citazione latina e un sorriso di compatimento.
E il paradosso finale è questo: nessuno può accusarlo di non sapere. Sa perfettamente che quei quarantotto nuovi reati non serviranno a niente. Sa che le pene inasprite non ridurranno i crimini. Sa che fermare le persone senza reato è una violenza giuridica. Lo sapeva prima di tutti gli altri. Lo ha detto prima di tutti gli altri. Lo ha scritto, pubblicato, ripetuto.
Solo che adesso fa finta di non ricordare. Come quei politici che lui stesso, da procuratore, disprezzava.
La prossima volta che Nordio parlerà di giustizia, di garantismo, di eccesso di penalizzazione, qualcuno dovrebbe avere la cortesia di leggergli le sue vecchie interviste. Non per farlo vergognare, perché la vergogna richiede una coerenza che lui ha già perso. Per ricordare a tutti noi che in Italia il potere non corrompe solo con le mazzette. Corrompe anche le idee, i principi, le convinzioni di una vita intera.
Tacito lo sapeva duemila anni fa. Nordio lo sapeva nel 2015. Nel 2026, ha scelto di dimenticarlo.
Faccio presente alla presidente del Consiglio che:
1) nessun esponente politico di sinistra ha criticato la partecipazione di Pucci a Sanremo
2) la censura è un atto di chi detiene il potere, quindi solo il Governo potrebbe realizzarla, non l'opposizione
3) Pucci è stato offeso e minacciato - cosa esecrabile - non dalla politica, ma dai leoni da tastiera sui social, come capita a chiunque si esponga, me inclusa, ma sembra che Meloni si svegli ora che capita a Pucci
4) la deriva illiberale può essere realizzata solo da chi sta al potere, quindi dal Governo - ripeto - non dall'opposizione né tanto meno da certi sfigati sui social.
Ciao @lucatelese Se le cose stanno come dici, credo tu abbia un modo per verificarlo: chiedere l’accredito da corrispondente di guerra, rilasciato secondo le norme del diritto internazionale, e valutare se la tua richiesta verrà accolta oppure respinta. Dopodiché potrai venire in Ucraina e renderti conto personalmente della situazione. E descriverla. Certo che ci sono problemi, come in tutti i sistemi postsovietici (domenica ho raccontato per l’ennesima volta le ricadute della corruzione perfino sui sistemi di difesa ucraini, eppure sono ancora qui e nessuno mi ha ancora cacciato).
Accuse sbrigative e a distanza, oltre che approssimative, peraltro fanno il gioco di chi sostiene che tutti noi qui siamo ciechi oppure servi, o entrambe le cose. E se la faccenda, semplicemente, fosse un po' più complicate? Meglio venire a dare un'occhiata di persona. In certe cose, lo dico da cattolico claudicante, meglio prendere a esempio l'apostolo Tommaso.
P.s. Negli ultimi due anni a solo Kyiv hanno aperto 12 nuove librerie, tra cui la più grande di tutta l’Ucraina. È aumentata la richiesta di letteratura internazionale e alla fiera del libro che si è svolta nei giorni scorsi, e che ha visto tra gli altri anche gli inviati di alcuni importanti editori italiani, le code erano interminabili, nonostante gli allarmi aerei, e non mi è capitato spesso di vedere cose del genere in paesi definiti non liberi. Un saluto
Buongiorno a tutti,in queste ore di lutto profondo, mentre il dolore per la tragedia di Crans-Montana ancora ci stringe il petto, emerge con forza una cosa che fa male quasi quanto le fiamme stesse: il VELENO delle accuse gratuite, il dito puntato contro le vittime. Molti già sanno cosa è successo quella notte di Capodanno al Le Constellation: un locale sotterraneo, ex bunker riadattato, con una sola entrata stretta come una trappola, soffitti rivestiti di materiali insonorizzanti altamente infiammabili, centinaia di ragazzi, tanti tra i 16 e i 25 anni, stipati lì dentro per brindare all’anno nuovo. Un attimo di festa, bottiglie con scintille che in un locale normale sarebbero state solo un tocco di allegria, e invece lì, in quell’ambiente sbagliato, hanno innescato l’inferno. Flashover, esplosioni, panico, una scala angusta come unica via di fuga. 47 morti, oltre cento feriti gravi. Vite spezzate in pochi secondi. Eppure, in mezzo al cordoglio, spuntano voci che invece di piangere accusano. Dicono: “Erano ricchi, se la sono cercata”. Dicono: “Hanno voluto fare i fenomeni con quelle bottiglie scintillanti, è colpa loro”. Dicono: “Giovani strafottenti che esagerano sempre”. Come se la voglia di divertirsi a 17, 18, 20 anni fosse una colpa capitale. Come se brindare con energia, ridere forte, alzare una bottiglia con una candelina pirotecnica fosse un reato che merita la morte. No. Fermiamoci. A Capodanno ci si aspetta proprio questo: ragazzi che ballano, che urlano “buon anno”, che si abbracciano, che vivono con tutta la spensieratezza che la giovinezza concede. È normale, è umano, è bello. Quello che non è normale, che non dovrebbe mai essere accettato, è organizzare una festa con 300-400 persone in un posto privo di vie di fuga adeguate, con materiali infiammabili a pochi centimetri dalle teste, in un seminterrato senza finestre, senza alternative in caso di emergenza. Non è normale che la sicurezza venga sacrificata per il “fico”, per il profitto, per l’effetto wow. Chi scarica la colpa su quei ragazzi, solo perché erano giovani, perché festeggiavano, perché magari provenivano da famiglie agiate, è un infame. Punto. Non merita risposta, non merita like, non merita spazio. È la solita mentalità che odia la gioia altrui, che trasforma il lutto in giudizio morale, che cerca capri espiatori per non guardare le vere responsabilità: chi ha autorizzato quel locale? Chi ha controllato (o non controllato) i materiali? Chi ha permesso l’uso di elementi pirotecnici in un ambiente chiuso e sovraffollato? Chi ha messo il guadagno davanti alla vita? Questi ragazzi non hanno “fatto i fenomeni”. Hanno solo voluto vivere un Capodanno. Hanno ballato, brindato, sognato l’anno che arrivava. Molti non torneranno mai a casa. Le loro famiglie stanno contando le ore per un’identificazione che potrebbe non arrivare mai intera. I sopravvissuti porteranno per sempre ustioni, incubi, sensi di colpa per essere usciti vivi. A loro, alle mamme e ai papà distrutti, ai fratelli che non parlano più, ai amici che piangono in silenzio: il nostro abbraccio silenzioso, la nostra rabbia contenuta, la nostra promessa di non dimenticare. E a chi li giudica: vergognatevi. La vergogna vera è vostra, non loro. La giovinezza non è un peccato. Divertirsi non è una provocazione. Morire per una festa non è mai “se la sono cercata”.Che questa tragedia ci lasci almeno questo: smettere di accusare le vittime e iniziare a pretendere che la sicurezza non sia un optional. Riposate in pace, ragazzi. #CransMontana #NonColpaLoro #GiustiziaPerLeVittime #BastaGiudizi #Svizzera #Capodanno #capodanno2026
È arrivato il momento di iniziare a nazionalizzare la sanità privata convenzionata.
L’Italia è uno dei Paesi con la spesa sanitaria privata più elevata al mondo. Questo perché il nostro Paese è un vero e proprio paradiso per le strutture private e convenzionate.
In Italia, infatti, i privati beneficiano di diversi irragionevoli vantaggi a danno del contribuente. Anzitutto, si appoggiano alle infrastrutture pubbliche per effettuare in sicurezza interventi chirurgici, ambulatoriali, o di assistenza al parto senza sostenerne i costi. Inoltre, possono scegliere le prestazioni da erogare e, dunque, di concentrarsi solo sugli interventi che presentano un margine di profitto più elevato. Come se non bastasse, ogni anno si vedono rinnovato automaticamente dalle Regioni l’impegno di spesa, senza gara ed in continuità con l’anno precedente. Questo significa che il nostro Paese, di fatto, ha eliminato il rischio di impresa per per le strutture convenzionate.
Questa situazione non è più tollerabile: è urgente invertire la tendenza alla privatizzazione della sanità italiana prima che incida ancora di più sulla vita dei cittadini.
Le soluzioni ci sono: è necessaria una decisa e progressiva riduzione del rilascio di nuove convenzioni ai privati e la nazionalizzazione delle strutture private convenzionate di interesse strategico che non sopravvivrebbero senza il supporto delle convenzioni.
Dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza il 10 ottobre scorso, Israele ha ucciso 2 bambini ogni giorno.
A riferirlo è l’UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, che denuncia che almeno 67 bambini sono stati uccisi in “incidenti legati al conflitto” da quando è stata annunciata la tregua tra Hamas e Israele.
Il cessate il fuoco, entrato in vigore il mese scorso con mediazione statunitense, avrebbe dovuto rappresentare una pausa nei combattimenti. Ma a Gaza, secondo i dati diffusi dall’UNICEF, la violenza non si è mai fermata, nemmeno verso i bambini.
Tra le vittime, una neonata di pochi giorni morta a seguito di un attacco aereo israeliano su Khan Younis.
“Questi non sono numeri: erano bambini, ognuno con una vita e dei sogni”, ha dichiarato il portavoce UNICEF Ricardo Pires durante una conferenza stampa a Ginevra.
Le sue parole confermano una realtà già denunciata da organizzazioni umanitarie e mediche presenti sul campo: l’infanzia a Gaza è il bersaglio più esposto e indifeso.
Da ottobre 2023, secondo stime di numerose organizzazioni umanitarie, oltre 64.000 bambini sono stati uccisi o feriti a Gaza.
Molti hanno riportato amputazioni, disabilità, ustioni gravi e lesioni fisiche e cerebrali permanenti. Save the Children ha definito Gaza “il luogo con la più alta concentrazione di bambini amputati nella storia moderna”.
Alla violenza delle bombe si aggiunge la crisi umanitaria. Con l’ingresso centellinato di aiuti e beni primari, la popolazione continua a vivere in condizioni estreme. Oltre 150 bambini sono morti per malnutrizione o per l’impossibilità di accedere alle cure.
“La realtà è semplice e brutale: a Gaza non esiste un luogo sicuro per un bambino”, ha affermato Pires, chiedendo accesso immediato agli aiuti e protezione per i civili.
Da ottobre Israele ha violato la tregua oltre 400 volte uccidendo oltre 300 persone di cui 67 sono bambini.
A Gaza il “cessate il fuoco” non è mai iniziato.
Da @insideover
Non smettiamo di parlarne.
Il pensiero che i figli appartengano ai genitori è molto pericoloso, sono infatti persone indipendenti e titolari autonomi di diritti.
Dire che mia figlia mi appartiene, mi apre la strada ad ogni tipo di abuso perché cancella il confine tra me e lei che è, invece, inviolabile.
Vedo che molti ci raccontano dei propri nonni che hanno vissuto felicemente isolati in montagna senza bagno e con i cibi della terra.
Strano che non ci raccontino del perché i genitori siano scappati da quella vita e li abbiano fatti crescere in normali centri abitati. Boh.