“Mi sono fermato, poi hanno aperto il fuoco''. Così Fahed Abu Haykal, padre di Sam, racconta l'attacco subito dalle Forze di difesa israeliane in cui è rimasto ucciso un neonato, di 7 mesi.
Fahad smentisce la propaganda fornita dai militari israeliani, secondo i quali l'auto sulla quale viaggiava la famiglia è stata percepita come una minaccia. Fahed ha spiegato che i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro l'auto della sua famiglia pochi istanti dopo che lui si era fermato all'ordine dato dai militari.
La famiglia, che vive a Betlemme, si stava recando a far visita alla nonna di Sam quando un proiettile dell’esercito criminale Israeliano ha ucciso l’ennesimo neonato palestinese.
Hussam Ebu Safieh, "İsrail'in rehineler için ölüm cezası" ile öldürülecek olan Filistinli doktorlardan biridir (diğer 95 doktor arasında).
Onu öldürmelerine izin verme.
Bunu yeniden yayınlayın.
Giornalista: Che ne pensi del comportamento di Lamine Yamal ieri durante le celebrazioni del Barcellona per la Liga, e un giocatore dovrebbe astenersi dall'intervenire in questioni che non riguardano il calcio?
Guardiola: E anche tu dovresti astenerti dall'intervenire in cose che non sono di tua competenza. Sei qui per chiedermi della partita contro il Crystal Palace di domani.
E nonostante ciò, risponderò alla tua domanda... Il calciatore è un idolo per milioni di persone, la sua opinione è influente, quindi deve condividere il suo punto di vista se necessario.
Cosa faresti se trovassi tua moglie e i tuoi figli sotto le macerie delle case come loro laggiù? Usciresti qui in conferenza stampa per parlare di un giocatore che indossa una maglia e corre dietro a un pallone?? Ovviamente no!!
Tu non scegli gli argomenti di cui vogliamo parlare, quindi sono cose che non ti riguardano. La posizione di Lamine è qualcosa di cui deve essere fiero, è diventata la conversazione del mondo ora.
Israele ha scatenato una campagna contro Lamine Yamal, perché lui ha alzato la bandiera della Palestina.
Loro che sborsano milioni per pagare la loro falsa propaganda, non sopportano che basti essere umani per stare dalla parte giusta, in cambio della gratitudine di chi è umano.
L'ambasciatore israeliano in Danimarca ha protestato contro la diffusione virale di questo video, in cui si mostra l'IDF (l'esercito israeliano, ricordiamolo sempre: "l'esercito più morale che ci sia") alle prese con le sue vittime preferite, donne e bambini, usando i soliti modi
BREAKING! US court ha suspended the US sanctions against me!
As the judge says: "Protecting the Freedom of speech is always just the public interest".
Thanks to my daughter and my husband for stepping up to defend me, and everyone who has helped so far.
Together we are One.
Gaza è una bomba batteriologica e virologica…
Israele ha distrutto le condizioni per la sopravvivenza umana a Gaza.
Migliaia di persone sono costrette a vivere circondati da montagne di rifiuti, macerie, in discariche a cielo aperto, con le fogne che si riversano nelle strade, allagandole, invasi da insetti e ratti: bambini e neonati vengono morsicati dai topi mentre dormono.
Questa catastrofe umanitaria è il risultato di una strategia militare precisa che mira a ridurre la popolazione attraverso le infezioni, le malattie e la fame…Che il generale israeliano, Giora, invocò in un articolo su un quotidiano israeliano, scrivendo: “dobbiamo usare la carestia e le infezioni per ridurre la popolazione...” #GENOCIDIO
Storia di un uomo che insegnava ai bambini a sognare🧵
Khaled Daoud, 67 anni, insegnante, una vita dedicata ai bambini del campo profughi di Dheisheh.
Nel 1994 fonda il Centro Comunitario Ibda'a: asili nido, scuole materne, scuola di musica, danza, arte, informatica, calcio, pallavolo femminile.
Il Certro Ibda'a è gratuito, vive grazie alle donazioni dei palestinesi all'estero.
Poi accade uno splendido imprevisto: il talento dei bambini travalica i confini.
I video delle esibizioni dell'orchestra dei bambini di Ibda'a e della compagnia di danza diventano virali, ne parlano i media internazionali.
Teatri e festival musicali di mezzo mondo li invitano a esibirsi.
I sogni di bambini talentuosi nati in un campo profughi prendono forma.
Il clamore intorno ai bambini di Ibda'a infastidisce il regime di occupazione militare.
La narrazione dei bambini terroristi, ad uso e consumo degli idioti e razzisti occidentali rimbecilliti dalla propaganda complice, rischia di vacillare.
Bisogna correre ai ripari.
I militari dell'IDF irrompono nel Centro e arrestano Khaled.
Nei paesi civili si chiama sequestro di persona, in Israele detenzione amministrativa.
Nessuna accusa né processo.
Durante il trasporto in carcere, viene picchiato selvaggiamente. In prigione, più volte torturato.
Khaled è un uomo malato, soffre di una grave forma di artrite reumatoide e la detenzione aggrava la malattia.
Nel giugno del 2024, dopo sei mesi, viene rilasciato.
L'orrore sembra finito, invece è solo all'inizio.
A febbraio 2025 i militari irrompono di nuovo nel Centro, hanno un ordine di chiusura di sei mesi per "attività non autorizzate".
Il Centro Ibda'a è costretto a chiudere, potrà riaprire ad Agosto.
Agosto finalmente arriva, i bambini sono entusiasti.
Mancano pochi giorni alla riapertura quando ritornano i militari e arrestano nuovamente Khaled.
Detenzione amministrativa, nuovo sequestro di persona.
Khaled ha 67 anni, è gravemente malato, non è più in grado di compiere alcuna azione senza un aiuto.
Un carceriere sadico gli ordina di alzarsi dal letto senza l'aiuto dei compagni, sa che non è in grado, lo afferra e lo scaraventa a terra, Khaled cade a peso morto e si rompe i denti e due costole.
Trascorrono i mesi, perde 20 kg, ha un collasso.
Gli israeliani dispongo la scarcerazione ma Khaled non è in grado neanche di uscire dal carcere.
Chiamano un'ambulanza palestinese che lo preleva e lo conduce direttamente in ospedale.
Una sua cara amica attivista e giornalista israeliana si reca in ospedale, Khaled gli racconta l'inferno in terra, delle torture subite, delle umiliazioni, della privazione del cibo e delle continue percosse "persino i dottori nell'ospedale del carcere mi hanno picchiato".
Otto giorni dopo il ricovero, Khaled Daoud Al-Saifi muore.
L'amica di Khaled racconta la sua storia in uno struggente articolo pubblicato da Haaretz.
Al funerale, la pioggia battente si mescola alle lacrime di centinaia di bambini accorsi per l'ultimo saluto.
E poi c'è la verità, che irrompe dall'obiettivo di un fotografo palestinese sopravvissuto…Saher Alghorra, che ha vinto il Pulitzer.
Sono 260 i giornalisti palestinesi assassinati da Israele a Gaza. Minacciati, infangati e poi giustiziati uno ad uno, spesso con le loro famiglie.
Questo abominio, questa vergogna, pesa sulle coscienze dell'Occidente democratico e dei suoi governanti complici del genocidio coloniale in corso in Palestina e in Libano.
Questa è una lettera d'amore.
Scritta da un padre detenuto, alla sua bambina.
Non parla solo di loro due. Parla del mondo in cui stiamo scegliendo di vivere e della postura che vogliamo avere. Parla di Sumud, di dignità, di futuro.
Libertà per Saif e Thiago.
Palestina libera.
.
Padre Ibrahim Faltas, Custode di Terra Santa, sulla suora francese picchiata, le violenze dei coloni, aggressioni e sputi ai cristiani, quello che stanno passando i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, la Global Sumud Flottilla.
Su quello che è e fa Israele, da sempre.
Ascoltate
Something dangerous is happening in Gaza.
Over the past months, we have been noticing a clear rise in cancer cases, especially breast and uterine cancers.
But this is not just about disease.
This is about a system collapsing around patients, leaving them with nowhere to go.
Two days ago, a woman came to our clinic.
F.J.
32 years old.
We suspected masses in both of her breasts, different sizes.
The ultrasound confirmed it.
What remained was the biopsy, the one step that could define her future. It costs 800 Shikel = 250$
For most people, this is a medical step.
But for her, it is a decision between life and nothing.
She lives in a tent.
Her husband is injured in both legs, with metal plates, and depends on ongoing physiotherapy, which we provide at the clinic.
They have nothing left.
For them, this amount is impossible.
In a place like this, illness is not just painful.
It is financially selective.
Sometimes, death becomes the cheaper option.
In cases like this, I usually try to find a way.
I contacted a colleague who works with an international medical program, a program that used to cover the costs of more than 100 patients every month.
I asked him to add her case urgently.
He paused,then he told me:
“The program stopped… a few days ago.”
Why?
Because the organization discovered fraud and theft
by a private hospital that had been receiving more than half a million dollars every month for multiple projects (including pathology services).
Because of greed, thousands of patients are now left without care.
As if this people needed more suffering.
As if it was not enough to lose homes, safety, dignity.
Now even their illness.. is being traded.
And this is only one story.
How many women are now sitting in tents, feeling a lump in their body, and waiting?
Waiting without diagnosis.
Waiting without treatment.
Waiting for pain to become something irreversible.
How many will lose their chance at early treatment?
How many will reach hospitals only when it is too late?
How many will live with permanent disability, because something simple was delayed?
And even when treatment exists outside Gaza,
patients cannot reach it.
Because the Israeli army continues to restrict and block medical evacuations.
People who could be treated, are trapped.
Cancer patients.
Children.
The wounded.
Waiting for permission that may never come.
This is not one failure.
This is a chain of failures.
A siege that limits medicine.
A system that collapses.
Corruption that steals what little remains.
And in the middle of it all patients .. Waiting.
This is not a story you will see on most news channels.
Because it does not fit a narrative.
But this is our reality:
A place where people are left in tents,
left in poverty,
left in hunger,
left under siege,
and now ..
left to die from diseases this war has helped create.
We may be able to help this one woman.
We may find a way for her.
But the question that does not leave me is this:
How many others will never reach us?
How many names will we never hear?
And how many lives will quietly disappear
because no one was there to pay the cost?
#WoundedGaza
Nel 2008,dopo l'ennesima strage israeliana di palestinesi, Vik Arrigoni scriveva:
“Ho una videocamera con me ma ho scoperto di essere un pessimo cameraman: non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io”.
Vik🇵🇸
Meead Abu Al-Rub, una donna coraggiosa contro il branco di vigliacchi, non solo quelli che l’hanno aggredita quel giorno.
“Spero che la diffusione della foto nei media serva a mostrare all’opinione pubblica la sofferenza del popolo palestinese a causa dell'oppressione dei coloni”
La risposta del vicedirettore de L'Espresso Enrico Bellavia all'ambasciatore istaeliano Peled.
"La scorsa copertina de L’Espresso sugli abusi dei coloni in Cisgiordania che l’ambasciatore 🇮🇱 Peled ha improvvidamente «condannato», insegna alcune cose. Innanzitutto, a noi che abbiamo molto da imparare. Anche da quello che facciamo.
Senza il ghigno beffardo del colono che irride alla donna palestinese, colto dall’obiettivo esperto di Pietro Masturzo quel racconto, intriso di sradicamento, violenza, sangue non avrebbe avuto la stessa forza. Perché dice di una pulizia etnica che punta a coltivare le spinte espansionistiche del Grande Israele.
E non ha nulla a che vedere con LA SICUREZZA nazionale. Non obbedisce a logiche, sia pure distorte o funzionali, di contrasto a minacce terroristiche.
È un’operazione di conquista condotta da civili, liberamente armati, spalleggiati dall’esercito 🇮🇱 . Un’annessione né lenta né silenziosa, in spregio al diritto, sotto gli occhi del mondo. In quella foto che ha fatto il giro del mondo c’è la sintesi e il grado zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambiccamenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella sproporzione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpestato.
L’immagine su carta ha il privilegio di fissare l’istante e consegnarlo alla memoria. Duratura e non volatile, per quanto evocabile on demand in ogni istante, come nel mondo digitale. Ha il merito di aderire istantaneamente al nostro immaginario, di entrare nell’archivio del vissuto collettivo. Non richiede altro per essere richiamata. Non presuppone una ricerca, ma la nostra intelligenza. Naturale. Il web la veicola e la porta dove il settimanale non arriva. Oltre a conservarla per tutti.
Una straordinaria fotografia non basta, senza il lavoro rigoroso sul contesto. Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sarebbe evitato un infortunio e un corto circuito. L’infortunio di sollevare semplici sospetti «manipolatori» sull’immagine. Il corto circuito di impartire lezioni sull’uso della «responsabilità» e della «correttezza» che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l’ormai raro scrupolo di leggere.
La copertina è parte di un foto-racconto, corredato di una serie di minuziose informazioni raccolte sul campo da chi quella Cisgiordania la testimonia da anni. Non bastasse, Alae Al Said ha riscontrato ogni dettaglio, aggiungendovi la propria conoscenza di quella realtà. La partigianeria sui fatti non è mai un buon viatico per approcciarli o confutarli. Sedicenti esperti, sulla scia dell’ambasciatore, si sono spinti a sostenere che l’immagine fosse generata dall’Ia. Bastava documentarsi. Per gli scettici, esiste una versione video di quel lavoro e il New York Times ha pubblicato un reportage realizzato in quegli stessi frangenti. Nel quale, peraltro, è immortalato il medesimo colono.
Non siamo noi a promuovere «stereotipi e odio». Contro neonazisti e neofascisti, contro gli antisemiti, siamo dove siamo sempre stati. In quello stesso posto dove i TERRORISTI non sono un’etnia, come i CRIMINALI non sono un popolo. Il GENOCIDIO si chiama con quel nome. E non si fanno sconti a chi nasconde o mistifica la realtà. Neppure in nome della Storia".