Elena Cecchettin è lucida e parla. Questo per molti è inaccettabile: il dolore deve essere offuscato, disordinato, muto. E invece Elena parla e sa quello che dice e fa del suo dolore, del dolore della sua famiglia, un gesto creativo e fecondo.
Parla, Elena.
Ricordo ancora la lezione del mio professore di linguistica su quanto il linguaggio giornalistico volga alla deresponsabilizzazione del colpevole
Giulia è stata uccisa “da svariate coltellate che l’hanno colpita alla testa e al collo”, ma questo è il mezzo non l’agente +
state criticando elena cecchettin come avete criticato gildo claps, pietro orlandi, ilaria cucchi e tutti i familiari delle vittime che hanno coraggio, nonostante il dolore profondo, di esporsi agli occhi di tutti contro il sistema schifoso sul quale è basato il nostro paese.
La storia di #giuliacecchettin insegna delle cose importanti:
1. Le donne intelligenti che vogliono “spiccare il volo” e che vogliono essere libere, spaventano.
2. Gli uomini, sempre più insicuri, non sono capaci di accettare questa cosa e quindi ti ammazzano.
Questo è.
Come si fa a sopportare la paura nell’attesa del responso? Aspettare una settimana, due, un mese. Lasciarne passare uno e mezzo, cedere alla dimenticanza che copre la rimozione. E poi decidersi, rifare la strada verso l’ambulatorio, la clinica, l’ospedale, chiedere al banco informazioni: “È qui o di sopra che si ritirano gli esiti degli esami?”. Come si fa ad abitare lo spazio del ‘tutto è possibile’: non cambia nulla o cambia ogni cosa. Prendere il numero, attendere il turno, tenere a bada la bestia ponderosa nel petto. Cartelle di plastica, stampelle, monitor controllati compulsivamente. A037, F016. L’ironia della cassiera, un lavoro come un altro quello di dispensare sentenze sul corpo, ci si abitua a tutto, non si dice così? Le voci degli altri che affiorano e svaniscono, primo piano e sfondo: la figlia che accompagna i genitori anziani a lamentarsi per un esame slittato di un anno, la donna che quasi esulta per un posto libero la settimana prossima. E intanto far finta di nulla, nessuno che veda la nube irrespirabile tra petto e gola, i piccoli angoli di aria da ricercare di lato. Ho un corpo allenato a reggere l’urto, sul momento, – come gli acrobati da circo, direbbe Campo, qualsiasi condizione – è dopo, semmai, che lo vedi crollare. L’orrore che si irradia nei gesti: l’apertura del portafoglio, il documento da porgere, l’ombrello assicurato al braccio. Il pensiero accantonato da oltre un mese, l’appuntamento proiettato lontano, manca ancora un sacco!, la danza dubbiosa tra statistiche e immaginazione: ora si prendono tutto, è il loro momento.
La biopsia stampata: “Vuole una busta?”. La cassiera sudamericana che ride: “Non guardo, c’è la privacy”. E poi allontanarsi: la apro subito o aspetto un passo, due, ogni metro in avanti rimanda ancora un po’ il momento, ritarda l'esecuzione. Mi siedo e la apro?, tornare in strada, no basta ora, qui, sulle scale di pietra, leggere a ripetizione, confondersi tra quesito diagnostico e conclusioni. Era un neo irregolare ma benigno, confermerà poi la dottoressa. Ma quanta speranza ogni volta ci vuole, e che mistero che dopo ci si scopra ancora tutti interi.