Perché Bea è stata costretta alla vita?
A una vita che sapeva d'inferno?
La domanda, oggi, mi sembra persino più potente di quella formulata da Oriana Fallaci in Lettera a un bambino mai nato, dove scriveva: “Basta volere un figlio per costringerlo alla vita?”.
È una domanda terribile. Forse ancora più terribile dopo aver letto la storia della piccola Bea, la bambina di due anni morta a febbraio, uccisa dalla mamma e dal compagno di lei.
Bea è arrivata qui e ha trovato solo rabbia, umiliazione, paura.
È stata consegnata da chi avrebbe dovuto difenderla a chi l'ha trasformata nel bersaglio della propria rabbia. Vorrei scrivere qualcosa che mi aiuti a governare la nausea per quello che quella piccolina ha subito, vorrei estrarre una morale da questa storia, una lezione, una parola abbastanza forte da impedire che accada ancora.
Ma non la trovo, non trovo nulla.
Trovo soltanto Bea e la sua faccina curiosa.
Due anni, un viaggio ancora tutto da fare
Un'età in cui i propri tesori si riducono a una coperta, un giocattolo, la mano della mamma mentre impari a camminare.
La certezza divina che quella mano non ti farà del male.
Bea questo lo credeva.
Come tutti i bambini.
Credeva che quelle braccia che l'avevano accolta appena nata servissero a cullare, che quella voce servisse a rassicurare, che quel viso tenesse fuori i cattivi dal suo mondo.
Invece era proprio lì che il mostro abitava.
Ed è questo il punto in cui le parole mi mancano, vi giuro, che malinconia! Perché la violenza degli adulti la posso immaginare, ma non riesco a immaginare lo sguardo di una bambina che scopre che il pericolo coincide con la persona da cui si aspettava protezione.
Non riesco a entrare in quel labirinto.
Stavolta mi fermo.
Se in Italia una persona con problemi psichiatrici commette dei crimini, la colpa è dello Stato. Punto.
Non mi stancherò mai di ripeterlo.
La mancata applicazione della legge Basaglia nella sua interezza, l’aver scaricato tutto sulle spalle delle famiglie dei malati psichiatrici, l’aver tagliato i fondi e l’aver ignorato il problema — che non viene mai sollevato da nessun partito politico, né di destra né di sinistra — fanno ricadere tutte le responsabilità sullo Stato.
È facile prendersela con il “pazzo in strada”, ma chi permette che stia in strada è lo Stato.
Praticamente Francesca ha amplifico solo un qualcosa che poteva passare semplicemente come un gioco facendo pensare a chissà cosa fosse successo #gfvip
Finalmente prendo coraggio per il tirocinio uni dopo 2 anni di stop per la depressione. L'azienda mi invia un modulo: "Sei fuori corso? Media?". Crollo totale. La frustrazione è stata tale che ho riversato tutta la rabbia sul mio ragazzo con accuse infondate. Mi sento a pezzi.