Grande spazio nei commenti oggi al flop della manifestazione di Napoli, di cui onestamente mi interessa poco.
Mi interessa molto di più la mancanza di indignazione rispetto alle parole-gravissime e molto pericolose- che Giuseppe Conte ha scandito dal palco: la minaccia russa sarebbe una costruzione politica per giustificare il riarmo.
Non è una sorpresa il putinismo di Conte, ma è una assoluta novità il fatto che queste affermazioni vengano fatte da un palco ufficiale del Campo Largo senza che questo generi una presa di distanza degli altri leader presenti.
In tutta Europa affermazioni del genere causerebbero la reazione immediata dei leader democratici che ricorderebbero, immediatamente che per l’intelligence di mezzo mondo la Russia rappresenta una minaccia strategica concreta e di lungo periodo.
A Napoli invece, ancora una volta, Schlein ha fatto finta di niente, e come sempre si finge morta.
Riproporre fedelmente la narrazione del Cremlino è dunque una posizione tollerata dal Campo largo?
Dovevano mostrarci l’alternativa e ci hanno mostrato ancora una volta che sono capaci di ingoiare tutto pur di tenere insieme i brandelli di una coalizione che non esiste e che è distante anni luce da posizioni europeiste e riformiste.
Nessun imbarazzo del Pd, ma anche di tutti quelli che ci raccontano di voler fare la “gamba” riformista lì dentro?
Io sono allibita e molto preoccupata: il silenzio di fronte ad affermazioni così gravi è complicità, cari amici.
E allora io vi chiedo di indignarvi, di reagire, di prendere le distanze.
La storia dei democratici italiani non merita questo epilogo.
Di certo non chiamatelo mai più centrosinistra, il campo largo è strutturalmente e definitivamente altro.
Italy is the clearest example of how a rich country can slowly destroy itself through decades of bad management.
Since the late 1990s, Italy has had almost zero productivity growth.
Real wages have stagnated. And public debt is now around 137% of GDP, projected to move toward 139% overtaking Greece as the highest in the eurozone.
It is the result of 25 years of
1. Low innovation and very low adoption of new technologies
2. Family and insider succession in many companies, weakening meritocracy
3. Underdeveloped VC industry, startup ecosystem and R&D base
4. Political capture by lobbies and organised crime
5. Extreme administrative, judicial and business bureaucracy
6. Political fragmentation
7. Demographic collapse
No country can remain rich forever if productivity does not grow, debt keeps rising and politics only manages decline instead of reversing it.
Bandiera Ucraina allontanata in malomodo dal corteo del 25 Aprile a Bologna.
Che vergogna! CHE VERGOGNA!
Tutta la mia solidarietà a Tino, un grande amico della comunità Ucraina di Bologna, una persona dolcissima che non si merita questo vergognoso trattamento. Mi viene da piangere.
Il sorpasso, che un paio d’anni fa si pensava dovesse arrivare nel 2028, ci sarà già quest’anno: nel 2026, l’Italia🇮🇹 toglierà alla Grecia🇬🇷 il primato del paese con il debito pubblico più alto d’Europa. Secondo le previsioni del Fmi, quest’anno il debito dell’Italia salirà al 138,4% del pil mentre quello della Grecia scenderà al 136,9%.
È il prodotto di scelte politiche dagli ultimi tre governi, che tra Pnrr e Superbonus hanno speso 450 miliardi di euro per investimenti che avrebbero dovuto trasformare il paese aumentando produttività e tasso di crescita: il risultato è che l’Italia cresce allo 0,5%, molto meno degli altri ex Pigs (Portogallo, Grecia e Spagna) che crescono al 2%.
L’Italia è l’unico degli ex Pigs che, dieci anni dopo il Covid, avrà un debito pubblico più alto del 2019 e un tasso di crescita del pil uguale al 2019 (<1%).
Le politiche fiscali espansive non hanno funzionato, eppure al centro dei programmi del centrosinistra e del centrodestra ci sono sempre gli “eurobond” (per finanziare un nuovo Pnrr) e la sospensione del Patto di stabilità (per finanziare un nuovo Superbonus).👇
https://t.co/ujHUjxDkMN
Come ampiamente e pubblicamente previsto ha prevalso il No. L’Italia ha una tradizionale propensione a mobilitarsi “contro” che è stata favorita anche da una campagna sbagliata e inutilmente aggressiva della destra che ha determinato una reazione di rigetto del paese che va oltre il merito della riforma. È chiaro che dietro ai numeri di questa partecipazione - comunque straordinaria e positiva, soprattutto di questi tempi - c’è anche un giudizio sulla qualità del governo nell’affrontare i problemi economici, sociali e internazionali. Io credo che la vicinanza, mai smentita, a Trump abbia danneggiato molto Meloni e l’esecutivo.
Esiste la necessità di dare rappresentanza a chi vuole che il paese cambi e che oggi si trova intrappolato tra gli opposti estremismi di destra e sinistra.
La partecipazione altissima al referendum è un dato importante e positivo. In un Paese segnato da crisi di rappresentanza e astensionismo, le file ai seggi, la voglia di discutere e di mobilitarsi sono una bellissima pagina di democrazia scritta dai cittadini italiani.
Ha prevalso il “No”.
Un No certamente politico, che riguarda il Governo Meloni, ma credo anche gli atteggiamenti tenuti durante questa campagna elettorale, che raramente è entrata nel merito di una riforma attesa da molti anni, e si è scelta invece la strada della polarizzazione. Si è passati da un populismo all’altro e, alla fine, hanno prevalso la voglia di proteggere, conservare e rifiutare ancora una riforma necessaria.
Dal canto mio, sono orgogliosa e per nulla pentita di aver fatto, nel merito, una campagna per una riforma che ho ritenuto giusta e necessaria, una riforma che il Partito Democratico ha più volte auspicato. E sono felice di aver accompagnato un popolo di progressisti e riformisti che si è schierato con passione e coraggio: Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Gian Domenico Caiazza, Claudia Mancina, Umberto Ranieri, Giorgio Tonini, Arturo Parisi, Emilia Rossi, Marco Taradash e tanti altri sono stati compagne e compagni di viaggio in un percorso che guarda a un Paese più giusto, non in balia di astratti furori e nemici stagionali.
#ReferendumGiustizia
Il PD merita un leader. Schlein non lo è.
Lo dico da militante PD. Da persona di sinistra. Da antifascista.
Venerdì sera, nello speciale di Mentana su La7, Meloni e Schlein si sono alternate sullo stesso palco per dire le loro ragioni sul referendum. La Meloni ha occupato lo spazio, ha dettato il ritmo, ha costretto tutti a rispondere a lei. Schlein ha parlato, certo. Ha detto cose anche giuste. Ma guardiamola senza filtri di partito. Parla troppo veloce, non respira, non concede una pausa né a sé stessa né a chi ascolta. Alza la voce come se gridare fosse un sostituto della forza. Chi è sicuro di sé rallenta, lascia spazi, sa che il silenzio non è vuoto ma peso. Chi è insicuro accelera, riempie, grida, perché ha paura che se si ferma qualcuno gli tolga la parola. Schlein comunica come una persona in difesa. Non come una leader. Sembra una rappresentante d’istituto in un professionale che ripete slogan scritti da altri, più preoccupata di non perdere il turno che di dire qualcosa che resti.
La Meloni mente, manipola, costruisce narrazioni tossiche, ma dal punto di vista della comunicazione è devastante. Schlein no. Schlein fa venir voglia di cambiare canale.
Lo dico con dolore, perché ogni volta che la vedo in televisione cerco di ascoltarla fino in fondo. Cerco il momento in cui mi convincerà. Non arriva mai. Nelle chat di sezione lo dicono tutti, sottovoce, come se fosse una bestemmia. “Non buca.” Due parole che pesano come un macigno.
Il referendum sulla separazione delle carriere lo ha dimostrato in modo ancora più brutale. Il fronte del “sì” era compatto, visibile, organizzato. Sapevi cosa volevano e perché. Il fronte del “no” lo hanno tenuto in piedi i magistrati e i comitati civici. Il PD dov’era? Presenza mediatica quasi nulla. Messaggio confuso. Esponenti che si contraddicevano tra loro in pubblico. Il principale partito di opposizione ha rinunciato a guidare una battaglia che toccava il cuore della democrazia costituzionale. Questo non è un problema di comunicazione. È un fallimento di direzione politica.
Il problema non è solo Schlein. È un partito che non riesce più a funzionare come una cosa sola. Due anime che non producono dialettica ma paralisi. Lo si è visto proprio sul referendum: nessuna linea chiara, nessuna strategia comune, ognuno a dire la sua in contraddizione con il compagno di partito della sera prima. Schlein sta a capo della corrente più debole, quella nostalgica, quella dei reduci che non si sono accorti che la storia è andata avanti. Le correnti non le ha cancellate. Non le ha nemmeno sterilizzate. Ha lasciato che ogni prima donna si costruisse il proprio palcoscenico per ritagliarsi un titolo di giornale, mentre nelle riunioni si portano ancora rancori che non riguardano più nemmeno Renzi, eppure continuano a girare intorno a Renzi. Il dibattito interno è fermo a un conflitto già superato dalla realtà. Fuori il mondo cambia. Dentro il PD si litiga sulle stesse cose di dieci anni fa.
Nel frattempo lascia praterie aperte a Conte e ai 5 Stelle filorussi, in nome di un campo largo nel quale Conte stesso non crede e che usa solo per tenere il PD in ostaggio. Ogni volta che Schlein tende la mano, Conte la tira indietro e chiede di più. È un ricatto travestito da alleanza. Schlein non lo vede, o finge di non vederlo.
Il PD ha bisogno di un leader che sappia stare davanti a una telecamera senza sembrare in difesa. Che sappia rispondere alla Meloni colpo su colpo, con la stessa velocità e la stessa cattiveria, ma dalla parte giusta. Qualcuno che quando parla ti faccia sentire che la sinistra è ancora viva. Che non sia un funzionario di partito travestito da innovatore. Che abbia il coraggio di mandare a casa le correnti e dire: si fa così, punto.
Ne abbiamo bisogno adesso. Perché un partito che non sa guidare nemmeno la campagna per un referendum non è un’opposizione. È uno spettatore.
Faccio parte di quella fetta di elettorato che non è mai stata di cdx, ma sta assistendo con orrore all'involuzione della sinistra in qualcosa di inavvicinabile.
Voterò SI al referendum, ma datemi qualcosa da votare anche alle politiche.
Quando viene deposto un dittatore, è sempre un giorno di festa per il mondo libero.
La libertà non è mai un dettaglio della storia: è la sua direzione naturale.
Il desiderio di libertà del popolo iraniano saprà ora indicare la strada per una stagione nuova, come chiede oggi il Premio Nobel Shirin Ebadi su La Stampa e come aveva già chiesto a Ventotene alla nostra Conferenza sulla Libertà e la Democrazia.
L’Iran, dopo gli anni bui della Repubblica Islamica, dovrà tornare a essere la casa degli iraniani, non la prigione delle loro coscienze.
Nel nome di Mahsa Amini, delle bambine, delle ragazze e delle donne minacciate, torturate e assassinate da un regime criminale, che ha calpestato ogni giorno i più elementari diritti umani.
Nel nome di chi ha avuto il coraggio di scendere in piazza, di tagliare una ciocca di capelli, di sfidare la paura.
Viva l’Iran libero.
A tutti coloro che in queste ore si ergono a difensori del diritto internazionale violato da #Trump con la cattura di #Maduro e che nelle stesso tempo sostengono il piano di Trump e di #Putin per porre fine alla guerra in #Ucraina (o che sostengono il congelamento delle posizioni sul campo in #Donbass), faccio notare, sommessamente, che tali condizioni per #Kyiv rappresentano, inequivocabilmente, una violazione del diritto internazionale dal momento che i confini dell'Ucraina sono quelli del 1991, come stabilisce, appunto, il diritto internazionale. Dunque, quando dite di difendere il diritto internazionale cercate almeno di essere credibili. Il diritto internazionale va difeso sempre e ovunque, ma per farlo bisogna essere credibili, altrimenti si finisce con l'essere pagliacci.
@RadioRadicale #Turchia
This is my flag.
It stands for unity, freedom, peace, democracy, equality, civilization, diversity, rule of law, science, beauty and strength.
There is nothing more important to fight for.
🚨🪖🎗️🇮🇱
Quelli che "vedrai, gli ostaggi non torneranno mai a casa".
Quelli che "Netanyahu non può liberarli, li vuole morti, perché se tornano gli ostaggi il governo cade nel giro di un'ora".
Quelli che "Israele sta perdendo la guerra".
Quelli che "il piano Trump per Gaza è inaccettabile, è un'offesa al buon senso".
Quelli che "Hamas è più forte di due anni fa".
Quelli che "Yahya Sinwar alla fine ha avuto ragione".
Quelli che "Israele vuole occupare Gaza per darla ai coloni".
Quelli che oggi fingono (male) di essere felici per il rilascio degli ostaggi.
Quelli che "sì, gli ostaggi sono liberi, ma l'esercito israeliano non è riuscito a liberarli con un'operazione speciale".
Quelli che "dopotutto la guerra si poteva evitare, un accordo era possibile anche senza pressione militare".
Quelli che "parlaci anche degli ostaggi palestinesi". "Ostaggi", non "terroristi all'ergastolo", attenzione.
Quelli che "Israele ha perso la guerra".
Gli sconfitti della storia. Gli sconfitti dalla Storia.
Il Blog continuerà a raccontare i fatti che contano, come ha fatto in questi due anni di guerra. Oggi, finalmente, è una bella giornata, signore e signori. Grazie a tutti per l'attenzione.
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La diretta continua.
Il Nobel per la pace a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, rischia di creare un nuovo cortocircuito in una sinistra che le piazze propal hanno gettato in uno stato confusionale, accelerando l’insorgere dell’ennesima crisi d’identità.
C’è infatti una sacca di nostalgia che non ha mai mollato kefia e bandana e non ha accettato il travaso nella cosiddetta sinistra ZTL. Un’anima gruppettara, già risvegliata dall’arrivo di @ellyesse, che sogna di sostituire i congressi con le assemblee nei centri sociali e che si intesta ogni battaglia immaginabile contro il vile Occidente. Un’anima che esiste e resiste come diaspora di quell’ala dura e pura del post-comunismo anticapitalista movimentista che non ha mai trovato una dimora politica stabile.
La colpa che costoro addebitano apertamente a Machado è quella di essere vicina a molti partiti della destra europea e sudamericana, sebbene sia anche sostenitrice di politiche liberali in materia di matrimoni tra persone dello stesso sesso e legalizzazione della cannabis per uso medico. Quella ben più grave e inconfessabile è però quella di essere anti-chavista e di opporsi con tutte le forze alla dittatura oppressiva di Nicolás Maduro, protesi del putinismo in America Latina, cui pezzi della galassia rossobruna rifugiatasi in partiti, sindacati e sedicenti associazioni antifasciste guardano spesso con palese ammirazione.
AVS borbotta e il PD per fare una cosa nuova si divide. Ma la vera spia del disagio è il silenzio abissale del M5S dove la rivoluzione di Conte ha cambiato i meccanismi di potere, senza però provare a superare quell’amore viscerale per il populismo terzomondista, né a recidere gli imbarazzanti legami con tutte le peggiori dittature del pianeta, orgogliosamente rivendicato da ex di peso come @ale_dibattista e @ManlioDS, tra viaggi a Caracas e Mosca e iniziative parlamentari per supportare Maduro e Putin, anziché le vittime delle loro repressioni.
Perché nella piccola piccolissima Italia delle mille botteghe ideologiche battaglie, come quella contro le oppressioni, le si possono fare solo con certe bandiere in pugno e la parola “pace” è concepibile esclusivamente come randello da usare contro l’ormai mitologico colonialismo USA, NATO e UE, giammai per opporsi al neo imperialismo sanguinario del quadrumvirato di Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang.
Questo Nobel è una sconfitta per i tanti fanatici legati, per ingenuità o complicità, a battaglie di retroguardia in una guerra ormai non più attuale, ma soprattutto lancia un avvertimento che sarebbe miope non cogliere. E cioè che la sfida del nostro tempo non è più tra destra e sinistra, o tra capitalismo e socialismo, ma tra democrazia e autocrazia, tra libertà e oppressione, tra la pace costruita sulla forza del diritto e la sopraffazione che alcuni vorrebbero imporre attraverso il diritto della forza.
È un Nobel dedicato all’unica pace degna di questo nome. Quella GIUSTA.
Secondo l'ultimo rapporto #Ocse il 37% degli italiani tra i 25-64 anni risulta essere un analfabeta funzionale, ossia ha difficoltà a comprendere testi di livello elementare o inferiore.
Questo spiega perché ci sono zucconi🎃che si bevono la propaganda russa
#StopPropaganda
La narrazione pro-Pal ha i giorni contati.
Numeri gonfiati, vittime duplicate, maschi adulti spacciati per bambini.
Foto riciclate da guerre passate, video manipolati, tagliati ad arte per fare propaganda.
Ogni giorno uno scandalo in meno e una verità in più.
E poi il punto chiave: nessun Paese arabo li vuole.
Né l’Egitto, che tiene Rafah chiuso.
Né la Giordania, che teme rivolte interne.
Né l’Arabia Saudita, che li tratta da stranieri.
Nessuno li accoglie, nessuno li integra.
Non è solo Israele a “non volere i palestinesi”.
È il mondo arabo stesso ad averli abbandonati.
Forse perché conoscono bene chi stanno difendendo certi attivisti occidentali.
Israele li aveva integrati: lavoro, sanità, libertà di movimento.
Poi è arrivato il 7 ottobre.
E la fiducia è finita sotto le macerie dei kibbutz.
Il mondo arabo li tiene a distanza.
Israele ci ha provato.
E ha pagato il prezzo più alto.
#FattiNonSlogan #7Ottobre #Israele #VeritàScomode #NessunoLiVuole #NarrativaFalsa
#Verità #HamasNonÈResistenza #BastaIpocrisia #GiùLaMaschera #DirittiPerTutti
La giornata si apre con gente che difende l'#Iran e attacca #Israele. Io mi arrendo. Peccato che la diaspora iraniana faccia tutta il tifo per #Gerusalemme.
La linea del Partito Socialista Europeo è chiara, netta ed inequivocabile:
il ReArm Europe è un atto iniziale importante per la creazione di una difesa comune europea.
Non c’è nessuna rincorsa bellicista, nessuna distruzione del welfare e di quanto con fatica abbiamo costruito dopo la pandemia ma solo la necessità di rendere più sicuro il nostro continente e le nostre democrazie.
Cosi come fu per il NextGenerationEu siamo davanti ad una svolta storica per l’Unione Europea che punterà su indipendenza strategica, acquisti comuni e innovazione.
@TheProgressives@PES_PSE
🚨🇫🇷 Ieri sera, in diretta, ho riportato alcune delle dichiarazioni più importanti pronunciate da Emmanuel Macron nel suo discorso alla nazione. Ma l'intervento del presidente francese non può essere archiviato come nulla fosse successo. Merita di essere visto, letto integralmente, compreso appieno. Perché? Perché non è stato un discorso come gli altri. Anche in questo caso, siamo dinanzi ad un cambio di fase evidente. Il tono utilizzato dall'inquilino dell'Eliseo è stato grave, solenne. Il lessico scelto? Quello di un capo di Stato che cerca di radunare la nazione, se necessario evocando immagini cupe, sconvolgenti. L'obiettivo è chiaro: suscitare un risveglio dei francesi (e non soltanto), comunicare che l'ora non è forse la più buia (non ancora, almeno), ma che potrebbe diventarlo. Dato importante: Macron ha galleggiato ieri fra il ruolo di leader francese ed europeo. Il secondo impegno non può essere completo - in particolare in materia di deterrenza nucleare. Perché? Perché gli Stati esistono, anche mentre si parla di difesa europea. La priorità di Macron sarà in ultima istanza la difesa di Parigi. Ma c'è una buona notizia: la sicurezza francese ha dimensione europea. Non può esistere una Francia al riparo da minacce esterne se il Vecchio Continente soffre una rovinosa aggressione. Di nuovo, consiglio spassionato: fate attenzione alle parole di Macron, alla scelta attenta delle pause, alla sua enfasi. Di questo discorso non ci dimenticheremo così in fretta. Buona lettura.
"So che siete legittimamente preoccupati per gli eventi storici che stanno sconvolgendo l'ordine mondiale. La guerra in Ucraina, che ha causato quasi un milione di morti e feriti, continua senza sosta. Gli Stati Uniti d'America, nostri alleati, hanno cambiato la loro posizione su questa guerra, sostenendo meno l'Ucraina e lasciando dubbi su ciò che accadrà in seguito. Allo stesso tempo, gli stessi Stati Uniti intendono imporre dazi sui prodotti provenienti dall'Europa. Infine, il mondo continua a diventare sempre più brutale e la minaccia del terrorismo continua senza sosta. Nel complesso, la nostra prosperità e la nostra sicurezza sono diventate più incerte. E va detto: stiamo entrando in una nuova era.
La guerra in Ucraina dura ormai da più di tre anni. Fin dal primo giorno abbiamo deciso di sostenere l'Ucraina e di sanzionare la Russia. E abbiamo fatto bene a farlo, perché non è solo il popolo ucraino a lottare coraggiosamente per la propria libertà, ma è anche la nostra sicurezza a essere minacciata. Se un Paese può invadere impunemente il suo vicino in Europa, allora nessuno può più essere sicuro di nulla, si applicherà la legge del più forte e la pace non potrà più essere garantita nel nostro continente. La storia ce lo ha insegnato.
Al di là dell'Ucraina, la minaccia russa è qui e colpisce i Paesi europei e noi. La Russia ha già trasformato il conflitto ucraino in un conflitto globale. Ha mobilitato soldati nordcoreani e attrezzature iraniane nel nostro continente, aiutando questi Paesi ad armarsi ulteriormente. La Russia del Presidente Putin viola i nostri confini per assassinare gli oppositori e manipola le elezioni in Romania e Moldova. Sta organizzando attacchi digitali ai nostri ospedali per impedirne l'attività. La Russia cerca di manipolare le nostre opinioni con bugie diffuse sui social network. E fondamentalmente, sta mettendo alla prova i nostri limiti. Lo fa in aria, in mare, nello spazio e dietro i nostri schermi. L'aggressione sembra non conoscere limiti e allo stesso tempo la Russia continua a riarmarsi, spendendo oltre il 40% del suo budget per questo. Entro il 2030, prevede di aumentare ulteriormente il suo esercito, con 300.000 soldati in più, 3.000 carri armati in più e 300 aerei da combattimento in più.
In questo contesto, chi può credere che la Russia di oggi si fermerà all'Ucraina?
Mentre parlo e per gli anni a venire, la Russia è diventata una minaccia per la Francia e per l'Europa. Me ne rammarico profondamente e sono convinto che a lungo termine ci sarà pace nel nostro continente con la Russia di nuovo in pace. Ma questa è la situazione che vi sto descrivendo, e dobbiamo conviverci. Di fronte a questo mondo pericoloso, sarebbe sciocco rimanere spettatori. Senza ulteriori indugi, dobbiamo prendere decisioni per l'Ucraina, per la sicurezza dei francesi, per la sicurezza degli europei.
Innanzitutto per l'Ucraina. Tutte le iniziative che stanno contribuendo alla pace vanno nella giusta direzione. E questa sera vorrei rendere loro omaggio.
Dobbiamo continuare ad aiutare gli ucraini a resistere finché non saranno in grado di negoziare con la Russia una pace solida per loro stessi e per tutti noi. Ecco perché la strada verso la pace non può comportare l'abbandono dell'Ucraina. Al contrario. La pace non può essere raggiunta a qualsiasi prezzo e sotto la dittatura russa. La pace non può essere la capitolazione dell'Ucraina. Non può essere il suo crollo. Né può significare un cessate il fuoco troppo fragile. E perché no? Perché anche in questo caso abbiamo l'esperienza del passato. Non possiamo dimenticare che la Russia ha iniziato a invadere l'Ucraina nel 2014 e che poi abbiamo negoziato un cessate il fuoco a Minsk. E la stessa Russia non ha rispettato il cessate il fuoco. E non siamo stati in grado di mantenere l'equilibrio a causa della mancanza di solide garanzie. Oggi non possiamo più prendere la Russia in parola.
L'Ucraina ha diritto alla pace e alla sicurezza per se stessa. Ed è nel nostro interesse, nell'interesse della sicurezza del continente europeo. Per questo motivo stiamo lavorando con i nostri amici britannici e tedeschi e con molti altri Paesi europei.
Per questo motivo, nelle scorse settimane ne ho riuniti diversi a Parigi e pochi giorni fa li ho incontrati di nuovo a Londra per consolidare gli impegni di cui l'Ucraina ha bisogno. Una volta firmata la pace, dobbiamo preparare l'Ucraina affinché non venga nuovamente invasa dalla Russia. Ciò comporterà senza dubbio un sostegno a lungo termine per l'esercito ucraino. Potrebbe anche comportare il dispiegamento di forze europee. Queste forze non andrebbero a combattere oggi, non andrebbero a combattere in prima linea, ma sarebbero presenti una volta firmata la pace per assicurarne il pieno rispetto. La prossima settimana, a Parigi, riuniremo i Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi che desiderano assumersi le proprie responsabilità in questo senso.
Si tratta di un piano per una pace solida, duratura e verificabile, che abbiamo preparato con gli ucraini e diversi altri partner europei e che ho difeso negli Stati Uniti quindici giorni fa e in tutta Europa. Voglio credere che gli Stati Uniti resteranno al nostro fianco, ma dobbiamo essere pronti se così non fosse.
Che si raggiunga o meno la pace in Ucraina in tempi brevi, vista la minaccia russa che vi ho appena descritto, gli Stati europei devono essere in grado di difendersi meglio e di scoraggiare qualsiasi ulteriore aggressione.
Sì, qualunque cosa accada, dobbiamo equipaggiarci di più, dobbiamo aumentare la nostra posizione di difesa, e dobbiamo farlo per la pace stessa, per agire come deterrente. In questo senso, rimaniamo impegnati nella NATO e nella nostra partnership con gli Stati Uniti d'America, ma dobbiamo fare di più, per rafforzare la nostra indipendenza in termini di difesa e sicurezza. Il futuro dell'Europa non deve essere deciso a Washington o a Mosca.
E sì, la minaccia sta tornando a Est e l'innocenza degli ultimi trent'anni, dalla caduta del Muro di Berlino, è ormai finita. Domani a Bruxelles, in occasione della riunione straordinaria del Consiglio tra i 27 capi di Stato e di governo, la Commissione e il Presidente del Consiglio, faremo passi avanti decisivi. Verranno prese alcune decisioni che la Francia propone da diversi anni.
Gli Stati membri potranno aumentare la loro spesa militare senza che questa venga presa in considerazione nel loro deficit. Verranno concordati ingenti finanziamenti comuni per l'acquisto e la produzione di munizioni, carri armati, armi ed equipaggiamenti tra i più innovativi d'Europa. Ho chiesto al governo di agire per garantire che questo rafforzi i nostri eserciti il più rapidamente possibile e acceleri la reindustrializzazione di tutte le nostre regioni.
Nei prossimi giorni incontrerò i ministri competenti e gli industriali del settore. L'Europa della Difesa che invochiamo da otto anni sta quindi diventando una realtà. Significa Paesi europei più pronti a difendersi e a proteggersi, che producono insieme le attrezzature di cui hanno bisogno sul proprio territorio, che sono pronti a cooperare di più, per ridurre la loro dipendenza dal resto del mondo. Ed è una buona cosa. Germania, Polonia, Danimarca, Stati baltici e molti dei nostri partner hanno annunciato sforzi senza precedenti in termini di spesa militare. Quindi, in questo periodo di azione che si sta finalmente aprendo, la Francia ha uno status speciale.
Abbiamo l'esercito più efficace d'Europa e, grazie alle scelte fatte dai nostri predecessori dopo la Seconda Guerra Mondiale, disponiamo di capacità di deterrenza nucleare. Questo ci protegge molto più di molti dei nostri vicini. Inoltre, non abbiamo aspettato l'invasione dell'Ucraina per renderci conto che il mondo era un luogo preoccupante e, attraverso le due leggi di programmazione militare che ho deciso e che i Parlamenti successivi hanno approvato, avremo raddoppiato il budget per le nostre forze armate in quasi dieci anni.
Tuttavia, alla luce dell'evoluzione delle minacce e dell'accelerazione che ho appena descritto, dovremo fare nuove scelte di bilancio e investimenti aggiuntivi, che ora sono diventati essenziali. Ho chiesto al governo di lavorarci al più presto. Questi nuovi investimenti richiederanno la mobilitazione di finanziamenti pubblici e privati, senza aumentare le tasse. Ciò richiederà riforme, scelte e coraggio.
Il nostro deterrente nucleare ci protegge. È completo, sovrano e francese fino in fondo.
Dal 1964, ha esplicitamente svolto un ruolo nel preservare la pace e la sicurezza in Europa. Ma in risposta all'appello storico del futuro Cancelliere tedesco, ho deciso di aprire il dibattito strategico sulla protezione dei nostri alleati sul continente europeo da parte del nostro deterrente. Qualunque cosa accada, la decisione è sempre stata e rimarrà nelle mani del Presidente della Repubblica, il capo delle forze armate.
Controllare il nostro destino, diventare più indipendenti, è qualcosa per cui dobbiamo lavorare non solo militarmente, ma anche economicamente. Sì, l'indipendenza economica, tecnologica, industriale e finanziaria è essenziale. Dobbiamo anche prepararci alla possibilità che gli Stati Uniti decidano di imporre dazi sulle merci europee, come hanno appena confermato per Canada e Messico.
Questa decisione incomprensibile, sia per l'economia americana che per la nostra, avrà conseguenze per alcune delle nostre industrie. Si aggiunge alla difficoltà del momento, ma non rimarrà senza risposta da parte nostra. Quindi, mentre ci prepariamo a reagire con i nostri colleghi europei, continueremo, come ho fatto due settimane fa, a fare tutto il possibile per convincerli che questa decisione ci danneggerà tutti. E, sì, spero di convincere e dissuadere il Presidente degli Stati Uniti d'America.
Nel complesso, questi sono tempi che richiedono decisioni senza precedenti da molti decenni. Quando si tratta della nostra agricoltura, della nostra ricerca, della nostra industria e di tutte le nostre politiche pubbliche, non possiamo avere gli stessi dibattiti del passato.
Per questo ho chiesto al Primo Ministro e al suo governo, e invito tutte le forze politiche, economiche e sindacali del Paese, di unirsi a loro per avanzare proposte alla luce di questo nuovo contesto. Le soluzioni di domani non possono essere le abitudini di ieri.
Cari compatrioti, di fronte a queste sfide e a questi cambiamenti irreversibili, non dobbiamo cedere a nessun eccesso, né a quelli dei guerrafondai, né a quelli dei disfattisti.
La Francia seguirà una sola strada, quella della volontà di pace e di libertà, fedele in questo alla sua storia e ai suoi principi. Sì, questo è ciò in cui crediamo, per la nostra sicurezza, ma è anche ciò in cui crediamo, per difendere la democrazia, una certa idea di verità, una certa idea di ricerca libera, di rispetto nelle nostre società, una certa idea di libertà di espressione che non sia il ritorno dell'odio, fondamentalmente, una certa idea di umanesimo. Questo è ciò per cui ci battiamo e ciò che è in gioco.
La nostra Europa ha la forza economica, il potere e il talento per affrontare le sfide di questi tempi. E abbiamo i mezzi per competere con gli Stati Uniti d’America, figuriamoci con la Russia. Dobbiamo quindi agire come un’unica entità, da europei, e dobbiamo essere determinati a proteggerci.
Ecco perché la nostra patria ha bisogno di voi e del vostro impegno. Le decisioni politiche, le attrezzature militari e i bilanci sono una cosa, ma non potranno mai sostituire la forza d'animo di una nazione. La nostra generazione non riceverà più i dividendi della pace.
Sta a noi garantire che i nostri figli raccolgano domani i frutti del nostro impegno. Così affronteremo insieme il futuro.
Viva la Repubblica.
Viva la Francia".
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