Quattro ore. Tanto ci hanno messo Meloni, Tajani e Salvini a trasformare la crisi di Ceuta in un comizio elettorale.
Uno dietro l'altro, stessa identica richiesta: sospendere Schengen con la Spagna.
Hanno visto migliaia di persone e ci hanno visto dentro un sondaggio. Sciacallaggio puro.
E dentro quelle dichiarazioni, dalla prima riga all'ultima, una montagna di bugie e porcherie.
Mettiamole in fila, una per una.
Primo.
Ceuta è fisicamente in Africa. Si tratta di un fazzoletto di terra spagnola di 18 chilometri quadrati, dall'altra parte dello Stretto di Gibilterra. Sta più vicina a Rabat che a Madrid. Si esce di lì con un traghetto o con un aereo.
Chi ha attraversato quella frontiera, per arrivare in Italia, dovrebbe imbarcarsi verso la penisola iberica passando i controlli d'identità, attraversare tutta la Spagna, valicare i Pirenei, attraversare tutta la Francia e presentarsi a Ventimiglia.
Effetto della sospensione di Schengen con la Spagna sulla situazione di Ceuta: zero.
Il loro elettore però, che fino a martedì ignorava perfino l'esistenza di Ceuta e non saprebbe indicarla sulla cartina nemmeno se la ritrovasse scritta, adesso è convinto che stia dietro i Pirenei e che quella gente giovedì prossimo sia sotto casa sua.
Su quella convinzione ci costruiscono una campagna elettorale intera. Che bello essere un politico destra e avere davanti tanti destropitechi a cui puoi raccontare letteralmente la qualunque.
Secondo.
La porta che vogliono sbarrare è sbarrata da 35 anni.
Codice Frontiere Schengen, norme speciali per Ceuta e Melilla: chi parte da lì verso la Spagna peninsulare o verso qualunque altro Paese dell'area viene fermato e identificato, documenti alla mano, come se uscisse da fuori Schengen.
Ceuta e Melilla hanno infatti un regime speciale, proprio per via della loro posizione, che prevede doppi controlli al confine esterno: uno all'ingresso dal Marocco e un altro ancora quando si viaggia verso il continente europeo.
Il ministro degli Esteri della Repubblica Italiana chiede di chiudere una frontiera nei fatti già chiusa.
Terzo.
Testuale, dal profilo di Tajani: "Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano che scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari è stata profondamente sbagliata".
Falso.
La Spagna ha approvato per decreto una regolarizzazione: permessi di soggiorno e di lavoro, di durata annuale, per gente che vive e lavora lì da anni, senza precedenti penali, già presente prima del 31 dicembre 2025. Documenti per firmare un contratto, pagare le tasse, uscire dal nero.
Il capo della nostra diplomazia ha scambiato un permesso di soggiorno per una cittadinanza e un passaporto europeo.
Il decreto spagnolo riguarda persone che stanno in Spagna da anni, entrate in larghissima parte in aereo con un visto turistico, dall'America Latina.
Chi lega le due cose sta raccontando una balla e la racconta sapendo perfettamente di raccontarla.
E se il problema sono le sanatorie (cioè le regolarizzazioni), qualcuno gli ricordi la più grande della storia repubblicana: 2002, legge Bossi-Fini, oltre 647mila persone regolarizzate.
Quarto.
Ingressi irregolari registrati nel 2025: 66mila in Italia, 36mila in Spagna.
Quasi il doppio da noi. Applicando alla lettera il principio di Tajani, il primo Paese da buttare fuori da Schengen è l'Italia. Con Tajani che firma il decreto contro sé stesso e Piantedosi che gli regge la penna.
Quinto.
Per quattro anni ci hanno raccontato sempre la stessa favola: "Non possiamo essere lasciati soli", "nessuno può affrontare la migrazione da solo", Cooperazione, solidarietà europea, redistribuzione.
Il 4 maggio scorso Meloni parlava ancora di crisi globale da affrontare insieme.
Poi la pressione si sposta di 1500 chilometri, tocca a qualcun altro e in quattro ore la solidarietà europea diventa una minaccia contro un governo alleato.
Sesto.
Il Marocco ha capito da tempo qual è la sua unica arma diplomatica: i corpi dei propri giovani. Apre il rubinetto quando le serve qualcosa sul Sahara Occidentale o per punire decisioni che non condivide (come gli accordi tra Sanchez e l'Algeria della scorsa settimana), lo richiude quando l'ha ottenuto. Era già accaduto, per esempio, nel 2014 e nel 2021, non c'entra nulla la politica migratoria della Spagna.
Davanti a un ricatto costruito sulle persone, il governo italiano ha puntato il dito contro chi quel ricatto lo subisce.
Il motivo di tanta delicatezza con il Marocco lo sappiamo tutti: i memorandum italiani con la Libia e con la Tunisia camminano sullo stesso identico meccanismo. Soldi e legittimazione in cambio di frontiere presidiate.
Chi ha appaltato i propri confini alla guardia costiera libica si guarda bene dallo spiegare al mondo come funziona il ricatto migratorio, perché il primo a restarci sotto sarebbe lui.
Settimo. E qui arriviamo al fondo del barile.
Il 19 giugno 2026, Donald Trump aveva appena raccontato al mondo intero che Giorgia Meloni lo aveva implorato per una foto al G7 di Évian e che lui gliel'aveva concessa perché gli faceva pena.
E in quel momento, tra 27 capi di governo, sapete chi ha preso la parola per difenderla? Pedro Sánchez.
Sono passati 41 giorni. Quarantuno.
Alla prima giornata di caos e di morti sulle coste spagnole in Africa, la prima a saltargli addosso è stata lei. Su una vicenda che si decide sulla frontiera marocchina, dove la Spagna è il bersaglio del ricatto.
Chi ti tende una mano quando sei a terra, gentaglia così se lo segna. E aspetta il momento buono per azzannare.
Ottavo.
Sapevano dove sta Ceuta. Sapevano che quella frontiera è controllata da 35 anni. Sapevano che a Ceuta gli sbarchi via mare erano stati zero fino a metà luglio. Sapevano che da noi gli ingressi irregolari sono il doppio dei loro. Sapevano che la mano che ha aperto quel confine sta in Marocco.
Hanno parlato lo stesso. Perché una bugia arriva a milioni di persone in tre ore e la smentita arriva a diecimila in tre giorni. E perché una crisi umanitaria, per loro, vale un punto nei sondaggi.
Che miseria senza fondo.
Il 7 settembre 2023, Giorgia Meloni, la stessa Meloni che ieri ha scritto quel post, presentò in conferenza stampa il decreto Caivano.
Un decreto che prevede, tra le altre cose, fino a due anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola.
Meloni, in quella conferenza stampa, disse testualmente: “Ho scoperto che per chi non manda propri figli a scuola la pena è di 30 euro, una volta sola. Ora si rischieranno due anni di carcere e la potestà genitoriale. In Italia c’è l’obbligo scolastico e deve essere garantito”.
Due anni di carcere e la potestà genitoriale per chi non manda i figli a scuola. Lo ha detto Meloni. Lo ha voluto Meloni. Lo ha firmato Meloni.
La famiglia Trevallion non mandava i figli a scuola. La bambina di otto anni non sa leggere né scrivere, né in italiano né in inglese. I bambini non sono mai stati iscritti a nessun istituto scolastico. E quando nella casa famiglia è stata finalmente trovata un’insegnante, il percorso è stato ostacolato dalla madre.
Quindi la stessa Meloni che ha firmato un decreto per mandare in carcere i genitori che non rispettano l’obbligo scolastico adesso scrive un post indignato contro i giudici che hanno preso provvedimenti nei confronti di una famiglia che, tra le molte altre cose, non rispettava l’obbligo scolastico.
Lo ha firmato lei, quel decreto. Ha voluto lei quelle pene. Ha detto lei che l’obbligo scolastico “deve essere garantito” e che chi lo viola rischia “la potestà genitoriale”.
Ma quando sono i giudici ad applicare quei principi, Meloni li accusa di “chiaro tenore ideologico”.
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#famiglianelbosco
Sette Paesi, un solo uomo
Diciamolo subito, senza giri. Maduro era un dittatore. Khamenei era un dittatore. Il regime iraniano ha represso, torturato, ucciso migliaia di persone. Nessuno qui versa lacrime.
Il problema è un altro. Il problema è il principio.
Se il presidente degli Stati Uniti può decidere da solo di attaccare qualsiasi Paese sovrano, catturare un capo di Stato con un raid, assassinare una Guida Suprema con trentuno bombe anti-bunker, ordinare bombardamenti su 24 province e la sera stessa andare a una cena di raccolta fondi, allora non esiste più un ordine internazionale. Esiste la volontà del più forte. Nient’altro.
Sette Paesi in pochi mesi. Nigeria, Siria, Venezuela, Iran, Iraq, Somalia, Yemen. Non è contrasto al terrorismo. Non è legittima difesa. È l’affermazione di un potere senza limiti, senza autorizzazione, senza contrappesi. Un solo uomo, da una sola scrivania, decide chi governa, chi cade, chi muore. Oggi è toccato a Teheran e Caracas. Domani può toccare a chiunque. Non perché i bersagli siano innocenti. Perché il precedente è stato creato. Il meccanismo è in moto. Una volta che accetti che la forza militare sostituisce la politica, la diplomazia, il diritto, non c’è più modo di fermarla.
Chi sosteneva che sarebbe stata un’operazione chirurgica, controllabile, limitata, guardi cosa è successo in meno di ventiquattro ore. Khamenei ucciso nel suo ufficio. Centootto persone morte in una scuola elementare femminile a Minab. Le Guardie Rivoluzionarie che lanciano missili su 27 basi americane in cinque Paesi del Golfo. Lo Stretto di Hormuz chiuso al traffico navale. Esplosioni a Riyadh, Abu Dhabi, Manama. Spazi aerei chiusi da Israele al Kuwait. Paesi che non avevano chiesto nulla si ritrovano sotto il fuoco. La teoria della forza chirurgica si è smentita da sola nel giro di poche ore.
L’Iran non era un attore isolato. Aveva alleanze, milizie, capacità di ritorsione dal Libano allo Yemen. Colpire Teheran significava accendere ogni miccia della regione. Lo sapevano tutti. Lo hanno fatto lo stesso. Le infrastrutture energetiche globali sono esposte. I mercati si muoveranno. L’economia mondiale ne pagherà il prezzo. Non fra mesi. Adesso.
C’è poi la normalizzazione, che è forse la cosa più inquietante di tutte. Un presidente che bombarda mezzo Medio Oriente e la sera si presenta a un gala repubblicano. Un Segretario alla Difesa che celebra «l’operazione più letale della storia» come fosse un record sportivo. La guerra non viene più dichiarata. Viene gestita come ordinaria amministrazione, inserita tra un comizio e una foto di rito. Il confine tra guerra e pace non si è assottigliato. È scomparso.
Perché il vero problema non è l’Iran. Non è il Venezuela. Il vero problema è un uomo che si è convinto di stare sopra a tutto. Sopra al diritto internazionale, sopra al Congresso, sopra alle Nazioni Unite, sopra a qualsiasi vincolo che la civiltà ha costruito in ottant’anni per evitare che il mondo tornasse a essere una giungla. Trump non viola le regole. Le ignora. Le considera irrilevanti. Relitti di un’epoca in cui l’America aveva bisogno di alleati, di consenso, di legittimazione. Quell’epoca per lui è finita. Resta solo il potere, nudo, e la certezza messianica di poterlo esercitare senza rendere conto a nessuno.
Ha chiesto al popolo iraniano di «prendere il controllo del governo» mentre le bombe cadevano ancora. Ha festeggiato la morte di Khamenei su un social network con la stessa enfasi con cui commenta un indice di borsa. Ha trasformato un atto di guerra in un contenuto da piattaforma digitale. Non c’è solennità, non c’è peso, non c’è la consapevolezza minima che stai mandando a morire delle persone. C’è un uomo che si sente onnipotente e si comporta di conseguenza.
Qui sta la responsabilità dell’Europa. Il Segretario Generale dell’ONU ha condannato. L’Unione Europea ha chiesto moderazione. Parole. Comunicati. Niente. Il silenzio operativo è complicità. Accettare nei fatti ciò che si condanna nelle dichiarazioni significa ratificare un mondo in cui le regole valgono solo per chi non ha abbastanza bombe per ignorarle. Significa dire ai nostri figli che il diritto esiste finché conviene al più forte. Significa rinunciare a tutto quello su cui abbiamo costruito l’idea stessa di Europa.
Lo Stretto di Hormuz è chiuso. I missili volano su cinque capitali. Una scuola elementare di Minab non esiste più. E l’uomo che ha deciso tutto questo stasera è a cena.
La maschera è caduta
Giorgia Meloni lo diceva. Lo diceva forte, lo diceva chiaro, lo diceva quando stare all’opposizione le permetteva il lusso della coerenza. I listini bloccati sono un pericolo per la democrazia. Il proporzionale allontana i cittadini dalla politica. I parlamentari devono essere scelti dagli elettori, non nominati dalle segreterie. Lo diceva lei. Con quella voce che sapeva alzare al momento giusto, con quella faccia indignata che funzionava così bene in televisione.
Ora propone esattamente quello che denunciava.
Liste bloccate. Premio di maggioranza che altera la proporzione tra voti e seggi. Candidati decisi altrove e imposti agli elettori come pacchi chiusi. Tu entri in cabina e il tuo unico diritto è timbrare un elenco che non hai scritto, pieno di nomi che non hai scelto, di gente che non risponde a te ma a chi li ha messi lì. Non è votare. È ubbidire.
La Costituzione su questo non lascia margini. L’articolo 48 stabilisce che il voto è personale ed eguale. Personale: la scelta è mia, non del capocorrente. Eguale: il mio voto a Reggio Calabria pesa quanto quello di un elettore ai Parioli. Il premio di maggioranza spezza questa eguaglianza. Le liste bloccate cancellano la scelta. L’articolo 56 è ancora più esplicito: la Camera è eletta a suffragio universale e diretto. Diretto. Non “mediato dai partiti”. Non “filtrato dalle segreterie”. Diretto. Se il parlamentare è nominato dall’alto e l’elettore può solo accettare o restare a casa, quel suffragio diretto diventa una parola morta stampata su una carta che nessuno rispetta più.
Tutto questo porta la firma di Roberto Calderoli. Lo stesso Calderoli del Porcellum, nome che deve aver scelto guardandosi allo specchio. La Corte costituzionale quella legge la smontò pezzo per pezzo, la dichiarò illegittima. Lo sapevano allora. Lo sanno adesso. Ci riprovano con la stessa faccia, con lo stesso schema, con uno dei politici più lontani dai cittadini italiani che il Parlamento abbia mai prodotto.
Qualcuno dirà che è una questione per costituzionalisti. No. È la differenza tra scegliere chi ti rappresenta e accettare chi ti viene assegnato. Tra rappresentanza e designazione. Tra democrazia e la sua scenografia.
Ora allargate lo sguardo. Perché questa legge non arriva per caso e non arriva da sola.
Arriva mentre il governo usa la fiducia come metodo ordinario, non come extrema ratio. Centootto voti di fiducia dall’inizio della legislatura, record storico della Repubblica italiana. Centootto volte in cui il Parlamento ha ricevuto testi blindati e ha potuto solo dire sì o no. Niente discussione, niente emendamenti. Il Parlamento alza la mano e timbra. Le leggi le scrive Palazzo Chigi, le Camere le ratificano. Il potere legislativo, quello che la Costituzione affida alle Camere, è stato risucchiato dall’esecutivo nei fatti, silenziosamente, senza che nessuno abbia votato per questo.
Arriva insieme a un referendum che vuole mettere le mani sulla Costituzione. Non su una legge ordinaria, non su un regolamento. Sulla Costituzione. Sette articoli da riscrivere, con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. L’effetto concreto di quella riforma è prevedibile: due Consigli superiori più deboli al posto di uno forte, un’Alta Corte disciplinare che cambia i rapporti di forza, una magistratura frammentata e più esposta alle pressioni della politica. Chi ha occhi per vedere lo riconosce già come un pezzo della stessa strategia. Chi aveva dubbi adesso ha la risposta. Questa legge elettorale non è un episodio separato dal referendum. Sono lo stesso progetto. Il referendum smonta i contrappesi. La legge elettorale blinda chi governa. La revisione costituzionale completerà il lavoro.
Messi in fila sono un programma. La Costituzione è il problema, per questo governo. È quella che dà fastidio. Quella che mette limiti, che distribuisce il potere, che impedisce a una maggioranza di fare quello che vuole. Ogni pezzo di questo programma serve a togliere un limite. A spostare un contrappeso. A rendere il potere meno controllabile e più concentrato.
Diciamolo senza giri di parole. Gli eredi di Almirante stanno smontando l’architettura della Repubblica pezzo per pezzo. Con metodo, con pazienza, con quella furbizia di chi sa che la democrazia si può svuotare dall’interno senza bisogno di marciare su niente. Basta cambiare le regole del gioco mentre sei seduto al tavolo. Basta togliere ai cittadini il potere di scegliere spacciandolo per riforma. Basta trasformare il Parlamento in un ufficio timbri dell’esecutivo e chiamarlo efficienza.
Il fascismo non torna con le camicie nere. Torna con le leggi elettorali che cancellano la scelta. Con i premi di maggioranza che trasformano il consenso in dominio. Con i referendum che concentrano il potere. Con la fiducia usata come bavaglio. Torna con la forma della democrazia intatta e la sostanza svuotata.
Chi vota deve sapere cosa sta scegliendo. Non una norma, non un aggiustamento tecnico. Un modello. Chi vota sì a questo progetto vota per sovvertire la Costituzione della Repubblica italiana.
Meloni lo sapeva. Lo diceva. Ora fa il contrario. La maschera è caduta. Sotto c’era quello che c’è sempre stato. La domanda adesso è solo per chi legge: quanto siete disposti a lasciar fare?
🇮🇹 Sono state definite le Olimpiadi invernali migliori di sempre, da parte dell'Italia. Anche a noi piace pensarlo, ma - in realtà - conta solo una cosa:
ringraziare questi atleti, i nostri atleti, che hanno reso questi Giochi davvero incredibili. Siamo fieri di voi 💙💫
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In front of almost 17,000 fans in Manila, the Azzurri claimed the #MWCH crown with a 3-1 win over Bulgaria 🇧🇬! ✨
It’s their 5th championship title and 6th world medal. Coach Ferdinando “Fefè” De Giorgi has been part of every single one, either as player or coach. 💙
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Lo abbiamo fatto ancoraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! 😍
L’Italvolley maschile batte la Bulgaria 3-1 e vince l’oro a Manila!
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😏 𝑶𝒑𝒔, 𝒍’𝒂𝒃𝒃𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒇𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒏𝒖𝒐𝒗𝒐...𝐂𝐀𝐌𝐏𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐃𝐄𝐋 𝐌𝐎𝐍𝐃𝐎! 🥇🌎
🇮🇹 L’Italia riscrive la storia, superata in finale la Bulgaria!
🫂 Grazie azzurri per aver portato l’Italia sul tetto del mondo. Ancora una volta. 💙
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DALLAVALLE COSA HAI FATTO!? 🥈🇮🇹
L'azzurro sfodera il miglior salto della carriera e con 17.64 all'ultimo tentativo strappa un argento mondiale stupendo! Fa meglio solo Pichardo 👏🏻 👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻
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Italy's first gold of the event comes in the men's long jump final, as Furlani's golden leap secures victory - 8.39m. 🛫
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