Nelle ore in cui sta arrivando a dama Lucumi-Juventus, giova ricordare che servirà un difensore molto forte al suo posto. Ed è un tema in ballo da ormai due anni
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@fiorentino38051@davidallegranti Si ma ha fatto disastri a livello economico, lui è bravo a scegliere giocatori, questo non è in discussione. Ma da solo, senza un tutor alla Marotta, fa disastri a livello economico. Non è un opinione è la sua storia. Dico solo di tenere le antenne dritte perché è pericoloso
In Italia un neolaureato guadagna in media circa 30.500 euro lordi l’anno: meno di Grecia, Portogallo e molto meno della Germania, dove si arriva a circa 52.000 euro.
Il problema non è che i laureati italiani valgano meno o siano meno preparati.
Il problema è che molte aziende italiane, spesso piccole e in competizione sui prezzi, investono poco in innovazione e quindi pagano meno le competenze qualificate.
Per questo molti giovani laureati scelgono di andare all’estero: non per moda, ma perché anche all’inizio della carriera la differenza di stipendio può essere enorme.
In dieci anni, quel divario può valere più di una casa.
@bianca_cappa Molto bene, allora si che è un ottima idea. Di lavoro faccio giardini e terrazzi quindi conosco bene il problema zanzare, senza risolverlo fuori non ci si sta, almeno la maggior parte delle persone
@ennegobbo Si certo, Gila 30 mln con stessa scadenza. Gila è forte ma Lucumi, di 2 anni più vecchio, è altra categoria e altra esperienza internazionale, non scherziamo, a 25 è regalato
Delmastro?
Il padre di Giorgia Meloni è stato condannato in Spagna nel 1995 per narcotraffico. Millecinquecento chili di hashish su un veliero fermato a Minorca. Questo sta negli atti.
Che fosse un corriere al servizio di Michele Senese lo dice il collaboratore di giustizia Nunzio Perrella, a Report e a verbale. Resta una sua dichiarazione, non un fatto accertato. Lei ha risposto in aula che il padre è morto e che non lo vedeva da quando aveva undici anni. Vero, e un padre non si sceglie. La questione finirebbe lì, se il nome Senese non tornasse ogni volta.
Torna con Delmastro, che di Meloni è stato l’avvocato nei processi per diffamazione. Lo stesso Delmastro socio della srl “Le 5 Forchette” con la figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa e ritenuto dagli inquirenti prestanome del clan Senese.
Torna col selfie del 2 febbraio 2019, hotel Marriott di Milano, prima grande iniziativa di Fratelli d’Italia al Nord in vista delle europee. Meloni da un lato, dall’altro Gioacchino Amico, indicato dagli inquirenti come referente del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nell’ambito del procedimento Hydra. Lei ha parlato di squallidi attacchi e di palate di fango. Una foto non prova niente, d’accordo.
Sul selfie va detto il resto. Un ex parlamentare ha riferito a Report che Amico entrava a Montecitorio senza controlli, come se avesse un tesserino o un accredito speciale. Amico stesso, agli investigatori, ha dichiarato di disporre di un badge per entrare e uscire dal Parlamento quando gli pareva. Sempre secondo quel racconto, nel 2018 avrebbe accompagnato l’ex deputato negli uffici di Fratelli d’Italia alla Camera.
La Camera ha smentito, e ha smentito una cosa sola: che sia mai stato rilasciato un tesserino permanente intestato a lui. Il tesserino permanente lo danno ai giornalisti e allo staff. Chi entra come ospite di un deputato non ne ha bisogno, e uno storico pubblico degli ingressi non esiste. Chi lo abbia invitato resta senza risposta. Lollobrigida, capogruppo all’epoca, fa sapere di non aver mai controllato gli ospiti dei colleghi.
Il 6 giugno 2020, secondo un’intercettazione riportata da Report, Amico esulta perché gli è arrivata la tessera di Fratelli d’Italia.
Arriviamo al 5 agosto. La Camera nega alla procura di Roma l’uso delle chat tra Delmastro e Caroccia, estratte dal telefono sequestrato a quest’ultimo. Duecentosei contro centotrentatré, scrutinio segreto. Ministri precettati in massa, dal titolare dell’Economia in giù. Mancava solo lei.
La sera prima la giunta per il regolamento aveva stabilito che i componenti della giunta per le autorizzazioni non hanno più accesso automatico agli atti trasmessi dalla magistratura. Decide di volta in volta l’intera giunta. Il presidente Devis Dori ha parlato di un paradosso: si vota senza aver visto le carte. Una prassi consolidata cambiata in una sera, con un voto di scarto.
Poi Nordio spiega che nel telefonino c’è tutta la vita di una persona. Le foto, i video, le chat intime, le cartelle cliniche, i conti correnti. Vero. Peccato che quel telefono non sia di Delmastro.
Le chat stanno nel dispositivo di Mauro Caroccia, sequestrato in un’indagine antimafia. La riservatezza che il ministro della Giustizia indica come questione principale è quella di un uomo condannato in via definitiva per reati aggravati dal metodo mafioso. Mi pare un modo elegante di spostare l’attenzione. Trovo difficile credere che un guardasigilli non conosca la differenza tra il telefono dell’indagato e quello del deputato.
C’è di più, e lo racconta lui stesso al Corriere. Delmastro non aveva eccepito alcuna riservatezza, le chat le aveva già consegnate ai pm. A negare l’autorizzazione al loro uso processuale è stata la Camera. Il ministro ha poi telefonato per congratularsi e lo ha tirato su con un bicchiere di buon bianco. Anche questo l’ha raccontato lui, orgoglioso.
Diranno che un partito difende i suoi. Sarebbe una spiegazione, se il conto lo avesse pagato Delmastro. Invece lo hanno pagato tutti: ministri precettati in aula, regolamento cambiato la sera prima, voto segreto. Nessun capogruppo ordina una cosa così per un deputato di provincia.
Non dico che in quelle chat ci sia il suo nome. Non lo so, non lo sa nessuno, ed è il problema.
Dico quello che si sa già. Il selfie con l’uomo dei Senese è suo. La tessera che quell’uomo festeggia intercettato è del suo partito. A Montecitorio, stando a quanto dichiarato da lui e da un ex deputato, avrebbe avuto accesso anche agli uffici di Fratelli d’Italia. L’avvocato che difendeva lei nelle querele è finito socio della figlia del prestanome del clan. Il filo non passa per Delmastro. Passa per Fratelli d’Italia, e Fratelli d’Italia è lei. Questa è una valutazione politica, non un’accusa penale.
Nessuna di queste cose è un reato. Tutte insieme sono un problema politico che si risolveva in un modo solo, aprendo. Lei ha scelto di chiudere, e di non esserci mentre si chiudeva.
Aveva promesso che non avrebbe coperto nessuno. Bastava far leggere le chat e il dubbio moriva quel pomeriggio. Hanno preferito il dubbio. Adesso il dubbio è suo.
Ieri ero alla Versiliana ad ascoltare Vannacci.
Non mi aspettavo Churchill, sia chiaro. Ma nemmeno una roba così.
𝗩𝗲𝗿𝗴𝗼𝗴𝗻𝗼𝘀𝗼. 𝗜𝗺𝗯𝗮𝗿𝗮𝘇𝘇𝗮𝗻𝘁𝗲. 𝗤𝘂𝗮𝗹𝘂𝗻𝗾𝘂𝗶𝘀𝘁𝗮.
Un’ora di risposte che non rispondono, slogan buoni per strappare l’applauso e concetti di una grettezza disarmante, confezionati apposta per parlare alla pancia prima che qualcuno abbia il tempo di accendere il cervello.
Il meccanismo è sempre quello: 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗲̀ 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗼, 𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗩𝗮𝗻𝗻𝗮𝗰𝗰𝗶 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮.
Peccato che, appena gli chiedi come, la soluzione evapori.
Non mollerà sulla remigrazione. Benissimo. Sallusti gli fa notare che persino la destra al governo si scontra con magistratura, vincoli, opposizioni e una realtà un filo più complicata di un comizio. Come si fa, quindi?
Risposta vera: non pervenuta.
Poi arriva il capolavoro: facciamo diventare ricchi gli italiani.
Ah, ecco.
Come?
Anche qui, il dettaglio dev’essere rimasto dietro le quinte.
Perché dire “italiani più ricchi” è facile. Spiegare quali politiche economiche, con quali risorse, quali coperture, quali conseguenze, evidentemente interessa molto meno. Chiedetelo al vostro eroe!
Poi Milano: “rastrellamenti a Rogoredo”
Parole enormi, muscolari, perfette per far partire l’applauso.
𝗩𝗮𝗻𝗻𝗮𝗰𝗰𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝗰𝗲𝗿𝘁𝗶. 𝗣𝗿𝗼𝘃𝗮 𝗮 𝗲𝗰𝗰𝗶𝘁𝗮𝗿𝘁𝗶.
Prende paure, rabbia, immigrazione, sicurezza, tasse, povertà, degrado e le riduce a formule elementari nelle quali c’è sempre un nemico, una soluzione apparentemente ovvia e qualcuno che impedisce di realizzarla.
È politica ridotta all’istinto primordiale.
Nel frattempo fa opposizione alla stessa destra grazie alla quale è arrivato dov’è, rompe con la Lega, attacca il governo e costruisce un suo spazio politico che, come gli ha fatto notare Sallusti, rischia soprattutto di sottrarre voti alla destra e consegnare seggi alla sinistra di Schlein e Fratoianni.
Anche qui: pazienza. Lui va avanti, si è montato la testa!
Ad un certo punto si deve essere convinto di essere più grande del posto dal quale è partito.
La Versiliana era piena e molti applaudivano.
Ma siccome io ieri c’ero, una cosa voglio dirla: non applaudivano tutti.
C’era anche chi ascoltava allibito. Chi si aspettava argomenti e trovava slogan. Chi magari condivide persino alcuni dei problemi sollevati, ma pretende che chi si candida a governare abbia qualcosa di più da offrire di una collezione di frasi da applausometro.
𝗚𝗶𝗼𝗿𝗴𝗶𝗮 𝗠𝗲𝗹𝗼𝗻𝗶, 𝗮𝗹 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗼, 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗹𝗼𝘀𝘀𝗼.
E spero davvero che gli italiani si accorgano della differenza tra chi semplifica la realtà per spiegarla e chi la semplifica perché non sa spiegare come cambiarla.