Veronica, oggi mi è capitato di rileggere un articolo che tuo padre, Roberto Gervaso, pubblicò su "Il Mattino" il 29.12.2013.
Lo allego, per comodità, a questo messaggio. La nota in fondo all'articolo è di Alessandro Barbano, all'epoca direttore de "Il Mattino".
C'è poco da fare: tuo padre era un gentleman d'altri tempi, una mente arguta e raffinatissima, di cui oggi avremmo oltremodo bisogno.
Mi manca enormemente.
#RobertoGervaso
Riccardo, hai assolutamente ragione, è vero!
E ciò dimostra, semmai ve ne fosse ancora bisogno, non solo la malafede dei tanti pennivendoli dei nostri “giornaloni”, ma anche, e soprattutto, la loro abissale ignoranza pari solo alla loro totale incapacità di leggere la realtà delle cose.
#gentaglia
Il quantitativo di fegati spappolati per il successo della quotazione di SpaceX: STUPENDO
[vi ricordo che secondo i giornaloni italiani -e non solo- @elonmusk rischiava di fallire dopo l'acquisto di X/Twitter]
Because Canada doesn't have the culture, money, universities, networks or innovation.
And I mean no disrespect. Australia doesn't either, unfortunately. Nor does Europe.
At present it's pretty much down to: USA, China, and Singapore.
As a Japanese watching the UK right now, I have one simple question.
A Sudanese asylum seeker just tried to behead a local man in Belfast. The victim lost an eye.
This comes after years of grooming gangs raping thousands of British girls — gangs that police and councils deliberately ignored because they were afraid of being called racist.
In Japan, even one case like this would have triggered national outrage and immediate policy reversal.
But in Britain, the conversation is still about “not being far-right.”
British people, at what point does protecting your own children become more important than protecting your reputation?
We genuinely do not understand this.
A #Belfast esplode la rivolta popolare.
Il popolo scende in strada a riaffermare i propri diritti sul territorio, calpestati, come da noi, da classi dirigenti apolidi, corrotte e viziate.
Perché proprio ora?
Dopo incalcolabili stupri, rapine, omicidi, commessi dall'orda straniera, ieri un filmato ha aperto gli occhi a tutti.
L'immagine di un africano che sgozza un bianco, lavorandogli il collo come fosse un maiale, ha rivelato che questa gente non ci considera umani.
Ci considera animali perché siamo di etnia diversa dalla loro.
Ciò, mentre le classi arroganti e viziose che li hanno introdotti ci dicono che l'etnia non esiste e che ritenerla esistente è fascismo.
Lo shock di un uomo macellato come un maiale perché appartenente alla nostra razza.
Questo ha acceso l'ira popolare.
Il cui prossimo bersaglio, dopo lo straniero invasore, sarà il potere traditore e corrotto che gli ha spalancato i mari.
BELFAST STASERA. LA GRAN BRETAGNA DOMANI. LA TRAIETTORIA È TRACCIATA
Lunedì sera un uomo è stato bloccato in una strada residenziale a nord di Belfast e accoltellato ripetutamente al viso e al collo. Alcuni passanti sono intervenuti. Uno ha usato una mazza da hurling. Martedì sera tre case e un supermercato mediorientale erano in fiamme. Sono stati portati in salvo dei neonati dalle abitazioni vicine. Un veicolo della polizia è stato dato alle fiamme. I politici hanno invitato alla calma.
Ricordate questa notte. Non perché sia eccezionale. Perché non lo è.
È qui che porta la strada. Non tra vent’anni. Adesso. Belfast ha vissuto gravi disordini legati all’immigrazione per tre anni consecutivi. Ogni volta lo stesso ciclo. Attacco. Indignazione. Disordini. Appelli alla calma. Niente. Il prossimo incidente. Quello che sta accadendo a Belfast non è un malfunzionamento. È la destinazione. Uno Stato che non riesce a individuare la causa gestisce invece le conseguenze e lo chiama governance.
Ora proiettiamoci in avanti. Non con l’immaginazione. Con l’aritmetica. Dal 2018 sono arrivate oltre 200.000 persone su piccole imbarcazioni. La maggioranza sono giovani uomini non controllati provenienti da paesi privi di allineamento culturale con la società ospitante. Vengono alloggiati nelle comunità senza consenso. Dispersi senza preavviso. Il tasso di allontanamento è del quattro per cento. Il governo sa che l’altro novantasei per cento resterà. Ha deciso di gestire questo fatto piuttosto che invertirlo. Ogni anno il numero cresce. Ogni anno la concentrazione si fa più fitta. Ogni anno l’attrito aumenta.
Tra dieci anni quelle concentrazioni non saranno più strade. Saranno quartieri. Tra vent’anni saranno città nelle città, governate da un’autorità parallela, che risponde a lealtà parallele. Abbiamo visto questo accadere in Francia. Le banlieues sono state costruite alloggio dopo alloggio, rifugio dopo rifugio, finché lo Stato francese non vi è più entrato se non con la forza. La Gran Bretagna è sulla stessa strada, e vi procede più velocemente.
Gli eventi scatenanti si moltiplicheranno. Un incidente di polizia. Un conflitto straniero che approda in una strada britannica. Un caso giudiziario, un arresto, un video virale. Qualsiasi scintilla basterà, perché la legna da ardere è stata preparata dalla politica e lasciata seccare dall’incuria. Le rivolte non si limiteranno a una città per una notte. Si diffonderanno, come si sono diffuse in Francia, come si sono diffuse in tutta l’Inghilterra la scorsa estate, perché il malcontento non è locale. È nazionale. E la rabbia da entrambe le parti si inasprirà a ogni ciclo.
L’ordine pubblico non reggerà con l’attuale andamento. La polizia negozia già dove un tempo faceva rispettare la legge. Le indagini vengono silenziosamente archiviate. Le denunce non vengono registrate. Lo Stato mantiene la pace abbassando l’asticella di ciò che costituisce la pace. Quell’asticella continuerà a scendere perché l’alternativa richiede di affrontare ciò che la classe politica ha trascorso trent’anni rifiutandosi di affrontare.
Il sistema politico si piegherà alla nuova demografia. Lo ha già fatto. Candidati selezionati in base a conflitti esteri. Consigli controllati da voti di blocco settari. Rappresentanti che rispondono alle leadership comunitarie piuttosto che agli elettori. Quel processo accelererà man mano che il peso demografico si sposta.
E da qualche parte in questa traiettoria si verificherà un evento scatenante che non potrà essere gestito. Un attacco con vittime di massa. Una rivolta che diventa un’insurrezione. Un video così barbaro da rompere il consenso politico residuo attorno al silenzio controllato. Dopo di che la risposta sarà meno controllata, meno proporzionata e meno reversibile di qualsiasi cosa un governo avrebbe potuto mettere in atto quindici anni prima, quando la scelta era ancora possibile.
La Gran Bretagna non sta andando incontro a tutto questo come un sonnambulo. Gli occhi sono ben aperti. La traiettoria è nota. Le scelte che vengono fatte sono deliberate. Ogni settimana che passa senza una chiusura delle frontiere, un sistema di espulsione funzionante e un onesto rendiconto politico è una settimana in cui il futuro sopra descritto diventa più certo e meno evitabile.
Belfast lunedì sera non è un avvertimento. Gli avvertimenti sono arrivati anni fa e sono stati ignorati. Belfast lunedì sera è il conto che comincia ad arrivare.
Belfast brucia. E presto le fiamme potrebbero arrivare alle nostre case, accese da chi ha reso l’immigrazione incontrollata un affare di soldi e politica.
Torniamo in Ulster per vedere il nostro futuro prossimo. Sessantadue incendi in cinque ore, autobus rovesciati, case di minoranze etniche date alle fiamme, famiglie con neonati in fuga scortate dai vigili del fuoco.
Uomini mascherati che sfondano porte e gridano "stranieri fuori" in quartieri dove trent'anni fa si sparava tra cattolici e protestanti.
La miccia, lunedì notte: Hadi Alodid, trent'anni, sudanese, richiedente asilo con status di rifugiato, ha aggredito un ignaro passante con un coltello da cucina colpendolo alla schiena, al volto e agli occhi.
Poi, come mostra il video visto da milioni di persone, ha portato la lama a ripetizione al collo della vittima. Solo le bastonate dei passanti hanno impedito la decapitazione.
Una settimana prima l'Inghilterra aveva guardato attonita le immagini di Henry Nowak, diciotto anni, ammanettato dagli agenti mentre moriva dissanguato, perché il suo assassino, inglese di seconda generazione, aveva gridato al razzismo e la parola era pesata più del sangue.
Il pogrom è barbarie. Ma la domanda vera non è chi ha acceso il fuoco. È chi ha accatastato la legna per trent'anni.
Chi liquida le fiamme come "violenza dell'estrema destra" racconta una cronaca falsata, perché in piazza sono scese persone che mai si sarebbero sognate persino di sfilare con un cartello di protesta.
Chi cerca la causa deve guardare altrove: alla sistematica inversione dell'integrazione che la sinistra europea ha imposto come dottrina per un ventennio.
Non sono gli ultimi venuti a doversi integrare, ma chi è nato nella nazione ospitante deve assimilare le loro regole e abitudini e soddisfare le loro richieste. Una follia incredibile.
E non si parli di integrazione mancata come se fosse un processo ancora in corso.
Nelle stazioni, nei centri commerciali, nelle piazze del sabato sera, i maranza hanno già risposto: rapine di branco, aggressioni gratuite, devastazioni per noia e per odio. Non sono emarginati in cerca di riscatto.
Sono seconde e terze generazioni che rifiutano il Paese dove sono nate, ne disprezzano le regole, ne aggrediscono i coetanei. Non chiedono inclusione: rivendicano territorio.
Chi liquida tutto questo come cronaca straniera non ha letto la cronaca italiana.
Modena, 16 maggio. Un italo-marocchino lancia l'auto contro la folla e ferisce sette persone. La risposta della sinistra che governa la città arriva puntuale come un riflesso condizionato: caso isolato, gesto di uno squilibrato, nessuna matrice.
Poi, però, è calato un silenzio assoluto quando dai dispositivi elettronici di El Koudri sono emerse ricerche su attentati commessi in Europa, scaricamento di materiale jihadista.
E lo schema si è ricomposto: non l'esplosione improvvisa di un folle, lo studio paziente di un modello.
È la macchina della derubricazione, oliata da anni di esercizio: ogni attentatore diventa un pazzo, ogni allarme diventa razzismo, ogni critica diventa islamofobia.
È lo stesso copione recitato per ogni episodio che la sinistra non vuole vedere. Quando il fatto è innegabile, si cerca la causa nella vittima o nel contesto. Lo stupratore non sapeva.
L'accoltellatore era fragile. L'investitore era abbandonato dai servizi sociali. La colpa non è mai di chi agisce: è di chi non ha saputo accogliere, includere.
Diciannove giorni dopo, nella stessa Modena, lo stesso sindaco che aveva minimizzato ha accompagnato nelle scuole elementari un indagato per associazione con finalità di terrorismo, braccio destro dell'uomo ritenuto il vertice di Hamas in Italia.
Davanti a lui, bambini di sei anni battevano le mani al ritmo di cori per la Palestina. Non sanno cosa sia il 270 bis. Sanno già da che parte stare: qualcuno ha deciso al posto loro.
Perché l'indottrinamento non è un incidente, è un metodo. Scolaresche in ginocchio verso la Mecca, guidate nella preghiera da un imam. Piani dell'offerta formativa che fissano tra gli obiettivi didattici il riconoscimento dei Cinque Pilastri dell'Islam.
Nel Trevigiano, una scuola cattolica ha portato bambini di tre anni in moschea, dove sono stati fotografati inginocchiati sul tappeto della preghiera rivolti verso la Mecca, con le maestre velate "per rispetto".
Tutto in assenza di qualsiasi intesa tra lo Stato e le comunità islamiche, dunque senza alcuna base giuridica. Quale altra confessione entrerebbe nelle aule pubbliche da una porta che la legge non ha mai aperto?
Laura Boldrini era stata profetica parlando degli immigrati. Riletta con gli occhi di oggi, più che una profezia fu una fatwa. Affermò che "I migranti sono l'avanguardia di quello stile di vita che presto sarà lo stile di vita di moltissimi di noi".
E qualcuno la ha presa sul serio e, nell’attesa di arrenderci, ha iniziato a giustificarli un po’ troppo.
Quando la resa culturale arriva nei palazzi di giustizia, il cerchio si chiude.
Il vertice di questa parabola giudiziaria si è toccato due volte. La prima a Rimini, dove nel 2017 quattro stranieri stuprarono in gruppo una turista polacca e una transessuale peruviana su una spiaggia.
La consulente psicologa nominata dal tribunale ha scritto che l'imputato congolese non aveva "piena consapevolezza della gravità del reato" perché "nel suo contesto di provenienza il rispetto per l'autodeterminazione sessuale della donna non era adeguatamente acquisito".
Tradotto: nel suo Paese si stupra, dunque non poteva sapere che qui non si fa.
La seconda a Salerno, dove l'avvocato Carmen Di Genio, membro del Comitato Pari Opportunità della Corte d'Appello, ha dichiarato testualmente: "Non possiamo pretendere che un africano sappia che in Italia, su una spiaggia, non si può violentare."
Sono parole pronunciate dentro le aule di giustizia. Non da commentatori anonimi. Lo stupro diventa "incomprensione culturale".
Il resto è contorno grottesco: a Padova un maiale di plastica in vetrina diventa un'offesa da rimuovere, nel Paese della mortadella. Si sorride, ma è il sorriso di chi misura quanto il terreno sia già morbido.
La sinistra minimizza perché ammettere significherebbe processarsi: ha spalancato le porte, scritto le regole deboli, ha aperto le aule, ha coltivato la dottrina dell'integrazione rovesciata.
Ma la legna accatastata non smette di essere legna perché qualcuno vieta di nominarla. Belfast ha mostrato il finale del film. L'Italia sta ancora girando le scene che lo preparano.
Belfast non è lontana. È soltanto in anticipo.