I professori dell’Ateneo di Bologna, che hanno rifiutato di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’Esercito italiano, temendo (così dicono) la (presunta) “militarizzazione” della loro Universita’, possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario.
Spero solo che, ove e se (Dio non voglia), ciò accadesse, questi professori saranno, almeno moralmente, a fianco delle forze armate che hanno giurato di difendere, sulla Costituzione, sempre e ovunque ogni cittadino italiano.
Come fanno già tutti i giorni.
Secondo gli ultimi dati, il 40% delle forze russe schierate sul fronte ucraino è costituito da unità facenti parte di compagnie militari private, battaglioni di volontari reclutati nelle regioni caucasiche, militanti di formazioni estremiste e PMC affiliate direttamente al governo di Mosca tramite il Ministero della Difesa (è il caso, ad esempio, della Centre Redut). Fin dall’inizio delle ostilità contro Kyiv, i russi hanno impiegato truppe mercenarie o irregolari per portare avanti operazioni di logoramento su larga scala e assalti in massa, individuando in questo tipo di soldati la “massa sacrificabile” che avrebbe, poi, aperto la strada ai reparti regolari.
Nonostante le enormi perdite subite in combattimento, queste organizzazioni dispongono di personale addestrato e che è in grado di muoversi sui campi di battaglia plasmati dall’esperienza ucraina. I resoconti sulle operazioni di combattimento russe spesso non distinguono tra forze regolari e irregolari. Tuttavia, le stime suggeriscono che le formazioni irregolari rappresentino tra un terzo e la metà delle forze di terra russe dispiegate in Ucraina, una proporzione sbalorditiva per qualsiasi standard moderno e che costituisce un modello difficilmente replicabile da altre potenze ma di cui tenere conto.
Infatti, se oggi sono impiegate in Ucraina, queste formazioni, una volta terminata la guerra contro Kyiv, potrebbero essere utilizzate da Mosca in altre aree del globo ove forti sono gli interessi imperiali, sia politici che economici, del Cremlino. Basti pensare al ruolo che, in momenti diversi, hanno avuto ed hanno compagnie militari private come Wagner e Africa Corps in Africa subsahariana e in Libia o quello che storicamente hanno avuto in Cecenia, Georgia, Siria e Donbass dagli anni ’90 e fino al 2022.
Operando in una “zona grigia”, le truppe irregolari sono state sovente impiegate dai russi, anche perché esse garantiscono una forza flessibile e ad alto turnover che rafforza la capacità operativa senza obbligare Mosca a riformare il sistema di leva – tema politicamente sensibile specie tra i russi etnici - o intaccare il potenziale dell’esercito regolare.
Nonostante i rischi connessi all’espansione della rete di PMC (si pensi all’ammutinamento del Gruppo Wagner a giugno 2023), esse sono un pilastro strutturale della proiezione di potenza russa e delle operazioni ibride e “sotto soglia” condotte da Mosca. Nulla esclude che, al momento del “congelamento” del conflitto con l’Ucraina, i russi possano spostare parte considerevole delle proprie forze irregolari in teatri di vitale importanza, in particolare in Africa.
Da fronte meridionale e periferico della Guerra d’Ucraina, l’Africa potrebbe tornare al centro delle dinamiche di influenza del Cremlino e questo non può che influenzare anche la postura di attori presenti nel continente nero e interessati alla sua stabilità strategica come l’Italia.
La mia lettera al direttore su “Il Foglio” di ieri.
Se la formula “Art. 5” del governo italiano per garantire la sicurezza dell’Ucraina non sarà accompagnata dalla volontà di garantire con assetti militari Kyiv, allora resterà un articolo su carta e un impegno, per quanto solenne, non vincolante.
Il conflitto russo-ucraino ha sempre contenuto in nuce due guerre: la "piccola guerra" di liberazione nazionale ucraina e la "grande guerra" sistemica tra una potenza revisionista, la Russia, e il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti. La resistenza ucraina, alimentata da USA ed europei, è stata funzionale a depotenziare il dispositivo militare russo sul quale poggiava e poggia la dottrina revisionista del sistema internazionale vigente a Mosca.
L'obiettivo politico della "grande guerra", cioè quello di indebolire militarmente la Russia alimentando la capacità di resistenza ucraina, e quello della "piccola guerra", orientata alla conduzione difensiva-controffensiva e, in specifici casi, spiccatamente offensiva del conflitto da parte di Kyiv sono stati coincidenti nel 2022-2023. Sotto un certo profilo, la condotta della guerra da parte ucraina, almeno dalla fase di preparazione dell'offensiva estiva del 2023, ha mostrato come gli strateghi di Kyiv abbiano tentato sempre di ottenere una vittoria in campo tattico tanto decisiva da avere conseguenze a livello strategico. Il culmine di questi tentativi si è avuto con l'avanzata ucraina nell'Oblast di Kursk, che tatticamente ha funzionato seguendo la "rottura degli schemi" teorizzata dal generale Zaluzhnyi, ma che strategicamente non ha raggiunto i risultati che ci si era prefissati.
Gli ucraini hanno risposto al problema dell'inferiorità oggettiva, acuita dalla "forza bruta" imposta dalla guerra d'attrito, sempre con la ricerca della manovra.
Il sostegno fattivo alle forze ucraine in termini finanziari e di armamenti da parte dell'Occidente è stato legato, e lo si è lasciato trasparire in tutti i modi, alla possibilità di Kyiv di ottenere sul campo risultati tangibili nella "piccola guerra" che favorissero la strategia euro-americana nel confronto sistemico con la Russia. Sotto questo aspetto, ha ragione il politologo Frederick W. Kagan, per il quale lo "stallo" del fronte russo-ucraino è figlio di limitazioni autoimposte sulle tecnologie che l'Occidente è stato disposto a fornire all'Ucraina e di vincoli sulla base industriale della difesa russa, in gran parte derivanti dalla riluttanza del Cremlino a impegnare completamente la Russia in questa guerra.
L'incontro di Trump e Putin ad Anchorage e quello successivo alla Casa Bianca tra il presidente statunitense, quello ucraino ed i leader europei hanno sancito lo scollamento tra gli obiettivi politici di Washington e Kyiv (con l'Europa più vicina a quest'ultima). Resta da domandarsi se a contare maggiormente, in termini strategici, fosse la riconquista del territorio ucraino occupato dai russi - con l'esclusione, almeno, della Crimea e del Donbass invaso già nel 2014 - o gettare nell'hexenkessel (calderone delle streghe) quante più forze russe possibili, per distruggerle e ridurre il potenziale militare di Mosca, indipendentemente dalla capacità ucraina di riconquistare i propri territori.
Meloni, tra Trump e Zelensky, dice: "Se oggi si può parlare con Putin è anche grazie allo stallo che c’è sul campo di battaglia, che è merito del coraggio degli ucraini e del supporto dell’Europa e degli Stati Uniti insieme. Se vogliamo avere pace e giustizia dobbiamo restare dalla stessa parte, per questo oggi è un bel giorno.
Potete contare sull’Italia: (Zelensky) perché siamo dalla parte dell’Ucraina dal principio, (Trump) perché supportiamo lo sforzo verso la pace.
Parleremo di tante questioni importanti e la prima sono le garanzie di sicurezza per Kyiv: come essere certi che non succeda di nuovo (l’invasione), che è la precondizione per ogni ipotesi di accordo di pace.
Sono contenta che affronteremo l'argomento (è la prima volta che questa Amministrazione americana accetta di farlo). E sono contenta che partiremo dall'ipotesi di fornire a Kyiv una garanzia di sicurezza sul modello dell’articolo 5 della Nato, che sin dall'inizio era la proposta italiana".
Il ruolo della componente corazzata nei conflitti contemporanei è uno dei grandi dilemmi emersi da guerre come quelle del Nagorno-Karabakh, d’Ucraina e di Gaza. I progressi nel munizionamento guidato di precisione, nei sistemi anticarro e nei droni hanno spinto più di qualche analista a considerare terminata l’epoca del carro armato quale piattaforma efficace sul campo di battaglia. In realtà, il problema reale per i corazzati è di tipo adattivo, perché essi possono essere ancora efficaci nel ruolo che dovrebbero rivestire, cioè quello di strumento principale per la manovra.
Il fulcro sia della manovra che della battaglia resta indissolubilmente ancorato alle armi di linea, specie se utilizzate in formula mista di fanteria meccanizzata e corazzati. Esse, se logisticamente ben alimentate, sono le unità che consentono sotto il profilo offensivo una rapidità di manovra ed ingaggio che l’artiglieria fisiologicamente non ha e lo stesso dicasi durante la difesa, quanto solo tramite le armi di linea si può strutturare una strategia difensiva flessibile ed in grado di trasformarsi, all’occorrenza, in controffensiva.
In un’ottica di integrazione multidominio le formazioni corazzate, se combattono in sinergia con la fanteria, il genio e l’aviazione leggera, possono conquistare, mantenere e sfruttare l'iniziativa e, non da ultimo, restituire la capacità di manovrare su campi di battaglia statici e “vuoti” che sono la fotografia del “modello ucraino”. I detrattori della componente corazzata evidenziano l’estrema vulnerabilità mostrata da MBT e FPV armeni di fronte agli attacchi dei droni azeri, non considerando che essi siano stati impiegati quali armi difensive statiche, in posizione trincerata, in controtendenza rispetto alla mobilità che la cavalleria dovrebbe avere. I carri armati sono vulnerabili agli attacchi dei droni e delle armi anticarro più moderne non dal punto di vista tattico (se schierati con criterio), ma da quello strutturale, ed anche perché, finora, la questione centrale sul controllo dello spazio aereo litorale non era emersa, se non di sfuggita.
La crisi dei carri armati nel conflitto russo-ucraino è stata, lato russo, figlia delle problematiche strutturali dei gruppi tattici di battaglione, pensati per combattere battaglie indipendenti su piccola scala e con brevi linee di rifornimento, e, lato ucraino, dell’incapacità di manovrare ad armi combinate durante l’offensiva estiva del 2023 contro la Linea Surovikin, con le forze corazzate che si trovarono di fronte a difese anticarro stratificate, guerra elettronica e a un letale complesso di ricognizione tattica.
La questione critica per la cavalleria resta, dunque, quella dell’adattamento dottrinario e dell’integrazione operativa con le altre armi, nonché dell’ammodernamento delle piattaforme oggi esistenti. Il fatto che i carri in servizio siano pensati per combattere una guerra diversa da quella che oggi si combatte non implica che l’MBT abbia perso il suolo ruolo.
I concetti espressi dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen. Carmine Masiello, sull’ammodernamento organizzativo e delle dotazioni della componente terrestre possono essere estesi e ritenuti validi per tutte le Forze Armate. L'idea che il soldato debba avere "competenza tecnologica e mente filosofica" si sposa perfettamente con quello che Amos Fox ha definito "conflict realism".
La scuola realista del pensiero militare, che si contrappone a quella definita "futurista" o "tecno-entusiasta", ritiene che la guerra sia un fenomeno rispondente a principi immutabili e che, nonostante i cambiamenti metodologici e tecnologici, a dominarne lo svolgimento sia una situazione di generale entropia. Da qui la necessità di pensare e sviluppare approcci strategici flessibili e adattabili, lontani dalle soluzioni sistemiche e "panacea-like" che si stanno diffondendo specie tra i sostenitori della nuova Revolution in Military Affairs dominata dalla "dronizzazione".
Il ritorno del conflitto - o meglio, della consapevolezza di questa specifica dimensione - al centro dell'azione degli attori statali e non statali nel contesto internazionale impone riflessioni che dal campo derivino e che ai problemi emersi in campagna rispondano. Il "pensiero laterale, indipendente e critico" che il generale Masiello invita a sviluppare è, sostanzialmente, la risposta alle dottrine calate dall'alto.
Una delle principali critiche di stampo realista al moderno pensiero militare è l'eccessivo peso che viene dato al "soft power" rispetto alla dimensione concreta della guerra, che resta violenta e richiede, pertanto, il dispiegamento di una forza - financo in fase prettamente deterrente - superiore a quella dell'avversario. Il problema del dispiegamento (e dell'uso) della forza implica una questione di stampo politico-strategico sullo "scopo ultimo" dell'impiego delle Forze Armate, causando la disconnessione tra quelli che sono i modelli ordinati e accademici della guerra e la natura caotica e imprevedibile dei conflitti del mondo reale. Questo fenomeno in Occidente è, particolarmente, evidente ed ha generato, secondo Fox, evidenti paradossi.
Per superare questi paradossi e depurare il pensiero strategico dalle sedimentazioni strutturaliste ed idealiste è necessario recuperare un approccio squisitamente “pratico” che punti sull'apprendimento di base e sulla contaminazione tra l'apprendimento continuo, la riqualificazione e il miglioramento delle competenze. Un percorso, questo, che può passare solo per la ricostruzione della funzione concettuale della πρᾶξις e dalle “lezioni apprese” sul campo per lo sviluppo del pensiero strategico.
L'importanza che il "Piano Mattei" ha nella politica estera del governo italiano, ma anche la sempre maggiore attenzione che le Forze Armate, nello specifico l'Esercito, hanno nei confronti delle aree di instabilità africane, sono tra i fattori che hanno riportato l'Africa al centro dell'attenzione e dell'interesse di Roma. La presenza forte di attori rivali o ostili all'Italia e al blocco occidentale - nonché le rivalità interne a quest'ultimo - in Africa, come quella russa in Libia e nel Sahel, o cinese in Africa centrale, per non parlare della penetrazione dei proxy iraniani nel Corno d'Africa, va analizzata con attenzione.
Ma il nuovo "scramble for Africa" non è solo da analizzare con le lenti dell'hard power, cui però si è abituati anche in virtù del tipo di beni e servizi che potenze come la Russia offrono ai Paesi africani, ma anche con quelli del soft power. Infatti, la penetrazione di Pechino nel continente si basa primariamente sullo sviluppo di reti d'influenza sostenute da risultati tangibili.
Come ha spiegato Howard W. French nel libro "China's second continent", in Africa i cinesi costruiscono infrastrutture fisiche come stadi, ospedali, ferrovie e ponti, mentre gli occidentali investono in progressi meno tangibili in formazione, sanità e istruzione. Nel corso degli ultimi anni, la presenza cinese in Africa è aumentata su tutti i fronti, attraverso il controllo delle telecomunicazioni e dei porti commerciali, delle concessioni minerarie per l'estrazione delle terre rare, fino ad arrivare ad una crescente presenza militare, con Pechino divenuta primo fornitore di armi nei Paesi subsahariani.
La differenza tra cinesi e occidentali nell'attuazione delle strategie di "soft power" in Africa sta nel metodo utilizzato e nella diversa percezione di "beneficio" derivante dalla partnership che i decisori politici dei Paesi africani target hanno. La Cina cerca di favorire la vocazione degli Stati africani ad aprirsi ai capitali stranieri, attraverso gli investimenti infrastrutturali e i prestiti a tassi d’interesse decisamente vantaggiosi, in cambio dell’ottenimento di concessioni per lo sfruttamento delle risorse principali prodotte nella regione. L’obiettivo perseguito è l’accesso preferenziale (e di fatto monopolistico) alle catene di produzione di materiali essenziali e, parimenti, soggetti a scarsità, per l’industria dell’alta tecnologia. Il modello di scambio "infrastrutture per minerali", inaugurato dai cinesi nella Repubblica Democratica del Congo nel 2007, viene replicato sempre più spesso in altre aree del continente.
Sotto questo punto di vista è necessario domandarsi se l'attuale impostazione del "Piano Mattei", pensato per "superare la tradizionale logica di aiuto e cooperazione, instaurando partenariati basati sulla parità e benefici reciproci", disponga degli strumenti necessari per essere attrattivo e competitivo quale modello alternativo a quelli messi in campo dai cinesi o dai russi.
Nel libro “Euclid's Army: Preparing Land Forces for Warfare Today”, l’ex ufficiale dell’Esercito britannico e cittadino anglo-israeliano William F. Owen porta avanti una critica serrata contro il “determinismo tecnologico” emerso come scuola di pensiero con la Guerra d’Ucraina. Per Owen, infatti, il fallimento della guerra manovrata - di cui sarebbero sintomatici il mancato “fait accompli” russo del 2022 e lo spegnimento dell’offensiva ucraina sul fronte di Zaporižžja del 2023 – e la trasformazione del conflitto in una guerra di posizione, avrebbe alimentato le teorie di quanti ritengono che i droni abbiano rivoluzionato il combattimento.
L’analista britannico ritiene che la “sbornia intellettuale”, secondo cui sarebbe in atto una nuova Revolution in Military Affairs (RMA) guidata dai sistemi unmanned, sarebbe alimentata da interpretazioni della Guerra russo-ucraina prive di profondità. Infatti, spiega Owen, “i sistemi aerei senza pilota (UAS) esistono dalla Prima Guerra Mondiale. La capacità di un operatore di UAS di individuare un bersaglio e quindi trasmettere i dati di puntamento a una piattaforma di tiro esiste da oltre quarant'anni. Le munizioni circuitanti hanno trent'anni. Le IDF hanno dotato tutte le unità di fanteria di sezioni UAS quasi vent'anni fa”.
Anche le tattiche d’impiego, offensive e difensive, dei droni in Ucraina non avrebbero nulla di particolarmente innovativo, ma a cambiare drasticamente è l’abbassamento del costo di produzione dei droni, grazie al quale questo tipo di sistema impatta tatticamente in modo rilevante in scenari diversi tra loro come il Donbass o il deserto libico. Questi, però, sono cambiamenti evolutivi e adattivi, non una RMA.
Se le operazioni terrestri sono quelle realmente impattanti per il raggiungimento degli scopi strategici di una guerra ad alta intensità, è anche vero che senza la “dominance” dello spettro elettromagnetico e del dominio aereo, vincere sulla terraferma resta impossibile. Le difficoltà che ucraini e russi incontrano vicendevolmente ad ottenere un vantaggio significativo in cielo e nella EW, unite alle carenze di addestramento e materiali che impediscono la manovra e lo sfruttamento delle decisioni sono i fattori che, secondo quanto scritto da Owen, avrebbero portato il campo di battaglia in Ucraina ad assumere le fattezze della vecchia guerra di trincea, con l’aggiunta di uno spazio aereo litorale infestato da droni.
È chiaro che l’impatto tattico dei droni e l’opportunità di abbassare i costi di gestione dello strumento militare nel suo complesso siano elementi da considerare per valorizzarne il ruolo nel quadro evolutivo d’impiego delle armi combinate, ma anche in ottica interforze. Tuttavia, l’adozione acritica di tecnologie, senza un'attenta integrazione dottrinale non porta all'innovazione ma alla frammentazione dello strumento militare.
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La diffusione sempre più ampia di droni sul campo di battaglia ha spinto larga parte della teoria a riconsiderare il "litorale aereo", cioè lo spazio che va fino a 300 metri da terra, come spazio tattico rilevante anche per le piccole unità di fanteria. Tuttavia, mentre alcuni studiosi, considerati "riformisti" del potere aereo, ritengono che a dover cambiare sia il tradizionale assetto delle forze aeree, da integrare con sistemi unmanned tattici; altri pensano che, per la sua vicinanza al terreno, lo spazio "littoral" sia inserito appieno nelle dinamiche tattiche del dominio terrestre.
In "Contesting the Air Littoral", Grieco e Bremer hanno scritto che, date le condizioni tattiche attuali, in cui lo spazio "littoral", in considerazione della situazione di continua contestabilità della superiorità e l'impossibilità di stabilire una reale supremazia, risponde alle dinamiche del combattimento terrestre e navale, le riflessioni sul potere aereo tradizionale nei "cieli blu" e quelle sulle tattiche dello spazio litorale vadano separati.
Ne ho scritto su @difesa_online. Buona lettura.
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Una delle più importanti lezioni apprese dal conflitto ucraino al livello tattico è legata all’impiego sempre più ampio dei droni, specie di quelli “first person view”. Ma il fatto che questo tipo di dispositivi venga impiegato in massa o che alcuni risultati straordinari siano stati ottenuti proprio grazie all’impiego di FPV, non deve lasciare spazio all’ipotesi, invero radicale nelle conclusioni e radicata tra i sostenitori della tech-RMA, che i droni possano sostituire completamente l’artiglieria convenzionale e la conseguente idea del firepower massificato.
Come ha scritto sullo “Small Wars Journal” il tenente colonnello dell’US Army, William Murray, il “desiderio di innovazione e una percepita economicità” dei droni rischiano di distogliere attenzione e risorse dai progetti di ammodernamento e potenziamento dell’artiglieria tradizionale. L’idea che i droni abbiano, da soli, rivoluzionato la conduzione della guerra è figlia, secondo Murray, di una interpretazione acritica della narrazione “tecno-rivoluzionaria” sui sistemi senza pilota.
Una analisi più attenta del conflitto russo-ucraino evidenzia come i velivoli senza pilota (UAV) possano migliorare il supporto di fuoco, la consapevolezza situazionale e fornire vantaggi tattici notevoli, ma non sono, e non saranno nel prossimo futuro, un sostituto della gittata, del volume, della potenza distruttiva e dell'operabilità in ogni condizione meteorologica dell'artiglieria tradizionale. L’ampio impiego di droni sia da parte ucraina che da parte russa è frutto più delle circostanze e di una risposta pragmatica alle esigenze del conflitto che non un cambiamento strategico strictu sensu.
L’ex ufficiale slovacco e veterano della Legione internazionale ucraina, Jakub Jajcay, ha scritto su “War on the Rocks” che i Paesi Nato dovrebbero dotarsi di munizioni circuitanti in miniatura (come lo Switchblade) per aumentare la propria capacità di attacco di precisione, senza puntare su una tecnologia economica ma immatura e soggetta a sempre nuove vulnerabilità, poiché entrambe le parti hanno sviluppato capacità di guerra elettronica sempre più sofisticate per contrastarli.
Ad oggi i droni non possono replicare la capacità di soppressione, neutralizzazione e distruzione su vasta area dell’artiglieria convenzionale. Tuttavia, per la loro precisione e la distanza che possono coprire, i droni possono essere integrati con l’artiglieria tradizionale per potenziare quei fattori che essa, per sua natura, non può coprire. I droni possono rappresentare utili estensori ed accrescitori della rete di supporto al fuoco d’artiglieria, specie in situazioni di “static fighting” ed in uno scenario di “empty battlefield”. L'adozione acritica di tecnologie, senza un'attenta integrazione dottrinale non porta all'innovazione ma alla frammentazione dello strumento militare.
Il cessate-il-fuoco che, più o meno, resiste tra #Israele e #Iran, con l’avallo degli #USA, evidenzia che peggio di una guerra ci sia solo una “guerra a metà”; cioè, che non sia in grado di raggiungere lo scopo strategico e politico per la quale si erano impugnate le armi.
Lo spreco di risorse, in termini economici e di materiali, ma anche i danni inflitti e subiti rasentano l’inefficienza e costituiscono un rischio serio per la propria sicurezza se diventano “inutili”. Questo spiega, almeno seguendo la logica della teoria militare classica, il motivo per cui Israele non abbia avuto inizialmente intenzione di interrompere l'Operazione #RisingLion, per la quale ci si era posti un obiettivo militare-securitario (lo smantellamento definitivo del programma nucleare di #Teheran) ed uno politico-strategico (la caduta del regime degli #ayatollah).
Quando alla metà di giugno il report dell’#AIEA ha certificato che l’Iran non fosse più conforme agli impegni del Comprehensive Safeguards Agreement e che, dunque, avrebbe proseguito nel suo programma di arricchimento dell’uranio per scopi militari, i dubbi erano se quello fosse un nuovo esempio di “diplomazia coercitiva” da parte di Teheran – come tanti ce n’erano stati nel corso di questi anni – o se realmente gli ayatollah avessero deciso di ottenere la bomba atomica, anche per compensare il crollo del proprio deterrente convenzionale, rappresentato dalla rete di formazioni alleate a #Gaza, in #Libano e nello #Yemen. In entrambi i casi, i dubbi espressi dall’AIEA sono stati la “molla politica” che ha fatto individuare a Tel Aviv il momento fatidico della decisione.
Se l’intervento chirurgico e limitato degli Stati Uniti non ha portato realmente – come emerso anche dai primi report della Defence Intelligence Agency – alla distruzione del programma nucleare iraniano, ma solo ad un suo rallentamento, allora il “bluff” di #Trump sarà stato scoperto. Così come per Israele si è aperto lo scenario peggiore, anche perché, a fronte delle parole di #Netanyahu, ancora una volta è stato dimostrato che una campagna di bombardamenti aerei non può, da sola, provocare un “regime change”, né aprire il varco ad una rivolta dell’opposizione organizzata e della popolazione civile. I casi di “regime change” tecnicamente – e non politicamente – riusciti hanno visto la presenza massiccia di “boots on the ground” occidentali sul terreno, come in Iraq e Afghanistan, oppure, seguendo il “light footprint model”, il supporto aereo è stato garantito a forze locali già organizzate, come nel caso libico nel 2011.
Da questo punto di vista, senza aver “completato l’opera”, cioè senza aver raggiunto il duplice obiettivo militare e politico di questa campagna, Israele ha con molta probabilità lasciato in vita un regime certamente indebolito, ma incattivito e propenso ad ottenere le armi nucleari per la propria sicurezza e nuovamente tentato di disseminare il Medio Oriente di suoi proxy per destabilizzarlo.
Il problema della tregua tra #Israele e #Iran imposta da #Trump è proprio quello che ha evidenziato il prof. Dottori: #Teheran punta ancora alla distruzione dello Stato ebraico e #TelAviv non ha concluso con un risultato strategicamente rilevante #RisingLion. Il conflitto non è terminato.
La diffusione sempre più ampia di droni sul campo di battaglia ha spinto larga parte della teoria a riconsiderare il "litorale aereo", cioè lo spazio che va fino a 300 metri da terra, come spazio tattico rilevante anche per le piccole unità di fanteria. Tuttavia, mentre alcuni studiosi, considerati "riformisti" del potere aereo, ritengono che a dover cambiare è il tradizionale assetto delle forze aeree, da integrare con sistemi unmanned tattici; altri pensano che, per la sua vicinanza al terreno, lo spazio "littoral" sia inserito appieno nelle dinamiche tattiche del dominio terrestre.
Questa differenza non è questione da poco, perché identifica ora lo strumento militare aereo ora quello terrestre come responsabili della trasformazione degli approcci dottrinari allo spazio litorale, determinando anche risposte operative differenti. A cambiare nel combattimento terrestre è l'estensione della portata visiva e delle capacità di attacco dei plotoni di fanteria rispetto al passato, grazie all'impiego di droni da ricognizione e offensivi. Come hanno scritto su "War on the Rocks" Salinas, Askew e Levay, "proprio come il fuoco indiretto ha cambiato la capacità della fanteria di colpire bersagli oltre la gittata delle mitragliatrici, l'adozione dei droni altera il modo in cui i fanti possono usare la forza".
Infatti, le unità di fanteria che perdono il controllo del litorale aereo, saranno vulnerabili al fuoco nemico e saranno inefficaci in combattimento molto prima di potersi avvicinare alle forze avversarie. L'estensione delle dotazioni di droni anche ai plotoni di fanteria è parte integrante della "democratizzazione" del potere aereo ma risponde a logiche tattiche eminentemente terrestri. Cosicché la supremazia nello spazio "littoral" può essere espressione di una superiorità a terra rispetto al nemico ma non implica, necessariamente, anche il controllo dei cieli.
Da evidenziare è anche che ad accomunare i "riformisti" del potere aereo ai sostenitori della dimensione terrestre dello spazio aereo litorale è l'idea secondo cui, a fronte di un campo di battaglia contestato e congestionato, sia ormai sorpassata la tradizionale nozione per la quale è "in the blue skies" che si conquista o si perde la superiorità aerea. Durante la campagna aerea statunitense contro l'Isis nel 2016-2017, mentre la US Air Force riuscì a ottenere la superiorità aerea sui cieli di Mosul, i miliziani islamisti riuscirono comunque ad operare a terra contro le forze curdo-irachene, mantenendo l'accesso diretto allo spazio litorale tramite piccoli droni.
In "Contesting the Air Littoral", Grieco e Bremer hanno scritto che, date le condizioni tattiche attuali, in cui lo spazio "littoral", data la continua contestabilità della superiorità e l'impossibilità di stabilire una reale supremazia, risponde alle dinamiche del combattimento terrestre e navale, le riflessioni sul potere aereo tradizionale nei "cieli blu" e quelle sulle tattiche dello spazio litorale vadano separati.
Dicesi #ceasefire. Un conto sono gli annunci spettacolari ma non sempre fondati, che sono il problema della politica estera di #Trump, un altro la reale situazione sul campo. Basti pensare che al momento dell’annuncio di cessate il fuoco di 12 ore, che il #POTUS ha definito come l’evento che dovrebbe portare alla “fine della Guerra dei dodici giorni”, i #missili dell’#Iran hanno continuato a colpire il territorio di #Israele.
I raid statunitensi su #Fordo, #Natanz e #Isfahan, per quanto importanti nell’assestare un duro colpo al programma nucleare degli #ayatollah, sono stati un episodio - centrale, ma un episodio - della #IsraeliranWar. L’accettazione della tregua non proteggerebbe né gli israeliani né gli iraniani, così come, attraverso il cessate-il-fuoco non si raggiungerebbero gli obiettivi che i belligeranti si sono prefissati.
Il rischio che a #TelAviv nessuno può permettersi è di aver combattuto una “guerra a metà” contro il regime iraniano; di aver, in altre parole, fissato obiettivi politico-strategici (il #regimechange a Teheran) e militari (la cancellazione definitiva del programma nucleare iraniano) irraggiungibili se non si continua nello sforzo militare. Fin dal lancio dell’Operazione #AmKalavi questo era evidente.
I circa 400 chili di #uranio arricchito che gli iraniani sono riusciti a nascondere prima dell’arrivo dei bombardieri #B2 americani sono l’emblema dei rischi connessi ad una “guerra a metà”. Micol Flammini ha scritto su “Il Foglio” che l’eredità della guerra la scriverà non tanto l’operazione #RisingLion, ma lo sforzo internazionale per mantenere i risultati ottenuti. Questo è vero, ma bisognerebbe anche domandarsi - e il lancio di missili contro Israele e la probabile risposta dello Stato ebraico in queste ore lasciano pensare che politici e militari in entrambe le capitali se lo stiano domandando - quali risultati siano, finora, stati ottenuti.
Le parole con cui #Netanyahu ha annunciato qualche giorno fa l’inizio delle operazioni militari contro l’Iran lasciano pensare che l’obiettivo reale di Israele non fosse quello della “guerra limitata” che la Casa Bianca (schiacciata tra le pulsioni isolazioniste #MAGA e il ruolo internazionale degli USA) vorrebbe imporre.
Quando si parla di approccio globale alla #Difesa, non si può non tener conto dell'importanza del servizio sanitario (militare e civile) di un Paese. I conflitti in #Ucraina e a #Gaza hanno mostrato, qualora ce ne fosse stato ulteriormente bisogno, che gli ospedali, nonché i mezzi di soccorso e lo stesso personale medico e sanitario sono spesso bersagli "privilegiati" da colpire.
Nei Paesi dell'Europa orientale si stanno rivedendo i protocolli di risposta alle crisi per le strutture sanitarie, organizzando esercitazioni di addestramento agli scenari di crisi che coinvolgano congiuntamente militari, corpi ausiliari e di riserva, forze dell'ordine, vigili del fuoco, personale medico e paramedico, investendo in elmetti e giubbotti antiproiettile e trasferendo - o replicando - le infrastrutture sanitarie essenziali sottoterra. L'obiettivo è quello di garantire un servizio continuativo anche se fossero colpiti gli ospedali, le centrali elettriche e quelle idriche o si dovesse operare senza connessione internet.
Un esempio su tutti è l'ospedale universitario di Vilnius Santaros Clinics, posto a 50 km dal confine con la #Bielorussia, che sta sviluppando infrastrutture sotterranee, rifugi, piste di atterraggio per elicotteri e sistemi autonomi che gli consentirebbero di funzionare anche in caso di interruzione dell'elettricità o dell'acqua. L'Estonia sta, inoltre, acquisendo unità mediche mobili da impiegare in caso di emergenza, che dovrebbero contribuire a far fronte all'attuale limitata capacità di terapia intensiva in Europa. L'estensione del numero di strutture mobili Role1 (PMA) e Role2 (CME) è essenziale per drenare il numero di pazienti che si riverserebbe sul sistema ospedaliero civile a ridosso della prima linea.
Un altro problema fondamentale da affrontare è la carenza di personale sanitario a fronte di una crescita esponenziale del numero di pazienti, militari e civili, che dovrebbero essere curati in caso di guerra. Allo stato attuale, né le strutture né l'organica sono adatte a tale scopo, neanche integrandole con il personale sanitario dei corpi ausiliari e di riserva delle Forze Armate. Inoltre, poiché non tutti i medici e paramedici civili sono formati per intervenire in situazione di crisi militare, le autorità estoni, per esempio, hanno organizzato corsi ed esercitazioni in cui, collaborando con i militari, essi devono gestire grandi flussi di pazienti e curare ferite di #guerra, tra cui ferite da esplosione, traumi da arma da fuoco, ustioni, amputazioni e lesioni spinali o craniche.
Sotto questo aspetto, le testimonianze dei medici volontari in Ucraina e le lezioni apprese da quel conflitto, hanno spinto le autorità competenti a valutare la necessità di estendere anche ai civili le nozioni di sanità campale, perché in caso di guerra le differenze tra dimensione civile e quella militare dello scontro scomparirebbero.
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Gli #StatiUniti hanno bombardato in #Iran gli impianti nucleari di #Fordow, #Isfahán e #Natanz con i #bombardieri#B2 armati di bombe #MOP GBU-57/B e con i #missili#TOMAHAWK lanciati dai dispositivi navali nell’area. I bombardieri strategici statunitensi sono stati scortati dai caccia dell’#USAF e della #IAF, che hanno provveduto a colpire le difese aeree iraniane nei siti.
Gli #USA hanno scelto di entrare in #guerra contro #Teheran e sfruttare la stessa “finestra di opportunità” che aveva spinto #Netanyahu a colpire il regime degli #ayatollah. Ovviamente, con l’ingresso diretto di #Washington, il conflitto si è ampliato su scala regionale. Questo perché gli iraniani potrebbero colpire le basi statunitensi nei Paesi vicini, ma anche perché nessuno esclude che gli annunci di una chiusura dello Stretto di #Hormuz possano diventare realtà. Anzi, questa seconda ipotesi - che a Teheran è sempre stata valutata come una alternativa strategica valida, specialmente se si fosse arrivati ad una guerra aperta contro Israele e Stati Uniti - potrebbe essere la “miccia” reale per l’ampliamento del conflitto ad altri attori.
Del resto, come ha spiegato anche il ministro della #Difesa, Guido Crosetto, “lo Stretto di Hormuz sarà uno dei punti critici, nelle prossime settimane, ma anche a medio-lungo termine la situazione può avere conseguenze importanti, incluso un aumento del rischio di attacchi terroristici”. Su #HormuzStrait devono essere puntati gli occhi e le attenzioni dei Paesi occidentali, ivi compresa l’#Italia, perché, sebbene la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di petrolio e gas abbia reso il “collo di bottiglia” del Golfo #Persico meno strategico che in passato per gli europei, questo non vuol dire che i contraccolpi sarebbero leggeri o che non causerebbero danni importanti.
Certo, va sottolineato che nemmeno negli anni ’80, quando il conflitto tra la Repubblica islamica e l’#Iraq di Saddam si accompagnò alla cosiddetta “guerra delle petroliere”: i due Paesi colpirono più di 450 navi in transito all’epoca, ma in nessun momento ci fu un’interruzione totale del traffico a Hormuz. Molti analisti dubitano del fatto che Teheran sia in grado di attuare un blocco totale dello stretto e, in più, potenze petrolifere come #EAU e #ArabiaSaudita hanno da tempo pensato ad “alternative” per bypassare eventuali blocchi di Hormuz, ad esempio con gli oleodotti che porterebbero il petrolio verso i porti del #MarRosso (a quel punto bisognerebbe valutare le azioni degli #Houthi).
La chiusura di Hormuz porterebbe anche ad una recrudescenza degli attacchi ai mercantili nel Mar Rosso, perché gli scenari sono intrinsecamente collegati, esattamente come si era detto per la penetrazione iraniana in #Sudan.
Nella #guerra tra #Israele ed #Iran appare chiaro quanto gli Accordi di Abramo restino operanti, nonostante le condanne ufficiali lanciate dai Paesi del Golfo a #TelAviv. Le “petromonarchie” hanno, infatti, tutto l’interesse strategico affinché #Teheran sia militarmente sconfitta, il suo programma nucleare azzerato e il suo regime sciita abbattuto. Se è vero che, come ha scritto su “Il Foglio” Sharon Nizza, “nei giorni drammatici in cui, dopo decenni di guerra ombra o per procura su suolo palestinese, libanese, siriano e yemenita, stiamo assistendo alla resa dei conti tra i due rivali non arabi dell’area, decifrare la posizione degli altri attori regionali richiede un certo esercizio ermeneutico”, allora è necessario evidenziare come l’Iran sia considerato dalle potenze arabe come un attore destabilizzante in Medio Oriente e non solo.
Uno dei fronti caldi del braccio di ferro tra arabi ed iraniani (ed in questo caso la posta in gioco è diversa dalla “#guerra dei trent’anni” musulmana tra sunniti e sciiti) è il #Sudan, in cui si combatte dal 2023 una violenta guerra civile tra le forze governative e quelle ribelli delle Rapid Support Forces. Oltre alle sue implicazioni interne, il conflitto sudanese è una “proxy war” che vede coinvolti a vario titolo attori come #Russia, #Ucraina, #EAU, #Egitto e, appunto, l’Iran. La posta in gioco per gli ayatollah è il controllo di Port Sudan, sul modello di quanto fatto in #Yemen con gli #Houthi.
Uno degli strumenti strategici più pericolosi in mano agli iraniani è la possibilità di attuare la chiusura al traffico dello Stretto di #Hormuz, e l’appoggio al governo di #Khartum ha come obiettivo anche quello di costituire una sponda occidentale del “collo di bottiglia" rappresentato da Hodeida. Se il tentativo delle potenze arabe di scacciare gli Houthi da #Hodeida nel 2018 fosse riuscito, l’Iran avrebbe perso una delle colonne portanti della sua strategia di destabilizzazione marittima del Medio Oriente. Nulla nega, però, che il momento di debolezza iraniano non possa essere sfruttato nuovamente dai Paesi degli “Accordi di Abramo”, per tentare di infliggere un colpo agli Houthi. Il Sudan rappresenta, per quanto possa apparire come periferico sulla mappa della guerra israelo-iraniana, una “valvola di sicurezza” per gli ayatollah, così come un'altra nazione africana come l'Etiopia.
Secondo il presidente del centro studi Misgav e già capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano ai tempi della negoziazione degli “Accordi di Abramo”, Meir Ben Shabbat, il tentativo iraniano di radicamento in Sudan è uno degli elementi che le monarchie del Golfo considerano “destabilizzanti” per l’ordine regionale, perché direttamente collegato al confronto serrato nel Mar Rosso e alla guerra al traffico commerciale portata avanti dagli Houthi. Il collegamento tra questioni africane e questioni indo-arabe è particolarmente forte ed è una questione che deve interessare strategicamente interessi e postura dell’#Italia.