È passato un mese da quando mio padre è morto.
Il tempo si è fermato.
La terrazza dove il suo caffè fumava.
L’iPad che sfiorava per le notizie.
Lì, l’invisibile ragno della malinconia tesse la sua ragnatela grigia.
Il dolore non è spettacolare.
Si posa in silenzio, dove la felicità ha lasciato un’eco.
Ogni sera vorrei chiamarlo.
Sapere della sua giornata.
Raccontargli qualcosa.
Chiedergli un consiglio.
Poi ricordo.
Non posso.
Il silenzio taglia.
L’ho aspettato.
Senza ragione.
Solo perché non sapevo fare altro.
E forse lui lo sapeva, come sempre.
C’è in certi legami una forza muta:
non nasce di parole,
non resiste per parole,
non finisce senza.
So che ci rivedremo.
In un istante che il tempo non prende.
Nel profumo di quel caffè,
nel tocco di quello schermo.
Non la fine della vita.
Ma la fine di questo vuoto,
di questo filo teso tra padre e figlio,
un patto muto, feroce.
Perché il nostro segreto, mai detto, era vivo.
Non tenerezza esplicita.
Non amore dichiarato.
Una radiazione lenta, che scava e scalda.
Ci teneva vivi.
Non sempre vicini,
non sempre d’accordo,
ma vivi.
Ora, a un mese dalla sua morte, quel calore è spento.
Una parte di me si è fermata.
Ma quel filo brucia ancora.
Sorrido sempre un po' quando leggo persone che pensano che fare gli "amanti" regali felicità.
Secondo me puoi esserne euforico solo se è una "scopata occasionale", ma se ti innamori di chi non è libero, o se non sei libero, è solo una grande, enorme sofferenza.
Per tutti.
Odio l'estate, il caldo, i vestiti appiccicati alla pelle, il sudore che qualunque cosa indossi sembri una stracciona, l'aria condizionata che non funziona mai come la vorresti. Stagione terribile a meno che tu non abbia 20anni e sei in riva al mare....
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