Basterebbe imparare leggere e scrivere, imparare a capire. Tutte quelle cose che si insegnano a scuola, ma che risultano poco moderne perché le scuole qualcuno le vorrebbe semplicemente come preambolo per entrare più lubrificati nel mondo del praticantato prima di svoltare sul mondo dello stage per poi finalmente essere nel circolo ufficiale dello sfruttamento. Se imparassimo a leggere – e quindi a scrivere – sapremmo per esempio che rovesciare la realtà è un gioco sporco. Ci si stupisce per esempio che il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida dica che «i poveri mangiano meglio dei ricchi perché trovano qualità a basso costo». Eppure non è niente di diverso dall’aria che tira su questo Paese ormai da anni: i poveri indolenti, i poveri colpevoli, i poveri che si lamentano ma non agiscono. Ingredienti diversi della stessa solfa: i poveri privilegiati perché hanno una “vita più facile” e “meno problemi” è una teoria proclamata sotto traccia da anni.
La corruzione di una società: disprezzare quelli che hanno fallito nella vita
Lollobrigida non ha inventato nulla: ha ripetuto lo stesso schema, semplicemente con meno padronanza delle parole dei suoi amici e dei suoi predecessori. Basterebbe avere letto Adam Smith (che dovrebbe essere un mito per la destra, se leggessero) che nel suo libro Teoria dei sentimenti morali scriveva che la corruzione del carattere consiste nell’ammirare i ricchi e disprezzare i poveri, invece di ammirare i saggi e le buone persone e disprezzare gli stupidi. Questa è la corruzione di una società, secondo Smith: quando una società disprezza quelli che hanno fallito nella vita, quelli che hanno avuto cattiva sorte. Se imparassimo a leggere, a scrivere, a capire e a studiare avremmo archiviato Lollobrigida come un pessimo esecutore di una furfanteria generale.
Non c’è nessun problema sociale, nessuna oggettificazione sessuale…
Stesso discorso per le reazioni allo stupro di gruppo di Palermo. Il tentativo di alienare un problema per non doversene fare carico. Per il ministro Matteo Salvini la proposta della castrazione chimica serve più di tutto a descrivere come patologico un maschilismo fisiologico: se quelli sono semplicemente dei “malati” allora non gli toccherà farsi carico dei diritti reclamati dai movimenti femministi. Esistono solo i reati, non esiste un problema culturale. Stesso schema per la ministra Eugenia Roccella: «Colpa della pornografia». Sottotesto: non c’è nessun problema sociale, non c’è nessuna oggettificazione sessuale. Il male, quindi, viene “da fuori”, il tessuto è sano. Se si riesce a indicare come colpevole un agente esterno sostanzialmente ci si autoassolve. Così hanno fatto.
Putin diventato “il comunista” per la stampa di destra dalla memoria corta
Altro esempio del gioco sporco, in malafede, di una propaganda che sarebbe facilissima da smontare: Vladimir Putin. Qualche giorno fa un quotidiano nazionale molto compiacente con questo governo ha titolato in prima pagina a proposito della morte di Prigozhin “I comunisti fan così, la vendetta di Putin”. Si lascia intendere che Putin sia quindi un “comunista”. Eppure la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è scusata poche ore fa (in piena febbre atlantista) per avere dato credito a Putin. Eppure è fresca nella memoria (di chi legge e di chi studia) la vicinanza tra Putin e Silvio Berlusconi (ve lo ricordate il lettone?) e Salvini che avrebbe scambiato «due Mattarella per un Putin» nel suo Paese. Quindi per la stampa di destra i leader dei partiti di governo erano follemente innamorati di un “comunista”? No, no. La malafede funziona se la memoria è corta e poco allenata. Come qui, da noi.
Camilleri e la lezione sugli analfabeti, totali o di riporto
Diceva lo scrittore Andrea Camilleri in un’intervista del 2010: «Secondo un rapporto coordinato dal linguista Tullio De Mauro, in Italia vi sono due milioni di analfabeti totali, 13 milioni di semianalfabeti, ossia che sanno fare solo la loro firma e poco più ma non capiscono ciò che leggono, altri 13 milioni di analfabeti di riporto, cioè che hanno perso un uso fluido della scrittura e della lettura. In totale, 28 milioni di italiani, su 52 milioni, sono sotto la soglia della sufficienza dell’alfabetizzazione. Nel momento in cui essi si recano a votare sulla base di che cosa esprimono il loro voto, su che cosa hanno basato le loro condivisioni? Sulla televisione. E basta. Ecco perché da parte del potere è assolutamente indispensabile che l’informazione sia univoca, indirizzata in un unico senso. Dopodiché la sparuta informazione libera dei giornali può essere limitata nella diffusione sul territorio oppure emarginata in modo che domini l’informazione condizionata». Nel 2019 Camilleri disse: «Non posso trattenermi dal dire che con il governo di oggi abbiamo un esempio lampante di mentalità fascista, quella del ministro Matteo Salvini. Quella è mentalità fascista, una delle forme di fascismo che può anche essere eletta democraticamente». Sapete cosa rispose Salvini? «Scrivi che ti passa».
(il mio abituale editoriale del fine settimana per Lettera43)
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L’ennesimo passo falso di Elly Schlein.
Tirare fuori la patrimoniale per rincorrere il massimalismo della sinistra alla sua sinistra è un errore, e di quelli che si pagano cari.
Ci siamo già cascati, e più di una volta. La tentazione torna a ogni giro, ogni volta che il partito non sa più cosa dire e cerca una bandiera facile da agitare.
È giusto tassare i ricchi? Sì.
La Costituzione lo dice senza giri di parole. L’articolo 53 stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Chi ha di più paga di più. Sta scritto lì dal 1948.
È giusto chiedere un contributo straordinario ai patrimoni più alti in momenti e contesti specifici? Sì, può esserlo. Chi ha grandi spalle può essere chiamato a uno sforzo eccezionale quando il Paese lo richiede.
È giusto costruirci sopra la propria identità e la propria campagna elettorale? No. È un’emerita cazzata.
E qui sta il punto, perché non è una contraddizione: la cosa può essere giusta, farne il centro del discorso è un suicidio. È una questione di gerarchia delle priorità. La patrimoniale non è un programma. È una misura una tantum, un prelievo che fai una volta e poi finisce. Non ci costruisci sopra una visione del Paese, ci fai al massimo un titolo di giornale.
Espone il fianco a ogni destra possibile, che avrà gioco facile ad accusare la sinistra di voler mettere le mani nelle tasche degli italiani. Non conta che a pagare sarebbero i patrimoni da cinque, dieci, cinquanta milioni. Nella testa della gente passa un messaggio solo: vogliono prendersi i miei soldi.
Un precedente in Italia ce l’abbiamo, e brucia ancora. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992 il governo Amato decise un prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti. Era una misura d’emergenza, in piena crisi della lira, non una patrimoniale ideologica. Eppure è rimasta nella memoria collettiva esattamente così: come un trauma improvviso, la mano dello Stato dentro il conto durante la notte. Ed è proprio questo che dimostra il punto. Il prelievo sui patrimoni vive nel ricordo come spavento, mai come progetto di società. Non ci costruisci un’identità, ci costruisci una paura.
Qualche voto dell’estrema sinistra magari lo porti a casa, anche se finirà più ad Avs che al Pd. Resta fuori tutto il resto. La media borghesia, quella che le tasse le paga sul serio, quella che ogni giorno sbatte contro la pubblica amministrazione, il lavoro, la sanità, la scuola. Davanti a un partito che invece di parlare dei suoi problemi si mette a discutere di patrimoniale, quella gente volta le spalle.
Non lo fa per paura della patrimoniale. Lo fa perché pensa: questi non hanno capito niente. Stanno lì a perdere tempo, a regalare il fianco alla destra, invece di dirmi cosa intende fare il Pd per me, che ogni mattina mi sudo lo stipendio e non basta mai per arrivare a fine mese.
Voglio essere chiaro, perché non sto dicendo tassiamo meno. Sto dicendo tassiamo meglio. Sposta il peso dalle spalle di chi lavora a quelle di chi incassa. In Italia chi si guadagna lo stipendio ogni mese è tartassato, mentre la rendita finanziaria e immobiliare se la cava con aliquote da privilegiati. Ribalta questa cosa. Abbassa le tasse sul lavoro e sull’impresa che produce, alza quelle sulle rendite che dormono. Non aumenti la pressione, la sposti dove è giusto che stia. Con quei soldi ci paghi un pronto soccorso dove non aspetti dieci ore, una scuola pubblica che non cade a pezzi, salari che reggono il costo della vita. Questa è la redistribuzione che funziona, quella che premia chi crea lavoro e chiede di più a chi vive di posizione, non il prelievo punitivo una tantum che spaventa tutti e non cambia niente.
E poi c’è la cosa di cui non si parla mai, quella che dovrebbe stare in cima a ogni programma di sinistra: l’evasione fiscale. Oltre cento miliardi l’anno che spariscono, un’economia sommersa che vale il nove per cento del Pil. Il lavoratore autonomo medio evade quasi due terzi di quello che dovrebbe. Non serve inventarsi una tassa nuova, bastano i soldi che già ci spettano e che qualcuno si tiene in tasca. Eppure dal Pd, su questo, nemmeno una proposta seria, nemmeno una volta. Niente. Qui ci vuole coraggio, altro che timidezza: il grande evasore strutturale a sinistra non ci vota e non ci voterà mai, vota a destra dove sa di trovare condoni e pace fiscale. Bastonarlo non ci fa perdere un solo voto, ce ne porta a migliaia tra chi le tasse le paga tutte e si sente fesso. Quella è la nostra battaglia, non la patrimoniale.
La sinistra non si rifonda con una tassa. Si rifonda dicendo, con parole chiare, da che parte sta e per chi lavora. Il resto è rumore, e fa felice solo Giorgia Meloni.
Gaza, il Prof. Tomaso Montanari impartisce una lezione di storia con fatti oggettivi all'ex craxiano Luca josi che nega il genocidio
Otto e Mezzo 28 maggio 2026
Ho detto peste e corna di Morgan, per vari motivi.
È sempre stato uno degli artisti che più ho detestato, ma oggettivamente questa sua critica a #DeGregori è semplicemente perfetta.
Non lasciate per troppo tempo i vostri figli con i nonni. Ho chiesto a mio nipote quanti anni deve compiere e mi ha risposto: "Se Dio vuole e mi da salute e serenità, a settembre faccio 7 anni.
Lo chiamavano “Serpico”, come il poliziotto interpretato da Al Pacino nel film del 1973: un soprannome che gli avevano dato per il suo coraggio.
Francesco Evangelista, in servizio a Roma, era infatti un “poliziotto di quartiere” di cui tutti si fidavano, perché era una brava persona e aveva davvero un gran coraggio. Al punto tale che una volta sventò una rapina in banca a mani nude mentre ancora portava un busto, dato che mesi prima – mentre sventava un’altra rapina – lo avevano fatto volare giù da una finestra, provocandogli una frattura della colonna vertebrale.
Il 28 maggio, di prima mattina, Evangelista era di sorveglianza davanti al liceo Giulio Cesare. Si presentarono i NAR con lo scopo di umiliare studenti e poliziotti, possibilmente rubando le armi a questi ultimi. Aprirono il fuoco e Serpico venne crivellato dai colpi, spirando dopo anni di onorato servizio allo Stato e soprattutto alla comunità che lo amava profondamente. A premere il grilletto furono quegli stessi macellai che due mesi dopo avrebbero fatto saltare per aria la stazione di Bologna, uccidendo uomini, donne e bambini: Fioravanti e Mambro.
Il giorno successivo, i camerati degli assassini tornarono al Giulio Cesare, dove studenti e operai stavano ricordando Serpico, e uno di loro, indicando la macchia di sangue lasciata sull’asfalto che si era cercato di coprire con dei fiori, disse: «Ecco come finiscono i valori della Resistenza».
Quando qualcuno prova a fare revisionismo, si rammenti cosa è accaduto veramente in quegli anni. Si rammenti quell’odio, quel cinismo che ha spezzato molte vite con freddezza disumana.
E facciamolo anche nel ricordo di uomini come Serpico, i cui figli hanno seguito le sue orme, entrando in polizia.