LETTERA AL MIO PEGGIOR ALLIEVO
Stamattina ho letto uno dei tanti straordinari post del mio amico Mattia Madonia, che si chiedeva cosa direbbe Indro Montanelli del suo allievo @marcotravaglio, e così, davanti alla mia vecchia Olivetti Lettera 22, ho pensato di somministrare il post all’AI come elemento di contesto e le ho chiesto di commentare il “lavoro” di Travaglio come se a scrivere fosse Montanelli. L’AI ha scelto autonomamente una lettera aperta, che riporto di seguito senza correzioni.
—-
Caro Marco,
la chiamo per nome, come si fa con i figliocci e con i traditori: due categorie che, in una vita lunga e litigiosa, ho imparato a non tenere troppo distanti. Le batto queste righe sulla Lettera 22 - la verde - che qualcuno ha avuto la bontà di recapitarmi quassù, o quaggiù, non ho ancora capito in quale reparto mi abbiano sistemato. La macchina per scrivere ha un difetto che è la sua unica virtù: batte una lettera per volta, e ogni tasto è un fatto. Con una Lettera 22 non si bara. Con una linea editoriale, a quanto vedo, sì.
Le devo un ringraziamento e una frustata, nell’ordine. Il ringraziamento è per avermi copiato la posa: il bastian contrario, l’uomo solo controvento, quello che dà del somaro a tutti. Bravo. Ha imparato la mia faccia. Peccato che della mia faccia lei abbia preso la smorfia e buttato via l’osso: perché controcorrente ci si va per amore dei fatti, non per amore della corrente contraria. Il contrarianismo senza i fatti non è coraggio, ma vanità con l’elmetto.
Veniamo alla frustata, che è più istruttiva.
Io, la guerra di un piccolo popolo aggredito da un colosso, l’ho vista con questi occhi, nel Quaranta, sugli sci, al gelo, tra i finlandesi. Non commentai una riga: raccontai. Raccontai la neve, i cecchini bianchi, i carri sovietici che si impantanavano nella loro stessa arroganza. E il lettore, senza che io glielo dicessi, diventava profinlandese. Perché la verità, quando la lasci in pace, cammina da sola.
È il mestiere, caro Marco. Quello che lei ha smesso di fare.
Perché quando un altro piccolo popolo - lo scriva pure, il nome, Ucraina, non morde - si è trovato sotto lo stesso colosso, con lo stesso pretesto delle minoranze da proteggere e delle zone cuscinetto da inventare, lei che ha fatto? Ha lasciato parlare i fatti? No. Ha lasciato parlare le veline. Ha preso il comunicato dell’aggressore e gli ha messo addosso la cravatta buona del dubbio: l’«eh, ma la NATO», l’«eh, ma non è tutto bianco e nero». Certo che non è tutto bianco e nero. Ma quando un carro armato entra in casa d’altri, il colore glielo do io: è del colore del torto.
Lei mi dirà che pone domande, che dubita, che non si fa arruolare. Il dubbio, caro figliolo, è un arnese sacro, a patto di usarlo su tutti. Il suo lo tira fuori sempre e soltanto contro gli aggrediti. Un dubbio a senso unico non è giornalismo: è ufficio stampa con la puzza sotto il naso.
Le confesso una cosa, ché quassù (o quaggiù) si diventa sinceri per noia. Di errori ne ho collezionati a bizzeffe, alcuni imperdonabili, e ho pagato anche con del piombo nelle gambe, regalatomi da gente che il dubbio non lo tollerava affatto. Non le do lezioni di virtù: sarei ridicolo. Le do una lezione di mestiere, l’unica cosa su cui posso ancora permettermi la superbia. Ed è vecchia come il piombo dei tipografi: i fatti prima, l’opinione dopo, e mai - mai - l’opinione travestita da fatto.
Lei ha fatto l’esatto contrario. Ha preso il mio metodo, l’ha capovolto, e ci ha appiccicato sopra la mia foto come un santino. È l’unico plagio che non le perdono: non quello dei fatti, ma quello della faccia.
La saluto. E le lascio, come si usa tra maestri e cattivi allievi, un compito per casa: un giorno solo, uno, provi a far parlare i fatti dell’aggredito con la stessa generosità con cui fa parlare i dubbi dell’aggressore. Vedrà che fatica. Il mestiere è tutto lì.
Suo, con l’affetto ruvido che si deve ai figli sbagliati,
I. M.
Ho chiesto all'Intelligenza artificiale di immaginare un discorso di Churchill alla Camera dei Comuni britannica, ma fatto oggi. Il risultato secondo me è da brividi.
Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, Signore e Signori,
Sono vecchio, e i vecchi hanno un solo privilegio che vale la pena rivendicare: quello di aver visto abbastanza per riconoscere i disegni che si ripetono sotto costumi diversi. Non vengo qui per raccontarvi una storia nuova. Vengo per dirvi che la storia che conoscete sta bussando di nuovo alla porta, e ha imparato, in ottant'anni, a bussare con maggiore pazienza.
Permettetemi di iniziare da dove ogni lezione seria di libertà deve iniziare: dal riconoscimento che la libertà non è mai stata la condizione naturale degli uomini. È un'invenzione fragile, sostenuta da istituzioni che possiamo costruire in un secolo e smantellare in una settimana di viltà. L'Europa lo ha dimenticato più volte, e più volte lo ha pagato con fiumi di sangue che i libri di scuola oggi riducono a paragrafi.
Nel secolo che ho attraversato ho visto una tirannia annunciarsi con precisione quasi contabile: prima le parole, poi i confini, poi i corpi. Ho visto un continente intero scegliere di non ascoltare, perché ascoltare avrebbe imposto di agire, e agire costava caro, e il costo sembrava sempre rinviabile a un domani più conveniente. Quel domani non arrivò mai a condizioni migliori. Arrivò, quando arrivò, a Dunkerque, con gli uomini in mare e la Manica come unica trincea rimasta.
Chi oggi guarda a Kyiv e pensa che la distanza geografica sia una protezione morale, ripeta questa lezione a memoria: la distanza non ha mai fermato un aggressore che aveva già deciso di misurare il mondo in chilometri... di debolezza altrui.
E qui devo essere onesto con voi, come si deve essere onesti quando si parla da questo scranno e non da un editoriale.
Io stesso, in quella guerra, strinsi la mano a un uomo che sapevo essere un macellaio del proprio popolo. Stalin non era un alleato che avessi scelto per affinità: era il prezzo che la geografia e la disperazione imponevano contro un nemico anche peggiore, per un'ora in cui l'Inghilterra combatteva sola e non poteva permettersi il lusso della coerenza morale integrale. Dissi allora, e lo confermo oggi senza vergogna e senza vanto, che se Hitler avesse invaso l'Inferno avrei trovato una parola gentile per il Diavolo alla Camera dei Comuni. Non fu un errore di giudizio. Fu un calcolo fatto con gli strumenti che la sopravvivenza consentiva, in un'ora in cui la Wehrmacht era alle porte di Mosca e la Gran Bretagna non aveva altro fronte orientale da difendere se non quello altrui.
Ma sarei un pessimo maestro se non aggiungessi ciò che venne dopo, e che la Storia mi impose di osservare da vicino, a Yalta e oltre: quell'alleanza necessaria coltivò, in provetta, il mostro che avremmo dovuto affrontare per i quarant'anni successivi. Non lo dico per assolvermi né per condannarmi. Lo dico perché è vero, e perché le verità scomode sono le uniche che meritano di essere tramandate ai posteri. La necessità non è innocenza. È soltanto necessità. E chi la scambia per virtù, o la vergogna di essa fino a negarla, non ha imparato nulla dalla propria storia.
Vi dico questo perché oggi non abbiamo la scusa che avemmo allora. Non stiamo scegliendo tra un male e un male peggiore. Stiamo scegliendo, semplicemente, se onorare o tradire ciò in cui diciamo di credere.
Il Cremlino di oggi non è la Berlino del 1940, e sarebbe disonesto pretendere il contrario. Ma il Cremlino di oggi condivide con quella Berlino un'unica, identica convinzione: che le democrazie, essendo litigiose per natura e riluttanti al sacrificio, si stancheranno prima dell'aggressore. È una scommessa antica quanto la tirannia stessa, ed è, temo, l'unica strategia di cui Mosca davvero dispone.
Contro questa scommessa non bastano i cannoni, per quanto necessari. Serve qualcosa di più difficile da armare: la memoria. Un popolo che dimentica perché ha vinto le proprie guerre passate è un popolo che si prepara, senza saperlo, a perderne una futura. E vedo, in quest'Aula come nelle cancellerie d'Europa, il medesimo torpore compiaciuto che precedette ogni disastro che ho conosciuto: la convinzione che la pace sia uno stato naturale delle cose, anziché il risultato quotidiano, faticoso, di uomini disposti a difenderla.
E qui la memoria non ha nemmeno bisogno di risalire troppo lontano, Onorevoli Colleghi. Non serve evocare Monaco come un fantasma di altri tempi: ne abbiamo già scritto una copia recente, con la stessa mano tremante e la stessa illusione di aver comprato tempo a buon mercato.
Nel settembre del 1938 un primo ministro tornò da Monaco sventolando un pezzo di carta e promettendo che aveva assicurato la pace per la nostra generazione. Gli bastarono sei mesi per essere smentito dai fatti, e altri sei per essere smentito dalla guerra. Dissi allora, a chi in quest'Aula preferiva l'illusione alla verità, che gli era stata data la scelta tra il disonore e la guerra: avevano scelto il disonore, e avrebbero avuto la guerra comunque — con l'aggravante di averla dovuta combattere in condizioni peggiori di quelle che avrebbero potuto scegliere prima.
Nel 2014 l'Europa ha ripetuto l'esperimento con notevole fedeltà al modello originale. Un pezzo di territorio sovrano — la Crimea — fu strappato con la forza, sotto gli occhi delle stesse cancellerie che oggi si dicono sorprese dalla guerra che ne è seguita. La risposta fu un pacchetto di sanzioni concepito con la cura di chi vuole punire senza davvero scoraggiare, e con esso l'illusione, tanto europea quanto lo fu quella del 1938, che un'aggressione digerita in silenzio sia un'aggressione conclusa. Non lo fu. Fu, come Monaco, un anticipo. Mosca non lesse in quella debolezza una ragione per fermarsi: vi lesse un prezzo, lo trovò sostenibile, e nel 2022 tornò a incassare il resto del conto che riteneva ancora aperto.
Non ripeterò qui l'errore di scambiare la storia per un oracolo: nessuna guerra è la fotocopia di un'altra. Ma il meccanismo — questo sì — si è ripetuto con la puntualità di un orologio che nessuno, in Europa, ha voluto sentire suonare. E se qualcuno in quest'Aula pensa che la lezione della Crimea sia già stata imparata, gli chiedo di spiegarmi perché, una manciata di anni dopo, ci troviamo a discutere se sia «pragmatico» concedere anche il resto.
Non vi parlo soltanto di eserciti. Vi parlo di una guerra che si combatte nelle menti prima ancora che sui campi — una guerra che ai miei tempi avremmo chiamato propaganda, e che oggi si è fatta più sottile, più capillare, capace di insinuarsi nei salotti e nei parlamenti travestita da dubbio ragionevole. Il Cremlino non ha bisogno di convincere l'Europa che ha ragione. Gli basta convincerla che nessuno ha torto, che ogni posizione vale l'altra, che la fatica di discernere il vero dal falso sia essa stessa un'imposizione ideologica. È un'arma più economica delle divisioni corazzate, e altrettanto efficace, perché non conquista territori: corrode la volontà di difenderli.
Onorevoli Colleghi, l'Europa che ho conosciuto nascere dalle macerie non fu costruita per essere comoda. Fu costruita per essere libera, il che è cosa ben più esigente. Chi oggi propone che l'Ucraina ceda provincie in cambio di una pace che chiamano «pragmatica» non sta proponendo la fine di una guerra: sta proponendo l'inizio di un precedente, e i precedenti, nella storia dei tiranni, sono sempre l'anticipo di un conto più salato.
Non vi chiedo eroismo. Ve ne ho chiesto abbastanza, in un'altra vita, e so quanto costi. Vi chiedo soltanto la memoria di ciò che accade quando le democrazie confondono la stanchezza con la saggezza. Vi chiedo di ricordare che ogni generazione crede di aver ereditato la pace come un diritto, e ogni generazione riscopre, con sorpresa che dovrebbe farle provare vergogna, che la pace era un prestito, non un dono, e che il prestito va onorato con la vigilanza, non con l'oblio.
Il secolo che ho attraversato mi ha insegnato una sola certezza, ed è questa: i tiranni non si fermano davanti alla ragionevolezza altrui. Si fermano davanti alla determinazione altrui, e solo davanti a quella. Sta a questa Camera, e a chi verrà dopo di essa, decidere di quale delle due l'Europa vorrà essere ricordata come portatrice.
@FabrizioBarb Lo conosco da sempre e le assicuro che lo è. Il problema talvolta è il nostro egoismo che ci spinge a trattare con fervore argomenti dei quali sarebbe saggio tacere.
Con la preghiera di ascoltare e leggere. Grazie!
Fate girare, diffondete, per favore!
"Cari amici,
@RadioRadicale è stata imbavagliata in #Turchia.
Il governo turco ha deciso di silenziare Radio Radicale.
Gli ha messo la mordacchia, nel silenzio assordante dei media italiani, tranne pochissime eccezioni, e nel silenzio assordante di una Unione europea e del mondo democratico in generale, tutti impegnati a celebrare i droni turchi e le esportazioni di armamenti.
Radio Radicale è silenziata in Turchia e silenziata in #Italia.
Il suo corrispondente in Turchia, da 16 anni, ha contribuito quotidianamente con le sue cronache a far conoscere agli italiani e agli europei lo spaventoso arretramento dello stato di diritto e della democrazia in questo paese con il tramonto della giustizia e della libertà di espressione; arretramento in corso da tempo, ma oggi con il brutale attacco della polizia alla sede del principale partito di opposizione e con la destituzione del suo presidente, siamo all’atto finale che sancisce definitivamente la fine dell'inganno dell’esistenza di un barlume di democrazia in questo Paese.
Molti di voi e vi ringrazio, mi avete espresso solidarietà anche per avermi pubblicamente riconosciuto il merito di aver tenuto acceso il faro dell’informazione sugli orrori compiuti dalla Repubblica islamica contro la sua popolazione civile.
Ora il mio profilo X è stato oscurato per decisione del governo turco proprio mentre la magistratura turca veniva denunciata, da me e dai media dell’opposizione, come eterodiretta dalla presidenza della Repubblica che ha destituito il leader dello storico partito laico, socialdemocratico, fondato da #Atatürk, che aveva sconfitto, per la prima volta nel 2024 - seppur nelle elezioni locali - la macchina da guerra dell’Ak Parti di #Erdoğan.
Il mio profilo X è stato oscurato proprio mentre il presidente Recep Tayyip Erdoğan sta ridisegnando un'opposizione a lui leale, addomesticata, insediando un “perdente cronico elettorale” come capo dell'opposizione: un personaggio innocuo che gli permette di dormire tranquillo e di prepararsi a vincere le prossime presidenziali che molti prevedono che saranno anticipate.
Aspettarsi elezioni libere in Turchia oggi è pura fantasia. Resistere a questa recita meticolosamente orchestrata, trasmessa quotidianamente in diretta dai media filogovernativi, è un diritto di tutte le organizzazioni di massa, le organizzazioni della società civile, le persone che difendono la democrazia e naturalmente anche dei giornalisti che hanno il dovere deontologico di smascherare tale recita.
E io continuerò a smascherarla.
È noto che utilizzo i social esclusivamente per veicolare la mia attività di corrispondente per Radio Radicale conducendo la mia rigorosa e quotidiana attività di corrispondente senza alcuna pavida autocensura mettendo appunto in rilievo lo spaventoso arretramento dello stato di diritto in Turchia, attività, come spesso mi viene riconosciuto, svolta con rigoroso equilibrio e completezza di informazione, supportata sempre da una adeguata quantità di fonti qualificate e autorevoli.
Non chiedo e non mi aspetto solidarietà dai media di informazione in Italia, non mi aspetto solidarietà per la mia attività di corrispondente in Turchia, per la mia dignità e la mia stessa incolumità personale, ma mi aspetterei, soprattutto dal mondo dell’informazione radio-televisiva una mobilitazione che chieda che sia posto fine al bavaglio dei giornalisti nell’esercizio della loro preziosa e indispensabile attività di informazione, soprattutto per coloro che operano sul campo in condizioni estremamente difficili e rischiose con mezzi e risorse spesso molto precari e in regimi fortemente autoritari.
Mi rivolgo in particolare ai colleghi giornalisti e ai loro direttori:
È in gioco la libertà di tutti noi e il diritto dei cittadini ad essere informati; è in gioco la libertà del giornalismo indipendente non disposto a piegarsi alla propaganda dell’autocrate di turno."
PRECISAZIONE: La volete smettere di diffondere notizie FALSE? Siete penosi! Vi prego di far circolare!
E mi riferisco in particolare al mainstream che, mi dicono, ancora in queste ore diffonde la notizia FALSA della scuola di #Minab che sarebbe stata colpita dai missili di #Israele.
I filmati diffusi non sono attendibili, non esiste alcun filmato organico di questo incidente che non sia stato fornito dal regime.
Quel che ad ora è noto è che vi è stato un lancio missilistico fallito da una base dei guardiani della rivoluzione vicina alla scuola che ha provocato il disastro. Le riprese mostrano che ciò che ha colpito la scuola è stato un lancio fallito di un razzo dei pasdaran, non di Israele o degli Stati Uniti. L'analisi della zona mostra che la scuola si trova al centro di un'area militare piena di basi dei terroristi pasdaran. Le Forze di difesa israeliane non hanno effettuato alcun attacco alla scuola.
Ogni altra versione di questa storia È FALSA!
@RadioRadicale #Turchia #Iran
Uno degli effetti “collaterali” più evidenti del folle 2025 appena conclusosi e di questo inizio del 2026 è il declino piuttosto evidente del progetto BRICS. Anche se forse era difficile immaginare che potesse andare diversamente.
Negli ultimi anni il BRICS è passato dall’essere una suggestione geopolitica a una sorta di contenitore politico sempre più affollato e sempre meno coeso e coerente. L’allargamento deciso dal 2024 in poi ha prodotto titoli, mappe colorate e percentuali impressionanti, ma non ha risolto il nodo centrale e cioè il fatto che la crescita numerica non si traduce automaticamente in capacità politica. Anzi, ha reso più evidenti le contraddizioni interne di un progetto che nasce come reazione all’ordine esistente, ma fatica a proporsi come alternativa credibile.
Il problema, in realtà, sembra più strutturale che contingente. Un ordine alternativo funziona solo se poggia su valori condivisi, interessi strategici convergenti o istituzioni comuni capaci di vincolare i membri. Il BRICS, oggi, non dispone stabilmente di nessuna di queste tre condizioni. Al suo interno convivono democrazie elettorali, autoritarismi di partito, autocrazie personali e teocrazie, economie fortemente integrate nei mercati occidentali e Stati che ne sono parzialmente esclusi, potenze regionali in competizione diretta tra loro. Questa eterogeneità, può essere spacciata quanto si vuole come generatrice di pluralismo virtuoso, ma lo è soprattutto di diffidenza reciproca, la quale comporta, anche in virtù della scarsa cultura democratica dei suoi membri, il rifiuto di qualsiasi cessione di sovranità e la conseguente incapacità di costruire meccanismi decisionali vincolanti.
La Russia ha avuto un ruolo decisivo nel trasformare il BRICS da forum economico in piattaforma politica anti-occidentale. Mosca ha utilizzato il gruppo soprattutto come strumento narrativo, per dimostrare di non essere isolata e di far parte di un “mondo” contrapposto all’Occidente. Ma questa strategia ha rafforzato la retorica, non l’integrazione. Il BRICS non è mai diventato un blocco politico coeso, né un’alleanza economica profonda, né tantomeno un soggetto strategico unitario.
Quando poi la Russia ha iniziato a riaprire canali diretti con Washington, il problema è emerso in tutta la sua evidenza. Se Mosca sceglie il dialogo bilaterale con gli Stati Uniti, il collante ideologico anti-USA si indebolisce drasticamente. Il BRICS, che non è tenuto insieme da istituzioni forti ma soprattutto da una comune opposizione all’egemonia occidentale, perde una parte essenziale della sua ragion d’essere politica. Non è un caso che, in assenza di un “nemico sistemico” chiaramente identificabile, le divergenze interne tornino immediatamente in primo piano.
Questo ragionamento è esattamente il motivo per il quale i grandi sponsor dei BRICS (anche da noi), continuino a basare il confronto con il G7 o altre istituzioni occidentali su popolazione e PIL. Dire che il BRICS rappresenta una quota enorme della popolazione mondiale o una percentuale crescente del PIL globale è vero dal punto di vista statistico, ma fuorviante dal punto di vista del potere reale. La geopolitica vive di moltiplicazioni più che di addizioni e la capacità di influenza non si misura sommando teste o aggregando economie nominali. Si comprende semmai osservando chi controlla i nodi critici del sistema, come valute di riserva, infrastrutture finanziarie, standard tecnologici, filiere ad alto valore aggiunto, capacità di imporre costi e regole.
Su questo terreno, la distanza resta enorme. La dedollarizzazione, spesso evocata come prova dell’ascesa del BRICS, è per ora più una dichiarazione politica che un fatto reale. I flussi finanziari globali, le riserve ufficiali e i mercati dei capitali restano saldamente centrati sul dollaro, e nessuna valuta BRICS offre oggi le stesse garanzie di liquidità, stabilità e fiducia. Allo stesso modo, sul piano tecnologico e militare, il BRICS non funziona come sistema. I paesi membri non hanno standard comuni, non hanno mai investito in interoperabilità, non hanno catene di comando o meccanismi di coordinamento paragonabili a quelli dei paesi del G7 e dei loro alleati.
L’allargamento del gruppo, infine, non ha rafforzato il progetto, ma ne ha semmai accentuato i limiti. Molti dei nuovi membri o candidati vedono il BRICS non come uno spazio di integrazione profonda, ma come una zona di fuga dalle regole (accesso ai mercati e ai capitali senza condizionalità, visibilità internazionale senza vincoli, cooperazione senza obblighi). Ma questo è l’esatto contrario di ciò che serve per costruire un ordine alternativo stabile.
Il risultato è che il BRICS continua a esistere, ma sempre più come forum simbolico e sempre meno come progetto politico coerente. Sopravvive grazie ai numeri e alla narrazione dei suoi cantori, non grazie alle istituzioni e alle leve di potere. Il BRICS, in questo senso è un progetto sostanzialmente arenato, non perché ostacolato dall’Occidente, ma perché zavorrato e frenato dai limiti strutturali dei paesi che lo compongono. Stati che diffidano delle regole non riescono a crearne di nuove. Paesi che rifiutano vincoli comuni non costruiscono istituzioni. Nazioni che competono tra loro e che per questo non hanno alcuna possibilità di diventare un “blocco”.
In geopolitica, alla fine, il potere è determinato dalla “regia” più che dalla massa. E i BRICS, oggi, restano grandi nei grafici e fragili nelle leve che contano davvero.
Ora più che mai l'Ucraina ha bisogno di noi. Nell'ora più buia e nell'inverno più freddo dall'inizio della guerra, dobbiamo accendere una luce di speranza e far sentire ai nostri fratelli ucraini il calore del nostro abbraccio. Insieme ad altre associazioni con Pace Giusta ci siamo fatti promotori di una raccolta di fondi nazionale per l'acquisto di generatori da consegnare alle città colpite dai bombardamenti russi, dove case, scuole e ospedali sono privi di elettricità e riscaldamento. Si tratta di una campagna nazionale alla quale in tanti stanno collaborando e molti altri si aggiungeranno.
Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra un letto caldo e la propria libertà, tra una lampadina accesa ed il proprio diritto ad esistere. Per questo l'Ucraina conta anche su di noi!
Per donare si può👇🏻
- visita la pagina ufficiale della Raccolta Fondi "SOS Inverno Ucraina" sul sito di Whydonate (link nei commenti);
- donare direttamente tramite bonifico bancario (consigliato per importi più elevati) all'APS Lilea.
UCRAINA - ITALIA LILEA APS
IT11X0103002818000000677579
con causale: "SOS Inverno Ucraina"
Le donazioni sono fiscalmente detraibili.
Contatti:
[email protected]
+393891199992
Vi prego di diffondere ovunque quanto sto per riferirvi. Diffondete questo video e le mie parole ai vostri contatti e alle istituzioni. Fatelo subito!
Dovete sapere che le forze della repressione impiegate in #Iran non sono prevalentemente costituite da paramilitari #basij, né dal corpo dei guardiani della rivoluzione. Sono, in modo significativo, milizie mercenarie sciite fatte affluire in Iran dalla guida suprema #Khamenei in particolare dall’#Iraq, dal #Libano e dall’#Afghanistan.
Il regime sta facendo affluire veri e propri criminali jihadisti nel paese per mettere in atto le uccisioni di massa, la feroce repressione che non sono riuscite a compiere appieno le forze pasdaran. Khamenei, oltretutto, sembra posseduto da un’angoscia paranoide e non si fida del tutto del Corpo dei guardiani della rivoluzione.
Numerosi combattenti delle milizie Hashd al-Shaabi stanno aiutando il regime nelle operazioni di brutale repressione e nel massacro dei manifestanti nelle strade con esecuzioni sommarie dei manifestanti catturati.
A 15 giorni dall’inizio della rivoluzione in corso per la liberazione dell’Iran dall’orrifica repubblica islamica i morti sono già diverse centinaia, si parla di circa trecento morti.
I feriti sono migliaia. Gli ospedali sono al collasso, come riferiscono operatori umanitari, medici e altri operatori sanitari.
“I combattenti per la libertà”, come vengono definiti i giovani in lotta per la liberazione dell’Iran dalla Repubblica islamica, che sono trucidati dai miliziani sciiti, vengono portati in un centro clandestino dove si occultano i cadaveri.
Sono strazianti il pianto e le grida delle famiglie presenti presso il Centro di medicina legale di #Kahrizak a #Teheran per identificare i corpi dei loro cari.
Le immagini che ci giungono da fonti nella capitale iraniana sono strazianti.
A #Kahruzak hanno allestito un vecchio carcere per portarvi i corpi dei giovani trucidati.
Vi aggiornerò sull’andamento di queste ore terribili per il movimento rivoluzionario iraniano fermamente determinato a resistere fino in fondo, fino alla fine dell’occupazione del proprio paese dalla barbarie di una oppressione sanguinaria rappresentata dalla repubblica islamica.
Vi aggiornerò sull’andamento di queste ore terribili per il movimento rivoluzionario iraniano fermamente determinato a resistere fino in fondo, fino alla fine dell’occupazione del proprio paese dalla barbarie di una oppressione sanguinaria rappresentata dalla repubblica islamica.
#IranRevolution2026 #IRGCterrorists
@RadioRadicale #Turchia
Se la collaborazione scientifica fosse stata bloccata, credete che i miei colleghi Iraniani avrebbero innescato la rivoluzione? Andiamo… Laggiù sarebbe rimasto tutto invariato, ci avrebbe solo rimesso la scienza, che noi dobbiamo sforzarci di tenere al centro.
La pace sociale, in un conflitto tanto drammatico, si può promuovere attraverso la cultura. Accogliere progetti e collaborazioni da Israele, dalla Palestina e da tutto il mondo Arabo potrà solo promuovere l’ideale di pace. Le collaborazioni chiuse per il futuro di una parte, ridurranno le relazioni di scambio di docenti e studenti: è più probabile che un dottorando Israeliano che giunge con un accordo di collaborazione ed uno Palestinese possano lavorare fianco a fianco in un laboratorio a Bologna parlando di scienza, mantenendo sapere al centro. Perché mi devo vergognare di questa posizione?
Un vero peccato abbiate espresso il vostro pensiero in modo anonimo: il dialogo ed il confronto con idee diverse anche se non producono posizioni condivise sono fondamentali per comprendere e avere rispetto dell’opinione degli altri.
Cesare Faldini
Direttore Dipartimento Patologie Complesse
Istituto Ortopedico Rizzoli – Bologna
Professore Ordinario di Ortopedia e Traumatologia
Università di Bologna
Il perché io me la prenda con i main sponsor della Festa del @fattoquotidiano (@EnelGroupIT, @Barilla, @PosteItaliane e @intesasanpaolo) è che in alcuni casi questo contributo è stato concesso in modo così convinto che agli utenti sono persino arrivati via sms inviti a partecipare. A cosa? Alla più massiccia opera di manipolazione della verità, revisionismo storico e divulgazione di menzogne negazioniste e giustificazioniste della guerra genocida russa che sia stata finora prodotta in tutta Europa.
Lo screenshot che ritrae @marcotravaglio è tratto da un video di quasi due ore realizzato durante l’evento al Circo Massimo, nel quale vengono riaffermate senza un filo di vergogna tutte le balle della propaganda del Cremlino in modo così fedele e assertivo, da rendere Travaglio, insieme al “circo” (appunto) del suo giornale, il massimo rappresentate della macchina di disinformazione di Mosca in Italia (e non solo).
Il fatto che aziende a partecipazione pubblica come Enel e Poste ed altre che hanno un ruolo di rilievo nel governo di istituzioni statali come Intesa (che detiene circa il 4,5% del capitale sociale della Banca D’Italia), siano in qualche modo complici dell’infiltrazione della propaganda di uno stato “sponsor del terrorismo” all’interno del dibattito pubblico del nostro paese non può passare sotto silenzio.
Perché @GiorgiaMeloni, @GuidoCrosetto e @Antonio_Tajani possono fare tutte le dichiarazioni pro-Kyiv più belle e forti del mondo, ma se non sono nemmeno in grado di far sì che pezzi dello Stato alimentino la guerra ibrida di un governo criminale - ignorando anche le innumerevoli segnalazioni di proiezioni di contenuti sanzionati fatte al ministro @Piantedosim - sono a tutti gli effetti conniventi con chi vuole corrodere dall’interno la nostra democrazia.
La proposta UE di una borsa d’emergenza per 72 ore (con acqua, medicine, viveri) ha sorpreso molti. Ma la vera notizia non è la proposta in sé: è la sorpresa!
Chiaramente i media e i titolisti da bar contribuiscono con il loro solito sensazionalismo abborracciato, vedasi l'immagine allegata.
Tutti si sono concentrati sul rischio di conflitto armato (evento che comunque non andrebbe mai escluso, se non si è anime belle o propagandisti: https://t.co/ryFQ21EKDk), ma si dimenticano che anche un terremoto, un’eruzione (eh!) o un’alluvione possono isolare un’intera zona. Avere acqua potabile, una coperta e bende può letteralmente salvare la vita.
La protezione civile e l'esercito sanno fare miracoli, ma è sempre bene essere pronti, anche per aiutarli nel loro lavoro.
Prepararsi a un’interruzione temporanea dei servizi essenziali non è allarmismo. È buonsenso. È ciò che ogni sistema resiliente e una sana gestione del rischio dovrebbero promuovere.
La Svizzera consiglia da anni di avere scorte per almeno 7 giorni e offre persino un sito ufficiale per calcolare cosa tenere in casa: https://t.co/zPl1mcbsC7. In Giappone, dopo Fukushima, la borsa di emergenza è diventata un oggetto quotidiano. Altro che catastrofismo.
Il fatto che questa raccomandazione, in Europa – e in Italia ancora di più – venga percepita come catastrofista, rivela un problema serio: la nostra scarsa educazione al rischio. Ed è una problema enorme: ENORME!
Personalmente lo ritengo uno dei fattori principali del declino italiano, ma non voglio partire per la tangente.
Per decenni il rischio è stato comunicato male: o minimizzato (“non vi preoccupate”) o drammatizzato (“si salvi chi può”), mai normalizzato. Eppure il rischio è una delle massime espressioni dell’essere umano. Senza umanità, il rischio non esisterebbe. (Ne parlo da tempo qui: https://t.co/tURgTChDgg)
La pandemia è stata un esempio da manuale: la cattiva comunicazione del rischio ha avuto conseguenze enormi. Tanto che oggi è parte integrante del mio corso di risk modeling, quando affrontiamo percezione e comunicazione.
Il rischio non sparisce se non lo nominiamo. Prepararsi non è vivere nella paura, è riconoscere che le crisi accadono, e che possiamo affrontarle meglio.
Eventi climatici estremi, blackout, cyberattacchi: le interruzioni dei servizi essenziali aumentano. Prepararsi è realismo, non paranoia.
Anzi, considerando la possibilità di un nuovo evento tipo Carrington (https://t.co/1W8nIzovzE), con una probabilità stimata fino al 13% (!) nei prossimi 10 anni, parlare di 72 ore sembra persino ottimistico.
Una cultura del rischio matura non evita i rischi: li rende gestibili. Una torcia, qualche litro d’acqua e un piano non sono panico. Sono consapevolezza.
Non fatevi fregare da chi strumentalizza il buonsenso per fare politica. La realtà resta lì, che la guardiate o no.
Pensate alla vostra vita e a quella dei vostri cari. Un minimo di preparazione non è mai tempo sprecato.
E al massimo ogni tanto evitate di fare la spesa. :-)
@Mylovanov When the U.S. invoked Article 5 of the North Atlantic Treaty, after the attack on Twin Towers, Europe rushed to America's aid even though it was not its war. Thanks to Waltz for explaining to us what meaning he gives to the words friendship and alliance
@FuffaReborn@AndreaLucidi@MaistroukV La corte di giustizia europea è un'istituzione UE, ma in questo caso si parla di unau decisione della corte europea dei diritti dell'uomo che non è un'istituzione UE
🚨🇪🇺🇺🇦 Von der Leyen: "Oggi, alcuni politici all'interno della nostra Unione, e persino in questa parte d'Europa, stanno intorbidendo le acque del nostro dialogo sull'#Ucraina. Incolpano della guerra non l'invasore, ma l'invaso; non la brama di potere di #Putin, ma la sete di libertà dell'Ucraina. Quindi vorrei chiedere loro: incolpereste mai gli ungheresi per l'invasione sovietica del 1956? Incolpereste mai i cechi per la repressione sovietica del 1968? La risposta è molto chiara: il comportamento del Cremlino era illegale e atroce allora. Ed è illegale e atroce oggi. Noi europei possiamo avere storie diverse. Possiamo parlare lingue diverse, ma in nessuna lingua la pace è sinonimo di resa. In nessuna lingua la sovranità è sinonimo di occupazione. Coloro che sostengono di fermare il sostegno all'Ucraina non sostengono la pace. Sostengono l'appeasement e la sottomissione dell'Ucraina".