Succede (ed è già successo) che nel mondo del basket le proprietà delle squadre possano decidere di trasferire la società da una città ad un'altra: è consentito.
Per intenderci con chi segue poco il basket: è un po' come se i proprietari dell'Atalanta decidessero di trasferire il titolo sportivo dell'Atalanta da Bergamo a Milano.
Succede che quelle che per ora sono voci, siano però insistenti e suffragate da dichiarazioni che lasciano poco spazio all'interpretazione.
Succede che tutto ciò riguardi un club, ed una città, che nel panorama nazionale del basket rappresenta uno dei luoghi dove il basket è molto più di uno sport: è cultura, e storia della città.
Succede che da settimane i tifosi di quella squadra (in questa stagione i secondi più numerosi sugli spalti in Italia) vivano una situazione probabilmente anche più strana, e forse drammatica, di un fallimento: tifare per una squadra che nei prossimi mesi potrebbe trasferirsi, col titolo sportivo, da un'altra parte.
Succede che quella città decida di mobilitarsi.
Succede che domenica un intero palasport si sia colorato di bianco rosso con degli striscioni sui quali sono stati scritti dei messaggi ben chiari: "TUTTO QUESTO NON PUO' FINIRE".
È una richiesta di aiuto, di condivisione, di solidarietà.
È un grido che da questa mattina appare anche su tanti cartelloni pubblicitari affissi in giro per la città.
Succede che nella situazione dei tifosi triestini nessuno ci si vorrebbe mai trovare.
Non sappiamo che cosa succederà, se alla fine non accadrà nulla e Trieste continuerà ad impreziosire il massimo campionato italiano, oppure se si concretizzerà l'incubo che quella città ha già vissuto nel 1994.
Esprimiamo grande vicinanza al popolo triestino: l'augurio è che le logiche di business possano aiutare il nostro sport che ne ha tanto (tantissimo) bisogno, ma che non lo facciano mai sulla pelle dei tifosi.
«Ciao bimbo, io sono quello con la canotta bianca in questa foto, e mi ci sono voluti 2 giorni per prendere coscienza di ciò che è accaduto.
Ciao Bimbo, dicevo... per me sarai sempre quel simpatico bimbo del Trofeo Piattelli a Montecatini Terme nel 1989: un rospetto con due gambe lunghissime, occhi vispi ed un sorriso che avrebbe, poi, ammaliato il mondo e non solo quello della pallacanestro.
Quel bimbo che quella sera fece qualcosa di unico ed irripetibile: entrare in campo insieme a suo padre "Billy Joe", in mezzo ai "grandi", durante la finale di un trofeo estivo, con la canotta fino alle ginocchia e con la sfrontatezza dei Campioni, seppur con i suoi soli 11 anni, provando ad incidere sulla partita, ad esserne protagonista e non solo comparsa, come avrebbe fatto poi per il resto della sua carriera.
La finale di un torneo estivo, forse uno dei più prestigiosi tornei del tempo giocato a Montecatini negli anni del boom del basket Toscano; in campo solo giocatori adulti di serie A, serie B, serie C di Montecatini, Pistoia, Livorno, Siena e Firenze: nessuno voleva perdere, nemmeno per scherzo.
Questioni di campanilismo e di onore, cose da "provincia italiana", ma sentimenti ed emozioni che poi avresti trasportato, con il tuo immenso talento, nel basket oltreoceano.
"Un bimbo in campo, che carino!", il pensiero delle 1000 persone in tribuna e tua madre, là dietro, che ti guarda estasiata.
"Un bimbo in campo, che palle!", il pensiero degli atleti.
"E ora che faccio ?" il pensiero di chi ti doveva marcare.
E quel qualcuno, purtroppo o per fortuna, ero io, modestissimo giocatore delle minors toscane.
La palla arriva al bimbo... mi dico: "Stai fermo, non fare niente... è un bimbo!"
Il bimbo tira da 3... ciuff, canestro, ovazione del pubblico, mugugni in campo dei miei compagni di squadra.
Ancora palla al bimbo... mi dico: "Avvicinati, ma tieni basse le braccia... è un bimbo!"
Il bimbo, incurante, tira ancora da 3... ancora ciuff, canestro! Pubblico in visibilio, rimbrotti pesanti dei miei compagni di squadra, time-out del nostro coach che non vuole perdere (nessuno voleva) e mi chiede di difendere.
Torniamo in campo.
Ancora palla al bimbo.
Tutto il palazzo vuole che il bimbo tiri ancora. E lo incita.
Tutti i miei compagni vogliono che io difenda. E urlano di non farlo tirare.
"Porca put....na" - penso io - "E ora che faccio?"
Mi avvicino al bimbo e con gli occhi cerco di fargli capire: "Non lo fare, per favore"
Niente da fare, nel suo sguardo solo una feroce determinazione (...che fosse l'inizio della Mamba Mentality?)
La gente è entusiasta: "tira, tira ancora!"
Alzo le braccia senza nemmeno guardare il bimbo che, incosciente, prende la palla, più pesante e più grande di lui, e la lancia a canestro.
Involontaria quanto inevitabile arriva la mia stoppata al bimbo: cosa penserà di me la sua mamma?
Il palazzetto ulula indignato verso di me, i miei compagni continuano a giocare come niente fosse... io scoppio a ridere per la situazione tragicomica e vado dal coach: "Ora o mi sostituisci o vieni te a marcare quel bimbo!"
Già... il bimbo... quel bimbo, che da lì a poco avrebbe regalato alla pallacanestro mondiale tante di quelle emozioni che nessuno avrebbe potuto immaginare, compresa forse la dichiarazione di amore, la lettera di addio, più bella che nessuno abbia mai scritto.
Ciao Bimbo...
Adesso potrai far innamorare, anche gli angeli, della pallacanestro: ogni tuo canestro un 'disegno' divino!
Forse un giorno giocheremo ancora 1 contro 1 e, senza dubbio, mi renderai quella tragicomica stoppata, mentre tua figlia ci guarderà ridendo.
5... 4... 3... 2... 1... Fai buon viaggio, Kobe. È stato bellissimo vederti.»
Esattamente cinque anni fa Federico Biagini, l'uomo in foto marcato da Kobe Bryant, ci inviava questo messaggio.
Ci sono 2 cose nella vita sportiva di cui non posso fare a meno …
La prima lo staff (dottori,preparatori,fisio,addetti al materiale)
E la seconda …
Alessandro Pajola !
Ospite di un noto podcast e interrogato sul minibasket, Dan Peterson ha spiegato in poche parole una verità assoluta.
Un gigante di 168 cm, e 88 anni.
Immenso Coach!
#sempreminors