@Pierfil99385506 Spero sia tutta farina del tuo sacco, perché di questi giorni…cmq se lo è si tratta del più interessante post che abbia mai letto, Complimenti!
La russofobia contemporanea non nasce dall’osservazione della Russia. Nasce da un bisogno interno delle società occidentali: il bisogno di un mostro. Senza quel mostro resterebbe da spiegare il proprio declino, la propria incoerenza, la propria perdita di misura.
Quando i leader di Francia, Gran Bretagna, Germania o Svezia parlano di Mosca, non stanno facendo geografia. Stanno facendo autobiografia. Descrivono la propria irrilevanza strategica, la propria dipendenza militare ed energetica, la crisi di autorità delle proprie classi dirigenti. La Russia è il pretesto; il soggetto è sempre l’Occidente.
Dopo il 1991 la NATO aveva esaurito la ragione che l’aveva giustificata. Invece di rinegoziare l’ordine europeo, ha scelto l’allargamento. Le assicurazioni date a Gorbaciov sono state trattate come un particolare fastidioso. Ogni nuovo membro è stato presentato come espressione di libertà; ogni protesta russa come residuo imperiale. I fatti, però, sono ostinati: è l’alleanza che si è spostata fino al confine, non il contrario.
Il doppio standard è il cuore del dispositivo. Belgrado bombardata, Baghdad occupata su un dossier falso, la Libia ridotta a un campo di rovine, la Siria usata come scacchiera: tutto questo è stato “intervento”, “protezione”, “valori”. Quando la Russia agisce nel proprio immediato vicinato, scatta l’analogia con Hitler. L’analogia non serve a capire. Serve a non ragionare.
Il mostro russo svolge una funzione precisa. Tiene in vita un’alleanza altrimenti priva di scopo. Giustifica il riarmo e i contratti dell’industria della difesa. Distoglie lo sguardo dalla deindustrializzazione, dalla disuguaglianza, dallo svuotamento della rappresentanza. Se il male è laggiù, concentrato in un uomo e in un popolo, qui dentro si può continuare come prima.
Macron evoca la sovranità europea mentre compra armi americane e gas a prezzi di crisi. Londra parla di minaccia esistenziale per coprire la propria marginalità post-imperiale. Berlino ha scoperto tardi che l’energia a basso costo non era un dettaglio, ma la condizione del suo modello. Stoccolma ha liquidato decenni di non-allineamento e ha chiamato questo atto “realismo”. In ogni caso il discorso sulla Russia è un discorso su di sé.
Si tratta di un’autoassoluzione sofisticata. L’élite occidentale non deve ammettere di aver gestito male la vittoria del 1989, di aver trasformato l’Europa orientale in un protettorato e la Russia in un avversario da esaurire. È più comodo fabbricare un aggressore eterno. Le sanzioni che colpiscono i propri cittadini diventano virtù. I morti di una guerra per procura diventano moneta politica.
La russofobia, dunque, non è una tesi sulla Russia. È un sintomo. Descrive l’incapacità di accettare un mondo in cui l’Occidente non è più l’unico centro. Il mostro va nutrito ogni giorno, perché senza di esso resterebbe soltanto lo specchio. E lo specchio, a differenza di Mosca, non si può sanzionare, non si può isolare, non si può sconfiggere a parole.
Da trent’anni l’Occidente avanza un centimetro dopo l’altro, una base dopo l’altra, una promessa infranta dopo l’altra. A Gorbačëv dissero che la NATO non si sarebbe mossa di un pollice verso est: mentirono, e hanno continuato a mentire. Nel 2008, a Bucarest, agitarono davanti a Kiev la carota dell’adesione sapendo benissimo che l’Articolo 5 non sarebbe mai stato concesso. L’Ucraina doveva servire da ariete, non da alleato protetto.
I ventisette milioni di morti sovietici nella Grande Guerra Patriottica non sono una nota a piè di pagina. Sono la ragione per cui nessun governo russo può accettare un’alleanza ostile, piena di eredi di Bandera e armata di missili sempre più a lungo raggio,a un tiro di schioppo da Belgorod. I grandi giornali di New York e di Londra trattano qualsiasi accenno ad Azov come pura propaganda del Cremlino; poi, quando fa comodo, scoprono all’improvviso che quei nazisti esistono. Il piccolo Zelensky, l’ex comico di terza categoria,recita un copione scritto a Langley e a Bruxelles, e i media occidentali pubblicano i suoi comunicati come se fossero Sacre Scritture.
Gli accordi di Minsk non dovevano mai essere rispettati: erano soltanto un espediente per guadagnare tempo mentre la NATO riempiva Kiev di armi. La Russia ha negoziato per decenni e ha raggiunto il punto di ebollizione. Se adesso perde la pazienza, se i droni continuano a colpire in profondità e si continua a parlare di «sconfitta strategica» di una potenza nucleare, il mondo scoprirà cosa significa mettere all’angolo un avversario di quel calibro. Allora gli stessi che hanno applaudito ogni escalation scopriranno di non avere un piano, solo slogan e un moralismo a buon mercato.
Gli Stati Uniti non tollererebbero mai missili russi in Messico o a Cuba: la Dottrina Monroe è sacra. Quando Mosca invoca la propria sicurezza, diventa automaticamente l’aggressore. Il diritto internazionale è l’arma del più forte.Iraq, Libia, Jugoslavia: nessuno ha pagato. Solo il nemico designato è criminale. L’Ucraina e il suo popolo sono stati sacrificati sull’altare dell’unipolarismo americano. Ogni morto ucraino pesa sulla coscienza di chi ha rifiutato l’unica soluzione ovvia: la neutralità, niente NATO, il riconoscimento della realtà.
Ogni mattina spero che a Mosca resti ancora un po’ di pazienza. Perché se finisce, il crepuscolo degli dei non sarà una metafora.
Quattro anni e mezzo. Non quattro mesi. Quattro anni e mezzo di necrologi anticipati, di “democrazia in armi”, di Zelensky in maglietta trasformato in Churchill da boutique, di ogni domanda scomoda marchiata come “talking point del Cremlino”. E adesso, con puntualità da impresario funebre, il New York Times scopre gli audit militari segreti: frode, spreco, contratti premiati a chi ruba, un miliardo e duecento milioni evaporati solo nel 2024. Un’autopsia. Finalmente.
Non è giornalismo. È smaltimento. Quando un progetto di potenza smette di rendere — in sangue altrui, in bilancio, in consenso elettorale — il cliente va messo sotto il bus. Non i committenti. Mai i committenti. L’Ucraina diventa, da un giorno all’altro, non più il baluardo della civiltà, ma un buco nero amministrativo, un covo di appalti gonfiati, un paese che “non merita” più i Patriot e i miliardi. La colpa, si capisce, è loro. Loro che non hanno saputo spendere. Loro che hanno tenuto in piedi un sistema di commissioni e raccomandazioni mentre i ventenni venivano rastrellati per strada. Loro.
Si noti la tempistica. Non quando i primi rapporti sul mercato nero delle armi circolavano già nel 2022. Non quando Istanbul offriva un accordo e venne affossato. Non quando i critici — quelli senza accesso ai salotti di Davos e alle redazioni — dicevano che si stava usando un popolo come merce di scambio in una guerra per procura, e che la corruzione ucraina non era un incidente di percorso ma il terreno stesso su cui si costruiva l’operazione. Allora era “disinformazione”. Ora è inchiesta. Il passaggio dalla agiografia al verbale di fallimento non è un ravvedimento: è la fase due del copione. Prima si gonfia il mito. Poi, quando il conto arriva, si scarica il debitore.
Guardate come funzionerà da qui in avanti. Fioriranno i pezzi sul “realismo”, sulle “lezioni apprese”, sulla necessità di “non ripetere gli errori”. Si parlerà di “governance”. Si scoprirà, con aria scandalizzata, che un apparato di guerra nutrito da decine di miliardi senza controllo produce esattamente ciò che produce ogni apparato di guerra nutrito da decine di miliardi senza controllo. Si dimenticherà, con la stessa facilità con cui si è dimenticato ieri, chi ha imposto la linea del “finché ci vorrà”, chi ha trattato ogni tregua come tradimento, chi ha trasformato un paese in un laboratorio e i suoi abitanti in materiale di consumo.
Il fronte della propaganda non si pente. Si riorganizza. L’Ucraina, che doveva essere la dimostrazione che l’ordine occidentale tiene, diventa la dimostrazione che “loro” non erano all’altezza. È il trucco più vecchio dell’impero: quando la spedizione fallisce, si processa il nativo, non il governatore. I morti restano morti. I contratti, quelli sì, hanno già trovato un altro teatro. E il giornale che ieri spiegava perché non si poteva negoziare, oggi spiega perché era inevitabile che andasse a finire così — e di chi, ovviamente, è la colpa.
Suicidio perfetto
Di Marco Travaglio
Mentre in Sassonia l’AfD sbancava le urne e spianava quel che resta dei vecchi partiti, a Cernobbio il ministro Giorgetti sussurrava la prima ragione del cataclisma che travolge l’Europa: “L’Italia paga le due guerre, in Medio Oriente e in Ucraina, due volte elevato a potenza. Noi ci approvvigionavamo del gas russo, non lo possiamo più fare: ci siamo affidati ad altri fornitori, che hanno difficoltà a fornircelo e a prezzi aumentati. Metà della capacità di raffinazione russa è stata distrutta dagli ucraini e il prezzo del gasolio dipende dal fatto che nessuno lo raffina più”. È la fotografia del suicidio perfetto dell’Ue: prima subisce, poi fomenta e allunga la guerra fra Nato e Russia in Ucraina; rinuncia al gas russo a buon prezzo per comprarlo a costi più alti da regimi uguali o peggiori; si fa distruggere i gasdotti da Kiev continuando a finanziarla (siamo a 220 miliardi: più della quota italiana di Pnrr) e armarla, fornendole i missili che distruggono le raffinerie russe e fanno impazzire i prezzi; e i pochi soldi che restano li butta nel riarmo (su cui già spende il triplo della Russia) e li toglie a salari, sanità, scuola, investimenti produttivi e gestione dei migranti. Il resto lo fa la guerra di Israele&Usa all’Iran, spalleggiata dagli europei con basi aeree e zero sanzioni.
I popoli impoveriti e impauriti s’incazzano e s’aggrappano a chi non c’entra nulla con l’Ue: destre estreme e progressisti radicali. E il combinato disposto più povertà-più paura-meno voti ai partiti tradizionali fa impazzire le élite, come Giove che toglie la ragione a chi vuole rovinare. Ecco Paolo Gentiloni su Rep: “Hanno vinto quelli che vogliono farla finita con la memoria dell’Olocausto”, i “nostalgici del nazismo e i filo-putiniani”. Comunque niente di che: quattro baluba di un “Land poco meno popoloso della Calabria, i cui cittadini sono i più anziani e tra i più poveri della Germania”. Ed ecco la ricetta vincente: un succulento mix fra “un’Europa più integrata e forte”, “il messaggio di Mattarella a Cernobbio”, la “difesa comune” contro “l’ostilità russa”, la “pace giusta in Ucraina” e magari, volendo esagerare, l’Agenda Draghi. Questi geni, invece di guardarsi allo specchio per capire perché tutti li odiano, danno la colpa a Putin raccontandosi che la gente li adora, ma appena entra al seggio viene traviata dalle fake news russe e vota male. Quindi va rieducata a suon di insulti (populisti, sovranisti, putiniani, fascisti, nazisti, bifolchi), curata con dosi intensive di Europa, Occidente, Ucraina e riarmo (se “ha stato Putin”, bisogna fargli la guerra) e punita mettendo al bando i suoi punti di riferimento (censure “democratiche”, piazze represse, sanzioni individuali, partiti fuorilegge, elezioni annullate). Con idee così brillanti, cosa potrà mai andare storto?
Peccato che il 91% dell’incremento di ricchezza degli ultimi 15 anni sia andato al 5% più ricco dei nuclei familiari a fronte del misero 2,7% andato della metà più povera delle famiglie. L’1% più ricco della popolazione detiene oggi il 23,1% della ricchezza nazionale: 84 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero. Il 5% più ricco delle famiglie italiane è titolare di quasi la metà della ricchezza nazionale (49,4%). Il 10% più ricco detiene invece il 60%, oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera dei nuclei familiari. Dall'ingresso nell'Unione Europea, la ricchezza detenuta dall'1% e dal 10% più ricchi è cresciuta rispettivamente del 42,6% (passando dal 16,2% del 1991 al 23,1% attuale) e del 34,6% (dal 44,5% al 59,9%). Più che un aumento della ricchezza, c'è stata soprattutto una differente distribuzione. A scapito delle fasce di reddito basse, medio-basse e medio-alte.
Silvio Berlusconi è stato uno dei maggiori criminali del nostro paese.
Da giovane Berlusconi era un imprenditore da strapazzo, poi, improvvisamente, gli sono arrivati capitali immensi da poter investire.
Questi capitali provenivano da:
1) Mafia
2) P2
3) Bettino Craxi
4) Banche svizzere, capitali di origine ignota
La mafia, che non potendo mettere i propri capitali nelle banche siciliane dati i controlli continui della legge, identificarono nella Banca Rasini un porto sicuro dove poter ripulire ed investire quegli enormi capitali accumulati nel tempo; la Banca Rasini era una piccola banca milanese, dove il padre di Berlusconi, Luigi, lavorava come funzionario e lo stesso Silvio era correntista. A quella banca la mafia arrivò tramite Marcello Dell'Utri, grande amico di Silvio dai tempi dell'univerisità. Diversi anni dopo i giudici Falcone e Borsellino arrivarono a scoprire quella banca e i rapporti tra la mafia e Berlusconi, e fu proprio a quel punto che furono fatti saltare in aria.
Altri enormi capitali sporchi arrivarono a Berlusconi attraverso la P2 di Licio Gelli, Sindona ecc. P2 a cui Berlusconi aveva aderito, tessera n. 1816.
Ci furono altri capitali che arrivarono dalle tangenti miliardarie di Bettino Craxi, di cui Berlusconi era primo elettore e grande amico.
Ma il grosso arrivò da alcune banche svizzere, capitali senza mittente, capitali da ripulire ed investire.
Fino ad allora la mafia si serviva della Democrazia Cristiana come protezione politica, nello specifico con Salvo Lima in Sicilia e con Giulio Andreotti a Roma, poi il pool di Mani Pulite aveva spazzato via la DC e la mafia si ritrovò scoperta.
Per rimpiazzare la DC la mafia formò un nuovo partito, Forza Italia, incaricando il solito Dell'Utri dell'operazione, e identificò proprio Berlusconi come possibile leader, ma c'era un problema, l'enorme conflitto di interessi impediva a Berlusconi di poter fare politica, le istituzioni si sarebbero opposte alla sua candidatura, anche la stessa Costituzione lo vieta, per ovvi motivi, e allora la mafia iniziò la stagione degli attentati per intimidire lo Stato, non solo quelli a Falcone e Borsellino ma anche tanti altri lungo tutta la penisola. Gli attentati terminarono quando la mafia e pezzi dello Stato (politici e carabinieri) stipularono «la trattativa», un accordo segreto che faceva terminare gli attentati ma permetteva a Berlusconi di fare tranquillamente politica.
Era il 1994, Berlusconi usando i suoi potenti mezzi mediatici, tre networks televisivi e svariati giornali, plagiò milioni di imbecilli al suo volere e cominciò la distruzione del paese ingaggiando la feccia della politica, dai leghisti ai fascisti, dai craxiani a parte della Democrazia Cristiana, l'altra parte della DC si aggregò con quello che oggi si chiama PD; l'Italia diventò una barzelletta, all'estero tutti cominciarono a ridere di noi, scomparvero la morale, l'etica, la stessa giustizia veniva presa di mira dai media berlusconiani (quella che Berlusconi non riusciva a corrompere), ma anche l'economia cominciò una inarrestabile discesa da cui non ci siamo più ripresi. E da stamattina trifolano i coglioni santificando la ricorrenza della tardiva dipartita di questo soggetto.
British economy snapshot over the last 4 years:
Gas: +94.1%
Electricity: +78%
Fuel: +49.3%
Airfares: +34.4%
Hotels: +37.8%
Groceries: +25.0%
Eating out: +26.5%
Baby food: +26.3%
Dog food: +58.1%
Rent: +25%
Used cars: +30.5%
Public transport: +18.7%
Real average weekly earnings: -2.8%
The UK population is being killed
Source: ONS
Hiroshima : 15 000 tonnes / 900 km².
Gaza : 70 000 tonnes / 365 km².
6 fois plus de bombes sur un territoire 2,5 fois plus petit. L’anéantissement méthodique d’un peuple.