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Tutto corretto @MeganKGale, "è per sempre.”
In fondo, la fiducia funziona così: non si chiede e basta, si conquista e si mantiene.
Con iliad abbiamo fatto una promessa semplice fin dal primo giorno: nessun costo nascosto e un prezzo mensile bloccato per sempre. E chi ci ha scelto lo sa bene: cambiare significa scegliere attentamente dove riporre la propria fiducia.
Questa campagna gioca con qualcosa che tutti riconosciamo: quelle parole che sentiamo dire spesso, ma che contano realmente solo quando vengono mantenute.
Perché anche in un periodo di cambiamenti costanti, l'importante è mantenere la propria direzione: con ironia, semplicità e senza sovrastrutture.
Manteniamo ciò che diciamo.
Ancora una volta, benvenuta Megan.
L’Italia è a un bivio: il 2029 non è una scadenza, è una scelta industriale.
Nel 2029 scadrà il 73% delle frequenze usate in Italia per la telefonia mobile. Questo appuntamento è destinato a definire il futuro digitale dell’Italia fino al 2040, con un impatto su crescita, competizione e innovazione.
In un momento così decisivo, @iliad presenta Più Veloci: un piano che guarda allo sviluppo delle reti mobili da qui al 2040 per generare più crescita, in quattro punti:
✅Più frequenze per il futuro - Avviare una ricognizione delle frequenze che potranno essere rese disponibili al settore e valutare l’utilizzo di porzioni di spettro ancora sottoutilizzate, considerando anche forme di “utilizzo duale”.
✅Più potenza al segnale della rete – Proseguire il percorso di adeguamento dei limiti elettromagnetici agli standard europei di 61V/m per supportare lo sviluppo delle reti.
✅Più investimenti per il Paese – iliad propone come primo impegno di investimento concreto e misurabile per il futuro delle tlc in Italia l’accelerazione del deployment del 5G Standalone (5G SA) su scala nazionale.
✅Più qualità per tutti – iliad propone una nuova distribuzione delle bande 900, 1800, 2100 MHz e 3,4-3,8 GHz tra i quattro operatori mobili, con un incremento della dotazione frequenziale per tutti. L’obiettivo è promuovere la concorrenza e migliorare la qualità della vita digitale del Paese.
Invitiamo tutto il settore a vivere l’appuntamento del 2029 con una logica rivolta al futuro, non al passato: insieme, dobbiamo guardare oggi alle innovazioni che ci aspettano nei prossimi anni e alle infrastrutture necessarie per sostenerle.
Il piano completo: 🔗 https://t.co/gkI1M6LQVR
Primi per crescita in Italia su tutti i segmenti: ecco come @iliad ha chiuso il 2025📈
Oggi pubblichiamo i risultati finanziari di iliad al 31.12.2025. In un mercato altamente competitivo, iliad continua a crescere confermandosi al primo posto per saldo netto di utenti nel mobile e nel fisso. La nostra community supera i 13 milioni di utenti: la prova che fare telecomunicazioni mettendo al centro l'utente, con semplicità e trasparenza, è possibile - e sempre più persone ci danno fiducia per questo.
I nostri numeri al 31 dicembre 2025:
📈Fatturato: 1 miliardo e 249 milioni di euro (+9,0% vs 2024)
📊EBITDAaL: 390 milioni di euro (+26,8% vs 2024)
💶Free cash flow operativo: 120 milioni, triplicato rispetto al 2024
Non ci fermiamo qui. Queste performance mostrano che iliad è in grado di continuare a investire nel Paese, supportando la digitalizzazione e lo sviluppo di reti sempre più efficienti.
Qui il comunicato stampa 👇
https://t.co/bmIEPy4b28
@FranAltomare Ci penso sempre, ho usato per un bel po il 24ultra e adesso che ho il 16promax come te mi solletica il 25ultra,ma quando mi crea il profilo lavoro Android mi blocca troppo..
Mi chiedo,come in tanti #Techetechetetopten aveva bisogno di qualcuno che la presentasse?Senza nulla togliere a #biancaguaccero.Ma poi il deejay che sembra il Sindaco di #Bacoli. Spazio alla musica..
Mio padre è morto giovedì. Sono passati quattro giorni.
Lo dico piano, quasi senza voce, come se le parole potessero spezzarsi mentre escono. È morto. Non c’è più. Non risponde al telefono. Non posso più chiedergli come sta oggi, se si ricorda come si sistemava quella presa del corridoio, se anche lui, alla mia età, si sentiva stanco così. Eppure ogni tanto il pensiero mi scappa: “lo chiamo dopo”. Poi mi blocco. Resto lì, col gesto a metà, e il vuoto si apre, senza preavviso.
Ho più di cinquant’anni. Eppure non mi sento pronto. Non c’è preparazione possibile. Si crede di sapere cosa significa perdere un genitore finché non accade. E quando accade, cambia tutto. Si spezza qualcosa che reggeva dentro, qualcosa che non sapevi nemmeno di avere. Mi muovo, faccio quello che va fatto. Ma sotto, sotto c’è il silenzio. Quello vero. Quello irreversibile.
Non è un dolore che si può raccontare con precisione. È una mancanza che si allarga come una macchia. Stamattina, ad esempio, ho pensato che gli sarebbe piaciuta questa luce. E subito dopo ho sentito quel vuoto acido allo stomaco. Perché non glielo potrò mai più raccontare. Non ci sarà un’altra occasione. È finito.
L’ho visto entrare nel forno crematorio. Un’ora dopo c’era un’urna. Un mucchietto di cenere. Una targhetta con un numero. Ottantasei anni di vita, di memoria, di lavoro, d’amore… tutto lì dentro. E mi sono chiesto: è tutto qui?
Nietzsche scriveva: «colui che ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come». Ma quando muore un padre, quel perché si frantuma. E resti tu. Solo. Senza direzione. Con un’urna in mano e troppe domande. E nessuna risposta.
Si diventa il bordo dell’albero genealogico. Dopo di te, il nulla. Tocca a te, adesso. Tocca ai tuoi figli, un giorno, tenere in mano un’urna con un numero. Come io tengo la sua.
Qualcuno, da qualche parte, ha scritto della morte come del tratto fondamentale dell’esistenza. Ma finché tuo padre è vivo, sono solo parole. Adesso no. Adesso è la mia pelle. Adesso è la mia voce che si spezza.
E ho paura. Ho paura che ricordare ogni giorno lo tenga vivo. Ma ho anche paura che col tempo il suo volto si sfochi. Come una foto lasciata al sole. Una linea alla volta, un dettaglio alla volta, fino a diventare un’ombra vaga, un’impressione.
Non so come si fa. Come si convive con l’assenza. Come si supera il bisogno improvviso di riascoltare la sua voce. Di raccontargli qualcosa di inutile. Di sentirsi ancora figlio.
Vengono a trovarmi e mi dicono che il dolore si attenua. Che il tempo aiuta. Ma io non voglio che aiuti a dimenticare. Non voglio che la sua voce si faccia nebbia. Voglio ricordarlo nitido. Voglio che quello che ha lasciato in me, anche quando non lo capivo, anche quando mi faceva arrabbiare, resti vivo.
E allora immagino che il lutto possa essere questo: non dimenticare. Ma imparare a vivere insieme alla mancanza. Farle posto. Lasciarle spazio. Non combatterla. Non ignorarla. Riconoscerla come parte di sé. Come una stanza nuova, silenziosa, che prima non esisteva.
Rainer Maria Rilke scriveva che «la vera patria dell’uomo è l’infanzia». E io oggi sento che, con mio padre, è morta anche una parte di quella patria. La chiave di casa, da adesso, ce l’ho io. E tocca a me decidere cosa farne.
Forse posso cederla a chi viene dopo. Ai miei figli. Non come eredità di dolore, ma come qualcosa che resta. La cura. La presenza. Le parole semplici. Anche quelle che non ho mai detto, ma che forse è ancora possibile dire. Adesso.
Dite tutto, adesso. Anche le cose banali. Anche un “ho pensato a te stamattina”. Perché a un certo punto non le potrete più dire.
E quel silenzio, credetemi, pesa come una montagna.
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