L’inaugurazione di ieri del Teatro Drammatico di Mariupol, ricostruito dalla Russia di Putin in uno stile imperiale ostentato, è qualcosa di abietto.
Parliamo di un teatro bombardato deliberatamente mentre era pieno di civili in fuga. Un edificio colpito nonostante le scritte ben visibili che indicavano la presenza di bambini. Parliamo di una città che non esiste più, rasa al suolo, annientata. Cinquecentomila abitanti spariti da Mariupol. Morti, deportati, dispersi, cancellati dalla geografia e dalla memoria.
E davanti a tutto questo cosa fa Putin? Spende denaro, impiega tre anni, ricostruisce quel teatro e lo inaugura con sfarzo. Luci, cerimonie, retorica imperiale. Come se il problema fosse l’edificio. Come se il crimine fosse una ferita estetica da coprire. Come se il sangue potesse essere sepolto sotto stucchi, colonne e velluti.
Questo gesto dice una sola cosa. Non riguarda più i cittadini russi. Non riguarda la lingua. Non riguarda i confini. Non riguarda l’Unione Sovietica, reale o immaginata. Qui non c’è più alcuna razionalità politica. Qui non c’è una strategia. Qui c’è un uomo che ha perso il contatto con la realtà.
Putin è matto.
Non è un insulto. È una diagnosi politica. È un uomo che trasforma la distruzione in messa in scena, il massacro in inaugurazione, la morte in propaganda. È un uomo che continuerà questa guerra fino a quando l’ultimo figlio della Russia avrà versato il proprio sangue sulle terre dell’Ucraina. E se non basterà, continuerà ancora.
Chi pensa che sia possibile negoziare con Putin sta solo facendo perdere tempo. O sta cercando di guadagnare spazio, ruolo, visibilità. Chi pensa che per fermare la guerra basti fermare le armi all’Ucraina non ha capito nulla. Non ha capito la natura del problema. Non ha capito che non siamo davanti a una trattativa, ma a una ossessione.
Putin vuole sangue. Il sangue dell’Ucraina. Il sangue della Russia. Il sangue come strumento di potere e come prova della propria esistenza.
Putin è matto. E non si fermerà.