Bambino di 9 anni raccoglie 100 euro con la limonata fresca e va alla Lilt: «Sono per i vostri malati». La reazione: «Una lezione di vita» https://t.co/eFOpf1VLlq @Quirinale Presidente Mattarella non faccia passare inosservato questo gesto.
IL PROFESSORE SENZA LAUREA🤦🏻
Luigi Di Maio è diventato professore onorario al King’s College London, nel Dipartimento di Studi sulla Difesa. Lo annuncia con entusiasmo: “Una nuova sfida. Sempre la stessa passione”.
Mettiamo subito le cose in chiaro: non è una cattedra vinta per concorso, non è un ruolo accademico ordinario, è una nomina onoraria. Formalmente legittima. Tecnicamente possibile. Nessun complotto.
Il problema non è giuridico.
È simbolico.
In un Paese in cui migliaia di ragazzi studiano anni per una laurea, in cui ricercatori e docenti affrontano percorsi lunghissimi, concorsi estenuanti, precarietà cronica, vedere sventolare il titolo di “professore” a chi una laurea non l’ha mai conseguita manda un messaggio devastante. Non perché la laurea sia tutto, ma perché il merito dovrebbe essere qualcosa di riconoscibile, misurabile, faticosamente costruito.
Non stiamo parlando di un autodidatta geniale che rivoluziona un settore. Stiamo parlando dell’ennesimo caso in cui la carriera politica diventa un trampolino internazionale. Si passa da un ministero a un incarico europeo, e da lì a un’università prestigiosa. Tutto regolare, per carità. Ma che idea di credibilità istituzionale resta?
Ai nostri studenti diciamo: impegnatevi, formatevi, costruite competenze solide. Poi la realtà sembra suggerire che le relazioni pesano più dei titoli, che la traiettoria conta più della preparazione formale, che il prestigio si acquisisce per ruolo, non per percorso.
Non è odio personale. È una questione di fiducia pubblica. Quando il concetto di merito diventa elastico, la fiducia collettiva diventa liquida. E una società che perde fiducia nelle sue istituzioni è una società che lentamente si svuota.
Questa non è rabbia.
È stanchezza.
- Don Chisciotte
Dopo averlo trucidato, lo lasciarono sulla strada a dissanguare. Ci rimase così tanto a lungo che il comune dovette rifare l'asfalto, perché il sangue l’aveva impregnato.
Alberto Giacomelli, magistrato in pensione, era un uomo riservato, mite, dedito al lavoro. Mai sotto i riflettori. Un padre di famiglia che la scorta la faceva venire un poco più avanti rispetto a casa sua, perché uscendo di casa non voleva “creare confusione”. Una persona onesta che faceva il suo dovere. Lo fece anche nel 1984, quando sotto gli occhi gli finì uno dei provvedimenti più rischiosi dell’epoca: quello del sequestro della casa di Gaetano Riina, fratello di Totò Riina, “la Bestia”.
Lo firmò senza pensarci due volte.
La mafia aspettò che andasse in pensione. Ce lo “costrinse” il figlio ad andarci, anche se lui gli diceva “tanto mi ammazzeranno lo stesso”.
E così fu, perché i sicari lo uccisero la mattina del 14 settembre, quando ormai era in quiescenza.
Cercarono di farlo passare per delitto passionale per infangarne il nome. Poi per una rivalsa di un gruppo di ragazzi che avevano avuto a che fare con la droga.
Ci vollero anni prima che si capisse che Giacomelli era stato ammazzato per una firma.
Gli assassini non sono mai stati trovati. Giacomelli pagò anche il suo essere un uomo riservato, con la sua storia ingiustamente dimenticata da una grossa parte dello Stato.
In questo giorno, a lui va allora il ricordo di chi non dimentica i servitori dello Stato e il loro enorme coraggio.
Non è vero che le tasse vanno tagliate ai redditi bassi: per loro il problema non è l’Irpef (ne pagano orami pochi euro al mese), ma il fatto che è bassa la retribuzione lorda. E su questo servono altre azioni.
La vera emergenza fiscale del paese è il ceto medio: paga i due terzi di tutta l’Irpef italiana, e ha un’aliquota (il 43% + le addizionali locali) che all’estero si applica ai milionari.
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«L'abbiamo bastonato di brutto per mezz'ora».
«Si è ammazzato così, da solo, dovete dire che qui era da solo».
«Oh, nessuno degli altri deve sapere di questa cosa».
E, in sottofondo, le risate dei poliziotti.
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This is one of the hardest photos we’ve restored and colored, and perhaps one of the most necessary.
These two men are showing their liberators what their work was like as part of the Sonderkommando at Dachau camp. But what was the Sonderkommando?
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