Se tu boicotti un prodotto è perché vorresti che quell’azienda i cui prodotti boicotti sparisse dalla circolazione. Se poi non ti sei posto il problema che insieme all’azienda spariscono anche i lavoratori e pretendi di essere un sindacato, be’ c’è qualche cosa che non funziona nella tua testa. Ed è che l’ideologia prevale sugli interessi dei lavoratori. #teva
👏👏👏👏👏👏👏
Gloria F. Turacchi
Da farmacista, sento il dovere di dire con chiarezza ciò che molti fingono di non vedere.
Negli ultimi mesi ho assistito personalmente a scene assurde:
clienti che rifiutavano farmaci TEVA non perché inefficaci,
non perché avessero avuto problemi clinici,
non perché il medico li avesse sconsigliati,
ma semplicemente perché “azienda israeliana”.
E lì capisci fino a che punto può arrivare la propaganda quando entra perfino dentro una farmacia.
Perché Teva Pharmaceutical Industries non è una qualunque azienda “da boicottare” secondo l’ultima moda ideologica da social.
__TEVA è una delle più grandi e importanti industrie farmaceutiche del pianeta.
Una realtà che produce:
* farmaci equivalenti di altissimo livello,
* terapie neurologiche,
* prodotti respiratori,
* farmaci ospedalieri,
* medicinali specialistici,
* innovazione farmaceutica vera.
E lo dico senza esitazione:
nel mondo dei generici, TEVA è considerata da moltissimi professionisti una delle aziende più affidabili e solide che esistano.
Ma il punto è ancora più grande.
—Israele non è soltanto il bersaglio preferito di una certa sinistra ideologica incapace di leggere la storia e la complessità geopolitica.
Israele è anche uno dei Paesi più avanzati al mondo nella ricerca medica, scientifica e biotecnologica.
Un Paese che ha prodotto innovazioni usate ogni giorno negli ospedali di tutto il mondo.
E qui arriva il paradosso che trovo quasi grottesco.
Mentre qualcuno urla:
“boicottate Israele”,
“non comprate prodotti israeliani”,
“colpite le aziende israeliane”,
___negli ospedali si usano farmaci israeliani per salvare vite umane.
Come NexoBrid.
Un trattamento innovativo sviluppato in Israele per le ustioni gravissime, utilizzato anche nei casi drammatici dei ragazzi coinvolti nell’incendio di Crans-Montana.
Un prodotto unico, avanzatissimo, che permette la rimozione selettiva dei tessuti necrotici evitando spesso interventi chirurgici molto più devastanti.
Questa è la realtà.
La medicina vera.
Non gli slogan da corteo.
E adesso arriva la parte più ipocrita di tutte.
Per mesi si è alimentato in Italia un clima ostile contro aziende israeliane come TEVA:
boicottaggi,
pressioni ideologiche,
campagne mediatiche,
diffidenza politica,
demonizzazione continua.
Poi improvvisamente si scopre che TEVA starebbe valutando ridimensionamenti, spostamenti produttivi e possibili delocalizzazioni verso Paesi meno ostili.
E improvvisamente si svegliano:
CGIL,
sindacati,
manifestazioni,
scioperi,
allarmi occupazionali.
Adesso.
Adesso che il danno è stato fatto.
Adesso che forse ci si accorge che dietro una multinazionale farmaceutica non ci sono solo bandiere ideologiche, ma:
lavoratori,
ricercatori,
tecnici,
famiglie,
stabilimenti,
posti di lavoro,
farmaci essenziali.
È troppo facile contribuire per mesi a creare un clima velenoso contro Israele e contro le sue aziende, strizzando l’occhio ai boicottaggi, e poi fingersi improvvisamente difensori dei lavoratori quando quelle aziende iniziano a guardare altrove.
La verità è che una parte dell’Occidente sta perdendo il contatto con la realtà.
Non studia la storia.
Non distingue più tra critica politica e fanatismo ideologico.
Trasforma perfino un farmaco in una bandiera.
E chi lavora davvero nella sanità queste cose le vede prima degli altri.
Perché davanti a un paziente grave, davanti a una persona ustionata, davanti a chi ha bisogno di una terapia seria, nessuno chiede:
“di che nazionalità è l’azienda?”
Si chiede soltanto:
“qual è il miglior farmaco disponibile?”
E molto spesso la risposta arriva proprio da Israele.
L’ idea che si possa sostituire completamente il gas nella produzione dell’elettricità che già produciamo e inoltre fare fronte ai nuovi consumi elettrici ( auto elettriche, pompe di calore, condizionatori, e soprattutto data center ) solo con pannelli solari e pale eoliche , fonti poco dense, con potenze limitate e fabbisogno enorme di un territorio limitato e sensibile, è semplicemente priva di buon senso . Non c’è bisogno di tanti studi . Basta il buon senso.
Certo che bisogna essere un incrocio incredibile tra un coglione e un criminale per essere contro il nucleare civile in Italia ma scendere in piazza per sostenere il nucleare militare dell'iran.
Non ho capito perché le notizie di stupri di gruppo e ricatti sessuali contro donne sfollate a Gaza da parte di #Hamas non abbiano la risonanza che meritano. Donne costrette a sesso in cambio di cibo o denaro non turbano nessuno?
Cioè, non suscitano pietà se c’è di mezzo Hamas?
STRESS TEST - di Roberto Riccardi
Immaginate: una mattina di ottobre, i tecnici dell'ISPRA confermano la scoperta. Sotto le Dolomiti trentine, patrimonio dell'umanità, un giacimento di petrolio di proporzioni straordinarie. Centocinquanta anni di autonomia energetica. Zero dipendenza da Mosca, da Riad, da Teheran. Il sogno che ogni nazione industriale coltiva in silenzio da decenni.
Quanto durerebbe l'euforia? Quarantotto ore. Forse meno.
Il giorno tre, Greenpeace piazza le tende. Il giorno quattro, i comitati locali protocollano il primo esposto alla Procura. Il giorno cinque, la Provincia autonoma apre un tavolo di confronto partecipato, formula collaudata che nella prassi italiana significa: nessuna decisione per i prossimi undici anni.
Il giorno sei arriva la CGIL. Landini convoca una conferenza stampa. Non per difendere i lavoratori del comparto energetico, quelli che da quel giacimento potrebbero ricavare occupazione per due generazioni. Per chiedere una "moratoria immediata in attesa di una valutazione partecipata con le parti sociali".
Traduzione: bloccare tutto, presidiare il tavolo, apparire. Il sindacato più potente d'Italia, storicamente consacrato agli interessi dei lavoratori, schierato contro ogni infrastruttura che quei lavoratori potrebbe nutrire. Il paradosso ha smesso di stupire da tempo.
Poi arriva Bruxelles e la sceneggiatura raggiunge vette di perfezione kafkiana. La Commissione europea emette una nota nel giro di settantadue ore: l'utilizzo di nuove riserve fossili è incompatibile con il Green Deal e con la transizione ecologica al 2050.
Non importa che bruciare gas russo o petrolio saudita produca le stesse molecole di CO2 di quello dolomitico, con l'unica differenza che i proventi finanziano regimi autoritari anziché il bilancio pubblico italiano. L'agenda è l'agenda.
Che le colonnine di ricarica non bastino, che la rete non regga, che le batterie vengano prodotte in Cina con carbone e lavoro minorile. Dettagli.
Bruxelles apre una procedura di infrazione preventiva. Esistenza giuridica dubbia, efficacia politica devastante.
Nel frattempo la macchina degli esperti si mette in moto. Geologi che non hanno mai visto un pozzo spiegano il rischio idrogeologico. Ingegneri ambientali in pensione da vent'anni rilasciano interviste sul rischio sismico indotto. Un primario di oncologia di provincia, mai pubblicato su riviste internazionali, dichiara che le emissioni delle trivellazioni aumenteranno i tumori nell'arco alpino del 34%.
Il dato non ha fonte, la metodologia non esiste, ma campeggia tre giorni in apertura dei telegiornali. Un'associazione di pediatri lancia l'allarme sui bambini delle valli dolomitiche esposti a idrocarburi gassosi prima ancora che l'estrazione cominci.
Prima ancora. La profilassi del panico non ha bisogno di attendere i fatti.
Il colpo più basso lo assesta un docente a contratto di fisica ambientale, qualifica accademica che nella prassi italiana equivale a un biglietto da visita stampato in proprio. Il Professore annuncia la scoperta delle "micropolveri di quarta generazione". Particelle talmente ridotte da risultare invisibili a qualunque strumento di rilevazione esistente, prodotte dalle trivellazioni in quantità letali.
Come si misurano, se nessuno strumento le vede? Lui ha progettato l'unica macchina al mondo capace di rilevarle. Il prototipo esiste sulla carta. Per costruirlo occorrono fondi. Lancia sul posto una sottoscrizione pubblica. In tre mesi raccoglie duecentottantamila euro.
La macchina non verrà mai costruita. Il docente risulterà non associato ad alcuna struttura universitaria da quattro anni.
Ma le micropolveri invisibili sono ormai citate da tre deputati in Commissione Ambiente e riportate senza verifica da due quotidiani nazionali.
Una volta che la paura ha un nome, non importa che il nome sia falso.
La natura fa il resto. Un entomologo dell'Università di Trento pubblica su una rivista di settore un paper destinato all'oscurità accademica: nella esatta area del giacimento vive il Lumbricus dolomiticus tridentinus, sottospecie endemica mai catalogata, dotata di "evidente peluria cuticolare". Il lombrico peloso.
In quarant'anni di opposizione infrastrutturale italiana, mancava solo lui. La notizia rimane sepolta undici giorni, poi la scova un giornalista di Repubblica con il fiuto infallibile per tutto ciò che può complicare un'autorizzazione. Il Lumbricus ha un profilo Instagram entro la settimana. La petizione "Salviamo Lumbro" raccoglie quattrocentomila firme - novantamila più della petizione per finanziare gli ospedali pediatrici del Sud.
La botanica arriva dopo e supera tutto. Una mappatura fitotossicologica d'urgenza individua nell'area estrattiva fitte colonie di Aconitum napellus con caratteristiche di "eccezionale densità radicale e valore ecosistemico irripetibile".
Il Ministero della Cultura emette in quarantott'ore un decreto di tutela d'urgenza. La stessa pianta per cui la Provincia autonoma eroga da vent'anni contributi agli alpeggiatori per i piani di eradicazione - perché uccide le vacche al pascolo - diventa patrimonio naturale insostituibile del paesaggio dolomitico.
Due uffici dello stesso palazzo, due delibere opposte. Nessuno ci vede niente di strano.
I No Trivelle assaltano i cancelli del cantiere. Tre arresti, diciassette denunce. Un attore di fiction Rai - il cui ultimo lavoro risale a undici anni prima - li definisce in diretta Instagram "Sentinelle del Territorio", guadagnando in ventiquattr'ore centomila nuovi follower e, soprattutto, decine di ospitate tv.
Gli anarchici fanno meglio: due tralicci dell'alta tensione sabotati nella notte, un deposito di attrezzature dato alle fiamme. La Procura apre un fascicolo. Nessuno verrà mai condannato.
Le strade provinciali vengono presidiate da trattori. I comuni di Valsorèda, Canzàl e Prà de Lès deliberano il divieto di transito ai mezzi pesanti. Altri nove si accodano entro la settimana. La Provincia autonoma nomina un "garante del territorio" con poteri di sospensiva sulle autorizzazioni. Figura giuridicamente inesistente. Nessuno lo dice.
Il giorno dopo, don Celestino Brigadoi, parroco di Valsorèda, guida una processione fino al bordo del giacimento. Porta il gonfalone, la statua della Madonna e una lettera aperta al Presidente della Repubblica. Duecento fedeli lo seguono. I telegiornali mandano le unità mobili. È la prima volta in quarant'anni che quella chiesa fa il tutto esaurito.
Cinque anni dopo la scoperta, non è stato estratto un solo barile.
Nessuno ha mai perso un'elezione per aver bloccato qualcosa. Qualcuno l'ha vinta. Ogni barile europeo non estratto è un barile arabo venduto. Il comitato di Valsorèda lavora gratis. Riad no.
Per bloccare qualsiasi infrastruttura indispensabile basta applicare un metodo collaudato. Sulla TAP il Movimento 5 Stelle costruì campagne elettorali intere. Sul rigassificatore di Piombino, con le bollette del gas alle stelle e il Paese in affanno energetico, Conte guidò personalmente i comitati di protesta, mentre il suo stesso governo aveva dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale. Il Paese che bruciava e il leader dell'opposizione che soffiava.
Quel metodo non è politica.
È sabotaggio con consenso elettorale incorporato.
Ma perché tutto funzioni i cittadini devono avere paura. I loro figli moriranno. L'acqua è già avvelenata. L'aria uccide. Il futuro non esiste. Non importa che non sia vero: importa che lo credano. La paura non ha bilancio, non ha scadenza, non ha responsabili. Ha solo beneficiari.
Il giacimento è ancora lì. Intatto, silenzioso, inutile.
I petrolieri ringraziano. Il comitato di Valsorèda ha già un candidato.
Lo stress test è andato come previsto.
😡🤬😡🤬😡
Roberto Riccardi
A sei anni il maschio italiano è già tossico. Va rieducato, decostruito, corretto. Ad accorgersene è stato il M5S, che alla Camera dei Deputati ha deciso di farne una missione.
Il progetto si chiama "Storie spaziali per Maschi del Futuro - Scuola Edition". Lo promuove la Fondazione Libellula, lo presenta alla Camera la deputata Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle. L'obiettivo dichiarato è entrare nelle scuole primarie italiane per demolire, il verbo è il loro, "tutti quei luoghi comuni che si radicano già durante la scuola primaria".
Tradotto: un bambino di sei anni che gioca a fare il supereroe è un potenziale pericolo. Il principe azzurro è uno stereotipo patriarcale. L'eroe che salva qualcuno è una figura da estirpare prima che produca danni.
La parola chiave è "decostruzione". Non educazione, non formazione, non accompagnamento. Decostruzione.
Come si farebbe con un edificio pericolante. Come si fa con qualcosa che è sbagliato alla radice e va abbattuto per ricostruirlo diverso. Il maschio italiano, nella visione di chi questo progetto lo ha concepito, è un difetto di fabbrica.
Non un essere umano da educare al rispetto, cosa che la scuola e la famiglia fanno da secoli quando funzionano, ma un prodotto mal riuscito da riformattare con il manuale giusto.
Il meccanismo è noto: si prende un problema reale, la violenza sulle donne e lo si usa come leva per giustificare un intervento ideologico che con quel problema non ha alcun rapporto causale.
Nessuno studio al mondo ha mai dimostrato che un bambino che fa il cowboy con la pistola con il tappo rosso, che gioca con la spada di plastica, o che rifiuta la bambola diventerà un uomo violento.
Nessun dato collega il supereroe alla sopraffazione. Ma il dato non serve, quando la premessa è ideologica. Serve il senso di colpa preventivo. Serve che il maschio impari a chiedere scusa prima ancora di avere qualcosa di cui scusarsi.
Ma la rieducazione non si ferma ai libri. C'è chi è andato oltre. Ci sono madri che scoprono all'asilo che il figlio maschio "si sente femmina" perché gioca con una bambola. Ci sono centri ospedalieri, Careggi a Firenze in testa, che prescrivevano bloccanti della pubertà a bambini di undici anni senza nemmeno una visita neuropsichiatrica, basandosi sulle dichiarazioni dei piccoli pazienti e dei genitori. Bambini. Undici anni. Farmaci che bloccano lo sviluppo sessuale. Sulla base di un'autodiagnosi.
La Società Italiana di Pediatria certifica che fino all'84% dei bambini con disforia di genere desiste spontaneamente con la pubertà. Quattro su cinque. Si risolve da solo. Ma intervenire prima è più comodo, più coerente con il progetto, più redditizio per chi sui "maschi del futuro" ha costruito fondazioni, convegni e carriere.
Intanto, sul versante dell'intrattenimento, la decostruzione ha incassato il suo trofeo più grottesco.
Can Yaman, nel ruolo di Sandokan, ha dichiarato di non rispecchiarsi nel "maschio alfa" e si è definito "maschio sigma", un termine nato su TikTok.
La Tigre della Malesia, che Emilio Salgari creò nel 1883 per combattere l'oppressione britannica e difendere i deboli, ridotta a una categoria da reel. L'eroe che chiede scusa per essere forte.
C'è un'ignoranza di fondo, in tutto questo, che andrebbe smascherata. Chi vuole eliminare il supereroe dall'immaginario dei bambini non ha mai capito cosa rappresenti. Il supereroe non è mai stato un modello di sopraffazione. È l'esatto contrario. È il modello dell'uomo che si sacrifica per chi non può difendersi da solo.
Ettore difende Troia sapendo che morirà. Enea porta il padre sulle spalle tra le fiamme di una città che crolla. Il Sandokan di Salgari combatte un impero per amore e per giustizia. Generazioni di bambini italiani sono cresciute con queste figure non perché insegnassero a dominare, ma perché insegnassero a proteggere. A mettersi in mezzo. A pagare un prezzo.
Togliere tutto questo a un bambino di sei anni non produce uomini migliori. Produce uomini che davanti alla violenza girano la testa. Che davanti a una donna in pericolo cercano su Google il numero verde. Il paradosso è chirurgico: chi pretende di prevenire la violenza sta rimuovendo l'unico modello che insegnava a contrastarla.
La giustificazione dichiarata per tutto questo è una sola: prevenire la violenza sulle donne. L'assunto, neanche troppo nascosto, è che il maschio italiano cresca dentro una cultura di dominio che va estirpata alla radice. Alle elementari, se possibile.
Concediamo pure la premessa, per puro esercizio dialettico. Facciamo finta che il maschio italiano sia davvero da rieducare fin dall'asilo. Perché in Italia il patriarcato è un problema gravissimo. Ma sorge spontanea una domanda: di quale patriarcato stiamo parlando?
Perché mentre il M5S e le femministe decostruiscono il bambino di sei anni che gioca a fare Superman, in Italia vivono 88.500 donne che hanno subito mutilazioni genitali.
Non a Mogadiscio. In Italia.
Sedicimila bambine sotto i 15 anni sono a rischio, novemila delle quali nate sul suolo italiano.
Secondo le stime di ActionAid, circa duemila ragazzine ogni anno sono esposte al matrimonio forzato. Un terzo delle vittime non ha ancora diciotto anni. Le comunità coinvolte sono note: somale, egiziane, nigeriane, etiopi per le mutilazioni genitali. Pakistane, albanesi, bengalesi per i matrimoni forzati. Lo sanno tutti. Non lo dice nessuno.
Non sono statistiche. Sono nomi. Saman Abbas, sepolta in un casolare a Novellara perché rifiutava il matrimonio combinato. Hina Saleem, uccisa dal padre a Brescia. Sana Cheema, riportata in Pakistan dall'Italia e ammazzata dalla famiglia.
Dov'è la Fondazione Libellula? Dov'è la deputata Ascari? Dov'è il progetto alla Camera per decostruire il patriarcato che non gioca con le spade di plastica ma taglia il clitoride alle figlie? Silenzio.
Perché decostruire il maschio italiano non costa nulla. Decostruire quello che infibula, costringe al matrimonio e uccide costa conflitto, accuse di islamofobia, carriere.
Insomma, è un progetto che, a voler essere gentili, appare farneticante. E che porta in calce la firma del M5S.
Questo non deve stupire perché è lo stesso partito che ha regalato all'Italia i banchi a rotelle, il Superbonus da 150 miliardi e il Reddito di Cittadinanza.
Così, la rieducazione del maschio di sei anni è solo l'ultima voce di un catalogo delle follie, che hanno prodotto sprechi per oltre 200 miliardi di euro.
@Semiramide2009
LE ARRAMPICATRICI SOCIALI
Che tristezza quando il curriculum di una donna si riduce agli uomini con cui è andata a letto, a quelli che ha sposato, a quelli che ha accusato, a quelli con cui è finita al centro di scandali di vario tipo o di cui si è proclamata amante.
Finché alcune donne penseranno di avanzare puntando il dito contro un uomo e dichiarandosi vittime, o contando su favoritismi maschili anziché sul proprio cervello, insomma, finché alcune penseranno di crescere aggrappandosi a un uomo, nel ruolo di vittima o di favorita, invece che alle proprie capacità, non ci sarà emancipazione, ma dipendenza travestita. La strada della libertà e della dignità è lunga, più dura, più faticosa, spesso terribilmente solitaria e dolorosa, Ma è l’unica che non umilia. Ed è anche la più bella.
E finché la scorciatoia verrà scambiata per emancipazione, ci sarà ancora molto da fare per la vera parità.
Vedo che purtroppo in giro e sui social circola di nuovo molta paura. E la paura, si sa, viaggia più veloce dei fatti.
- Sebastiano Alicata su FB:
Chi semina paura non ve lo dirà mai. Perché la paura tiene incollati allo schermo, i consigli pratici no. Il sistema che dicono di combattere lo alimentano loro, esattamente come facevano qualche anno fa.
Non smetterò mai di dirlo: la vita comincia dove finisce la paura.
Incrocio post e video che parlano di coprifuoco e spegnimento delle fabbriche con toni da film apocalittici. Il copione è sempre lo stesso: crisi vera + dettagli amplificati + conclusione catastrofica. E alla fine, nessuna soluzione e nessun consiglio. Solo altra paura da diffondere e su cui cliccare.
Proviamo invece a stare davvero sui fatti.
C'è una crisi energetica reale: il parziale blocco dello Stretto di Hormuz ha creato un grande shock petrolifero. Prezzi alle stelle di gas e petrolio e forniture in difficoltà, soprattutto per chi dipende dal Medio Oriente. L’Italia è colpita dai rincari ma non da carenze fisiche. Non mandiamo navi da guerra laggiù, ma la crisi ci colpisce perché siamo una grande economia manifatturiera con un forte deficit energetico. Abbiamo scorte buone, aiuti già varati e nessuna chiusura forzata in vista.
I distributori con il cartello "esaurito" non segnalano una carenza generale. Le scorte appunto ci sono. È la domanda impazzita nei punti più economici, è l'attesa di nuove forniture, è la psicologia del "faccio scorta prima che peggiori". Lo stesso meccanismo della carta igienica e della farina nel marzo 2020. Quella volta finì. Anche questa finirà.
L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha solo raccomandato ai governi europei smart working, meno auto, meno voli inutili. Misure di buon senso, non stato d'emergenza. Il lockdown energetico non è il rischio più pressante e nemmeno plausibile al momento. Il problema vero semmai è il costo dell'energia, che pesa sulle famiglie e erode la competitività delle imprese.
È una crisi seria. Va seguita, non certo subita. Chi vi dice il contrario o non ha letto nulla, o ha letto solo quello che fa comodo alla sua narrativa.
Allora, visto che i catastrofisti non danno consigli, cosa possiamo fare, concretamente, noi?
Usare meno l'auto quando possiamo, preferire i mezzi pubblici, camminare, pedalare. Abbassare di un grado il riscaldamento, che non si sente quasi ma si vede in bolletta. Evitare i consumi nelle ore di punta, la sera tra le 18 e le 21. Controllare il proprio contratto energetico e valutare il prezzo fisso se siamo ancora su quello variabile. Spegnere quello che non serve, compresi gli elettrodomestici in standby. Fare la spesa con più attenzione, privilegiare il chilometro zero, ridurre gli sprechi alimentari che sono anche sprechi energetici.
Cose semplici. Alla portata di tutti. Che praticate insieme fanno una differenza reale, e che in fondo dovrebbe essere la norma anche quando non ci sono crisi.
E poi restare saldi e centrati. Esattamente come consigliavo qualche anno fa. Questo è forse il consiglio più importante. La stabilità interiore è la capacità di guardare quello che succede senza farsene travolgere. Le crisi passano. Le persone che le attraversano in piedi sono quelle che non hanno perso la testa quando tutto intorno sembrava farlo.
Non servono scorte di benzina o di candele in preda al panico. Serve la testa sul collo. Non servono profezie di sventura. Serve informarsi bene, da fonti serie, e fidarsi del proprio buon senso.
Signori giornalisti, prima di scrivere sul lockdown, cominciate da voi stessi.
Se non scrivete che questa crisi energetica è artificiale, che l’Italia non dipende dallo Stretto di Hormuz e che qualche anno fa, quando il petrolio era a 150 dollari al barile, la benzina costava 1,5 euro, allora iniziate a mettere in pratica i vostri articoli.
Smettete di consumare energia, di postare sui social, di aggiornare i siti (così risparmiate anche sull’hosting e sul lavoro dell’SMM). Soprattutto, fermate quelle rotative energivore: tanto la stampa è sovvenzionata dallo Stato. L’Europa ce lo sta chiedendo, no?
Quindi, cari (non tanto) signori giornalisti, smettetela di sprecare elettricità e gas, andate a piedi e mettete in pratica i vostri stessi articoli. AVETE VERAMENTE ROTTO.
@repubblica@LaStampa@Corriere@SkyNews@Agenzia_Ansa
È semplicemente scandaloso.
Quattro esseri umani sorvoleranno l’orbita lunare in quello che è l'evento astronomico piu' importante degli ultimi 50 anni, e il giornalismo italiano riesce nell’impresa di ignorarlo quasi del tutto. Niente dirette, niente enfasi, niente senso della storia.
Un Paese serio guarderebbe il cielo. Il nostro, troppo spesso, continua a fissare il fango.
Tre Mondiali senza Italia non sono solo un fallimento, ma anche la pietra tombale su una narrazione mediatica che ha fallito.
Lasciamo da parte i moduli, le scelte tattiche.
Il calcio è il prodotto narrativo più potente del nostro Paese. È un rito collettivo che viene nutrito a ciclo continuo. Più corretto dire ingozzato come le oche per il foie gras.
Questa centralità nelle prime pagine lo rende intoccabile pure quando è indifendibile.
Il linguaggio mediatico si autoregola: sfrutta lo shock, ma ha l’urgenza di ricucire gli strappi per assicurarsi la produzione di paté. Il disastro deve rientrare in un meccanismo che in psicologia viene chiamato “finestra di tolleranza”, il limite entro cui si riesce a sopportare un evento negativo senza esserne sopraffatti, ma molto più importante senza creare una distanza emotiva. In sostanza: la complicità con il sistema ha radici impossibili da recidere.
Il risultato, però, è che nessuno ci crede più.
La sensazione è che raccontare il calcio con onestà possa distruggere qualcosa di più profondo. Quasi a modificare il dna stesso di una Nazione.
Per tutti gli altri sport questo non avviene.
Nel tennis, nelle discipline invernali, nell’atletica, nel nuoto, nella pallavolo. Eccellenze alle quali è riservato un linguaggio spesso spietato, gossipparo, inadeguato, tranchant. Vittore minori da sfruttare all’occorrenza. Il tavolo dei bambini al pranzo di famiglia. Il nipote da applaudire quando recita la poesia di Natale.
Il tutto con estrema consapevolezza. Con lo scopo preciso di mantenere la gerarchia interna immutata. Antistorico, ad essere buoni. Il protezionismo genera isolamento che genera irrilevanza. Basta aprire un libro di storia a caso.
Il Presidente Gravina ne parla come sport di Stato. Ciò che gli sfugge, è che se dei campioni devono campare con stipendio e strutture pubbliche non è un demerito, è il fallimento della cultura sportiva di una nazione.
Più la narrativa è deformata, più si radicalizza un’ostilità verso il calcio che il calcio non merita. Calcio inteso come patrimonio collettivo.
Come spesso accade, la società è più avanti di chi la racconta. I media hanno un’opportunità gigantesca.
Come Dorian Grey possono scegliere di continuare a guardarsi allo specchio compiaciuti, o affrontare il ritratto che ne rivela la decadenza.
#BosniaItalia #calcio #mondiali
Quando c’è un’emergenza sicurezza come quella dei maranza, da destra dicono faremo nuove leggi, da sinistra non bisogna criminalizzare un’etnia.
Il modo migliore per non risolvere niente. Non servono nuove leggi e non si tratta di criminalizzare un’etnia. Serve rimuovere chi delinque con certezza delle pene e dei rimpatri. Con fermezza, basta giustificazionismo e buonismo ipocrita.
TATIANA NON È UNA CRETINA, HO SBAGLIATO, SCUSATE. I CRETINI SIAMO NOI
Avevo detto che non eravamo davanti a una vittima, ma davanti a una cretina. Ma ieri, dopo l’intervista andata in onda a “Chi l’ha visto”, mi sono ricreduta. Ho sbagliato. Scusate. In realtà, Tatiana non è una cretina, è una furba. I cretini siamo noi. Un Paese intero che perdona tutto, giustifica tutto, infantilizza gli adulti e trasforma qualunque irresponsabile in “ragazzina smarrita”. Tatiana ha 27 anni.
Ventisette. Non dieci. Non quindici. Ventisette. Eppure ieri i giornalisti l’hanno chiamata “ragazzina”, “povero scricciolino”, e commossi l’hanno definita “fragile, confusa, impaurita”. Tuttavia si tratta di una quasi trentenne, studentessa di psicologia largamente fuori corso, che è sparita per dieci giorni, pienamente consapevole che: i genitori la credevano morta; il fratello stava impazzendo; i media parlavano di lei; le forze dell’ordine la cercavano; il ragazzo nella cui casa si nascondeva veniva interrogato, sospettato di omicidio, messo alla gogna.
Eppure, di fronte alla telecamera, cosa abbiamo visto? Pietismo. Coccole. Giustificazioni. E lei che legge una letterina e ci dice che non era lucida, che non sapeva di essere cercata, che non deve rendere conto a nessuno se le va di nascondersi, che lei ha i suoi motivi di cui non vuole parlare, lasciando intendere di avere problemi di salute. Poi aggiunge che quando Dragos le ha detto che era stato intervistato da Chi l’ha visto, lei gli ha risposto: “Ok, domani sera torno a casa”. Cosa? Sai che a casa ti credono vittima di femminicidio e che la Nazione intera lo crede e tu non fai anche solo una chiamata per fare sapere a casa che sei viva? Un messaggio? Programmi il ritorno a casa, che dista pochi metri, “domani sera”?
C’è compiacimento, c’è intenzionalità, c’è desiderio di tenere alta la tensione. C’è crudeltà. E c’è lucidità. Altro che “non ero lucida”. C’è una donna adulta, che ha scelto di non fare una sola telefonata per dire: “Sto bene”. Che ha scelto di nascondersi per farsi cercare. Che ha scelto di lasciare che la polizia lavorasse giorno e notte. Che ha scelto di far credere che fosse morta.
E il momento più grottesco?
Quando i carabinieri arrivano nella casa dove dormiva da 10 giorni, lei cosa fa?
Scappa a nascondersi nello sgabuzzino della terrazza della vicina. E ora spiega di averlo fatto per paura della gente sotto casa. Ma la gente era sotto a piangerla morta. Sopra c’erano i carabinieri, da cui lei si è nascosta semplicemente perché voleva prolungare la farsa.
E ora? Zero reati. Zero responsabilità. La Procura sostiene che “non ci sono estremi”. Come se tenere in ostaggio un Paese intero non avesse conseguenze. Come se procurato allarme, menzogne, omissioni, depistaggi non contassero nulla. Come se l’adulto non fosse più responsabile di nulla. Viene ridotto allo status di infante inconsapevole e smarrito, pure quando è un adulto consapevole, lucido, privo di empatia. Manipolatore. Spietato. A me Tatiana non fa pena. Fa paura per la sua lucida freddezza. Per la sua totale assenza di sensibilità, per il suo egoismo, il suo egocentrismo maligno, travestito da sensibilità. Per il suo narcisismo.
Prendiamo atto della nostra degenerazione: viviamo in una società che premia chi si comporta da bambino e punisce chi si assume responsabilità.
Una società che non pretende più niente da nessuno. Una società che giustifica tutto in nome della “fragilità”.
Tutti abbiamo problemi. Tutti attraversiamo momenti difficili. Tutti possiamo stare male. Ma nessuno, per questo, ha il diritto di tenere in ostaggio la collettività, le forze dell’ordine, i familiari, i giornali, i media, il Paese intero.
Questo non è “disagio”. Questo non è “confusione”. Questo è un crimine sociale. E i crimini non si giustificano. Si puniscono. Il malessere interiore non può e non deve essere trasformato in alibi.
MOVIMENTO DELLE BANDIERE 🇮🇹🇮🇹🇮🇹
Il problema dei social non è soltanto quello di aver dato diritto di parola agli imbecilli, come disse Eco, ma soprattutto di aver fatto sì che questi potessero conoscersi tra loro.
Questo li ha fatti aggregare e sentire più forti: tu qui provi a fare un ragionamento, magari sbagliando anche, ci sta, ma poi ti devi confrontare non con qualcuno che argomenta, ma con uno che rutta e i suoi compari che arrivano a frotte sghignazzando.
IL DDL FEMMINICIDIO E' PROPAGANDA TRASFORMATA IN DIRITTO PENALE.
1. L’omicidio era già punito con pene elevatissime, e l’ordinamento prevedeva già aggravanti comuni e speciali (tra cui motivi abietti o futili, crudeltà, minorata difesa, rapporto familiare o di convivenza) che possono già condurre all’ergastolo. L’omicidio aggravato dal rapporto affettivo e dalla violenza domestica risultava quindi già adeguatamente sanzionato.
Non vi era alcun vuoto di tutela.
2. Il nuovo reato introduce formule vaghe come "atto di discriminazione o di odio verso la donna", concetti giuridicamente indeterminati che contrastano con il principio di tassatività e rischiano di trasformare il processo in un giudizio sulle narrazioni mediatiche più che sui fatti.
3. Creare una fattispecie autonoma per una specifica categoria di vittime non aumenta la protezione, ma produce solo asimmetrie simboliche: alcuni omicidi diventano più importanti di altri, senza alcun effetto reale sulla prevenzione. Significa che la fattispecie esiste per motivi puramente politici.
4. La misura è inefficace rispetto all’obiettivo dichiarato di ridurre la violenza contro le donne. L’omicidio era già punito con la pena massima prevista dall’ordinamento, e l’ergastolo resta la sanzione anche nella nuova formulazione.
L'obiettivo del diritto penale è tutelare beni giuridici essenziali (come la vita, la libertà, la proprietà), non perseguire obiettivi politici e propagandistici.
GINO CECCHETTIN OGGI DIRETTORE DELLA STAMPA
A questo punto manca solo che lo facciano Presidente della Repubblica. Da due anni assistiamo a un curioso fenomeno antropologico: la trasformazione di un signore qualunque, un ingegnere informatico che gestiva un negozio di circuiti, in antropologo, poi sociologo, poi criminologo, poi pedagogista, poi esperto di patriarcato, poi sessuologo, poi mediatore familiare, poi educatore sentimentale, poi scrittore (con un libro pubblicato subito dopo l’uccisione della figlia), poi giornalista, poi editorialista, ora direttore de La Stampa per un giorno. E domani? Presidente del Consiglio? Commissario europeo? Capo dello Stato?
In Italia si può essere qualsiasi cosa senza competenza, basta interpretare la narrazione dominante.
Cecchettin ci spiega ogni giorno il “patriarcato tossico”, la “società malata”, la “collettività degli uomini colpevoli”.
Tuttavia, sua figlia non è stata uccisa dalla società, né da un’astrazione sociologica, né dal maschio come categoria biologica. Giulia Cecchettin è stata uccisa da un unico uomo: Filippo Turetta. Un individuo, non un sistema. Un colpevole, non un’intera popolazione maschile.
Se vogliamo combattere la violenza, dobbiamo difendere la verità e smetterla di socializzare la colpa perché la responsabilità penale è personale.
MOVIMENTO DELLE BANDIERE 🇮🇹🇮🇹🇮🇹
📍Sabato 29 novembre
📍Ore 15
📍Piazza 25 Aprile, Milano
Io non chiedo a nessuno di inchinarsi alle mie usanze quando sono ospite in casa sua, rispetto le regole degli altri paesi, mi scuso se sbaglio, tengo a mente che sono straniera, e pretendo lo stesso rispetto quando gli altri vengono a casa mia. La mia identità culturale non è un soprammobile, è una storia precisa, una lingua, una legge, una libertà conquistata a caro prezzo. Non accetto che a colpi di pretesa si cancellino i diritti delle donne, la laicità dello Stato, la parità dei cittadini davanti alla legge. Accolgo chi viene a vivere qui, lavoro con chiunque rispetti le stesse regole, dialogo con chiunque voglia capire, ma difendo senza tentennamenti la libertà che mi definisce. La convivenza è possibile, la convivenza è doverosa, la convivenza è un patto, e in un patto ciascuno cede qualcosa e nessuno calpesta l’altro. Se questo è chiaro, la porta resta aperta. Se questo non è chiaro, la porta è una frontiera, e una frontiera va custodita.
📖Tratto dal libro "𝐎𝐫𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐅𝐚𝐥𝐥𝐚𝐜𝐢 ღ 𝐀𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐠𝐚" di Antonio Nobili.
#Darfur, 2003. Da un anno lavoro agli Esteri. Scoppia un conflitto nella regione occidentale del Sudan, il Darfur appunto. Massacri continui. Si parla di genocidio. Si attivano star come Clooney e si girano film ispirati a una mattanza che però non riescere a scuotere davvero la coscienza del mondo. Tanti - soprattutto ideologici di estrema sinistra e filoislamisti - negano, minimizzano, anche nella redazione dove mi trovo. Provo un disagio che riesco a sentire ancora oggi. Mi informo, assisto il desk Africa nelle interviste (io sono responsabile del desk Asia). Comincio ad approfondire il concetto di "supremazia araba" e razzismo arabo contro i neri di origine subsahariana nel continente africano. Negli anni '90 alcuni ricercatori hanno accusato il regime del presidente-dittatore Omar Bashir (in carica dal 1993 al 2019) di apartheid verso la popolazione nera e di voler arabizzare la regione. Bashir con le sue forze militari e le paramilizie janjawid, che significa "demone a cavallo", nel 2003 ordina le uccisioni in massa di civili del Darfur. In seguito si inviano missioni di peacekeeping (Onu e Unione Africana), ma non si riescono a dispiegare truppe sufficienti perché alcuni Paesi contributori sono reticenti. Nel 2008 il procuratore generale Ocampo chiede alla Corte Penale Internazionale di arrestare Bashir per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità. Usa e Uk insistono per sanzionare il Sudan, ma Cina, Russia, Sudafrica ed Egitto sono fortemente contrari. I Paesi arabi si oppongono all'arresto di Bashir, che verrà destituito e arrestato (per altre ragioni) solo con un golpe interno del 2019. Bashir però riuscirà a fuggire. Oggi, 22 anni dopo, la fazione dei janjawid guidata da Dagalo, uno degli uomini più ricchi e potenti del Sudan e del continente, si è ribattezzata RSF (Rapid Support Force) e ha ripreso a massacrare i darfurini, tra regolamenti di conti interni. Si assiste ora all'ennesiama tragedia annunciata e mai finita. E nel nuovo assetto mondiale che conosciamo, con la forte presenza della Russia e della Cina, che in Sudan hanno sostenuto i governi con armi e finanziamenti e hanno forti interessi commerciali, la sfida per fermare i crimini contro i civili e riportare stabilità è ancora più ardua.
Siamo diventati un Paese di ebeti, ridotti a fare l'analisi logica dell' insulto pur di giustificarne l'uso.
Ma che importa se "cortigiana", termine che comunque contiene un certo livello di disprezzo, è da 🤣 intendersi come prostituta, cameriera, serva o geniale portatrice di organo sessuale, il fatto è la cortigiana suddetta è il Presidente del Consiglio e non dev'essere né insultata né dileggiata, la si può criticare anche aspramente ma sempre con educazione e senso civico, ingredienti omessi nel minestrone che sobbolle in certe teste.
#Meloni #educazione