Cara @GiorgiaMeloni
sai cosa c’è di strano nel mentire? No, non nel mentire come atto singolo, un’operazione meccanica come alzare un braccio o chiudere una porta, ma nel mentire come abitudine, come modo di stare al mondo, come uno che invece di camminare in avanti si abitua a saltellare all’indietro convinto che sia un’idea brillante. La cosa strana è che è faticoso. Non nel senso della fatica fisica, che è sempre relativa – ci sono atleti che corrono 42 km e si sentono meglio di un impiegato che fa una rampa di scale – ma nel senso della fatica mentale, della complessità logistica del costruire mondi paralleli.
Perché una bugia, come ben sai, non è mai un punto isolato nel tessuto della realtà. Una bugia è un centro di gravità che incurva tutto lo spazio-tempo attorno a sé, e per ogni bugia devi generarne almeno altre tre per giustificarla, e poi altre nove per tenere in piedi quelle tre, e poi altre ventisette e così via, un’esplosione di menzogne frattali che presto riempiono ogni angolo della tua esistenza. E alla fine non ti resta nemmeno il tempo per vivere, perché sei troppo occupato a fare il ragioniere della tua stessa falsità.
E sappiamo tutti che sei maestra in questo, dico come popolo italiano, noi, sappiamo che la tua idea di governare è un’idea infantile, in fondo, quella del “voglio questa cosa e quindi la prendo”, come un bambino che non ha ancora sviluppato il concetto di proprietà o di conseguenza. Solo che un bambino ha la giustificazione dell’ignoranza e della crescita. Tu no. Tu sai cosa fai. Tu scegli di farlo.
E poi c’è il male. Che non è un atto, ma un’abitudine, una postura dell’anima. Nessuno fa il male per sbaglio, non per davvero. Si può sbagliare, certo, si può ferire involontariamente. Ma fare il male in modo metodico, con dedizione, come fai tu, è un progetto. È qualcosa che richiede un certo tipo di disciplina, una serie di scelte costanti nella stessa direzione, una determinazione simile a quella di un atleta che si allena ogni giorno, solo che il tuo sport è il peggioramento della condizione umana.
Ora, potrei concludere con la domanda retorica “ma ne vale la pena?”, potrei cercare di farti riflettere sulla vacuità di tutto questo, su quanto tempo e quanta energia stai spendendo per costruire un mondo di cartapesta che inevitabilmente ti crollerà addosso.
Dirò invece che c’è una cosa pensando a @Quirinale 👇
Il nostro impegno per difendere l’Italia proseguirà, come sempre, con determinazione e senza esitazioni.
Quando sono in gioco la sicurezza della Nazione e l’interesse degli italiani, non esiste spazio per passi indietro.
Dritti per la nostra strada.
@grande_flagello@masechi non ha visto… diciamolo seriamente usando i suoi metodi: @masechi non può vedere niente avendo un occhio che sfancula l’altro, è la persona più brutta, sia dentro che fuori, che conosciamo. Insomma oltre che un c0gl1one è pure na sschifezza!
@Antonio_Tajani@Antonio_Tajani è incredibile come tu riesca a dire così tante cose senza mai toccare un’idea.
(Sul serio, devi avere una malattia al cervello, tu e quella cretina di @GiorgiaMeloni )
@AzzurraBarbuto E parla con serenità alla camera. Come giornalista (se davvero lo fossi) andrei a intervistare i parenti. Ah, no, scusami. Non sei una giornalista ma una che si riempie la bocca delle secrezioni dei colleghi.
@Tommasocerno Nessuno vuole gli stupidi, solo i disgraziati, che per paura di perdere il lavoro in un giornalaccio come il vostro, non ti mettono in pubblico ludibrio.
@SaP011 Bellissimo vedere tanti italiani in piazza a difendere l’Italia e la Palestina come fecero i Partigiani italiani. Bello vedere gli scemi, che non sono nemmeno italiani, secriverne male.
A volte ho l’impressione che la parola “terrorismo” serva più a chi la pronuncia che a chi la subisce. Tutti si affrettano a condannare, ma pochi hanno il coraggio di guardare cosa resta dopo la condanna; i corpi, la polvere, le voci spezzate che non hanno né bandiera né microfono.
Chi scende in piazza, oggi, non difende Hamas. Difende l’idea che la vita di un bambino a Gaza valga quanto quella di un bambino a Tel Aviv. Che la risposta alla violenza non possa essere un’altra violenza, solo più tecnologica e autorizzata.
Il problema è che chiamare “pace” la vendetta, o “sicurezza” la distruzione sistematica di un popolo, è un modo elegante per non sentirsi complici. Eppure lo siamo, tutti, ogni volta che scegliamo la versione più comoda della verità.
E non si può ignorare che lo stesso potere che oggi si proclama vittima è quello che, da anni, alimenta Hamas per continuare a giustificare la propria guerra infinita. @netanyahu@JonathanPeled
@povcomunisti_ “I think it’s worth to have a cost of, unfortunately, some gun deaths every single year so that we can have the Second Amendment to protect our other God-given rights. That is a prudent deal. It is rational.” - Charly Kirk
@netanyahu “I think it’s worth to have a cost of, unfortunately, some gun deaths every single year so that we can have the Second Amendment to protect our other God-given rights. That is a prudent deal. It is rational.” - Charlie Kirk
Spesso ci chiediamo perché, in un confronto o in un dibattito, qualcuno ricorra a ragionamenti che non reggono davvero, eppure sembrano “funzionare”. Le fallacie logiche sono proprio questo, errori di ragionamento che danno l’illusione di validità. Il punto interessante è che Kirk le usava sempre. Forse a volte era inconsapevole, altre volte era una scelta deliberata.
Una prima ragione poteva essere la mancanza di consapevolezza. Non tutti hanno gli strumenti per riconoscere un’argomentazione fallace, e quindi la usano in buona fede. Possono confondere la forza retorica con la solidità logica, credendo che un appello all’emozione o un esempio isolato siano prove sufficienti.
Un secondo motivo riguarda il desiderio di persuasione rapida. Le fallacie funzionano bene quando puntano alle emozioni, paura, compassione, rabbia, orgoglio. Invece di convincere con dati e ragionamenti solidi, chi le usa “nutre le paure” o sfrutta scorciatoie cognitive che spingono l’altro a cedere senza rendersene conto.
C’è poi la questione della debolezza dell’argomento. Se una persona (come Kirk o Pillon) non ha prove forti a sostegno delle proprie idee, riempie i vuoti con ragionamenti fallaci, attacchi personali, generalizzazioni, falsi dilemmi. Sono armi retoriche che mascherano la fragilità della posizione.
Un’altra ragione è la difesa dell’identità. Quando una convinzione tocca corde profonde (valori, fede, appartenenza politica o culturale) ammettere di avere torto diventa difficile. Così si ricorre a fallacie per proteggere non tanto l’idea, quanto se stessi. È un meccanismo di difesa psicologica. Meglio un cattivo argomento che mettere in discussione ciò che definisce chi siamo.
Infine, c’è l’uso strategico e consapevole. Alcuni oratori, politici, influencer o comunicatori conoscono bene la forza delle fallacie. Le usano di proposito perché sanno che il pubblico medio non analizzerà il ragionamento fino in fondo. Il loro obiettivo non è la verità, ma l’efficacia persuasiva, spostare opinioni, ottenere consenso, vincere un dibattito.
In sintesi, le fallacie logiche non sono solo “errori”, possono essere veri e propri strumenti di manipolazione. Riconoscerle significa non solo proteggersi da chi le usa, ma anche imparare a discutere in modo più onesto e solido. Perché una buona idea non ha bisogno di inganni, si regge in piedi da sola.
Povera Giorgia,
lei scrive con amarezza che è stata attaccata perché madre. Ma vede, è il web, e qui nessuno le nega il diritto di essere madre, anzi, in questo Paese milioni di madri e padri sarebbero felici di passare un weekend con i propri figli senza dover scegliere tra la spesa e la bolletta, senza dover fare straordinari non pagati, senza dover firmare contratti che scadono prima ancora di aver imparato i nomi dei colleghi.
Lei dice: «ho viaggiato con voli di linea, come qualunque altra persona». Eppure, “signora Presidente”, qualunque altra persona non ha intorno un apparato di sicurezza, non ha giornali pronti a pulirle i bisogni a colpi di lingua, non ha la possibilità di trasformare un atto privato in comunicato stampa, e non ha la possibilità di comprare una villa appena ricevuto un incarico pubblico. Quindi no, non è come qualunque altra persona. È diversa. Ed è proprio questa differenza che la rende responsabile, non una stupida vittima.
Il punto non è il viaggio con sua figlia. È la sua abitudine (ormai sistematica e fastidiosa) di usare ogni critica come clava per ribaltare il tavolo. Da un lato la politica corrotta, furba e mafiosa che conosciamo bene, dall’altro la favola personale della donna-madre che combatte contro i “meschini”. Lei non risponde alle domande, le trasforma in accuse morali a chi le fa. È un trucco antico, cara “Premier”, ma quando lo si usa troppo spesso diventa trasparente come la carta velina.
La verità è che il suo post, pieno di parole grandi per un fatto minuscolo, racconta più di mille inchieste. Lei non governa parlando di sanità, lavoro, scuola, giustizia. Lei governa parlando di sé stessa. Sempre. In ogni circostanza. E se qualcuno osa ricordarle che esistono problemi più grandi del suo weekend, ecco che parte la messa in scena della madre ferita, della donna attaccata, della cittadina “normale” che normale non è.
Non è questa la tragedia, “signora Premier”? Non il viaggio, non il post, ma il fatto che nel mezzo di inflazione, precarietà, corruzione e mafie, lei si senta costretta a difendere pubblicamente un compleanno in famiglia come se fosse un atto rivoluzionario.
Forse il fondo non l’hanno toccato i suoi avversari. Forse il fondo è proprio questo. Un Paese in cui la politica è ridotta a reality, e il Presidente del Consiglio recita la parte della madre indignata mentre affonda il Paese e gli italiani.