È colpa tua.
È colpa tua se i fascisti rialzano la testa cento anni dopo. È colpa tua se il nazismo torna a essere pronunciato senza vergogna. È colpa tua se i migranti sono diventati la scusa per tutto. Per l’ospedale che non c’è. Per la scuola che cade a pezzi. Per tutto.
È colpa tua se perfino il Papa ha sentito il dovere di denunciare che persone muoiono anche per scelte politiche. Fermati un istante. Il Papa. Non un giornalista. Non un leader dell’opposizione. Il Papa.
È colpa tua se chi strizza l’occhio al fascismo governa senza paura. È colpa tua se La Russa viene indicato come possibile Presidente della Repubblica. È colpa tua se ormai non ti scandalizzi più di niente.
È colpa tua.
È colpa tua e di quel trentasei per cento che il 25 settembre 2022 ha deciso di restare sul divano. Perché erano tutti uguali. Perché tanto non cambia niente. Perché votare non serve.
Ignavi.
Gli ignavi non sono neutrali.
Gli ignavi scelgono sempre.
Scelgono di lasciare che decidano gli altri.
Il fascismo non torna con le manganellate.
Torna con la tua astensione.
È colpa tua.
Anche adesso.
💛❤️
Ci sono luoghi che diventano casa senza che tu te ne accorga. E poi, un giorno, ti rendi conto che è stato molto di piú… erano persone, emozioni, vita.
Per me, questi 10 anni sono stati tutto questo.
Sono arrivato qui con sogni, ambizioni e tanta voglia di dimostrare. Me ne vado con il cuore pieno. Pieno di ricordi, di battaglie condivise, di gioie immense ma anche di momenti difficili che mi hanno fatto crescere, dentro e fuori dal campo.
In questo ambiente ho trovato affetto vero, stima sincera e un senso di appartenenza che va oltre il calcio. Ho sempre cercato di onorare questa maglia nel modo più autentico possibile, dando tutto me stesso, ogni singolo giorno, senza mai risparmiarmi.
Abbiamo scritto pagine importanti insieme, vivendo emozioni che resteranno indelebili, come la vittoria di un trofeo internazionale che ci ha uniti ancora di più e che porterò sempre dentro di me.
Col passare del tempo sono cresciute le responsabilità e indossare la fascia da capitano è stato molto più di un ruolo: è stato un onore immenso e uno degli attestati di stima più grandi che potessi ricevere. Un privilegio che porterò sempre nel cuore.
Come tutte le storie, anche questa ha avuto un inizio e oggi si avvicina alla sua fine. è stata un’annata particolare, in parte difficile ma questo fa parte del calcio e non cambia ciò che sono e ciò che ho sempre dato.
Il derby sarà la mia ultima partita in casa all’olimpico. E non c’è partita migliore di questa per mettere in campo tutto quello che ho sempre cercato in questo gioco, impegno rispetto e dedizione per questa maglia ma sopratutto la mia gratitudine.
Grazie alla società, che mi ha dato l’opportunità di crescere come uomo e come calciatore.
Grazie ai miei compagni, con cui ho condiviso ogni emozione.
Grazie allo staff, per il lavoro e il supporto quotidiano.
E un grazie speciale a voi tifosi… perché mi avete fatto sentire uno di voi, sempre.
Me ne vado, ma una parte di me resterà qui. Perché certe storie non finiscono davvero, cambiano solo forma.
Sarò per sempre riconoscente a questa società e soprattutto a questa città che mi ha dato tantissimo.
Grazie Roma.
Con affetto Stephan
L'effetto della riforma delle intercettazioni "si è rivelato oltremodo grave e allarmante, in ragione dell'obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo", scrive il procuratore Melillo ai ministri Nordio e Piantedosi.
Si va dalla "concussione e corruzione, a tutti i reati in tema di traffico di rifiuti, sino ai delitti di scambio elettorale-mafioso, a quelli di intestazione fittizia dei beni e altre utilità provenienti da delitto e autoriciclaggio, per giungere a tutti i reati finanziari, societari e fiscali che rivelano il loro valore strategico per l’espansione affaristica delle mafie".
Dell'uso delle intercettazioni si può pensare qualunque cosa, ovviamente. Ma la domanda è: il Governo aveva valutato questi impatti della nuova normativa?
Se non li aveva valutati è grave; se li aveva valutati è pure peggio. In ogni caso, è pessimo quanto accade a seguito di quella normativa.
194,4 miliardi.
Leggetelo piano, questo numero. Provate a immaginare quanti sono. Centonovantaquattro virgola quattro miliardi di euro.
Quante cose pensate che ci si possa fare con una cifra del genere?
Potremmo avere la scuola migliore del mondo, le università più prestigiose del mondo, la sanità più efficiente che si sia mai vista. Una pubblica amministrazione che brilla per informatizzazione. Con una cifra del genere potremmo trovare lavoro alla gente, potremmo aumentare i salari, potremmo migliorare i contratti di lavoro. Potremmo avviare l’elettrificazione definitiva della flotta auto degli italiani, così come hanno fatto nei paesi nordici. Si poteva investire sul turismo, attrarre per anni capitali da flotte di turisti italiani e stranieri.
Invece, cosa ci abbiamo fatto con questa cifra gigantesca? Qualche rotonda? Qualche campetto da calcio? La gran parte dei progetti completati, lo dicono i dati ReGiS, è finita in acquisti di beni e servizi, bonus, contributi a privati. Le opere pubbliche vere, sotto il 5%. Sotto il 5%, capite? Cinque per cento. E intanto al 26 febbraio di quest’anno la spesa effettiva era 98 miliardi su 194. La metà. A due mesi dalla chiusura del Piano, il 30 giugno. Buona fortuna a chi pensa che si recuperi.
Questo governo è colpevole. È colpevole del più grande spreco di tutta la storia moderna del paese. Questo governo ha bruciato quasi duecento miliardi di euro per incapacità, per incompetenza, per ignoranza. E adesso pure per i trucchetti contabili, perché la CGIL ha scoperto che parte dell’aumento di spesa è solo un trasloco di scrivania, opere già pagate dallo Stato che si rietichettano PNRR per fare bella figura con Bruxelles.
Noi pagheremo per decenni questi quattro anni di incompetenza. Letteralmente. Di quei 194 miliardi, 122 sono prestiti. Solo nel 2026 paghiamo 2,8 miliardi di interessi, dal 2027 saliranno a 3,4 miliardi l’anno. Per vent’anni. I nostri figli salderanno il conto di una festa che non c’è stata.
L’Italia non è migliorata. L’Italia non ha fatto un salto avanti. Il PIL non si schioda dallo zero virgola, mentre la Spagna con trenta miliardi in meno di noi è cresciuta del 2,8%. Cinque volte tanto, con lo stesso identico piano europeo. Ma la signora Meloni si vanta perché il suo è il secondo governo più lungo della storia repubblicana. Brava. Complimenti.
E mentre i 194 miliardi le scivolavano fra le dita, sapete a cosa pensava lei? Ai centri per migranti in Albania. Seicentosettanta milioni stanziati, parola del ministro Piantedosi, per due strutture vuote, dichiarate illegittime tre volte dai tribunali, oggi al 46% di capacità. Centocinquemila euro al giorno per la polizia che ci lavora dentro, contro i cinquemila di un CPR italiano. E nel 2024 abbiamo registrato il numero più basso di rimpatri della nostra storia repubblicana. Una fortuna spesa per non rimpatriare nessuno. Ma per quel teatro lì decreti, ratifiche accelerate, viaggi a Tirana, conferenze stampa. Per i 194 miliardi del PNRR no, quelli sono noiosi, non danno voti.
Che sfiga che abbiamo avuto con la Meloni al governo proprio quando c’erano 194,4 miliardi da spendere.
Complimenti ragazze per questo terzo scudetto in quattro anni! Roma è orgogliosa di voi e vi aspetta in Campidoglio per celebrare questo nuovo grandissimo traguardo!
Il record che Meloni non rivendica
Centosedici voti di fiducia. Mai successo prima nella storia repubblicana. Eppure il record che Meloni si gode è un altro, il secondo governo più longevo dal dopoguerra. Il primato della longevità lo sventola dovunque. Quello dei 116 voti di fiducia lo nasconde sotto il tappeto.
Strano, perché i due numeri raccontano la stessa cosa. Il governo dura proprio perché ha smesso di parlare con il Parlamento. 116 volte ha detto alle Camere prendere o lasciare. Niente emendamenti. Niente discussione vera. Tre anni e mezzo dentro la stessa formula. Funziona, certo. Ma chiamarla ancora democrazia parlamentare diventa una bugia per cortesia.
Quando lei stava all’opposizione la stessa identica pratica la definiva “deriva preoccupante”. Adesso che la pratica porta il suo timbro, è normalità. Il regolamento delle Camere è uguale a prima. La Costituzione pure. È cambiato solo chi siede al governo.
E qui arriva il pezzo che spiega perché tutto questo passa quasi liscio. La stampa. Reporters sans frontières il 30 aprile ha pubblicato il World Press Freedom Index 2026 e l’Italia è scivolata al 56° posto. Per dare una misura: nel 2024, primo anno intero di governo Meloni, eravamo al 46°. Dieci posizioni perse in due anni di sue manovre legislative. Stabilmente fuori dagli standard dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, lo dice testualmente la Federazione nazionale della stampa. Insieme all’Ungheria di Orbán. Davanti a noi (davanti, non dietro) Ghana, Costa d’Avorio, Gambia.
Il rapporto le ragioni le elenca senza giri di parole. La legge bavaglio approvata dalla maggioranza. Le interferenze dirette sulla Rai, descritta come “strumento di comunicazione politica al servizio del governo”. Il Media Freedom Act europeo che il governo non ha recepito. Le querele Slapp usate come arma di intimidazione contro le inchieste scomode. La riforma sulla diffamazione bloccata in commissione Giustizia con un testo, quello del senatore Balboni, che la Fnsi giudica peggiorativo. La precarietà dei giornalisti che mina indipendenza e capacità di scavo.
Ecco. È così che Meloni può raccontare quello che vuole. Una stampa zoppa, controllata nei nodi, intimorita dalle querele, alza meno la mano. Lei lo sa. Lo sa così bene che il 22 ottobre scorso, in Senato, ha avuto il coraggio di rivendicare un miglioramento della libertà di stampa: ha confrontato il 58° posto del 2022 (anno Draghi, peraltro) con il 49° posto del 2025, intascandosi un avanzamento che non era suo. Pagella Politica le ha fatto i conti il giorno dopo. Sotto il suo governo il punteggio italiano è sempre sceso, non salito. Le posizioni guadagnate erano merito di chi c’era prima. Quelle perse sono firmate da lei. Ma con una stampa indebolita anche una contabilità così sfacciata passa, viene ripetuta, arriva ai TG senza un controvento decente.
Veniamo a quello che pesa sulle vite, però. Numeri economici. Il PIL 2025 è cresciuto dello 0,5%, certificato Istat. Negli anni pieni del governo Meloni la crescita è stata costantemente sotto l’uno per cento. La Spagna nel 2025 è cresciuta del 2,9%. La Polonia del 3,2%. Noi siamo fermi, con una macchina che ha il motore sotto sforzo da un pezzo. Il debito pubblico ha sfondato il 137% del PIL, secondo solo alla Grecia nell’Eurozona. La pressione fiscale ha toccato il 43,1%, due punti pieni in più in due anni. Il deficit è rimasto al 3,1%, sopra la soglia europea, e l’uscita dalla procedura d’infrazione che il governo aveva sbandierato per mesi è saltata.
Ma il dato che dovrebbe far calare il silenzio in qualunque conferenza stampa di autocelebrazione è un altro. L’Ocse, a marzo 2026, ha collocato l’Italia al penultimo posto della sua area per recupero dei salari reali. Penultima. Davanti a noi solo la Repubblica Ceca. I salari italiani in termini reali sono ancora sotto il livello del 2021. Lo stipendio medio del nostro Paese, sempre Ocse, è 21° su 34, con un gap di 8.523 dollari rispetto alla media (dati in parità di potere d’acquisto, omogenei). Per questo i giovani fanno le valigie. Mica perché amano Berlino.
Il 4 settembre Meloni festeggerà il sorpasso sul Berlusconi IV. Ci sarà il video, magari verticale per i social, voce ferma e sguardo dritto in camera. Non dirà dei 116. Non dirà del 56° posto RSF. Non dirà del penultimo posto Ocse sui salari. Sarà compito nostro, di chi scrive ancora liberamente, ricordare cosa c’è dietro al primato di durata. Una democrazia che si fa più sottile ogni mese che passa, mentre l’economia reale lascia indietro chi lavora.
Verrà il giorno. Questo governo cadrà come cadono tutti, e quel giorno dovremo scegliere. Perdonare ancora, o fare le cose per bene.
Nel quarantacinque perdonammo. Togliatti firmò l’amnistia, credemmo di essere migliori di loro. Fu il primo errore. I nipoti di quelli che salutavano romano siedono oggi in parlamento. Hanno imparato il trucco: sorridere in tv, tenere il coltello sotto il tavolo.
Hanno provato tre volte a cambiarci la Costituzione. La prima li ha fermati la Consulta. La seconda li abbiamo fermati noi, al referendum, uno a uno davanti all’urna. La terza non hanno avuto il coraggio di portarla in aula. Volevano riportarci indietro, prima che qualcuno imbracciasse un fucile in montagna. Ci riproveranno.
Quando cadranno, non basterà mandarli a casa. Si smonta la macchina.
Si comincia dai palazzi. Il cognato a dirigere l’agenzia senza saper leggere un bilancio. La cugina nel cda che in ufficio non c’è mai entrata. L’amico del sottosegretario in Rai, a decidere cosa puoi guardare la sera. Fuori. Uno per uno, cartone in mano, la faccia di chi non se lo aspettava. Chi ha rubato restituisce e risponde davanti a un giudice. Un euro rubato è pane tolto a un bambino, medicine tolte a un vecchio.
I palazzi hanno una stampella, ed è fatta di carta stampata. Non tutti i giornali, non sempre. Alcuni sappiamo quali sono. Prendono finanziamenti pubblici e pubblicità di Stato, e ogni mattina a pagina tre chiamano patrioti i razzisti, buonisti quelli che hanno ancora un cuore. Si chiudono i rubinetti. Se hanno lettori, camperanno sul mercato. Vediamo.
Poi le leggi. Chi alza il braccio in piazza entra in un’aula di tribunale. Chi scrive negro su un muro entra in un’aula di tribunale. Chi mena un ragazzo perché ne bacia un altro entra in un’aula di tribunale. Chi rimpiange il duce nel duemilaventisei non ha diritto a un microfono. Chi evade, dalla multinazionale con la sede a Dublino all’idraulico sotto casa che ti fa lo sconto senza ricevuta, deve scoprire che non conviene più. Sveglio alle tre di notte con la paura addosso.
Berlinguer la chiamava questione morale. Oggi nessuno la nomina più. Certe cose non si fanno. Non perché lo vieta un codice. Perché lo vieta qualcosa dentro.
L’Italia è malata da cent’anni. Ha dentro una cosa nera che nessuno ha voluto togliere fino in fondo. Ogni generazione la trova lì, cambia nome, si mette la giacca nuova, parla di famiglia, di patria, di tradizione, e torna a mordere i deboli. Le cancrene si tagliano. Si taglia finché il sangue non esce pulito. Fa male, si urla.
Il giorno verrà. Ottant’anni fa abbiamo avuto pietà, e la pietà ci ha riportati qui.
Questa volta no.
Il prossimo governo dovrà avere una priorità su tutte. Una commissione d’inchiesta sull’uso dei fondi del PNRR.
Gli italiani hanno diritto di sapere se quello che abbiamo davanti agli occhi è il frutto dell’incapacità, dell’inettitudine di chi ci ha governato in questi quattro anni. Se è stata una scelta politica quella di non destinare i fondi alla sanità, alla scuola, alla lotta all’evasione. Oppure se quei soldi sono finiti verso amichetti, amministratori compiacenti, addirittura conti correnti personali.
Perché di questo stiamo parlando: del più grande spreco della storia repubblicana.
Gli italiani hanno diritto di sapere perché, con una cifra di quella portata, restiamo tra le ultime economie d’Europa per crescita e produttività. Perché la sanità crolla. Perché la scuola arranca. Perché siamo allo sbando.
Vogliamo sapere se questo governo è soltanto inetto, o se è colpevole.
E la commissione servirà a dirci chi.
A parasite that has been eating people for 3,500 years is about to be wiped off the planet. It infected 3.5 million people in 1986. Last year, it infected 10. And I have not seen it make a single front page.
It is called Guinea worm. You drink contaminated water from a pond in a poor village. A year later, a worm up to three feet long starts coming out of your leg through a burning blister. There is no pill that stops it and no surgery that works. You wrap the worm around a stick and pull it out slowly, over days or weeks, inch by inch. If you rush, the worm breaks inside you and causes a fresh infection.
Guinea worm is ancient. Preserved worms have been pulled out of Egyptian mummies from around 1000 BCE. The Ebers Papyrus, an Egyptian medical scroll from 1550 BCE, describes pulling the worm out with a stick. For three and a half thousand years, that was the best humans could do.
Then in 1986, public health workers decided to kill the parasite off. They had no vaccine and no drug. What they had was cheap cloth water filters and a small army of volunteers willing to walk from village to village for decades.
The plan was simple. Give everyone who drinks from a pond a cloth filter to strain out the tiny water fleas that spread the parasite. Then send volunteers walking house to house, year after year, teaching people how to use the filters and keeping anyone with an emerging worm out of the water.
It worked. From 3.5 million cases a year to 10. Four were in Chad, four in Ethiopia, two in South Sudan. The other four countries where the worm used to be common, Angola, Cameroon, the Central African Republic, and Mali, had zero human cases for the second year in a row. The World Health Organization has already certified 200 countries as Guinea worm free. Six are left.
The last hurdle is dogs. Cameroon had 445 infected animals last year and Chad had 147, so a lot of the remaining work is on animals, not humans. Strays get leashed, and crews treat ponds to kill any remaining worms. The campaign keeps watching until the number hits zero.
When Guinea worm hits zero, it becomes the second human disease ever erased from the planet. The first was smallpox. It will also be the first parasite humans have ever wiped out, and the first disease ever ended without a single dose of medicine. Volunteers walked village to village with cloth filters for 40 years. Now a plague from the age of the pharaohs is about to be gone.
As tensions between Europe and the United States grow sharper, the old rhetoric according to which America generously saved Western Europe out of pure benevolence is being wheeled out again by Americans. It needs to be understood clearly: THIS IS A COMPLETE FABRICATION.
Entry was forced, not chosen
•Neutrality maintained from September 1939 through December 1941, despite the fall of Poland, the fall of France, the Battle of Britain and the onset of the Shoah.
•The US entered only after Pearl Harbor (7 December 1941) and Hitler’s declaration of war on the US (11 December 1941). No American initiative.
•House vote to extend the draft on 12 August 1941: 203 to 202. One vote.
•Gallup polling 1939 to 1941: a consistent majority opposed entering the war. The America First Committee reached around 800,000 members.
Britain paid cash before getting aid
•“Cash and Carry” (November 1939) required belligerents to pay in gold or dollars and to ship in their own bottoms.
•“Destroyers for Bases” deal (2 September 1940): 50 obsolete WWI destroyers in exchange for 99-year leases on eight British bases (Newfoundland, Bermuda, Caribbean).
•Britain was forced to liquidate US-held assets (American Viscose sold to a Morgan Stanley syndicate in March 1941) before Lend-Lease was enacted.
•Lend-Lease Article VII (Master Agreement, 23 February 1942): British commitment to dismantle Imperial Preference as a condition of aid.
War aims: dismantling the British Empire and seizing its succession
•Atlantic Charter (14 August 1941): Roosevelt inserted self-determination and equal access to raw materials, directly targeting the Ottawa Preference system of 1932.
•Bretton Woods (July 1944): the dollar became the reserve currency, Keynes’s “bancor” plan was rejected, sterling was subordinated.
•Council on Foreign Relations War and Peace Studies (1939 to 1945, Rockefeller-funded): explicit planning for US succession to British hegemony.
Roosevelt betrayed France repeatedly
•Treaty of Guarantee signed by Wilson, Clemenceau and Lloyd George on 28 June 1919. France surrendered the Rhine frontier in exchange. The US Senate refused to ratify (Versailles rejected on 19 November 1919 and again on 19 March 1920). The British guarantee, tied to US ratification, lapsed automatically. France had traded the Rhine for nothing.
•June 1940: Reynaud’s telegrams of 14, 15, 18 June begged Roosevelt for intervention or at least a public commitment. Roosevelt’s 13 June reply offered material aid and explicitly refused military commitment. He forbade publication.
•The US maintained full diplomatic recognition of Vichy until November 1942 (Admiral Leahy as ambassador to Pétain).
•Operation Torch (November 1942): a deal with Darlan, the Vichy collaborationist, then with Giraud, deliberately excluding de Gaulle.
•Casablanca / Anfa conference (January 1943): Roosevelt tried to impose Giraud, a docile military figure, over de Gaulle.
•Roosevelt’s “Wallonia” project: in 1942 and 1943 the President proposed to Anthony Eden and to Lord Chandos the creation of a new buffer state, “Wallonia”, carved out by detaching Alsace-Lorraine and parts of northern France from French territory and merging them with French-speaking Belgium and Luxembourg. France, the country that had been invaded, was to be amputated by its own ally. The plan was dropped only because of British opposition and de Gaulle’s establishment of facts on the ground.
•AMGOT plan: a US military government envisaged for liberated France, with its own occupation currency printed in advance. A pure denial of French sovereignty.
•Recognition of the GPRF withheld until 23 October 1944, more than four months after D-Day, while the GPRF was already administering liberated France.
•France excluded from Yalta (February 1945). The French occupation zone in Germany was carved out of British and American zones at Churchill’s insistence, against Roosevelt’s preference.
Strategic priorities served US interests, not liberation
•“Germany First” (ABC-1 plan, March 1941) was set before Pearl Harbor to protect the Atlantic and the hemispheric position, not to rescue Europeans.
•The second front was delayed from 1942 to 1944 despite Soviet demands, in favor of Mediterranean operations covering imperial sea lanes.
•Quincy Pact (14 February 1945, USS Quincy): the Roosevelt and Ibn Saud agreement secured Saudi oil before the war was even over.
Continued business with the Reich
•Ford-Werke, Opel (a GM subsidiary), IBM via Dehomag, ITT via Focke-Wulf: American-owned industrial assets operated inside Nazi Germany throughout the war.
•Standard Oil of New Jersey and IG Farben agreements on synthetic rubber and aviation additives are documented into 1941 and 1942.
•Union Banking Corporation (Prescott Bush) was seized under the Trading with the Enemy Act only in October 1942.
Indifference to the persecuted
•Évian Conference (July 1938): the US refused to raise immigration quotas for Jewish refugees.
•SS St. Louis (June 1939): 900 Jewish refugees were turned away from US shores.
•The rail lines to Auschwitz were not bombed in 1944 despite War Refugee Board requests and the available range of bombers based in Italy.
American soldiers were not ideological crusaders
•Around 16 million Americans were mobilised, of whom about 10 million were conscripted under the Selective Training and Service Act (September 1940), the first peacetime draft in US history.
•Samuel Stouffer, The American Soldier (1949, around 500,000 surveys): the primary combat motivation was small-unit loyalty and wanting to go home. Abstract ideological motives (“Four Freedoms”, the defeat of fascism) ranked low.
•The extermination of the Jews was not publicly known at the scale we now understand until the camp liberations of spring 1945. “The war to save the Jews” is a post-1960 retrospective construction.
•GI Bill (June 1944): around 8 million beneficiaries. This was the real domestic payoff, a middle-class expansion program, not a liberation crusade.
Postwar result: American primacy, not European freedom
•US GDP rose from around 27 percent of world output in 1941 to around 50 percent in 1945. The only major economy enriched by the war.
•Marshall Plan (1948) conditioned on market opening, the exclusion of Communist parties from government, and purchases of US goods.
•NATO (1949) under permanent American command (SACEUR). US bases installed in Europe to the present day.
•The empires of the allies (British, French, Dutch) were dismantled within twenty years. The US emerged as the sole Western hegemon.
Conclusion
None of this is a moral indictment. It is, in truth, perfectly normal. In the long history of nations, it is exceedingly rare for a country to send its children to die out of altruism. States send their sons to fight to defend their interests. That is the rule, not the exception. The Americans behaved as any serious power behaves.
The fault lies partly with us, for having believed otherwise. But it lies also with the Americans of today, who sincerely believe their own propaganda, who have ended up taking the Hollywood version of their own history at face value, and who now lecture us from the height of a fable. We would like, finally, to talk to them as adults talk to adults, between people who understand the real nature of things.
We were fortunate that, for a moment in history, American interests partly coincided with our own. That coincidence was real, but only partial. It meant the defeat of Germany and the holding at bay of Soviet Russia, both of which served us. It also meant the deliberate weakening of Britain and France, the dismantling of their empires, and the subordination of their currencies and industries, none of which served us. The same hand that pushed back the Wehrmacht also pulled down the pillars of European power. We benefited from the first half of that movement and were diminished by the second.
We can still be grateful to the young American soldiers buried in Normandy, Lorraine and the Ardennes. Most had not chosen to be there. They were fighting first for their own, not for ours. Their deaths remain tragic, and we did partially benefit from their sacrifice. Gratitude toward them is owed and should be plainly expressed. It is a separate question from the strategic intentions of the government that sent them.
The choice facing Western Europe in 1945 was real: vassalage to the Germans, vassalage to the Soviets, or vassalage to the Americans. Of the three, American tutelage was by far the least brutal, the least extractive, and the most compatible with the survival of parliamentary institutions and a measure of prosperity. That is not in dispute. But the lesser of three evils is not generosity. Vassalage is not liberation. The two should never be confused.
The lesson is ours to draw. No one but Europeans will ever defend the interests of European children. It is time to reclaim our independence, so that our children inherit a future of their own, and not one held hostage to the shifting interests of Washington.
La lezione ungherese. Imparatela a memoria.
Ieri in Ungheria è successa una cosa che in Italia consideriamo fantascienza. L’opposizione ha vinto. Ha vinto perché ha fatto l’unica cosa che funziona contro un blocco di potere che ha svuotato le istituzioni dall’interno, media, magistratura, legge elettorale, apparati dello Stato. Si è unita.
I socialisti ungheresi governavano quel paese fino al 2010. Avevano una storia, una base, un orgoglio che bruciava ancora. A febbraio si sono ritirati dalla competizione elettorale. Dopo di loro i Verdi, il Dialogo, LMP, il Movimento Soluzione. Tutti fuori. Hanno detto una cosa che faceva male anche solo pronunciarla: l’unico modo per battere Orbán è convergere sul candidato più forte. Anche se non è dei nostri. Anche se è un conservatore uscito dalle viscere di Fidesz.
Non è stata un’operazione indolore. Non facciamone un’icona romantica. Quei partiti hanno rinunciato alla propria esistenza parlamentare. Alcuni non torneranno, e lo sapevano mentre firmavano il ritiro. Una scelta che sapeva di funerale, non un gesto poetico. Ha funzionato anche perché c’erano condizioni particolari: un candidato credibile, sedici anni di logoramento, uno scandalo su un pedofilo graziato che aveva fatto saltare il coperchio della dignità nazionale. Non è un modello esportabile con il copia e incolla. Ma il principio è universale: la frammentazione dell’opposizione è il miglior alleato di chi governa.
Risultato: affluenza record, Magyar oltre il 53%, supermaggioranza. Orbán fuori dopo sedici anni.
Ecco la lezione. È tutta qui. Se vuoi battere un blocco di potere che ha in mano le leve del paese, i partitini devono sparire. Non ridursi, non allearsi, non negoziare il seggio sicuro in cambio dell’appoggio. Sparire. Rinunciare alla candidatura, al simbolo, alla conferenza stampa, alla pretesa di contare col proprio 2%. I socialisti ungheresi avevano più storia e più consenso di qualsiasi partitino italiano del centrosinistra. Si sono cancellati dalla scheda elettorale. Per il bene del paese, non del partito.
Adesso guardiamo l’Italia. Guardiamola bene.
Sì, i sistemi elettorali sono diversi. Il meccanismo non è lo stesso. Il principio sì. Chi disperde perde. In Ungheria disperdere significava regalare i collegi a Fidesz. In Italia significa regalare a Meloni il vantaggio di un’opposizione che si presenta in ordine sparso, che litiga sulle alleanze prima ancora di litigare sui programmi, che offre agli elettori una frammentazione talmente scoraggiante da spingerli sul divano. Perché alla fine è questo che succede: l’elettore guarda quella accozzaglia di sigle, non capisce più chi sta con chi, e resta a casa.
Il centrosinistra italiano è un condominio dove ogni inquilino pretende di avere il proprio ascensore. Renzi col suo 2%. Calenda col suo 3%. Fratoianni con la sua quota. Bonelli con la sua. Ognuno col proprio simbolo, la propria pretesa di essere decisivo. Ognuno convinto che senza di lui la coalizione non si regge, quando la verità è che con tutti loro la coalizione non parte.
Liguria, 2024. Il centrosinistra perde per ottomila voti. Italia Viva si era sfilata dalla coalizione dopo i veti di Conte. Voti finiti nel nulla, dispersi, bruciati. Una regione governata da un presidente indagato e dimesso resta alla destra perché la coalizione non è riuscita a stare insieme. Questo succede quando il pianerottolo conta più del palazzo. Questo succede tutti i giorni in Italia.
Qualcuno dirà: ma non siamo l’Ungheria, non siamo sotto un regime, l’urgenza non è la stessa. Guardiamo cosa sta succedendo adesso, mentre discutiamo. Il governo Meloni ha provato a riscrivere la Costituzione con la separazione delle carriere. Gli italiani gliel’hanno bocciata a marzo. Bruciante. La risposta? Otto giorni dopo, depositata in Parlamento la nuova legge elettorale. Un premio di maggioranza che trasformerebbe una vittoria risicata in un dominio parlamentare. Lo stesso sentiero di Orbán: riscrivere le regole per rendere la propria vittoria strutturale, ripetibile, quasi automatica. Non siamo l’Ungheria. Non ancora. Il punto è che certe traiettorie si riconoscono prima, non dopo. Dopo è tardi, e lo sappiamo.
La strada è una sola.
PD e Cinque Stelle come due grandi contenitori. Due, non dodici. Chi si riconosce nel centrosinistra confluisce lì dentro. Porta idee, competenze, voti. Non simboli, non sigle, non la pretesa di un gruppo parlamentare autonomo per gestire quattro poltrone.
Renzi dovrebbe fare un passo indietro. Calenda dovrebbe fare un passo indietro. Fratoianni, Bonelli, tutti gli altri. Non per generosità. Per convenienza. Confluire in un contenitore più grande significa trasformare quel 2% inutile in voti che contano davvero. Non è un concetto difficile. È un concetto insopportabile per chi della politica ha fatto un mestiere e del seggio uno stipendio. Per chi il 3% non è una miseria elettorale ma un’azienda da gestire, con i suoi consulenti, i suoi portavoce, i suoi rimborsi. Per chi preferisce essere il leader di niente piuttosto che il soldato di qualcosa che vince.
La differenza tra il centrosinistra italiano e l’opposizione ungherese è tutta qui: loro hanno messo il risultato davanti all’ego. Noi no. In Ungheria ha funzionato. Non è teoria, non è utopia. È successo ieri. Con i voti veri, nelle urne vere, in un paese vero.
L’opposizione italiana può continuare a perdere da protagonista o può decidere di vincere da comprimaria. Tertium non datur.
Budapest lo ha dimostrato con l’unico argomento che nella politica non si può contestare: il risultato.
Un governo in palese difficoltà di consenso tira fuori i suoi classici. Soros, i rave party, i migranti cattivi, i comunisti. I banchi a rotelle.
È tutto un fiorire di post su questi temi. Il copione lo conosciamo. Quando i sondaggi crollano, spaventi. Quando i numeri non tornano più, cambi discorso.
Cari bambini italiani,
un sacco di persone, anche importanti, moltissimi giornali, politici, televisioni, e giornalisti, si stanno preoccupando per voi in questi giorni.
Sono tutti terrorizzati dal fatto che ancora una volta non potrete vedere l'Italia ai mondiali di calcio.
Lo so, sembra assurdo anche a voi, ma l'opinione pubblica, la politica, e i vertici delle istituzioni, non sono preoccupati per la scuola, l'università, lo studio, ma per le vostre estati senza gli azzurri del pallone.
Cari bambini italiani, ci teniamo a rassicurarvi.
Il calcio, che è uno sport bellissimo e il più seguito qui da noi, non è l'unica disciplina sportiva esistente.
Non vi sono evidenze scientifiche che attestino che crescerete deviati, o con problemi psicologici, se vi emozionerete nel guardare anche gli atleti italiani che vincono nel tennis, nello sci, nell'atletica, nella pallavolo, nel nuoto, nell'automobilismo, nel motociclismo, nel pattinaggio di velocità, nello short track, nel curling, nella ginnastica, nella scherma, nel ciclismo (soprattuto su pista!), nel canottaggio, nel biathlon, e in tantissimi altri.
Anche nel basket eh, perchè se è vero che in quello maschile non vinciamo nulla da quando la vostra mamma e il vostro papà si dovevano ancora conoscere (ma vi giuriamo, è comunque bellissimo e vale la pena seguirlo), in quello femminile abbiamo una nazionale favolosa!
E questi sport non sono tutti dilettantistici come ha detto ieri quel signore a capo della Federazione del pallone: alcuni di questi, per legge, sono professionistici proprio come il giuoco del pallone, ed altri, se praticati a livello internazionale, sono inquadrati come super professionistici. Per intenderci, Sinner mica paga la quota per giocare come voi eh! E Kimi Antonelli non prende mica il rimborso spese per guidare ai 350 orari.
Ah, e riguardo sempre a quello che ha detto il numero 1 della Federazione Calcio, Arianna Fontana non è mica una sciatrice. Anche se quando gareggia fa freddo ed è tutto bianco (ed è questo che avrà fatto confondere il presidente), sappiate che in quelle condizioni si possono praticare anche altri sport come ad esempio lo short track. E sappiate che Arianna Fontana è l'atleta italiana più medaglietta nella storia dello sport!
Vi state chiedendo come sia possibile che un dirigente così importante si permetta di screditare gli altri sport senza nemmeno sapere quale che sport pratichi l'atleta che ci ha fatto vincere più medaglie di chiunque altro? Eh, bella domanda.
In conclusione, cari bambini, non dovete temere nulla per due motivi principali:
1) potete alleviare le delusioni calcistiche con tante altre belle cose che accadono in altri sport
2) tra qualche giorno, quando non servirete più ad alimentare il vero sport nel quale primeggiamo nel mondo, ovvero la retorica, nessuno si preoccuperà più per voi
Gravina che si affida a Buffon che sceglie Gattuso c.t.: manco all'Asilo Mariuccia. Era un Titanic annunciato e che saremmo colati a picco era palese: e adesso, naturalmente, confermiamoli tutti
Spiace per Gattuso che da tecnico limitato qual è (e quale tutti sapevano essere) ha fatto il suo, cioè poco: ma che la juventinizzazione della nazionale voluta da Gravina con la promozione di Buffon, esperienza dirigenziale zero, ad art director avrebbe provocato la catastrofe che puntualmente è avvenuta era sotto gli occhi di tutti. Un baraccone sempre più ridicolo di cui però scrivevo solo io
L’Italia fuori per la terza volta dal Mondiale? E dov’è la sorpresa? Per quanto mi riguarda, dello sfacelo cui stavamo andando incontro dal giorno in cui l’indegno presidente federale Gravina decise di mettere la nazionale nelle mani dell’art director Gigi Buffon (avete letto bene: Gigi Buffon, non esattamente un Einstein e una nullità assoluta come dirigente), il quale dopo aver precettato in fretta e furia un’altra eminenza grigia come Leonardo Bonucci (avete letto bene: Leonardo Bonucci, quello che per le sue mattane da giocatore finì sul trespolo in tribuna) si mise in testa l’idea meravigliosa di affidare la panchina azzurra a Rino Gattuso (avete letto bene: Rino Gattuso, ultimo domicilio conosciuto come allenatore: Hajduk Spalato), dello sfacelo cui stavamo andando incontro, anzi nel quale eravamo già precipitati senza che nessuno dicesse bah visto che tutti erano corsi a leccare il deretano all’art director e ai suoi compagni di merende, avevo scritto subito. Era il 10 settembre 2025, qualcosa come sette mesi fa. E oggi che la catastrofe è avvenuta, permettetemi di dirlo: nient’altro da aggiungere vostro onore.
Rischiamo ancora di guardarci il Mondiale in tv, ma volete mettere la soddisfazione di vedere l’Italia (pardon, l’Jtalia) con Buffon e Bonucci in tolda di comando a dare le dritte al c.t. Gattuso?
L’ultima baracconata di Gravina, la scelta di Buffon come maître à penser di Maison Italia e l’intensiva juventinizzazione dello staff, è solo l’ultimo scempio di un processo di distruzione da incubo
PAOLO ZILIANI
SET 10, 2025
Che Gigi Buffon abbia avuto doti di atleta, nella fattispecie di portiere, a dir poco uniche nessuno lo può discutere. Ma che nei suoi 47 anni di vita si sia distinto per una particolare intelligenza, adeguatezza e perspicacia dei comportamenti - parlo dell’uomo, non del calciatore -, solo un pazzo potrebbe sostenerlo. La condanna ricevuta per essersi iscritto all’Università dopo aver comprato un diploma di maturità falso basta e avanza per dirne l’assennatezza: ma la sua intera carriera, se giudicata sul versante umano e non professionale, è stata e continua ad essere un’autentica, sofferta, interminabile Via Crucis. Sono molti gli articoli che negli ultimi vent’anni mi sono trovato a scrivere sul suo conto: qui ve ne mostro uno datato 7 agosto 2023, scritto proprio nei giorni in cui il presidente FIGC Gravina si mise in testa l’idea meravigliosa di assumerlo come capo delegazione della nazionale, ruolo che Buffon svolse il tempo necessario per essere promosso da Gravina a suo consigliere particolare, in pratica il maître à penser di Casa Italia (è stato lui, per dirne una, a spingere perchè il nuovo c.t. azzurro in sostituzione di Spalletti fosse Gattuso, suo compagno di camera in nazionale ai tempi del Mondiale 2006, persona rispettabilissima ma allenatore, come dire, un po’ naif).
Portiere bravissimo, Buffon, per alcuni il più forte dell’intera storia del calcio italiano; e però converrete anche voi che un conto è usare le mani per parare, un conto è usare la testa per pensare e la bocca per parlare. Intellettualmente parlando di lui avevano una stima molto vicina allo zero persino Moggi e Giraudo, i due massimi dirigenti juventini che pure lo vollero fortemente alla Juventus acquistandolo 23enne dal Parma nell’estate del 2001 a cifre record. “Buffon? Un matto”, è il titolo di un altro articolo che scrissi per il Fatto Quotidiano l’8 luglio 2019 in cui davo conto del contenuto di intercettazioni rese pubbliche ai tempi di Calciopoli in cui i due dirigenti, a dir poco inviperiti col giocatore, parlavano delle uscite a capocchia e delle continue intemperanze verbali del loro portiere. Moggi: “Gli ho detto: guarda, ti hanno insegnato a farti i cazzi tuoi e a fare il mestiere tuo. Cerca di farlo”; Giraudo: “Questo deve cominciare a parare, che piglia dei gol del cazzo”; Moggi: “Questo ha parlato male anche dei palloni”.
Fare l’elenco delle uscite a vuoto (intendo le uscite fuori dal campo) di Gigi Buffon porterebbe via mesi. E tuttavia è proprio a lui, nientemeno che a lui che Gabriele Gravina detto Rovina ha consegnato le chiavi del sempre più malandato e pericolante tempio di Casa Italia. Se qualcuno, cinque o dieci anni fa, avesse pubblicamente detto che il futuro Allodi della nazionale italiana avrebbe dovuto essere Gigi Buffon, sarebbero partite contestualmente la chiamata al 112 e la pratica per avviare il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Invece la cosa è successa davvero. Ed è vero che le sventure dell’Italia del calcio, oggi ridotta al rango di Malta o Cipro, non sono cominciate con lui; diciamo però che Buffon è stato la ciliegina sulla torta, e non la sola tra quelle sistemate dallo chef Gravina in questi ultimi due anni del suo catastrofico e letale mandato. Dove ormai, come a Odeon, tutto quanto fa spettacolo. Basti pensare all’apparizione di Bonucci badante di Gattuso: l’ex difensore juventino pappa e ciccia con Buffon che due sere fa, nel corso di Israele-Italia, non ha fatto altro che alzarsi dalla panchina a favore di telecamere col solo intento di mostrare al mondo l’importanza del suo ruolo. Al punto che se un alieno sbarcato da Marte si fosse messo a vedere la partita avrebbe pensato che l’allenatore dell’Italia era lui, Bonucci, e Gattuso il suo ragazzo di bottega.
Ma ormai sono saltati tutti i paletti: e a Casa Italia può succedere di tutto.
Il 15 giugno scorso, nei giorni che seguirono il dramma (sportivo) della ferale Norvegia-Italia 3-0 con annesso licenziamento del c.t. Spalletti, per il mio account “Palla Avvelenata” su Substack scrissi un articolo intitolato: “L’ULTIMO SCANDALO. La juventinizzazione dell’Italia (pardon, Jtalia) di Gravina e Buffon: dentro Barzagli, Bonucci, Zambrotta, Perrotta, Prandelli, tutti ex bianconeri. E intanto la nave cola a picco”. Sono passati tre mesi, ma il pezzo sembra ancora fresco di stampa. Per chi avesse voglia di leggerlo, lo ripropongo qui in lettura libera a tutti. Buona lettura e mi raccomando:
“Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò”
L’ULTIMO SCANDALO. La juventinizzazione dell’Italia (pardon, Jtalia) di Gravina e Buffon: dentro Barzagli, Bonucci, Zambrotta, Perrotta, Prandelli, tutti ex bianconeri. E intanto la nave cola a picco
Mentre la catastrofe del 3° Mondiale mancato incombe, la “Maison Gravina” presenta la nuova collezione estate-inverno in tinta bianconera. Trattano la nazionale come un loro giocattolo: adesso basta!
PAOLO ZILIANI
GIU 15, 2025
Ricapitolando: non solo Gabriele Gravina, negli otto anni del suo terrificante mandato di presidente federale ha portato alla rovina sportiva la nazionale italiana avviata a fallire la qualificazione al terzo Mondiale consecutivo, il secondo sotto la sua gestione; ma a catastrofe in corso riesce nell’impresa di avvelenare ancora di più gli animi dei pochi sportivi che ancora hanno a cuore le disastrate sorti della squadra azzurra sfigurandone il volto e trasformandola da Italia a Jtalia: una J iniziale che agli sguardi più attenti era già apparsa in bella vista anche nell’acronimo FIGC, da leggere FJGC (Federazione Juventina Gioco Calcio), in occasione di alcuni indimenticabili momenti dell’era Gravina, vedi l’inciucio Stato-Calcio (pardon, FJGC-Juve) col vergognoso patteggiamento che ha sottratto il club bianconero a un processo per illecito che l’avrebbe spedita in Serie C, vedi l’archiviazione nel tragicomico caso dell’esame di italiano di Suarez all’Università per Stranieri di Perugia, vedi il rifiuto di aprire un’inchiesta dopo la contestazione di “bilanci non conformi” mossa dalla Consob all’indirizzo del club bianconero che anche col nuovo management sta continuando a reiterare, a detta dell’organismo di controllo, le malefatte del vecchio management guidato dallo squalificato e fuggito in Olanda Andrea Agnelli.
È notizia di questi giorni, e forse ne sarete al corrente, che la nazionale, finita in un nuovo cul de sac provocato dall’ennesimo rovescio, quello patito a Oslo (0-3 con la Norvegia) che ha spalancato sotto i piedi degli azzurri il baratro del terzo fallimento Mondiale portando al licenziamento del c.t. Spalletti, ritrovatasi nel caos più totale e non sapendo che pesci pigliare dopo il fallimento dell’operazione-Ranieri, naufragata sul nascere e che ha esposto la FIGC a una figura barbina di portata storica, verrà completamente rimodellata secondo un piano - anzi, un “Progetto” come a Gravina piace chiamarlo per darsi un tono - firmato dallo stilista e art director Gigi Buffon assunto nella “Maison Gravina” il 5 agosto 2023 come nuovo capo delegazione - giusto in tempo per convincere l’allora c.t. Mancini a levare le tende e fuggire in Arabia - e subito promosso a direttore dell’area sportiva avendo Gravina visto in lui l’Italo Allodi del nuovo millennio, un Genio della Lampada venuto da cielo in terra a miracol mostrare.
Ora, fermo restando che la sola cosa su cui occorrerebbe mettere la testa - magari facendola mettere da qualcuno che la testa ce l’abbia - è la qualificazione al Mondiale USA dell’anno prossimo che ci vede già condannati, nella migliore delle ipotesi, a sottoporci alla roulette russa dei playoff sotto la quale restammo fulminati nel 2018 contro la Svezia (Tavecchio-Ventura) e nel 2022 contro la Macedonia (Gravina-Mancini), la notizia è che in settimana alla “Maison Gravina”, alias FIGC, verrà presentata in pompa magna la nuova collezione estate-inverno dell’organigramma del “Club Italia”: il cui pezzo forte non è tanto il nuovo c.t. Rino Gattuso che sfilerà a sorpresa sul tappeto rosso federale in arrivo da Spalato, ultimo domicilio conosciuto, ma il codazzo delle damigelle chiamate dall’art director Gigí Buffon (pronuncia tassativamente alla francese) a reggergli lo strascico. Eh sì, perchè magari al Mondiale 2026 negli USA non ce la faremo ad andare (per farlo bisognerebbe vincere le partite), ma sicuramente se fallimento sarà, sarà fallimento in grande stile. Fatto sfarzosamente. Pomposamente.
Perchè dico questo? Dico questo perchè l’ardito “Progetto” Buffon-Gravina, che contempla la sostituzione del vecchio ripudiato c.t. con un allenatore che fino ad oggi è stato una sciagura ma ha il merito di essere amico dell’art director Buffon, propone una novità mai vista nella storia del calcio non solo italiano ma mondiale: poichè persino i nostri prodi sanno perfettamente che Rino Gattuso, sì insomma, come dire, ecco, con tutto il rispetto non è proprio le reincarnazione di Enzo Bearzot, che divenne campione del mondo, e nemmeno di Azeglio Vicini o Arrigo Sacchi, che ci andarono vicini, e nemmeno di Cesare Maldini e Roberto Donadoni, poichè Gattuso è Gattuso, dicevo, l’idea meravigliosa che i Cesare Ragazzi del pallone si sono messi in testa è quella di attorniarlo di assistenti/badanti che avranno il compito di non lasciarlo solo un minuto per evitare, ogni volta che il pericolo si prospetterà, che metta il piede in fallo.
Grande idea? Come no: ma la genialata non si esaurisce qui. Chi saranno infatti gli assistenti/badanti che vedremo affaccendarsi e prodigarsi accanto a Rino Gattuso fin dal 5 settembre giorno di Italia-Estonia? Saranno, tenetevi forte, tanti campioni del mondo 2006: oltre all’art director Buffon vedremo Barzagli, Zambrotta, Perrotta e in viaggio premio, anche se lui è stato solo campione d’Europa, su uno strapuntino è stato sistemato anche Bonucci, non chiedetemi perchè, perchè non saprei dirvelo. E qual è la motivazione che sottende al tutto? La motivazione è che, secondo l’art director, quando Gattuso si troverà circondato dai colleghi campioni del mondo 2006 in lui si riaccenderà l’antico fuoco e diventerà l’invincibile condottiero che era in campo anche in panchina; e allo stesso modo quando Di Lorenzo e Dimarco, Ricci e Rovella, Orsolini e Raspadori si ritroveranno davanti a Barzagli e Bonucci e a Zambrotta e Perrotta diranno: “Caspita, voi siete quelli diventati campioni del mondo nel 2006! Non dobbiamo fare altro che giocare come giocaste voi e vinceremo tutte le partite!”.
Come diceva quello: elementare Watson. E tuttavia se pensate che l’arguzia e l’acume della “Maison Gravina” si sia esaurita in questo pur colossale colpo di genio vi sbagliate. Domanda (nemmeno difficile): rileggendo i nomi, qual è il fil rouge che lega tutti i personaggi della commedia, alla quale va aggiunto - mi scuso per la dimenticanza - l’ex c.t. Prandelli che sarà il supervisore di tutte le rappresentative nazionali giovanili? Se non avete la risposta pronta vi tolgo subito dall’imbarazzo: tutti i nostri eroi, da Buffon a Barzagli, da Bonucci a Zambrotta, da Prandelli a Perrotta sono ex giocatori della Juventus. E voi direte: okay, ma cosa c’entra la Juventus con la nazionale? Non c’entra niente. O almeno non dovrebbe. E però è proprio questo il grande coup de théâtre, il vero gioco di prestigio della Maison: la juventinizzazione della nazionale, la trasformazione senza trucco e senza inganno dell’Italia in Jtalia. Cioè l’Ital-Juve, il sogno che Gabriele Gravina, quello che salvò lo “straordinario brand” di Madama dalla mannaia di giudici e processi, cullava da sempre, forse fin da bambino.
E la domanda allora a questo punto diventa un’altra: per quale motivo gli sportivi italiani, che a dispetto dello stato miserevole in cui la squadra azzurra è stata ridotta la amano ancora, devono assistere e accettare lo spettacolo di una nazionale che da un giorno all’altro viene trasfigurata, cannibalizzata e completamente juventinizzata? Perchè la Juventus, che con le sue malefatte ha trasformato il campionato italiano degli ultimi 30 anni in una cloaca maleodorante (e ho messo il punto al 1994, l’anno d’insediamento di Moggi e Giraudo: ma non è che guardando più indietro troveremmo chissà quali giardini fioriti), perchè la Juventus, dicevo, deve entrare con le sue spire e i suoi tentacoli, invadendolo e saturandolo, anche nel corpo della nazionale di cui diventa il tratto dominante e contraddistinguente? E perchè ancora una volta non c’è nessuno, nè al Coni, nè al Ministero dello Sport, nè nel mondo dei media che denunci questa prepotenza e questo sopruso, si ribelli e dica no, la nazionale è la nazionale e l’Italia è l’Italia, non deve diventare l’Jtalia? E soprattutto: se è vero che la sola cosa che conta è che la nazionale moribonda vada al Mondiale, chi ha stabilito che i luminari chiamati a compiere l’operazione abbiano la competenza, l’esperienza e i titoli necessari per riuscire a tenere in vita il paziente? Se Buffon e Barzagli, Bonucci e Zambrotta, Prandelli e Perrotta sono stati bravi calciatori, che c’azzecca questo col ruolo e le mansioni che saranno chiamati a svolgere? Chi l’ha detto che Pavarotti, poichè cantava bene, sarebbe stato anche un grande direttore d’orchestra?
Non so a voi, ma a me l’Italia trasformata in Jtalia provoca un senso di rigetto (stavo per scrivere ribrezzo, ma poi qualcuno si sarebbe offeso). E in me qualsiasi buon sentimento, a cominciare da quello patriottico, se n’è già andato a gambe levate alla velocità di Bolt. Se dopo l’interminabile catena di disastri provocati il presidente della FIGC, pardon della FJGC Gravina pensa di infiocchettare e rifilare agli italiani questo ennesimo abominio, sappia che fin da oggi avrà una miriade di tifosi dell’Jtalia in meno e una miriade di tifosi dell’Estonia, della Moldova, di Israele e della Norvegia in più. Gli manca solo di chiamare Moggi a fargli da vice, e poi Bergamo e Pairetto come addetti alle relazioni con gli arbitri, e il capolavoro cui da otto anni lavora sarebbe completo.
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Economia della vita quotidiana. La lezione di Mamdami. Un thread 0/N
🗽 New York ha appena lanciato l'NYC Future Fund: 80 milioni di dollari per dare credito accessibile ai piccoli negozi di quartiere.
Il sindaco Mamdani lo dice chiaro: "Small businesses are the backbone of NYC's economy and the heart of our neighborhoods."
Non è retorica. È una scelta politica precisa.
L’obiettivo degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran sembra essere diventato l’apertura dello Stretto di Hormuz.
Che era già aperto prima che gli Stati Uniti iniziassero la guerra.
Programma per un Paese adulto
Il centrosinistra perde perché promette il futuro a gente che non riesce a passare il presente. Qualsiasi programma che non parta da qui è letteratura.
Sgombriamo il campo da un equivoco. Qui non si parla di sinistra in senso stretto. Si parla di tutti quelli che non si riconoscono in chi governa oggi. Dal socialista al liberale progressista, dal cattolico sociale all’ambientalista, dal riformista pragmatico al radicale. Gente diversa, con storie diverse, che in condizioni normali non si siederebbe nemmeno allo stesso tavolo. Il punto è che le condizioni non sono normali. Questa gente oggi è dispersa in sigle, correnti, personalismi, guerre di posizione tra leader che litigano su chi debba stare davanti nella foto. E intanto la destra governa, indisturbata, compatta nella sua semplicità.
L’unica possibilità di battere questo governo è un campo largo. Largo davvero, non a parole. Con dentro anime che la pensano diversamente su molte cose. È proprio questa eterogeneità, che tutti vedono come una debolezza, a imporre l’unica strada percorribile: non scegliere un leader intorno a cui raccogliersi, perché qualsiasi leader dividerebbe più di quanto unisca, ma costruire un programma condiviso su pochi punti non negoziabili. Un patto di governo, non un matrimonio d’amore. L’accordo su cosa fare, prima ancora di decidere chi lo fa. Se il programma è abbastanza forte, abbastanza chiaro, abbastanza concreto da essere accettabile per un socialista e per un liberale, per un cattolico sociale e per un laico radicale, allora il leader viene dopo, quasi da solo. Se si parte dal leader, si finisce dove siamo finiti le ultime tre volte: a litigare mentre la destra governa.
La prima cosa su cui trovare l’accordo è togliere la paura. Non a parole, nei fatti. Salari che permettano di vivere e non di sopravvivere contando i giorni alla fine del mese. Una sanità pubblica che funzioni davvero, non quella roba che abbiamo adesso dove aspetti un anno per un’ecografia, poi ti arrendi e vai dal privato pagando quello che non hai, e intanto chi ha i soldi si cura e chi non li ha aspetta e spera. La sanità pubblica è il termometro della civiltà di un Paese: se la lasci morire stai dicendo ai cittadini che devono arrangiarsi da soli, e chi deve arrangiarsi da solo ha paura, e chi ha paura vota chi gli promette protezione in cambio di obbedienza. Un contratto di lavoro che non scada ogni tre mesi, che non ti costringa a vivere con l’angoscia permanente di cosa succede dopo, che ti permetta di progettare una vita e non solo di galleggiare. La sicurezza economica non è assistenzialismo. È la condizione senza la quale tutto il resto è aria fritta.
E qui arriva la domanda che nessuno vuole fare: dove si prendono i soldi? La risposta è semplice, talmente semplice che è oscena: nell’evasione fiscale. Ci sono decine di miliardi nascosti in questo Paese. Decine. Non è un’approssimazione, sono i numeri che ogni anno la Corte dei Conti mette nero su bianco e che ogni anno finiscono nel cassetto. Soldi sottratti alla collettività dalla grande multinazionale che sposta i profitti in Irlanda e dal piccolo idraulico che ti chiede “con fattura o senza?”. Sono la stessa cosa, cambia solo la scala. Quei soldi sono le scuole che cadono a pezzi, gli ospedali senza personale, le strade piene di buche, i treni che non passano. Quei soldi sono lo Stato sociale che non abbiamo. Recuperarli non è una questione ideologica, è una questione di sopravvivenza civile. Bastonare chi evade, senza sconti, senza condoni, senza la pacca sulla spalla del “tanto lo fanno tutti”. Dalla multinazionale al paesano, con la stessa ferocia. Perché ogni euro evaso è un euro rubato a chi paga le tasse, e chi paga le tasse e vede il vicino che non le paga perde fiducia, e chi perde fiducia smette di credere nelle istituzioni, e chi smette di credere nelle istituzioni vota per chi gli dice che lo Stato è il nemico. Il cerchio si chiude sempre lì.
Poi l’equità, che è la cosa più difficile e più necessaria. Le persone devono sentire sulla propria pelle che le regole valgono per tutti, senza eccezioni, senza scorciatoie, senza amici degli amici. Una giustizia con processi che non durino quindici anni, perché un processo che dura quindici anni non è giustizia, è una presa in giro. Pene che si scontano davvero, non per vendetta ma perché un sistema dove chi ruba la fa franca produce sfiducia, e la sfiducia produce paura, e la paura produce esattamente il tipo di politica che stiamo cercando di battere. Chi ruba deve pagare, che sia un immigrato che ti scippa la borsa o un imprenditore che nasconde tre milioni al fisco. Anzi, più sei in alto più dovresti pagare, perché hai tradito una responsabilità che gli altri non avevano.
La classe politica. L’articolo 68 della Costituzione i costituenti l’avevano scritto per proteggere la libertà di parola del parlamentare, non per costruirci intorno una fortezza dove un politico può rubare, corrompere, mentire e restare al suo posto. Quella fortezza va smantellata. Un parlamentare che ruba deve finire in tribunale come qualsiasi cittadino, con gli stessi tempi e le stesse conseguenze. Un parlamentare condannato deve andare a casa, senza appelli infiniti, senza prescrizioni provvidenziali, senza trasferimenti in commissioni dove nessuno lo vede. La moralizzazione della politica non è un tema accessorio. È il cuore di tutto. Perché finché la gente vede i politici rubare impunemente, non crederà a niente di quello che quei politici promettono. E avrà ragione.
Sull’immigrazione il centrosinistra deve avere il coraggio di dire le cose come stanno. Ci sono due immigrazioni e sono diverse come il giorno e la notte. C’è l’infermiera filippina che tiene in piedi mezzo ospedale, il muratore albanese che si alza alle cinque e tira su i muri delle nostre case, il ristoratore egiziano che paga le tasse e manda i figli nella scuola del quartiere. Questa gente è parte del nostro Paese, ci vive, ci lavora, ci contribuisce. Non è ospite, non è tollerata. È cittadina, e va trattata come tale, anche nella legge. Lo ius scholae non è un regalo, è il riconoscimento di una realtà che esiste già: un ragazzo che è cresciuto nelle nostre scuole, che parla il nostro dialetto, che tifa per la nostra squadra è italiano, punto. Poi c’è chi arriva e si mette ai margini, chi rifiuta ogni regola, chi vive di illegalità, chi sfrutta il sistema senza dare niente in cambio. Con questa immigrazione bisogna essere duri, senza giri di parole. Il centrosinistra ha perso credibilità per anni perché non ha saputo fare questa distinzione, lasciando alla destra il monopolio del discorso. La diversità religiosa, sessuale, culturale non sono pericoli. Sono la normalità di un mondo adulto. Il problema non è mai stato il diverso. Il problema è chi ha bisogno del diverso come nemico per sentirsi qualcuno.
L’equità deve valere anche oltre i confini. Una politica estera che si gira dall’altra parte quando un popolo viene invaso o bombardato non è prudenza, è complicità. Non puoi predicare i diritti umani in casa e poi stringere la mano a chi li calpesta fuori. L’Ucraina, la Palestina, il Kurdistan: sono il test di credibilità di tutto quello che dici di essere. Difendere il popolo palestinese non significa difendere Hamas, così come difendere l’Ucraina non significa sottoscrivere ogni scelta di Zelensky. Su questi temi si può discutere sui modi, ma non sui principi: i diritti umani non sono negoziabili. La prepotenza va rigettata da chiunque venga, senza il cinismo di chi pesa le alleanze sulla bilancia del gas e del petrolio.
L’ambiente non è un lusso da ambientalisti. È l’aria che respirano i nostri figli, l’acqua che beviamo, le stagioni che non riconosciamo più. La transizione ecologica non è il nemico dell’operaio, è la sua prossima opportunità di lavoro. La destra nega il problema o lo minimizza perché affrontarlo richiede quello che la paura impedisce: pensare oltre il proprio naso, oltre il prossimo sondaggio, oltre la prossima elezione. Molte di queste battaglie, dalla tassazione delle multinazionali alla regolamentazione delle piattaforme alla transizione energetica, si vincono solo a livello europeo. Il centrosinistra dovrebbe essere il luogo naturale della politica europea, non il luogo dove l’Europa viene trattata come un fastidio burocratico.
Chi controlla l’informazione controlla la paura. Un programma serio deve parlare di regolamentazione delle piattaforme digitali, di algoritmi che oggi decidono cosa vediamo e cosa pensiamo senza che nessuno gliel’abbia chiesto, di educazione mediatica nelle scuole. Non puoi lamentarti della macchina che produce odio e semplificazione e poi non fare niente per smontarla.
Tutto questo è la base. Quello che ci costruisci sopra è la cosa che conta più di ogni altra, l’unica che cambia un Paese alle fondamenta: la scuola.
Un programma di centrosinistra dovrebbe avere l’ossessione della scuola. Ossessione, non attenzione. Ossessione. La scuola dovrebbe essere il primo punto di qualsiasi programma, la prima voce di qualsiasi bilancio, la prima preoccupazione di qualsiasi governo. Non la scuola che sforna lavoratori per il mercato, quella la sa fare anche la destra. La scuola che insegna a leggere nel senso vero: capire un testo, smontare un argomento, riconoscere quando qualcuno ti sta manipolando. La scuola che ti mette in mano Ferrante e Primo Levi non perché servano a trovare lavoro ma perché servono a diventare un essere umano che pensa con la propria testa. Una scuola che non racconti la storia come una gara tra popoli dove il nostro è sempre il migliore, ma come il tentativo faticoso e pieno di errori dell’umanità di diventare qualcosa di meglio. Una scuola dove il figlio dell’avvocato e il figlio del muratore abbiano davvero le stesse possibilità, nei fatti. Dove la curiosità venga premiata, dove fare domande scomode sia un merito. Dove gli insegnanti vengano pagati come meritano, perché un Paese che paga i suoi insegnanti come l’ultima ruota del carro sta dicendo ai propri figli che imparare non vale niente. Investire nella scuola è l’atto politico più coraggioso che esista, perché chi lo fa sa che non ne raccoglierà i frutti. I tempi della scuola sono generazionali, non elettorali. È un atto di fiducia nel futuro, l’esatto contrario della politica della paura.
Niente di tutto questo funziona se i cittadini restano spettatori. La destra vuole un pubblico che applaude. Un centrosinistra serio dovrebbe volere cittadini che partecipano, che si informano, che si prendono la responsabilità delle proprie scelte. Bilanci partecipativi, strumenti di democrazia diretta, tutto quello che costringe le persone a usare la testa invece di delegare e poi lamentarsi.
Lo so, qualcuno dirà: e la casa? E il Mezzogiorno? E le infrastrutture? Sono temi reali, concreti, urgenti. Non li elenco uno per uno perché non sto scrivendo un programma di governo di trecento pagine. Sto scrivendo i principi. Se i salari sono dignitosi, la casa la paghi. Se l’equità funziona, funziona anche a Reggio Calabria e non solo a Milano. Se la scuola è uguale per tutti, il figlio del contadino lucano ha le stesse possibilità del figlio dell’avvocato milanese. I temi specifici nascono da soli quando i principi sono chiari. Se i principi non ci sono, puoi elencare mille temi e non risolverne nessuno.
La paura si combatte prima che si radichi. Si combatte nelle aule, con i libri, con una sanità che non ti lasci solo quando stai male, con una giustizia che non ti faccia sentire un fesso perché rispetti le regole, con una politica che non ti faccia schifo ogni volta che accendi la televisione. Un Paese che investe sull’intelligenza dei propri cittadini è un Paese dove chi vende paura fa molta più fatica. Un Paese che taglia la scuola, che smantella la sanità, che protegge i politici ladri e gli evasori è un Paese che si sta scavando la fossa con le proprie mani. Non servono ricette complicate. Serve la volontà di fare le cose che sappiamo già di dover fare.