Biografo di sè stesso e Direttore dell'Orchestra del Sofà in tenera età, è assicuratore di giorno e cura la rubrica musicale @CULTURECLUB51 quando capita
Ad un certo punto della finale di Davis ammetto di aver provato un senso di colpa. Da ragazzino, quando i miei amici trascorrevano il sabato pomeriggio al centro commerciale, io preferivo restare a casa ad ascoltare le telecronache di Gian Piero Galeazzi sulla Rai. I suoi “alé“, “e questa è bella“, a scandire le emozioni di un aspirante tennista consapevole che l’Italia, la famosa insalatiera, non avrebbe mai potuto vincerla.
Sognarla però sì, lottarla pure.
Non eravamo i più forti. Se avevamo talento ci mancava la testa. Se avevamo la testa ci mancava la mano. E se per caso un anno o l’altro ci capitava di credere che fosse quello giusto, il Destino puntuale ci ricordava quale fosse il nostro ruolo nella Storia: quello di eroi tragici.
Come Andrea Gaudenzi, nel 1998 autore in finale di Coppa di un’epica rimonta sullo svedese Norman, fermato a pochi punti dalla Storia dalla rottura di un tendine della spalla.
Cos’altro era, questo, se non Destino?
Eppure la domanda resta. Perché questo senso di colpa, proprio ora, vedendo Sinner infilare un bolide dietro l’altro? No, non è solo disabitudine. Perché al fatto di averlo noi, un campione ingiocabile, ci abitueremo presto. Quando la smania di mostrarsi al bar e in ufficio esperti della racchetta sarà svanita da un pezzo, quando la sbornia post-Davis sarà smaltita, per cultura sportiva (assente) gli italiani non mancheranno di far sentire a Jannik il peso delle loro aspettative. Alla prima sconfitta inattesa, come per una Nazionale qualunque.
Sì ma torniamo a noi. A quel pensiero, a quel maledetto senso di colpa. Perché io c’ho messo un po’, ma alla fine ho capito. E ho capito che alla porta del cuore stavano bussando tutti i lottatori sconfitti, i campioni mancati, quelli che Sinner e soci erano in procinto di relegare per sempre a meteore con il loro risultato. E non ho appena ho capito, da uno spiraglio sono riusciti ad intrufolarsi tanti, troppi, ricordi. Così ho pensato a Renzo Furlan, il mio primo mito da bambino, al suo tennis educato e mai troppo vincente. Ho rivisto Adriano Panatta nelle vesti di capitano, scuotere il seggiolone dell’arbitro in un Francia-Italia che ancora grida vendetta. L’ho immaginato in quel momento, su quella chiamata sbagliata del giudice di sedia, e ho pensato “Ecco, Adriano, questa te l’hanno rubata, ma se dopo quasi trent’anni siamo qui a vincere, è anche perchè tu quel giorno eri là sotto a protestare, a lottare per noi“.
Ho pensato agli occhi di Paolo Bertolucci, stracolmi di doloroso rispetto verso Andrea Gaudenzi, quel pomeriggio disgraziato a Milano. A quel commovente movimento con la spalla durante il cambio campo, al suo disperato tentativo di fargliela sciogliere, mentre quella del suo giocatore era già sfilacciata. E ho pensato: “Ecco, Paolo, se oggi di muscoli non dobbiamo più preoccuparci, se Sinner oggi genera potenza come non ci fosse un domani, è perché ieri c’eri tu, col tuo braccio, a farci forza tutti“. Ho pensato a Diego Nargiso, il doppista napoletano di cui amavo il coraggio e il temperamento. Ho pensato ai giocatori modesti che in Coppa Davis diventavano leoni. Ho pensato a Potito Starace. Ho pensato ai perdenti bloccati dai crampi di paura. Ho pensato agli umanissimi limiti di Davide Sanguinetti. A coloro che hanno tirato la carretta in anni di magra. Ho pensato ad Andreas Seppi, a Fabio Fognini. Ho pensato ai tanti che, per età, non ho potuto tifare. Ho pensato ai pianti che mi sono risparmiato. Ho pensato a Paolo Canè, a Stefano Pescosolido, ad Omar Camporese. Ho pensato a quando perdevamo contro lo Zimbabwe (ebbene sì, è successo), a quando eravamo felici di battere la Georgia.
E poi ho ripensato alle promesse mancate. Ho pensato al giovane Federico Luzzi, che oggi non c’è più. E chissà che avrebbe detto, cosa sarebbe stato. Ho pensato a chi la maglia azzurra l’ha sempre inseguita, e mai l’ha indossata. Ho pensato a Rino Tommasi e a Gianni Clerici, a cosa avrebbero scritto oggi sui giornali. E infine ho pensato agli eroi del ’76. Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli. E Adriano Panatta. Che qualche giorno fa in telecronaca, parlando di Djokovic, commentava: “Lui è Nole, ma io so’ stato Adriano…“. Sbagliato: lui è, e sempre sarà, Adriano.
E lo so che il capitano dell’epoca ha il suo carattere. Lo so che per Nicola Pietrangeli, dopo Nicola Pietrangeli, il miglior giocatore italiano resterà per sempre…Nicola Pietrangeli.
Ma cosa volete farci? È stato soltanto quando ha passato il bastone a Binaghi, quando Musetti gli ha dato la coppa tra le mani, quando Pietrangeli l’ha sollevata al cielo, ancora una volta, come a Santiago del Cile, che quel senso di colpa se n’è andato via. Almeno per un po’. È stato quando ho pensato che siamo tutti parte della stessa Storia, perdenti ieri e vincenti oggi, che ho fatto pace con me stesso.
Che ho pensato “alé Italia, e questa è bella”.
#CoppaDavis
posto, come dato di fatto, che se mai fossi stato un cittadino di Parigi il 14 - 7 - 1789 sarei morto nel giro di una settimana, o pure di meno.
viva Massimilano Robespierre! #14Juillet
@matteosalvinimi il pensiero di chi non è mai stato al governo negli ultimi 22 anni e non ha mai preso parte alla occupazione/lottizzazione della RAI 👏
in Francia avevo seguito per tutta la stagione la cavalcata della squadra di Eriksson, collegato da un sito di @RaiSport in giallo/blu agli albori dell’internet, praticamente tutte le giornate. Il lunedì à la Fac. Quella domenica stavo per dimenticarmene…chi ci sperava..
il pezzo di Giorgia ha un problema: quell'arrangiamento anni '80 alla Venditti che stava male anche negli '80 sui brani di Antonello. Meglio una sera d'estate, voce e chitarra al mare
#Sanremo2023#asanremopreferiscosanrito
Hoara Borselli, caucasica con lineamenti scandinavi, spiega a Paola #Egonu cos'è il razzismo: tipo il Generale Custer che spiega ai nativi chi è veramente americano. #9febbraio
bravo @BiancoMusica per testo e musica nel brano di Giorgia
ma l'arrangiamento e le tastiere anni '90 ?
...questo gusto per il modernariato ed il vintage sta sfuggendo un po' di mano