Un fatto inequivocabile: #UNRWA ha licenziato 70 dipendenti perché coinvolti nelle attività di Hamas. Ora attendiamo editoriale contrito dell’ottima @rulajebreal@ale_dibattista et similia. La riforma delle Nazioni Unite è urgente per ridarle una reputazione credibile.
L'orrifica "repubblica" islamica dell'#Iran ha impiccato #JavadZamani e #AbolfazlSaedi, due dei giovani manifestanti di gennaio.
Mohammad Sadeq Akbari, presidente della Corte Suprema della provincia di Semnan, ha accusato senza prove i due giovani prigionieri politici di "partecipazione attiva a rivolte e atti di violenza", tra cui "danneggiamento di attrezzature e diverse filiali bancarie, creazione di caos e disordini davanti all'ufficio del governatore, ribaltamento di un veicolo della polizia e partecipazione all'incendio dello stesso, attacco ad abitazioni e distruzione di veicoli".
I due giovani manifestanti sono stati impiccati questa mattina all'alba al grido di Allahu Akbar dopo un processo farsa durato pochi minuti e senza l'assistenza di un legale. Tra le altre accuse mosse contro #Zamani e #Saedi figuravano "l'incitamento e l'incoraggiamento a partecipare a rivolte, l'organizzazione e la cospirazione contro la sicurezza interna ed esterna del Paese, la conduzione di una guerra con l'uso delle armi e la diffusione della corruzione".
La "repubblica" islamica ha impiccato anche Fathollah Avari, un manifestante della rivoluzione nazionale di gennaio.
Tutti gli impiccati hanno subito torture indicibili per estorcere confessioni di reati mai commessi.
Negli ultimi mesi, il governo iraniano ha intensificato la sua ondata di repressione contro i cittadini e ha giustiziato decine di prigionieri politici con accuse che includono la partecipazione alle proteste di gennaio e lo "spionaggio".
@RadioRadicale #Turchia
Ieri #ErriDeLuca ha partecipato al Festival della Cultura Ebraica di Roma e, tra le tante cose che ha detto, importante è quella sul significato originario di alcune parole oggi snaturate: l’antisionismo significa la distruzione di Israele e per questo Hamas è antisionista; sionista, invece, è chi riconosce il diritto all’esistenza di Israele.
Ha aggiunto che i palestinesi sono un popolo oppresso da Hamas e devono essere liberati da questa dittatura con la forza militare, come gli italiani furono liberati dal fascismo dalle truppe alleate durante la Seconda guerra mondiale, perché da soli non possono. Quando non si è in malafede e si mantiene la propria integrità, si riesce ancora a chiamare le cose con il loro nome, grazie a @Erriders@Maumol
Comunque, un israeliano può essere pro o contro Netanyahu, o essere favorevole ad alcune cose e contrario ad altre: è libero di pensare ciò che vuole. Non si possono escludere o ammettere israeliani a eventi a seconda di ciò che pensano sulla guerra a Gaza. L’Italia è ridotta male
Ma veramente bisogna mettersi lì a spiegare perché la richiesta di un patentino-giuramento (su qualsiasi cosa) per parlare a un festival di libri è un obbrobrio, una gigantesca stronzata e un'impennata illiberale micidiale? Ma veramente siamo messi così? Ma io speravo un fake.
Una petizione pubblica ha chiesto che lo scrittore israeliano Eshkol Nevo non venisse al festival Il Libro Possibile, in programma a luglio tra Polignano a Mare e Vieste. Tra i firmatari compaiono anche la vicesindaca di Bari e l’arcivescovo di Manfredonia. L’ennesima pressione pubblica perché un autore venga escluso da un festival letterario non per ciò che ha scritto o detto, ma per ciò che è chiamato a rappresentare (e ad essere) in quanto israeliano.
A questa richiesta ha risposto Rosella Santoro, direttrice del festival, chiarendo che il festival non intende “identificare uno scrittore con le scelte politiche del governo del suo Paese” e ha ricordato che Nevo ha pubblicamente invocato la pace, indicato nel dialogo e nei negoziati l’unica soluzione possibile e preso le distanze da esponenti dell’attuale governo israeliano.
Ok Santoro, bene così, perché non sia mai che a un festival letterario possa essere ammesso anche uno scrittore israeliano che non abbia preventivamente depositato agli atti la propria dichiarazione di dissociazione da Netanyahu. Ormai pare serva come un certificato di compatibilità antropologica.
Comunque, la direttrice ha poi spiegato che la voce di Nevo sarà ascoltata insieme a quelle di altri in un confronto civile e costruttivo e bla bla bla
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Nel mondo contemporaneo si consumano massacri di inermi, intere popolazioni vengono devastate dalla guerra, dall'odio, dal fanatismo religioso e dalla persecuzione razziale.
Decine di migliaia di persone sono costrette alla segregazione, discriminate o uccise per il colore della pelle, la fede professata, l'etnia di appartenenza o il semplice fatto di essere nate nella famiglia sbagliata. Eppure, per molte di queste tragedie, la parola "genocidio" non viene quasi mai pronunciata, nonostante dati, rapporti e testimonianze raccontino stragi di proporzioni enormi. La sorte dei cristiani in Nigeria è forse uno degli esempi più clamorosi del nostro tempo.
Esiste però un unico imputato permanente nel tribunale dell'opinione pubblica internazionale: uno Stato che, dopo aver subito un attacco terroristico senza precedenti, ha reagito per difendere i propri cittadini. Forse con durezza, forse commettendo errori, forse sotto il peso di migliaia di morti, di ostaggi rapiti, rinchiusi nei tunnel, torturati e uccisi.
Alla fine, però, Israele non è nemmeno il vostro nemico ideale. Per molti, il problema non è mai stato il paese. Sono sempre stati gli ebrei. Fate coming-out, cari Propal.
Appendino: “non mettere una patrimoniale e’ immorale. Si possono ottenere 15 mld”
Per info
Bonus 110 - ideato dai 5Stelle - e’ costato circa 180 mld, ne hanno beneficiato i ricchi e lo pagano i giovani attraverso il costo del debito
Conte: “ho ottenuto 209 mld di Pnrr”
Allora ripetiamolo
Risorse Pnrr non sono 1 premio per aver negoziato bene
Sono distribuite in base a criteri oggettivi (disoccupazione, Pil pro capite): + sei messo male + ottieni per ridurre il gap
Basta con le favole
“Immagina di avere una sola figlia, #CarolinBohl. Viene attaccata e assassinata dai terroristi #october7massacre. La tua vita è distrutta. La tua piccola è morta. Poi @FranceskAlbs ti scrive, da donna a donna, «Cambia farmaco.»”
Putin ha invaso uno stato libero e sovrano massacrando i suoi civili. Lo ha fatto senza che l'Ucraina avesse fatto nulla per giustificare quell'invasione, e ha ucciso civili dovunque, senza che questi fossero usati come scudi umani. Putin inoltre è un dittatore criminale che elimina o incarcera da anni gli oppositori politici. Netaniahu è un presidente eletto con elezioni realmente libere alla guida di un paese che ha subito un attacco in pieno stile SS. Se voleva riportare a casa vivo qualche ostaggio, e non lasciarlo nelle mani dei loro torturatori e assassini, aveva una sola possibilità: fare esattamente ciò che Hamas aveva programmato che facesse, ovvero entrare a Gaza e liberare quel territorio metro dopo metro anche al prezzo altissimo di dover uccidere molti civili tenuti appositamente nei pressi di postazioni terroristiche, depositi di armi e luoghi dove gli ostaggi erano nascosti, ovvero civili usati come scudi umani. Nessun Capo di governo di un paese democratico avrebbe potuto fare qualcosa di diverso per cercare di liberare gli ostaggi e sconfiggere gli assassini nazisti del 7/10. Sebbene Netaniahu sia a mio avviso il peggior capo di governo della storia israeliana, e sebbene non condivida né la sua politica in Cisgiordania e né quella verso l'Anp, a Gaza non aveva scelta. L'unica alternativa sarebbe stata la resa incondizionata ad Hamas, ma nessun capo di governo al mondo occupa il posto che occupa per arrendersi a organizzazioni terroristiche criminali decretando la vittoria della loro vile e immonda strategia.
Un formidabile @federicofubini e un preoccupante @marcotravaglio affetto da una paresi che gli disegna in faccia un sorriso anche quando prende sberle (buona guarigione)
En 1984, un homme assis face à une caméra a décrit notre époque avec une précision qui glace.
Yuri Bezmenov n'était pas un espion de roman. Journaliste soviétique, homme de l'agence Novosti et du KGB, il avait passé sa carrière à fabriquer de l'influence avant de faire défection en 1970. Ce qu'il est venu dire à l'Ouest tient en une phrase : la vraie guerre que menait l'URSS n'avait presque rien à voir avec les missiles ou les espions. C'était une guerre psychologique, lente, patiente — la « subversion idéologique ». Selon lui, l'essentiel de l'effort des services y était consacré. Pas pour voler des secrets. Pour modifier la perception du réel de tout un peuple, au point qu'il ne puisse plus, même face aux faits, défendre sa propre survie.
Il décrivait quatre phases.
1️⃣ La démoralisation. La plus longue : 15 à 20 ans, le temps d'éduquer une génération. On ne détruit pas un pays par la force, on le retourne contre lui-même. On travaille l'école, l'université, les médias, la culture, jusqu'à ce qu'une génération entière grandisse en méprisant son histoire, sa nation, son héritage, ses pères. Le détail terrifiant : une fois la chose accomplie, elle est irréversible. Ces gens sont « programmés ». Exposez-les à des faits authentiques, des preuves : ils refuseront de les voir. Ils continueront à se croire vertueux en démontant ce qui les protège.
2️⃣ La déstabilisation. 2 à 5 ans. On attaque les fondations : l'économie, l'autorité, les rapports sociaux, la défense. Tout ce qui tenait devient « négociable ».
3️⃣ La crise. Quelques semaines. Un choc, un point de bascule, et une société désorientée réclame elle-même qu'on la « sauve ».
4️⃣ La normalisation. On installe un nouvel ordre, présenté comme une libération. Le mot est emprunté, avec ironie, à la « normalisation » de la Tchécoslovaquie écrasée après 1968.
Puis 1991 est arrivé. L'URSS s'est effondrée, l'Occident a fêté sa victoire, et on a rangé tout ça au rayon des vieilles peurs.
Mais on confond le lanceur et la charge. Ce qui est tombé en 1991, c'est l'État soviétique — la fusée. L'arme idéologique, elle, avait déjà été tirée des décennies plus tôt. Et une arme de démoralisation a cette propriété diabolique : une fois la première génération retournée, elle n'a plus besoin de Moscou. Elle s'auto-réplique. Le commanditaire peut mourir, le programme tourne tout seul.
Regardez où nous en sommes.
Le wokisme n'est pas une lubie d'étudiants. C'est la phase terminale du processus que Bezmenov décrivait. Une civilisation qui enseigne à ses propres enfants que son héritage est une honte. Qui transforme ses universités en tribunaux permanents contre elle-même. Qui réécrit son histoire en réquisitoire et culpabilise jusqu'à sa propre existence. La démoralisation devenue religion d'État. Le réflexe de survie d'un peuple — sa fierté, sa continuité, son droit à se transmettre — requalifié en crime.
C'est exactement le symptôme qu'il annonçait : des sociétés incapables d'évaluer un fait évident dès qu'il contredit le dogme. Montrez-leur les chiffres, les conséquences, le mur qui approche : elles applaudiront leur propre dissolution en la prenant pour du progrès.
Or une civilisation qui se déteste ne se défend plus. Elle s'excuse d'exister. Et un organisme qui a désappris à vouloir vivre est déjà à moitié mort.
Voilà pourquoi ce combat n'est pas « culturel » au sens décoratif. Il est vital, au sens propre. Réapprendre à aimer ce qu'on est, transmettre sans honte, défendre une continuité plutôt qu'organiser son repentir perpétuel — ce n'est pas de la nostalgie, c'est une condition de survie. Une civilisation vivante est une civilisation qui ne se hait pas. Le reste, c'est la mort, en version rassurante.
Bezmenov terminait sur un avertissement simple : il reste très peu de temps avant que le processus ne devienne irréversible.
Fanno ciò che vogliono. Rifiutano la soluzione “due popoli due stati” nel 1948, e attaccano Israele il giorno dopo la sua fondazione (legittimata dall’Onu).
Attaccano successivamente Israele nel 1967 e nel 1973, venendo sconfitti militarmente.
Rifiutano di nuovo la soluzione “due popoli due Stati” per ben 3 volte: negli Anni Novanta, nel 2000 e di nuovo nel 2008. Perché di avere uno Stato per il popolo palestinese, a questi, non gliene è mai fregato una beata cippa.
Nel 2005 possono gestire Gaza, e la trasformano nel regno del terrore.
Nel 2023 attaccano di nuovo militarmente Israele, uccidendo 1200 persone (tra cui donne, anziani e bambini) e rapendone 250, molti dei quali lasciati morire di fame in catene sotto terra.
Tutti i giorni da decenni lanciano razzi e missili sia dal sud che dal nord di Israele, ma anche quando colpiscono e uccidono civili (come spesso accade) non sembra importargliene nulla a nessuno.
I fondamentalisti di Hamas e dell’estremismo arabo-palestinese, le milizie sciite di Hezbollah e il regime terrorista iraniano sono il principale fattore di instabilità e insicurezza nel Medio Oriente e di conseguenza nel mondo.
Questa mattina, leggendo l’articolo di Massimo Fini sul @fattoquotidiano , mi è sembrato di leggere la Difesa della Razza. “Nel DNA di alcuni ebrei c’è la vendetta”, scrive, “di cui Israele sta dando ampia dimostrazione”. Come se non bastasse, il suddetto columnist si chiede: “La parola razza si può ancora utilizzare?”. Grazie @marcotravaglio per averci riportato al 5 agosto 1938
Gran parte degli artisti si è schierata contro Israele e quindi contro gli ebrei. Non c’è differenza tra antisemitismo e antisionismo. Uno dei pochi a non farlo è stato #ErriDeLuca. Un’intervista da divulgare il più possibile. @ilfoglio_it
Ci voleva Erri De Luca per rompere questa insopportabile sequenza di balle, di ipocrisia (e in certi casi servizi a pagamento) che ha influenzato anche tanti italiani in buona fede.
“So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale.
Ciò che è accaduto a a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto anche a Mosil, Raqqa e a Mariupol. È l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile ma non è genocidio”.
“Se l’obiettivo dell’esercito israeliano fosse lo sterminio di un popolo, avevan un bersaglio perfettamente immobile, dato che l’intera popolazione era concentrata dentro la città. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile per allontanarla dalle zone di combattimento attivo rende questa accusa vuota”.
🆘 DON’T LOOK AWAY 🆘
The Islamic regime is going to hang Diana Taherabadi because she participated in the January protests.
She’s only 16.
This is pure barbarism.
Share this before they kill her.
#IranMassacre#StopExecutionsInIran
Oggi sarebbe facile parlare soltanto di Ben Gvir. Sarebbe comodo, perfino rassicurante. Basterebbe indicare la sua esibizione davanti agli attivisti della Flotilla, prenderne le distanze, condannarla con le parole più adatte e chiudere lì la questione.
Se, in forme diverse, anche Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar hanno precisato che il modo in cui Ben Gvir ha gestito l’arresto di quegli attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele, noi cos’altro potremmo aggiungere?
Eppure sarebbe troppo comodo fermarsi a Ben Gvir. Perché il problema non è soltanto lo spettacolo poco edificante offerto da un ministro israeliano: è la rapidità con cui quel comportamento viene trasformata nell’ennesimo atto di accusa nei confronti d’Israele e, subito dopo, contro gli ebrei. È lì che la critica politica torna a essere ciò che spesso era già: pregiudizio in cerca di conferme.
Il pregiudizio contemporaneo raramente dice in modo esplicito: “Gli ebrei sono cattivi”. Ha imparato un lessico più presentabile. Dice: Israele è crudele, Israele è disumano, Israele è fuori dal consesso civile. Poi quel giudizio, nella pratica, scivola sugli ebrei.
Lo vediamo ogni giorno. Israele diventa il contenitore politicamente accettabile di un’ostilità che non si ferma allo Stato israeliano, ma investe comunità, simboli, sinagoghe, scuole, cittadini ebrei che nulla hanno a che fare con le decisioni di un governo.
E allora il comportamento di un ministro israeliano non viene più attribuito a quel ministro, al suo partito, alla sua linea politica, al suo stile. Diventa conferma generale. Non è più Ben Gvir: è Israele. E da Israele il passaggio agli ebrei è breve, spesso immediato, comunque già pronto.
Con altri popoli questo automatismo apparirebbe grottesco. Se un ministro italiano si comporta in modo indecente, nessuno pretende che tutti gli italiani si giustifichino. Se un politico svedese dice una mostruosità, nessuno conclude che sia stata finalmente rivelata l’essenza morale degli svedesi.
Si discute del politico, del partito, del governo, del contesto. Nel caso degli ebrei, invece, il salto è quasi immediato: da Ben Gvir agli israeliani, dagli israeliani agli ebrei, dagli ebrei alla colpa originaria.
È lo stesso schema che si è visto intorno alla Flotilla. Un’operazione presentata come umanitaria, ma costruita soprattutto come rito politico-mediatico: si parte per farsi fermare da Israele, per ottenere l’immagine, per produrre indignazione, per alimentare la narrazione dell’israeliano cattivo che impedisce ai “buoni” di portare aiuti.
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