🇫🇷 À la demande de la maman de Louis, partageons et diffusons partout dans le monde les photos et vidéos de son petit garçon. Continuons à parler de lui pour ne pas l’oublier. 💔
🔴 « Mon enfance m’a été volée. J’ai été emmenée captive dans la bande de Gaza, où j’ai été vendue à un jihadiste, forcée de l’épouser et de lui donner deux enfants. J’y ai vécu pendant des années en esclavage. »
Ces mots sont ceux de Fawzia Amin Sido, survivante yazidie de l’État islamique, lors de son témoignage devant le Conseil des droits de l’homme de l’ONU.
Oui, vous avez bien lu.
Enlevée à 10 ans par Daech, réduite en esclavage sexuel, puis captive à Gaza… avant d’être libérée par Tsahal en octobre 2024 lors d’une opération complexe
Combien de grands médias ont raconté son histoire ?
Combien d’ONG qui parlent chaque jour de Gaza ont dénoncé ce qu’elle y a subi ?
Son témoignage dérange parce qu’il ne correspond pas au narratif que certains veulent imposer.
#FawziaAminSido #Yazidis #Gaza #Daech #ONU #Israël #Hamas
O non credi mai agli esperti oppure credi anche a questo esperto.
Dire che credi agli esperti che rinforzano le tue credenze e non credi a quelli che le indeboliscono fa di te un cretino.
@CarloVerdelli Azz lei scrive per la grande testata giornalistica il corriere della sera, e mi dice chi ha il potere di regolare la temperatura del pianeta Terra?
Ringrazio Luigi per aver condiviso questo articolo. Non mi convince del tutto e vorrei spiegare perché.
Prima, però, una premessa. Considero Gilberto Corbellini (peraltro allievo del mio mito scientifico Mario Ageno) uno degli epistemologi e filosofi della scienza più importanti del panorama italiano. Alberto Mingardi è una mente brillante, e mi capita quasi sempre di concordare con entrambi. Lo dico per chiarire che non sto liquidando l’articolo: è scritto da persone che sanno perfettamente di cosa parlano.
Allora perché non mi convince del tutto?
La ragione è sottile.
Corbellini e Mingardi sostengono che la scienza non dà risposte morali, ma costruisce modelli plausibili della realtà. Su questo sono completamente d’accordo. La scienza cerca di descrivere il mondo individuandone le regolarità e formulando modelli sempre rivedibili alla luce di nuove evidenze. Lo fa partendo da un presupposto rivoluzionario: che la natura non debba essere interpretata in funzione di uno scopo (“per qualcosa”), ma spiegata attraverso relazioni causali osservabili. Non è un passaggio banale, come ricorda la storia della scienza da Galileo in poi.
Negli ultimi anni, però, si è diffusa una specie di variante “da bar” del popperismo: l’idea che basti un controesempio – o anche solo una minoranza di ricercatori dissenzienti – per mettere automaticamente in crisi una teoria scientifica.
Non funziona così.
Se lancio una moneta cento volte e ottengo novantanove teste e una croce, quel singolo risultato non basta a confutare l’ipotesi che la moneta sia truccata. Un controesempio è prezioso perché costringe a verificare meglio il modello, ma non cancella di colpo un impianto teorico sostenuto da un’enorme quantità di dati.
La scienza è un’impresa collettiva: il confronto continuo tra ricercatori produce quel controllo reciproco che, nel lungo periodo, rende affidabili le nostre conoscenze. Se oggi il 95% della comunità scientifica converge su un modello e il restante 5% propone interpretazioni alternative, il dato interessante non è semplicemente la distribuzione delle opinioni, ma il fatto che, allo stato delle evidenze, il primo è quello meglio corroborato. Domani potrebbe cambiare. Oggi, però, è questo il punto in cui siamo.
Esco un momento dall’aplomb accademico per dire una cosa più terra terra: il mondo scientifico è pieno di c̶a̶c̶a̶c̶a̶z̶z̶i̶ persone intelligentissime che, talvolta, si innamorano più della propria idea che della sua capacità di spiegare i fatti. Succede. Per questo il metodo scientifico è più importante dei singoli scienziati.
Un monaco vissuto quasi mille anni fa, Guglielmo di Occam, ci ha insegnato che, tra due spiegazioni ugualmente compatibili con i dati, è ragionevole preferire la più semplice. È un’intuizione di una profondità enorme, della cui radice filosofica ho scritto altrove (substack in bio, post: E il Sole sorge ancora)
E quindi? Tutto questo per dire che Corbellini e Mingardi sbagliano sul clima?
Nemmeno per idea. Non sono uno scienziato del clima e non entro nel merito della questione. Prendo semplicemente atto che oggi la grande maggioranza degli studiosi attribuisce un ruolo rilevante alle attività umane nel riscaldamento globale. Fine.
Il punto che mi lascia perplesso è un altro. Gli autori utilizzano la provvisorietà della conoscenza scientifica – che, in questo caso, si manifesta nell’esistenza di una minoranza di studiosi che propone modelli alternativi – per criticare l’uso della scienza come fondamento del principio di precauzione.
Io sono d’accordo con la conclusione, ma per una ragione diversa. Anzi, più radicale. Il principio di precauzione non è un principio scientifico.
È un principio politico.
La scienza può dirci quali conseguenze è probabile che produca una determinata scelta. Può stimare rischi, benefici, costi e incertezze. Ma non può stabilire quale combinazione di quei costi e benefici una società debba ritenere accettabile. Quella è una decisione politica, cioè una scelta di valori.
La scienza descrive il mondo. Non decide come vogliamo viverci. Per questo non condivido l’idea che il principio di precauzione dipenda dalla maggiore o minore solidità di un modello scientifico. Non dipende da quello.
Prendiamo il fumo. Scientificamente è una pessima idea. Ma rimane una scelta libera (se individuale).
Dirò una cosa ancora più netta. Anche se un giorno disponessimo di prove praticamente incontrovertibili che attribuiscano al riscaldamento globale una responsabilità antropica enorme, questo, da solo, non autorizzerebbe mai un governo a prendere decisioni semplicemente “in nome della scienza”. Non perché la scienza possa sempre sbagliare. Ma perché una società non è costruita soltanto sull’ottimizzazione di parametri scientifici.
L’esistenza umana è un equilibrio tra salute, libertà, benessere economico, rapporti sociali, responsabilità verso il futuro e anche un legittimo desiderio di vivere il presente. Nessuna equazione può dirci quale sia il compromesso giusto tra questi valori.
Questo spetta alla politica.
Sta al legislatore, democraticamente eletto e dunque inevitabilmente fallibile, assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Quindi, Bizzarri, sei un no-vax? No.
Credo nella responsabilità fondata sulla conoscenza. Se un governo, insieme al parlamento, conclude – sulla base delle migliori evidenze disponibili – che una vaccinazione obbligatoria sia necessaria per tutelare la salute pubblica, compie una scelta politica. Una scelta discutibile, criticabile, eventualmente sbagliata, ma pur sempre una scelta politica, assunta utilizzando le conoscenze scientifiche disponibili.
Ed è qui, secondo me, il punto fondamentale. La scienza deve informare i cittadini in modo il più possibile oggettivo, non sostituirsi alle loro aspirazioni morali e al loro voto.
So benissimo che una cattiva politica può produrre danni enormi. Ma considero questo un rischio inevitabile di una società democratica e libera. Libera anche di sbagliare.
Per questo non dovremmo usare la scienza né come fotografia perfetta della realtà per giustificare automaticamente una decisione politica, né come fotografia di un dibattito ancora aperto per sostenere che non si possa decidere.
Politici e commentatori non cerchino negli scienziati la foglia di fico delle proprie decisioni. Quelle spettano a loro, e del loro operato devono rispondere agli elettori.
Io non penso che cittadini e politici siano dei subumani chiamati semplicemente ad ascoltare “i professori”. È forse per questo, e perché nell’articolo mi sembra di intravedere una scorciatoia logica del tipo “la scienza è controversa, dunque non si può deliberare”, che, pur apprezzandolo molto, non sono riuscito a condividerlo fino in fondo. Ma magari ho letto male.
✍🏻 Leandro Fabio Gamberucci
Cara senatrice Ilaria Cucchi (@cucchi_ilaria)
la memoria è una virtù preziosa. Soprattutto quando si sceglie di fare della giustizia e dei diritti umani la propria missione politica. Per questo sorprende che alcuni episodi sembrino essere stati cancellati dai suoi ricordi.
Ripercorriamo i fatti. Suo fratello Stefano venne arrestato nella notte del 15 ottobre 2009 con l’accusa di cessione di una modesta quantità di sostanze stupefacenti. Da allora quella vicenda è diventata una delle pagine più controverse della storia giudiziaria italiana. Oggi è ancora aperta l’inchiesta-ter sui presunti depistaggi successivi alla sua morte, con otto militari dell’Arma rinviati a giudizio per varie ipotesi di reato.
Non intendo entrare nel merito delle vicende processuali. Mi interessa, invece, ricordare ciò che ho vissuto personalmente.
Sono David Gramiccioli. Sono la persona che accompagnò lei, sua madre e suo padre – del quale conservo ancora oggi un ricordo dolcissimo – da Gianni Alemanno, allora sindaco di Roma. Stefano era morto da poco e il vostro dolore era ancora straziante.
Ricordo perfettamente quella serata in Campidoglio. Ricordo un Gianni Alemanno sinceramente colpito dalla vostra sofferenza e determinato a fare tutto ciò che era nelle sue possibilità. Non furono parole di circostanza.
Davanti a tutti noi prese il telefono, chiamò Maurizio Gasparri e, pochi minuti dopo, fu messo in contatto con Angelino Alfano, allora ministro della Giustizia del Governo Berlusconi quater. La conversazione durò qualche minuto. Alemanno spiegò la vostra presenza, illustrò la vicenda e chiese al Guardasigilli che venisse fatta piena luce sulla morte di Stefano.
È un episodio reale, vissuto in prima persona.
Eppure, nel corso degli anni, non l’ho mai sentita ricordarlo. Come se quel gesto non fosse mai esistito. Come se fosse stato cancellato dalla memoria.
Mi auguro che non sia una rimozione dettata da appartenenze ideologiche. Perché quel giorno Gianni Alemanno non agì per convenienza politica, ma per umanità.
Oggi lei siede tra i banchi del Senato della Repubblica. Ha costruito una nuova vita personale e politica, trasformando il dolore in impegno pubblico. È una scelta rispettabile.
Proprio per questo, però, sorprende che chi rivendica con forza la tutela dei diritti umani sembri aver dimenticato chi, in un momento drammatico della sua vita, le tese una mano senza esitazioni.
La memoria dovrebbe essere selettiva solo con il rancore. Mai con la riconoscenza.