E allora in primo luogo dica a Buttafuoco di smetterla di parlare di "libertà e audacia" (è lui che l'ha messa in questi termini), altrimenti risulta soltanto un ridicolo ipocrita. Si dica "invitiamo gli artisti di regime altrimenti dobbiamo chiudere mezza Biennale".
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Una sposa, impegnata alla cura dei bambini con sindrome di Down, è stata sorpresa dai suoi piccoli pazienti durante la cerimonia nuziale. Il suo fidanzato le aveva preparato questa sorpresa, sapendo che sarebbe stato un momento davvero speciale e indimenticabile.
La pacata, equilibrata e onesta riflessione del dott. Bretone, procuratore generale presso la Corte di Appello di Bari: 1 min. e mezzo speso bene.
«Oggi non si tratta tanto di un problema - oggi - di autonomia della magistratura dall’esterno e cioè dalla politica ma di un problema di autonomia interna. E questo concetto è molto difficile da spiegare al cittadino che crede che andando a votare ‘No’ difende il sistema costituzionale così come era stato costruito dai nostri padri costituenti e, però, non comprende che in realtà difende un sistema che noi abbiamo definito profondamente malato, perché è un sistema oggi governato dalle correnti.
Le correnti cosa sono? Sono nate come gruppi di aggregazione culturale all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati negli anni ‘60 e poi hanno seguito un po’ il destino dei partiti politici: caduto il muro di Berlino, cadute le ideologie, sono diventate dei centri di potere, e il centro di potere ovviamente gestisce il potere e quindi ha introdotto all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura un criterio di appartenenza nella scelta degli incarichi invece di un criterio di trasparenza e di verificabilità dell’azione amministrativa, come dovrebbe essere.
Questo problema era stato già denunciato da alcuni colleghi nel 1993, quindi è un problema che si trascina da almeno 30 anni.
Purtroppo ogni riforma elettorale che è stata fatta dalla politica è stata in qualche modo aggirata dalle correnti.
Alcuni magistrati già da 15 anni - tra cui io - proponiamo il sorteggio come unico rimedio a questa deriva correntizia».
[👉 https://t.co/T3eiMCPzgY]
Con @fede_marconi abbiamo parlato a lungo e alla fine fine abbiamo concordato sulla linea da tenere: disponibilità a tutte le richieste dei media, per cercare di avere la maggiore diffusione possibile della nostra petizione. Abbiamo letto e visto alcune critiche, le rispettiano naturalmente anche perché noi stessi le troviamo con fondamento. L'iniziativa che abbiamo lanciato è pubblica, le critiche quindi sono assolutamente legittime (gli insulti, meno...). Ma io e Federico stiamo facendo tutto ciò che possiamo per allargare la base della raccolta. E garantisco a tutti che stiamo provando a scalare un muro altissimo. Ieri avevamo pensato ad un breve comunicato per le agenzie di stampa: in un caso la pubblicazione è stata bloccata direttamente dal vertice dirigenziale. Per questo abbiamo aperto a tutti gli interventi. Personalmente il mio sogno è solo uno: che mi torni la voglia di andare allo stadio. Comprare il biglietto, indossare la sciarpa e cantare Forza Lazio. La nostra lettera/appello ha un solo scopo: far emergere un movimento di opinione per il cambiamento societario. Per centrare l'obbiettivo dobbiamo parlare. Con tutti.
Si potrebbe dire che siamo alle solite. L’ultima accusa arrivata da Mosca è quella di un presunto attacco ucraino con decine di droni contro una residenza di Vladimir Putin nella regione di Novgorod. Questo episodio, che Kyiv contesta non dice molto sull’Ucraina, ma dice moltissimo sulla Russia.
Perché mentre i propagandisti del Cremlino ululano e intonano danze di guerra, accusando l’Ucraina di non volere la pace in un momento di intense trattative, non solo c’è discrepanza di informazioni tra il ministero della difesa e quello della propag… cioè degli Esteri (come ha spiegato in un post di @MaistroukV) ma sarebbe forse utile soffermarsi a notare quanto questo provvidenziale colpo, guarda caso fallito, sia in realtà perfettamente coerente con una tradizione politica e militare di menzogne funzionali alla guerra, di false flag, che affonda le radici ben prima di Putin, ben prima della Russia post-sovietica, e che attraversa senza soluzione di continuità tutto il Novecento russo. Non sorprende infatti che le prime dichiarazioni uscite dai vertici russi non siano state legate ad eventuali indagini da svolgere per accertare i fatti, ma ad una immediata revisione della posizione negoziale di Mosca. Una posizione negoziale che, diciamolo pure, non è mai esistita.
D’altra parte non si tratta di un vizio recente. Già agli inizi del secolo scorso la polizia segreta zarista e poi la Čeka bolscevica avevano fatto dell’inganno un metodo. Negli anni Venti l’Operazione “Trust” costruì una finta rete controrivoluzionaria per attirare, identificare e neutralizzare gli oppositori. Non c’era nessun nemico reale: il nemico veniva inventato, messo in scena, reso credibile quanto bastava per giustificare purghe e sistematiche eliminazioni.
Lo schema è antico, ma sorprendentemente attuale.
Nel 1939, quando Stalin decise di attaccare la Finlandia, l’Armata Rossa bombardò il villaggio sovietico di Mainila e accusò Helsinki dell’aggressione. Peccato che l’artiglieria finlandese fosse fuori portata. Poco importava: la versione ufficiale serviva a giustificare la guerra. Decenni dopo Mosca ammise che si trattava di una messinscena. Ma la lezione era già stata appresa: non serve che una bugia sia vera, basta che sia utile.
Lo stesso principio guidò una delle più grandi operazioni di falsificazione della storia europea: il massacro di Katyn. Migliaia di ufficiali polacchi eliminati dall’NKVD, che per mezzo secolo Mosca cercò di attribuire ai nazisti, con perizie false, documenti manipolati e una propaganda martellante. Anche qui, la verità non contava. Contava costruire una narrazione che proteggesse il potere e ne giustificasse le scelte.
Durante la Guerra Fredda, ogni invasione sovietica fu accompagnata dallo stesso copione. In Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968 Mosca parlò di colpi di Stato fascisti, controrivoluzioni eterodirette, complotti occidentali. Nessuna prova, sempre le stesse parole. Cambiavano i Paesi, non gli argomenti. Il nemico era sempre esterno, organizzato dalla NATO, pronto a distruggere dall’interno società che, guarda caso, stavano cercando di liberalizzarsi.
Con il crollo dell’URSS non cambia il metodo, cambia solo il contesto. Nel 1999 una serie di esplosioni devastò palazzi residenziali in Russia, uccidendo centinaia di civili. La responsabilità fu attribuita immediatamente ai ceceni e divenne il detonatore della Seconda guerra di Cecenia. Ma quando a Rjazan’ un ordigno venne scoperto prima di esplodere, si arrivò a una spiegazione grottesca. Quando si scoprì che gli attentatori erano del FSB, si dichiarò che si trattava di un’esercitazione e che l’esplosivo era in realtà zucchero, piazzato sul posto per testare il grado di prontezza della cittadinanza. Una giustificazione talmente implausibile da gettare ombre anche sulle esplosioni dei mesi precedenti. Quegli attentati, peraltro, segnarono l’ascesa politica di Putin, già funzionario proprio del FSB, e mostrarono con chiarezza come una tragedia costruita – o quanto meno sfruttata – potesse diventare fondamento del consenso e della guerra.
L’Ucraina non fa eccezione, anzi rappresenta l’apice di questa tradizione. Dal 2014 in poi la Russia ha riproposto l’intero repertorio: colpo di Stato eterodiretto, persecuzione dei russofoni, genocidio imminente, minaccia NATO. Identici argomenti usati contro Budapest, Praga, Tbilisi, Grozny. Solo che questa volta il teatro è più grande e le prove più difficili da nascondere.
Nel 2022, mentre l’esercito russo occupava città ucraine, Mosca ha reagito a ogni strage con la stessa lista di manipolazioni, tese a negare, ribaltare, accusare. A Bucha, di fronte a immagini satellitari, testimonianze e corpi nelle strade, la risposta è stata costruire prima la tesi dei cadaveri “attori” e poi quella del “set” costruito come provocazione. A Mariupol, dopo il bombardamento dell’ospedale e del teatro, la linea è stata sostenere che fossero basi militari, che le vittime non esistessero o che gli ucraini si fossero bombardati da soli. Una narrazione che non cerca più di convincere il mondo, ma di tenere insieme il fronte interno, di offrire al pubblico russo una realtà alternativa, impermeabile ai fatti.
Gli episodi più ambigui, come le esplosioni in aree sotto controllo russo o gli attacchi attribuiti all’Ucraina senza riscontri tecnici coerenti, rientrano nello stesso schema. Non sempre si può parlare di false flag in senso stretto, ma il meccanismo è identico: creare confusione, inquinare l’attribuzione delle responsabilità, guadagnare tempo e spazio politico.
Per questo motivo, davanti ad accuse così nette come quella di oggi, che arriva in un momento nel quale rischiava di restringersi di molto l’opportunità per la Russia di rifiutare il piano di 20 punti, senza incappare nell’accusa di voler proseguire la guerra a oltranza, qualche dubbio è quanto meno legittimo. La storia russa insegna che quando Mosca parla di terrorismo, genocidio, complotti occidentali e attacchi subiti, prima ancora che domandarsi chi sia stato, ci si dovrebbe chiedere a chi e a cosa serva. Perché quasi sempre la risposta non si trova sul campo di battaglia, ma nella strategia politica che viene dopo.
ricatto dove la polizia, invece di mettere le manette al ladro, fa il patrocinante dei suoi interessi. La russia andava sconfitta, non blandita. Ed è ridicolo che si tratti di ingresso dell'Ucraina in EU in un patto tra americani e russi che con la EU non c'entrano un beneamato c
L’immagine di Donald Trump che nella sua lussuosa residenza a Mar-a-Lago dice che “Putin vuole che l’Ucraina abbia successo”, mentre Volodymyr Zelensky fatica a trattenere una risata davanti alle telecamere, non è una semplice gaffe, ma a una scena che in qualche modo conferma la fine di un’epoca. È il momento in cui l’America smette definitivamente di assomigliare ai film che ci hanno venduto per decenni l’idea del suo ruolo di baluardo del mondo libero e dell’inquilino della Casa Bianca come incarnazione di una guida innanzitutto morale.
Perché nell’America dell’immaginario collettivo, il presidente eroe della storia non mente per favorire chi minaccia l’ordine, le regole e la libertà. Non incontra aggressori se non per affrontarli a viso aperto, non stende davanti a loro tappeti rossi o si lascia sfuggire applausi troppo imbarazzanti persino per essere conservati nei filmati ufficiali, non confonde vittime e carnefici, non ammicca a qualcuno che quotidianamente compie stragi, in cambio di frasi lusinghiere ed anzi rifiuta di unirsi all'assassino nel compiere crimini. Il Presidente dei film guarda dritto in camera, sale su un podio improvvisato nello studio ovale, in una base militare o tra le macerie di una città distrutta e si rivolge direttamente al suo popolo parlando di valori, di libertà, di opportunità e di un mondo nel quale c’è spazio, pace e diritti per tutti.
Trump è l’anti-eroe perfetto, ma senza il fascino del “bad boy”. È semplicemente l’opposto sistematico di ogni presidente cinematografico che ha costruito il mito americano: non è Jed Bartlet di West Wing, che inciampa sulle parole ma mai sui valori; non è il presidente di Air Force One, che combatte i terroristi per difendere la dignità di un’intera nazione. Difficile non fare un paragone con Thomas Whitmore, il Presidente di Independence Day che sale su un jet, lanciandosi contro le astronavi nemiche, mentre Trump rappresenta se stesso su un aereo che scarica letame su una folla di suoi connazionali che semplicemente lo contesta. Perché l’obiettivo non è quello di difendere un’idea di mondo, ma se stesso, il proprio brand, la propria insofferenza per le regole.
La frase su Putin, in questo senso, non è dunque un incidente di percorso, ma piuttosto un riflesso condizionato. E si avvale della stessa logica che lo ha portato a definire “geniale” l’uomo che stava invadendo l’Ucraina, a relativizzare l’assalto al Congresso come una “protesta un po’ accesa”, a trattare le istituzioni come un ostacolo burocratico tra lui e la sua narrazione. In Trump non c’è l’eroe riluttante che si sobbarca il peso della responsabilità, che incarna il coraggio necessario a salvare il mondo. C’è il protagonista che pretende applausi anche quando non ha meriti, ed anzi è lui stesso corresponsabile delle macerie che sceglie come palcoscenico.
Ed è qui che la distanza si fa abissale. Il presidente dei film americani sbaglia, soffre, dubita, ma alla fine sceglie. Trump semmai galleggia, fiuta l’aria, misura il pubblico, annusa l’opportunità, si contraddice se serve allo scopo, che non è quello di costruire un futuro migliore per tutti, ma solo le condizioni per ottenere vantaggi personali o una pubblica ed immeritata acclamazione.
A lungo l’America si è concentrata sulla sua natura criminale, la quale emerge da processi, condanne e inchieste come un rumore di fondo costante. Ma ora osserva attonita l’incoerenza di un uomo che piega la politica a mero strumento per appagare il proprio ego, mentre il mondo cerca di porre rimedio ad una mediocrità morale, che è molto più corrosiva e dannosa per gli stessi equilibri che hanno consentito negli ultimi 80 anni la costruzione di valori basati - pur con tutti i limiti e le imperfezioni - sullo stato di diritto. Trump ha sdoganato l’idea che la bussola morale possa essere rimpiazzata con un radar per il consenso immediato.
La risata di Zelensky in questo senso è più potente di qualsiasi editoriale. Perché, superata l’incredulità la quale era forse legittima ai tempi dello scontro nello studio ovale, certifica la consapevolezza di avere davanti non il rappresentante di una superpotenza responsabile e dedita alla difesa di un ordine, un principio, una storia, ma solo un personaggio alla spasmodica ricerca di un’approvazione per la quale possono essere sacrificate intere nazioni. Un uomo contraddittorio, volgare, sguaiato, inopportuno e impegnato (senza successo) ad evitare che il suo pubblico possa comprendere la differenza tra realtà e storytelling.
In questo passaggio sta forse il vero trauma culturale che Trump ha inflitto all’Occidente: non ha distrutto il mito americano con un atto di forza, ma lo ha svuotato di senso. Non ha sostituito l’eroe con un cattivo memorabile, ma con qualcosa di peggio: un protagonista cialtrone, opportunista, che ha costruito la propria fortuna su truffe, fallimenti, amicizie discutibili, spregiudicatezza. Il peggior travisamento possibile anche del sogno americano del “self made man”.
Hollywood ci aveva illusi che, nel momento decisivo, il presidente degli Stati Uniti avrebbe saputo cosa dire. Trump ci ha insegnato l’esatto contrario, e cioè che anche l’ufficio più potente del mondo può finire occupato da qualcuno che non capisce nemmeno la trama del film in cui recita.
Zelensky arriva a Miami per l'incontro con trump e ad accoglierlo solo l'ambasciatrice ucraina e un membro dello staff militare dell'ambasciata ucraina. Nessun rappresentante americano. Il disprezzo dell'omuncolo trump si esprime anche così.
Oggi l’ @AIA_it ci insegna che un attaccante può stoppare la palla di mano e segnare.
Grazie a tutti, siamo all 5ª partita di fila dove vengono commessi errori GRAVI, guarda caso sempre a nostro sfavore.
Ci saremmo anche rotti il cazzo.
Avvertenza: questo testo non è per tutti. Non è per chi non ha tempo da dedicare alla lettura e non è per chi preferisce illudersi che l'invincibile armata russa stia macinando successi e che quindi stia vincendo, come dice @marcotravaglio. Io, come leggo da molti altri analisti, ritengo che le cose per la Russia si stiano mettendo malissimo e che in Ucraina Mosca stia ormai improvvisando senza avere una chiara strategia cche possa assicura la sopravvivenza del paese a guerra finita. Se avete voglia, buona lettura. Se non ne avete, mi limito ad augurarvi un buon Natale!
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“La guerra in Ucraina sta diventando il Vietnam di Putin”, titolava già a giugno del 2022 il Time, in un articolo nel quale sottolineava come Kyiv fosse riuscita sorprendentemente a ribaltare tutti i pronostici di una rapida vittoria della Russia che tutti, nelle primissime ore del conflitto davano per scontata, vista la sproporzione di forze in campo. Una vittoria totale che oggi tutti i propagandisti negano che Putin abbia mai realmente voluto perseguire, sebbene le immagini dei 60 km di carri armati alle porte di Kyiv siano note a tutti, così come l’appello ai militari ucraini affinché disarcionassero il presidente Zelensky, durante l’assedio della capitale, mentre l’agenzia di stato Ria Novosti appena due giorni dopo l’inizio dell’invasione pubblicava incautamente un articolo nel quale annunciava che la cancellazione dei confini tra i due paesi era cosa fatta (“L’Ucraina è tornata in Russia”, scriveva Petr Akopov, aggiungendo che “un nuovo mondo sta nascendo davanti ai nostri occhi. L’operazione militare russa in Ucraina ha inaugurato una nuova era. La Russia sta ripristinando la sua unità: la tragedia del 1991, questa terribile catastrofe nella nostra storia, la sua dislocazione innaturale, è stata superata”), denunciando di fatto i piani del regime.
Da allora i paragoni tra la disastrosa impresa russa in Ucraina (la cui durata prevista originariamente variava dai tre giorni alle due settimane e che invece si appresta ad entrare nel quinto anno) e quella americana nel paese del sud-est asiatico tra la metà degli anni ‘60 e i primi anni ‘70 sono diventati sempre più frequenti, giustificati dalla costante ma complicatissima avanzata delle truppe di Mosca nella fascia sudorientale del paese e dagli ormai insostenibili costi umani, economici, sociali e reputazionali che l’immensa Federazione Russa sta sopportando nel tentativo vano di schiacciare un paese che ad inizio guerra aveva un quarto dei suoi abitanti e un decimo del suo PIL.
Il quadro che è emerso già nei primi mesi di conflitto evidenzia la sconcertante approssimazione con la quale l’intervento è stato preparato dai servizi segreti, ignorando la sostanziale ostilità della popolazione nei confronti di un’ipotesi di ritorno del paese nell’orbita russa, non tenendo conto degli elementi culturali ed identitari che l’Ucraina aveva sviluppato e rafforzato a partire dall'indipendenza del 1991 e sopravvalutando le capacità del proprio esercito, di certo numeroso, ma afflitto da macroscopiche inefficienze ed una corruzione diffusa.
Di lì il fallimento pressoché immediato e conclamato dello scopo principale dell’invasione, quello scritto da Akopov, ma anche dichiarato dallo stesso Putin nel suo celebre saggio “sull’unità storica di russi e ucraini”, pubblicato alla fine del 2021 sul sito del Cremlino. In quello scritto è ben riassunta l’idea dello zar, secondo la quale l’Ucraina nella realtà non esista come stato a se stante, ma sia solo il frutto di incaute donazioni territoriali da parte di governanti sovietici. I più attenti osservatori avevano anche fatto notare come nel testo Putin si riferisse sempre all'Ucraina usando “на [‘na’] Украине” invece di “в [‘v’] Украине”. Tutt’altro che una sottigliezza linguistica, dal momento che solo la preposizione “в” viene utilizzata per indicare stati sovrani, mentre “на” precede regioni o aree indefinite prive di confini fisici ed è per questo considerata una precisa scelta politica, sintomo di un approccio coloniale (non a caso cadde in disuso su richiesta espressa dell’Ucraina dopo l’uscita dall’Unione Sovietica).
Un fallimento, si diceva, che ne seguiva in realtà altri. E cioè il tentativo di instaurazione di un governo fantoccio nel 2004, sventato con la cosiddetta “Rivoluzione Arancione” e la decisione, dieci anni più tardi, di ostacolare il percorso di avvicinamento dell’Ucraina all���Unione Europea, che aveva portato, alla Rivoluzione della Dignità (nota anche come Euromaidan) e alla conseguente reazione militare di Mosca, che aveva annesso la Crimea ed invaso per la prima volta il Donbas.
Da quei giorni di febbraio-marzo del 2022 è stato un susseguirsi di scelte contraddittorie, controproducenti, estemporanee sia sul piano militare, che su quello economico-finanziario, a riprova del fatto che il Cremlino non aveva messo in conto l’ipotesi di un insuccesso e non aveva quindi previsto un piano B.
Se si guarda oltre l’intenso lavoro che la propaganda - anche nostrana - sta portando avanti per inculcare nelle opinioni pubbliche la sensazione dell’inarrestabilità dell’avanzata russa e dunque dell’inevitabilità della sconfitta dell’Ucraina, contando sul fatto che il condizionamento della percezione collettiva influisca direttamente sulla scelta dei governi che attualmente supportano Kyiv, i dati reali sono che, a fronte di un 30% di territorio occupato nel momento clou dell’invasione nel 2022, oggi la superficie realmente sotto il controllo russo è intorno al 20% del totale e che l'invincibile armata di Mosca ha in realtà “masticato” l’1,45% di terre negli ultimi tre anni. Il tutto ad un prezzo salatissimo, visto che si parla di oltre un milione di perdite tra morti e feriti, di una quantità esagerata di mezzi distrutti.
E alla situazione attuale si è arrivati, appunto, attraverso una sequenza di scelte catastrofiche, perché assunte per sopperire ad improvvisi cambi di scenario, ma che mancavano di una caratteristica indispensabile per condurre qualunque guerra: la sostenibilità. Dopo aver bruciato la quasi totalità delle truppe di elite nei primi mesi di conflitto, la Russia ha infatti nell’ordine tentato una mobilitazione parziale (facendo scappare almeno un milione di persone all’estero), scarcerato delinquenti (ignorando le ricadute del loro rientro in società da uomini liberi), reclutato nord-coreani, cubani, causcasici, immigrati rastrellati nei cantieri, africani attirati con la promessa di lavori ordinari e invece spediti al fronte (acuendo la penuria di manodopera nell’edilizia e nelle imprese civili) e infine cominciando a strapagare una vasta platea di poveracci inesperti, mal addestrati e mal equipaggiati, convinti dalle amministrazioni delle repubbliche più remote della Federazione con la promessa di stipendi folli e bonus di arruolamento stratosferici (dissestando le casse di diverse regioni, impegnando lo stato a pagare per i prossimi decenni pensioni alle famiglie dei caduti e indennità di invalidità ai feriti), in cambio di decine di migliaia di pezzi di carne da cannone, la cui aspettativa di vita, una volta giunti al fronte, scrivono alcuni blogger russi, si aggira intorno ai 12 giorni. Anche quest’ultima scelta si sta peraltro rivelando tutt’altro che lungimirante, dal momento che, senza fondi, le “vocazioni” rischiano ora di scendere molto al di sotto della soglia di “rimpiazzo” delle perdite e il governo si è visto quindi costretto a varare una legge per obbligare tutti gli stranieri in ingresso e quelli già presenti a rendersi disponibili per l’arruolamento, iniziativa che presumibilmente scoraggerà l’immigrazione in un paese in inarrestabile crisi demografica e che necessita di almeno un milione di persone l’anno per mandare avanti le fabbriche.
Sul piano economico le cose vanno forse anche peggio e l’approssimazione rischia di sfociare nel dilettantismo.
La propaganda ha avuto gioco facile nei primi tre anni di conflitto nel raccontare la crescita impetuosa del PIL, senza dire che era letteralmente “dopato” da una ipertrofica spesa pubblica, anche questa insostenibile nel medio periodo, vista l’impossibilità da parte di regimi autoritari di contrarre debiti sui mercati, non potendo offrire le stesse garanzie di solvibilità rispetto ad una democrazia. Questo ha, non a caso, portato all’esaurimento del National Wealth Fund, letteralmente i risparmi dello stato, la cui liquidità è oggi sufficiente a finanziare a malapena un altro anno di bilancio in deficit (nel quale le spese militari e di sicurezza ormai rappresentano il 40% delle voci di spesa) e nel novembre scorso la Banca Centrale ha dovuto iniziare a vendere le riserve strategiche di oro, altra scelta che manda pessimi segnali ai mercati e che, se prolungata nel tempo, rischia di sottrarre a Mosca l’ultimo strumento utile ad affrontare tempeste speculative e valutarie, spalancando così le porte a squilibri economico-finanziari potenzialmente distruttivi.
Nel frattempo l’immissione massiccia di capitali pubblici nel mercato interno e le paghe esagerate elargite ai militari hanno scatenato una corsa al rialzo dei salari, con conseguente crescita smisurata dei prezzi (si parla ancora oggi di una inflazione reale del 21-22% su base annua, rispetto al 7,5% dichiarato, sul quale potrebbe influire anche l’annunciato aumento dell’IVA nel 2026) e dei tassi di interesse (saliti fino al 21% e oggi attestatisi intorno al 16,5%), i quali hanno a loro volta strangolato le imprese civili, impossibilitate ad accedere al credito a costi sostenibili, costringendo alcune aziende alla chiusura ed altre a contrarre debiti, che ora rischiano di diventare tossici. Problematica paradossalmente simile e quella delle società del comparto militare, anch’esse indebitatesi oltre il consentito, ma non a causa di tassi folli, ma, al contrario, in virtù di una legge che sostanzialmente obbliga le banche a concedere loro prestiti anche in assenza di garanzie. Un meccanismo che condanna il paese ad un declino industriale sistemico, dal quale è impossibile uscire, dal momento che l’abbassamento degli interessi e quindi dei rendimenti dei conti, rischierebbe non solo di innescare una nuova spirale inflazionistica, ma anche di accelerare il collasso del sistema bancario, già previsto da un recente studio estremamente approfondita dell'economista Craig Kennedy.
Il dilettantismo geopolitico o forse la scarsa percezione che un aspirante impero ha dei propri limiti ha poi fatto il resto. Anni di appeasement e di tolleranza verso i crimini russi (in Cecenia, Georgia, Siria e Ucraina) da parte dell’Occidente avevano illuso l’establishment russo di poter marciare su Kyiv senza che questo suscitasse una reazione internazionale. L’effetto è stato invece quello di resuscitare quella NATO della quale il presidente francese Macron aveva decretato nel 2019 la “morte cerebrale” e che Putin diceva di voler allontanare dai propri confini, i quali sono invece raddoppiati dopo l’ingresso nell’alleanza atlantica di Finlandia e Svezia. Sembra anche destinato a fallire il tentativo di soggiogare altre parti dell’ex impero sovietico, come i Baltici e la Polonia (in una bozza di accordo del 2021 la Russia proponeva la retrocessione della NATO ai confini del 1997), ormai armati fino ai denti in vista di una possibile azione offensiva russa, in un contesto europeo nel quale la Russia è ormai vista come nemico strutturale (dichiarata stato sponsor del terrorismo dal Parlamento UE), col quale sono stati tagliati i ponti commerciali, al quale sono stati imposti venti pacchetti di sanzioni che stanno mettendo sotto pressione sia l’ecconomia che la macchina bellica russa (incapace ad esempio di produrre aerei ed artiglieria per mancanza di componentistica o per i prezzi stratosferici raggiunti dai ricambi a causa delle trinagolazioni necessarie per eludere i blocchi). E la distrazione ucraina ha nel frattempo impedito alla Russia di scongiurare il cambio di regime in Siria, dove è stato defenestrato l’alleato Assad, e di proteggere l’Iran dal “contenimento” degli ayatollah - a suon di bombe - deciso da Israele e USA, mentre anche le relazioni con Armenia ed Azerbaijan si complicavano in favore della Turchia, compromettendo di fatto l’influenza di Mosca in due aree strategiche come il Medio Oriente ed il Caucaso.
Da qualunque angolazione la si guardi, insomma, quella della guerra russa contro l’Ucraina, che ha portato anche conseguenze come l’incriminazione di Putin per un’ipotesi di reato infamante come il rapimento di bambini (con conseguente divieto di ingresso in 123 paesi) e che per la prima volta dal ‘45 sta causando bombardamenti sullo stesso territorio russo (visti i colpi sempre più efficaci e arditi da parte degli ucraini contro raffinerie, oleodotti, fabbriche, porti e aeroporti), è una storia di approssimazione, scelte sbagliate e catastrofiche sconfitte, che spesso hanno anche il volto di una foto scattata dal presidente Ucraino a Kupyansk, località che la propaganda russa aveva dato per presa, provocando la derisione del mondo intero. Sconfitte, va detto, ben camuffate da piccole avanzate tattiche costosissime, di scarso valore strategico, ma spacciate per prove della posizione di vantaggio che la Russia si è guadagnata nei futuri accordi di pace.
La verità è invece che il conto alla rovescia verso l’implosione ha iniziato a correre. E corre veloce anche a causa del crollo del prezzo del petrolio (tra le principali fonti di entrata per la Russia) e dalla totale assenza di una exit strategy rispetto ad una guerra che ha reso tossica l’economia legandola alla spesa militare, senza che, anche in un prospettiva di pace, si intravedano possibilità di ritorno ad una industria civile, che di fatto non esiste più (persino le esportazioni di grano sono quasi dimezzate), e di ricollocazione di centinaia di migliaia di soldati abbrutiti dai campi di battaglia e che dovrebbero essere costretti o convinti a rinunciare a stipendi tripli rispetto alla media.
Il punto non è dunque se, ma quando il castello di carte crollerà - ancora una volta - a causa del bisogno insopprimibile della Russia di sentirsi impero. Con la sola differenza che, quanti dopo la caduta dell’URSS aiutarono l’orso a rialzarsi, sperando che imparasse a coesistere con il resto del mondo, stavolta potrebbero essere assai meno ben disposti. L’unica piccola e temporanea vittoria, rispetto al Vietnam degli anni ‘60 la Russia l’ha semmai finora ottenuta proprio sul piano della propaganda. Perché a “Yankees go home” di allora non corrisponde un “Putin go home” oggi. Anche se, dopo i flop di D’Orsi e le sempre più patetiche uscite di Travaglio e soci, anche qui, il vento sta cambiando...
Caro Benigni, dire solo "la guerra va abolita" e non ci piace non la fa scomparire magicamente. È negazione freudiana. Dire "la guerra fa schifo" ha forse salvato Anna, donna ucraina stuprata dai russi, che ha dovuto seppellire in giardino il marito che ha cercato di difenderla?
Senza i fucili e le armi anticarro imbracciate dai soldati ucraini, quante altre donne a Kyiv e nel resto del paese sarebbero state stuprate, torturate, trucidate? Le parole non bastano, a meno che tu non voglia cedere al ricatto ogni volta che i russi minacciano una guerra.
Gentile Ministro @GuidoCrosetto,
Le scrivo dopo lo spiacevole episodio avvenuto nel corso di un convegno organizzato ieri presso l’Università Federico II a Napoli. L’evento ha visto protagonisti anche diversi militanti dell’ANPI, i quali, come si evince dai video girati dai partecipanti, hanno aggredito verbalmente e fisicamente alcuni attivisti pro-Ucraina con l’intento di impedire loro di porre alcune domande ai relatori in merito alle attività di propaganda svolte in favore della Russia.
Mi corre l’obbligo di farle notare che anche quest’anno l’ANPI ha ottenuto dal suo Ministero un contributo pari ad euro 95.400 per attività tra le quali figurano quelle legate alla valorizzazione della memoria della resistenza.
Non credo di essere l’unico a chiedersi se sia il caso di continuare ad appaltare il ruolo di principale custode della memoria dell’antifascismo ad un’associazione che non è nemmeno in grado di condannare i suoi stessi militanti, mentre compiono azioni che hanno il chiaro l’obiettivo di limitare la libertà di espressione ed il diritto di contestazione di chi la pensa diversamente. Così come forse sarebbe opportuno che il suo Ministero chieda al presidente di ANPI Nazionale come sia possibile che un'associazione partigiana partecipi all’organizzazione di innumerevoli eventi nei quali si esibiscono personaggi come Angelo D’Orsi. Il professore emerito dell’Università di Torino, come saprà, ha infatti partecipato come INVITATO, a due distinti eventi promossi dal canale russo RT, sanzionato a livello europeo, svoltisi a Minsk e Mosca. Entrambi i festival, insieme alle dittature che li hanno ospitati, sono stati poi elogiati con grande passione e convinzione dal professore, sebbene, come è noto, si tratti di regimi totalitari, che sopprimono sistematicamente la libertà di opinione e condannano oppositori e dissidenti, nella migliore delle ipotesi, a marcire nelle patrie galere.
Le basterà dare un’occhiata ai post, ai video e a ogni altra uscita pubblica del Prof D’Orsi per rilevare lo stabile sostegno offerto alla dittatura fascista di Putin e le innumerevoli plateali menzogne riportate e ripetute per vilipendere l’eroica resistenza ucraina.
Personalmente ritengo che i numerosi appelli lanciati in queste settimane dal Presidente della Repubblica, affinché si affrontino alla radice i rischi collegati alla guerra ibrida, siano tanto più validi e attuali quando l’invasione dello spazio informativo da parte di chi sostiene la propaganda di uno stato criminale, seppur indirettamente, avviene addirittura con il sostegno di importanti realtà che operano attraverso fondi pubblici, le quali hanno quindi la possibilità di accreditarsi così come soggetti “istituzionali”.
Certo che saprà chiedere ed ottenere dall’ANPI la necessaria chiarezza, le rinnovo la mia stima.