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#31maggio
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Non mi interessa partecipare al riflesso condizionato con cui ormai si reagisce a fatti come quello di Modena, perché ogni volta il discorso pubblico si dispone immediatamente lungo due binari speculari e ugualmente insufficienti: da una parte la scorciatoia identitaria della destra, dall’altra la deresponsabilizzazione sociologica della sinistra mediatica; da una parte l’origine trasformata in destino morale, dall’altra la società trasformata in assoluzione preventiva. E tuttavia nessuna di queste letture riesce davvero a contenere ciò che è accaduto, perché entrambe rimuovono il punto più difficile da guardare: il luogo ambiguo in cui una persona resta responsabile della forma che decide di dare alla propria ferita.
È evidente che chi compie un gesto simile non stia bene; è altrettanto evidente che questo dato, da solo, non spiega nulla. La malattia mentale è reale, la depressione sociale è reale, l’isolamento identitario è reale; ma il problema contemporaneo è che ogni spiegazione tende immediatamente a trasformarsi in assoluzione, quasi che comprendere significhi sospendere il giudizio. E invece no: spiegare non significa assolvere. Significa provare a guardare più a fondo senza cedere alla comodità morale del colpevole unico. Il male non nasce dal nulla, ma il fatto che abbia delle cause non lo rende meno male.
Il punto che quasi nessuno affronta seriamente è che la frattura delle seconde generazioni non nasce soltanto da un conflitto culturale, ma dalla collisione tra una domanda di appartenenza e una società occidentale che fatica sempre più a produrre riconoscimento, continuità, funzione. La prima generazione sopravvive; la seconda pretende appartenenza. La prima cerca un posto nel mondo materiale, la seconda un posto nel mondo simbolico. Ed è una differenza enorme. La prima cerca di restare in piedi; la seconda vuole sentirsi parte di un ordine che però, nel frattempo, si è già incrinato per tutti.
E tuttavia l’appartenenza non può esistere nel vuoto. Una società integra davvero soltanto quando possiede ancora un nucleo simbolico sufficientemente solido da poter essere trasmesso, abitato, persino contestato senza dissolversi. L’Occidente non è semplicemente un luogo geografico né una somma indistinta di consumi e diritti individuali; è una costruzione storica fragile, emersa attraverso secoli di conflitti, secolarizzazione, limitazione del potere religioso, emancipazione femminile, distinzione tra sfera privata e sfera politica. Nulla di tutto questo è naturale, automatico o irreversibile. Ed è precisamente per questo che il multiculturalismo inteso come semplice equivalenza tra culture mi è sempre apparso una forma di superficialità teorica prima ancora che politica, perché integrare non significa sospendere ogni giudizio sulle forme di vita, ma governare differenze profonde dentro un ordine civile comune. Una società che rinuncia a governare culturalmente sé stessa, nel timore di apparire escludente, finisce spesso per produrre esattamente ciò che teme: frammentazione, risentimento, radicalizzazione reciproca.
Perché questa crisi non riguarda più soltanto chi proviene da famiglie migranti. Riguarda un’intera generazione occidentale cresciuta dentro la dissoluzione progressiva delle strutture che un tempo organizzavano il passaggio all’età adulta: il lavoro stabile, la continuità sociale, la trasmissione patrimoniale, l’idea stessa che studio, disciplina e competenza producano necessariamente un posto nel mondo. Oggi moltissimi giovani vivono dentro una sospensione identitaria e materiale permanente; semplicemente, chi proviene da contesti migratori spesso la sperimenta in forma più acuta, perché alla precarietà economica si aggiunge una precarietà simbolica. Non c’è la rete invisibile delle appartenenze consolidate, non c’è il patrimonio familiare accumulato nel tempo, non c’è quella continuità silenziosa che permette agli altri di cadere senza precipitare davvero.
E tuttavia anche questo, da solo, non basta. Perché il rischio più grande della nostra epoca è trasformare ogni vulnerabilità in innocenza automatica. C’è un punto oltre il quale il racconto delle condizioni smette di essere analisi e diventa alibi; ed è lì che l’individuo scompare. Se tutto è già deciso dalla società, allora nessuno decide più niente. Se tutto viene ricondotto all’origine, alla marginalità, alla frustrazione, allora non resta più alcuno spazio per la responsabilità personale, cioè per quell’unico margine umano che continua a distinguere una sofferenza da una devastazione.
E forse il punto più rimosso è proprio questo: la natura profondamente relazionale del dolore contemporaneo. Nessuno soffre mai nel vuoto. Il desiderio di appartenenza coincide sempre, in fondo, con il desiderio di essere riconosciuti da uno sguardo esterno; e quando quel riconoscimento fallisce in modo radicale, quando il soggetto non riesce più a costruire un’immagine di sé sostenibile dentro il mondo che abita, allora la frustrazione può mutarsi in rancore, e il rancore in pulsione distruttiva. Non nel senso banale per cui “la società è colpevole”, ma in un senso molto più tragico: chi non riesce più a trovare sé stesso nello sguardo dell’altro finisce talvolta per voler violare quello sguardo, spezzarlo, terrorizzarlo, costringerlo finalmente a vedere. È una dinamica antica: il bisogno di riconoscimento che, quando fallisce, degenera in conflitto. Solo che nelle società contemporanee questo conflitto non trova più forme simboliche, politiche o collettive capaci di contenerlo, e allora implode nella psiche o esplode contro corpi casuali, trasformando il dolore individuale in spettacolo pubblico della distruzione.
So cosa significhi crescere dentro una frattura identitaria, vivere nella sensazione di essere sempre leggermente fuori posto, né completamente dentro il mondo da cui provieni né davvero assorbita da quello in cui vivi. So cosa significhi studiare, costruirsi, fare tutto “bene” e scoprire che questo non produce automaticamente riconoscimento, spazio, integrazione. E so anche quanto sia facile, dentro quella frustrazione, sviluppare una forma di risentimento silenzioso verso il mondo, verso le sue gerarchie invisibili, verso i suoi meccanismi di selezione.
Avevo immaginato per me una traiettoria accademica, una vita di studio e ricerca, e invece mi sono scontrata molto presto con strutture chiuse, baronali, incapaci di assorbire chi non possiede protezioni pregresse o genealogie già riconosciute. La differenza è che, a un certo punto, ho capito che aspettare riconoscimento da sistemi in crisi significa consegnare la propria identità a qualcosa che non può restituirtela. Ed è lì che ho incontrato il mondo dell’impresa, della tecnologia, delle startup: non come mito meritocratico, non come favola liberale, ma come uno dei pochi spazi ancora capaci, almeno in parte, di misurarti sulla prova concreta di ciò che sai fare. Non era un mondo più giusto; era semplicemente un mondo meno saturo di codici ereditari.
Per questo guardo con diffidenza sia chi riduce tutto all’etnia sia chi riduce tutto al disagio sociale. Perché entrambe le letture finiscono per negare la stessa cosa: la complessità tragica dell’individuo contemporaneo, schiacciato tra il desiderio di appartenere e l’incapacità delle nostre società di offrire davvero appartenenza, tra la ricerca di riconoscimento e la dissoluzione di ogni struttura condivisa di senso. Ed è precisamente dentro questo vuoto che, sempre più spesso, la religione, l’identità radicale, il nichilismo o la violenza diventano surrogati di significato. Ma il fatto che una ferita sia comprensibile non la rende giusta. E il fatto che una società produca esclusione non cancella la responsabilità di chi sceglie di trasformare quella esclusione in odio. Perché c’è un momento in cui il dolore smette di chiedere di essere compreso e comincia a pretendere di essere redistribuito; ed è lì che nasce la volontà di terrorizzare, di imprimere sugli altri la stessa devastazione che si sente dentro di sé, di costringere il mondo a partecipare alla propria frattura.
Poi restano i fatti, che sono sempre più semplici delle interpretazioni che costruiamo intorno: due donne che non cammineranno più. E tutto il resto, le ideologie, le tifoserie morali, le scorciatoie televisive, le assoluzioni automatiche, le guerre simboliche, improvvisamente torna per quello che è: rumore.
Chissà domani la prima pagina di un certo giornale sportivo. Per #Pogacar una strisciolina in taglio basso? Ok le indagini di mercato sul calcio che tira, Milan, Juve, Toro e l’italiana Pirovano. Ma basterebbe una foto a tutta pagina: ci penserà L’Équipe
#MilanoSanremo
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#MilanoSanremo
L’aspetto più interessante dello svelamento di #Bansky da parte di Reuters sono le motivazioni citate dall’agenzia di stampa. Forse non condivisibili, ma non campate in aria.
Notevole Corona che si infervora dicendo che il gossip era “uno strumento di ricatto, potere e sopraffazione”. La prendiamo per una confessione. #Falsissimo
L’anno che verrà | Le “prove” dell’attacco alla villa di Putin | Cipro alla guida del Consiglio Ue | Da Mattarella un appello alla pace e ai giovani
#1gennaio
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Notevole prima pagina del Fatto, che prende per buona l’accusa di Mosca: c’è stato un attacco ucraino contro la casa di Putin. Sara mica una mossa russa per far saltare i negoziati? No, qualcuno sabota la pace e “ovviamente” sono gli ucraini.