@fratotolo2 Pacifico tentativo verbale iniziato lanciando una bicicletta. Che poi la violenza non trovi giustificazione né i comportamenti disturbanti e fuori legge ok, però di pacifico appunto non c’è nemmeno l’inizio. Polizia ecc: diamo pure il tempo di intervenire. 10’ di blocco non ore
@InfoAtac stazione metro b ponte mammolo: banchina invada da cicche di sigarette e fumatori indisturbato. Fra parcheggio e stazione aree verdi invase di buste di immondizia. @MercurioPsi
Nel suo libro del 1994 “Pale Blue Dot” Carl Sagan commenta così la fotografia:
«Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. (...) Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.»
(fine)
Facciamo un passo indietro. Il 5 settembre 1977 vengono lanciate da Cape Canaveral le sonda gemelle Voyager 1 e 2 con una vita prevista di tre anni, fino all’incontro con le lune di Saturno. In realtà la missione dura molto di più e, nel 1990, dopo anni di discussioni, l’astronomo Carl Sagan convince la NASA a far ruotare all’indietro una fotocamera di una delle due sonde in modo da fare un’ultima fotografia ai pianeti del Sistema Solare, prima di allontanarsi troppo.
Delle due fotocamere a bordo di Voyager 1 viene usata quella con risoluzione più alta e angolo di visuale più stretto. Nel momento in cui viene scattata la fotografia, il 14 febbraio 1990, la sonda si trova a 6 miliardi di km dalla Terra, ossia 40 volte la distanza tra la Terra e il Sole, e si sta allontanando alla velocità di 64.000 chilometri all’ora. Da questa distanza si vedrà pochissimo, ma Sagan intuisce che proprio per questo è importante fare la fotografia: per farci riflettere sulla nostra vulnerabilità e sulla nostra posizione nell’universo. L’immagine non ha alcun valore scientifico, ma il suo valore simbolico si rivelerà incalcolabile.
La fotografia è composta da 640.000 pixel. La Terra è così piccola che occupa meno di un pixel (circa un decimo di pixel, secondo i calcoli della NASA). Come in tutte le fotografie della Terra dallo spazio, il suo colore è azzurro a causa della diffusione di Rayleigh attraverso l’atmosfera. Per questo Carl Sagan la chiamerà “Pale Blue Dot” (“puntino celeste”). Le bande luminose che si vedono nella fotografia sono un artefatto causato dalla riflessione della luce solare su parti della fotocamera.
La grande distanza dal nostro pianeta riduce le possibilità di trasmissione dei dati e costringe a usare un elevato tempo di esposizione per riuscire a catturare la debole luminosità della Terra. Quando l’immagine viene trasmessa al controllo missione, impiega cinque ore e mezza solo per arrivare a destinazione, viaggiando alla velocità della luce.
Nel loro insieme le fotografie dei pianeti del sistema solare scattate dalla sonda vengono ricordate come il “Family Portrait” (“Ritratto di famiglia”).
Dato che la potenza elettrica prodotta dai generatori a radioisotopi della sonda diminuisce continuamente e che gli altri strumenti hanno bisogno di energia elettrica, al termine di questa serie di scatti la NASA decide di spegnere per sempre le fotocamere della sonda. Dopo averci visti per l’ultima volta, Voyager 1 prosegue il suo cammino a occhi chiusi.
Oggi sono passati 35 anni dalla foto del puntino celeste e 48 dall’inizio della missione e incredibilmente Voyager 1 è ancora viva e comunica con il controllo missione della NASA, nonostante continui a essere bombardata dalle radiazioni cosmiche e abbia sempre meno energia a disposizione. A 25 miliardi di km dalla Terra è l’oggetto costruito dall’umanità più lontano da noi, è ormai entrata nello spazio interstellare e continua il suo viaggio verso l’ignoto.
È il primo maggio 1990. Mentre in Italia ci stiamo preparando ai mondiali di calcio di Baggio e Schillaci, la rete di antenne radio della NASA riceve dalla sonda Voyager 1 una serie di fotografie scattate tre mesi prima e non previste dal programma della missione. Una di queste, a prima vista poco appariscente, è destinata a entrare nella storia.
(continua)
@GiorgiaMeloni Si citano sempre gli ostaggi ma mai le condizioni dei palestinesi né la Palestina come stato da riconoscere. Il silenzio e l’immobilismo ci rende uno stato indirettamente complice del genocidio in atto.
Perché non abbiamo ancora mandato esseri umani su Marte, dopo che abbiamo esplorato quel pianeta diverse volte con sonde robotiche?
Perché è molto più complicato. Un viaggio di andata e ritorno che includa l’atterraggio dura almeno due anni e copre una distanza di circa 2 miliardi di chilometri, mille volte di più rispetto alla missione Artemis 1 intorno alla Luna, o se preferite l’equivalente di centomila voli aerei di andata e ritorno tra Roma e Los Angeles.
Per completare un viaggio così lungo con equipaggio umano bisogna superare una serie di ostacoli tecnici. SpaceX ha promesso che il nuovo veicolo Starship sarà in grado di portare su Marte un carico di 100 tonnellate, circa cento volte di più dei rover inviati finora. Aumentare la quantità di risorse, protezioni, dispositivi di sicurezza e così via permetterà di risolvere tutti i problemi?
Per rispondere ci vorrebbe come minimo un libro intero. Scusandomi con gli esperti per le numerose semplificazioni, provo a parlarne in estrema sintesi.
Per cominciare, durante un viaggio così lungo gli astronauti saranno esposti alle radiazioni causate dagli eventi solari e dai raggi cosmici galattici. Le prime avvengono in maniera ciclica e con intensità variabile; possono anche essere mortali, ma sono schermabili, se si ha abbastanza massa a disposizione. I raggi cosmici galattici invece arrivano continuamente e nell’immediato non sono pericolosi, ma a lungo termine aumentano sensibilmente il rischio di tumori e altre malattie degenerative. Dato che sono formati da particelle pesanti e molto energetiche, non si possono schermare nemmeno con protezioni molto massicce. Difficilmente un’agenzia pubblica metterebbe a rischio la salute dell’equipaggio, ma in teoria degli astronauti potrebbero firmare con un’azienda privata una sorta di consenso informato in cui accettano tutti i gravi rischi causati da un viaggio verso Marte. Non mancano certamente le persone disposte a farlo.
Durante tutto il viaggio gli astronauti si troverebbero in condizioni di microgravità, cosa che provoca perdita di massa ossea, atrofia muscolare e problemi cardiovascolari. Al momento non esistono dispositivi in grado di generare per forza centrifuga una gravità artificiale adeguata e non è verosimile che siano sviluppati in tempi brevi. Una volta arrivati su Marte gli astronauti non sarebbero in grado di reggersi in piedi e avrebbero bisogno di un’assistenza robotica ancora da sviluppare. Inoltre accumulerebbero con il viaggio di ritorno una permanenza in microgravità superiore a quella sperimentata finora da qualsiasi essere umano e con conseguenze difficili da quantificare.
Un viaggio così lungo richiederebbe il trasporto di grandi quantità di risorse come cibo, ossigeno e acqua. Sulla Stazione Spaziale sono state sviluppate tecniche che permettono di riciclare acqua e ossigeno e di coltivare piccole quantità di ortaggi per l’alimentazione degli astronauti, ma non sono ancora in grado di garantire autonomia per periodi così prolungati. Tuttavia la capacità di carico di Starship è così grande che permetterebbe di trasportare abbastanza risorse non riciclabili per tutta la missione.
Si può abbreviare il viaggio? Come insegna l’equazione dei razzi, costruire motori più potenti mantenendo la propulsione chimica non risolve il problema, perché circa il novanta per cento della massa se ne va in propellente. Si potrebbe guadagnare tempo con la propulsione termica nucleare, che però non esiste ancora e comunque richiederebbe attente verifiche prima di essere usata per gli esseri umani.
L’isolamento, il confinamento e la consapevolezza di essere lontani dalla Terra potrebbero causare stress, ansia, depressione e scontri tra gli astronauti. La distanza e le limitazioni delle risorse mediche renderebbero difficile trattare emergenze mediche gravi. Anche la permanenza sul terreno marziano sarebbe piuttosto complicata, a causa dell’assenza di magnetosfera e della scarsa protezione offerta dall’atmosfera molto tenue.
Mentre le comunicazioni con la Luna avvengono quasi in tempo reale, con pochi secondi di ritardo, i segnali radio diretti a Marte impiegano fino a 24 minuti per la sola andata. Nei periodi di congiunzione solare, quando il Sole è tra i due pianeti, ci sono due settimane di black out delle comunicazioni. Si può rimediare con satelliti-relé, ma i tempi di comunicazione diventano ancora più lunghi, con tutte le complicazioni del caso.
Il rifornimento in orbita, per ragioni tecniche, non è un passaggio scontato ma comporta sfide ancora da verificare, come del resto prevedono i piani di SpaceX. Anche il rientro e l’atterraggio su Marte di un veicolo pesante come Starship dovranno essere prima attentamente collaudati in missioni di prova senza equipaggio.
Infine, i costi di una missione simile sarebbero molto alti, molto difficili da preventivare accuratamente, e potrebbero sottrarre risorse a progetti più preziosi dal punto di vista scientifico e umanitario.
E allora perché Elon Musk ha annunciato una missione umana su Marte già nel 2029, quando lo sviluppo di Starship è ancora lontano dalla conclusione? La risposta non può essere soltanto tecnica. Questo tipo di annunci può suscitare interesse e favorire investimenti, ma non è basato sulla realtà.
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@Storace L’idea che di fatto, a queste condizioni, per quanto sappiamo dai media, sarebbe un tollerare una invasione e cedere a finti mediatori sembra convincere molti: armarsi per sostenere ancora Ucraina impedire si ripeta altrove.
@speedroke @parpagnowow@Starlink Questo pubblicizzato è un kit mobile diciamo. Io parlavo del kit fisso diciamo per abitazioni. E comunque il discorso è che questo servizio arriva anche dove la fibra non arriva.
@PatriziaTinello@GMorning1991@Starlink Ma dipende appunto dalla disponibilità di un cavo, in una zona. Questo offre un servizio letteralmente ovunque. Compreso in mezzo al mare (ma non con questo specifico prodotto)
Poi cambiano le offerte, indaghi, magari questa con 40/mese ha anche compreso modem ecc
@PatriziaTinello@GMorning1991@Starlink Il costo del kit si però in effetti internet molto veloce, veramente ovunque ed antenna auto scongelante in caso di neve o ghiaccio. Il costo mensile è assolutamente concorrenziale con altri fornitori che però promettono ma poi danno servizio scadente