@Marilena0407 Quanti sfigati che commentano sminuendo...
Il ragazzo ha lavorato per guadagnare quello che gli occorreva. Ha 17 anni, avrà molte altre estati per lavorare. Che 🥎🥎 quelli che "ai miei tempi"!
Remigrazione
C’è una parola nuova che gira, e ha un suono pulito. Remigrazione. La pronunciano in tanti senza pensarci, come si ordina un caffè. Comoda, leggera, igienica. Le parole pulite servono a questo da sempre: coprire ciò che ad alta voce farebbe vomitare.
Non è spuntata dal nulla. L’ha teorizzata un austriaco, Martin Sellner, in un libro intitolato “Remigrazione, una proposta”, tradotto in italiano l’anno scorso. Ha preso corpo in una villa vicino a Potsdam, nel novembre del 2023, dove uomini dell’estrema destra tedesca si sono chiusi a discutere come allontanare due milioni di persone. Lo ha scoperto un gruppo di giornalisti, e mezza Germania è scesa in piazza. Nel piano c’era scritto pure dove spedirle, quelle persone: uno “Stato modello” da qualche parte in Nord Africa. Un’idea già vista. Si chiamava piano Madagascar, prevedeva di deportare quattro milioni di ebrei su un’isola, ed era il 1940.
Un dettaglio di quella riunione conta più di tutto. Sellner non ha mai detto deportazione. Diceva remigrazione. Sapeva cosa stava progettando e ha scelto la parola che non spaventa. Non lo dico io. Sta agli atti.
Te la traduco, la parola pulita. Remigrazione vuol dire prendere una persona e portarla via. Vuol dire bussare a una porta all’alba e far scendere una famiglia in pigiama. Vuol dire un bambino con le scarpe slacciate che non capisce dove lo portano. Vuol dire una madre che stringe una valigia con dentro niente, perché il tempo non glielo hanno dato. Non parlano solo di chi è sbarcato ieri. Parlano dei “non assimilati”, che nella loro lingua sono ragazzi nati qui, con la carta d’identità in tasca, che parlano romanesco o napoletano e il paese dei nonni non l’hanno mai visto.
Non è la prima volta che una parola viene lavata così. Quasi novant’anni fa cominciò con le parole e con le leggi. Si diceva trasferimento, reinsediamento, trattamento speciale. Si facevano le liste. I treni vennero dopo, poco più di ottant’anni fa, e su quei treni la gente stava in piedi, al buio, per giorni. Dove finivano lo sai. Lo sai senza che te lo scriva. L’hai studiato a scuola, hai pensato mai più, hai chiuso il libro. La parola pulita è tornata lo stesso, e ti scorre davanti mentre fai colazione.
Pensa alla gente normale di allora. Il farmacista. La maestra. L’impiegato che ogni mattina comprava il pane e un giorno ha smesso di salutare il fornaio, perché il fornaio era diventato un problema. Non erano mostri. Erano gente come te. Hanno solo girato la testa. Si sono detti che non li riguardava, che protestare era pericoloso, che ci avrebbe pensato qualcun altro. Quel qualcun altro non è arrivato mai. Quando i treni passavano sotto casa, chiudevano le tende e alzavano la radio.
Oggi la tenda è lo schermo del telefono. Scrolli, leggi remigrazione, senti un fastidio, tiri dritto. Intanto c’è già chi sussurra di “altre soluzioni”, perché a qualcuno la sola deportazione comincia a stare stretta. La frase non la finiscono. Gli manca il coraggio. Fanno come Sellner: dicono la parola che non spaventa e il resto lo lasciano al tuo silenzio. Prima la parola pulita. Poi la parola detta a metà. Poi non servirà più nessuna parola, perché sarà già successo.
Uno Stato sano avrebbe gli anticorpi. Tratterebbe chi istiga allo sterminio per quello che è, perché questa non è un’opinione, è il primo gradino di una scala che conosciamo a memoria. Invece la parola va di moda. Qualcuno la spaccia per libertà.
Resti tu. Non la maestra, non il farmacista, non quel qualcun altro che non arriva mai. Tu, che hai sentito quel fastidio mentre leggevi e adesso vorresti chiudere la pagina e lasciarti il fastidio alle spalle. Non chiuderla. Quel fastidio è l’unica cosa pulita rimasta in questa storia, ed è esattamente ciò che la gente di novant’anni fa ha deciso di non sentire. La differenza tra te e loro non è il cuore. È solo il momento. Loro si accorsero quando i treni erano già partiti. Tu te ne stai accorgendo adesso, prima. La prossima volta che leggi remigrazione non tirare dritto. Chiamala col suo nome, ad alta voce, dove gli altri ti sentono. Costa fatica e ti farà sentire fuori posto. Era esattamente la fatica che allora non fece nessuno.
La lega di Salvini
La Lega è quella dei figli di Bossi: la laurea finta comprata a Tirana per 77mila euro coi soldi del partito, le multe e le serate pagate dal Carroccio, condanne per appropriazione indebita. Una famiglia intera, scrisse il giudice, “mantenuta dalla Lega”.
La Lega è quella che comprava diamanti in Tanzania e lingotti d’oro coi rimborsi elettorali. Coi soldi nostri.
La Lega è quella che si fece una banca: tre anni di vita, otto milioni di perdite, i risparmi dei militanti bruciati, salvata da un banchiere poi finito in galera con Bancopoli.
La Lega è quella dei tesorieri: il primo travolto con Bossi dalla tangente Enimont, uno condannato per essersi appropriato dei fondi, uno condannato per finanziamento illecito tramite un’associazione fantasma. Quello attuale, condannato per peculato insieme al revisore dei conti del partito: 800mila euro pubblici destinati al cinema lombardo, finiti anche in due villette sul Garda. Confiscate.
La Lega è quella di Cota, presidente del Piemonte, condanna definitiva per peculato sulle spese pazze del consiglio regionale.
La Lega è quella del sottosegretario imputato per corruzione, accusato di farsi promettere mazzette da un socio dell’uomo accusato di finanziare la latitanza di Messina Denaro. Protetto per anni dal voto del Senato sulle intercettazioni, finché la Consulta non ha detto basta.
La Lega è quella del segretario fidanzato con la figlia di un condannato per bancarotta finito in carcere a Sollicciano. Il fratello di lei ha patteggiato due anni e nove mesi per corruzione sugli appalti Anas. Anas, le strade. Il ministro delle infrastrutture è il cognato. La sorella ha patteggiato un anno per essersi finta avvocata con una badante, fabbricandole una sentenza falsa del tribunale di Firenze.
La Lega è quella del ministro dell’interno che, ubriaco di potere, bloccò in mare navi cariche di naufraghi, anche donne e bambini, e non una volta sola. Per la Diciotti il Senato gli evitò perfino il processo; poi le Sezioni Unite hanno stabilito che quei naufraghi trattenuti a bordo hanno diritto al risarcimento. Paga lo Stato. Cioè noi. Per la Open Arms i giudici lo hanno assolto. Ma dall’aver usato persone salvate dal mare come materiale da campagna elettorale non lo assolve nessuna sentenza.
La Lega è quella che ha firmato un accordo col partito di Putin. E quella del Metropol: l’uomo di fiducia del segretario, già suo portavoce, in un albergo di Mosca a trattare con emissari russi una partita di petrolio destinata, scrisse il giudice archiviando, “all’obiettivo finale di finanziare illecitamente il partito Lega”. Nessun reato, l’affare non si chiuse e i russi restarono senza nome. Resta un partito italiano che andava a cercare i soldi della campagna elettorale a Mosca.
La Lega ovviamente è quella dei 49 milioni pubblici spariti. Li restituisce a 600mila euro l’anno: finirà di pagarli verso il 2090, con rate più basse del mutuo che pago io alla banca.
La Lega è quella della Pedemontana Veneta: 2,3 miliardi pubblici per una superstrada col traffico sotto le previsioni e canoni che peseranno sui veneti fino al 2059.
La Lega è quella delle Olimpiadi “a costo zero” costate al contribuente circa 5 miliardi. Compresa la pista da bob: il Coni voleva gareggiare su un impianto estero già esistente, Salvini impose Cortina “senza spese aggiuntive”. Spese aggiuntive: 124 milioni.
La Lega è quella dei suoi economisti, quelli che da dieci anni sanno tutto di tutto: l’euro stava per crollare, lo spread non contava, i minibot ci avrebbero salvati, fuori dall’Europa si stava meglio. Nessuna previsione avverata, nessuna idea sopravvissuta al contatto con la realtà. Sono ancora lì, in Parlamento, a spiegarci l’economia.
La Lega è quella delle sue vestali dell’intolleranza, le quattro madonnine della crociata permanente contro l’Islam: ordinanze per impedire ai musulmani perfino di pregare in un piazzale, bocciate dai giudici, centinaia di migliaia di euro di contenziosi pagati dai cittadini, e una promozione a eurodeputata proprio per quello.
Nella Lega l’intolleranza non è un incidente di percorso. È un curriculum.
La Lega è quella di Borghezio, condannato per diffamazione razzista contro una ministra nera, cresciuto nell’estrema destra extraparlamentare, fermato nel ‘76 con un messaggio che inneggiava alla morte del giudice Occorsio. Trent’anni di Carroccio, e ora corre da Vannacci.
La Lega è quella di Calderoli, condannato due volte per aver dato dell’orango alla stessa ministra, salvato dalla prescrizione. Oggi è ministro.
La Lega è quella in cui Salvini si è scelto come vicesegretario il generale del “mondo al contrario” per cavalcarne il razzismo, ed è stato cavalcato: il generale si è fatto il partito suo e si porta via deputati, militanti e reduci, compreso quello della “remigrazione” a Montecitorio.
La Lega è quella di chi chiedeva i pieni poteri dal Papeete.
La Lega è quella di chi col tricolore voleva pulirsi il culo.
La Lega è quella che al 25 aprile e al 2 giugno non si presenta perché non ha nulla da festeggiare.
Non è una serie di incidenti. È un metodo.
E voi vi stupite che con 13 miliardi e mezzo da gestire per il Ponte l’inchiesta per corruzione arrivi prima ancora che l’opera sia cominciata? Con indagato l’ex commissario della Lega in Calabria, già nel consiglio di amministrazione della società del Ponte, quello che “lavora a stretto contatto con Salvini”, accusato di aver provato a comprare il parere di un giudice della Corte dei Conti?