E' una marcia del ritorno alla propria terra. E ora, alle macerie: di Gaza City, di Jabalia, di Beit Lahia, di Beit Hanoun.
Il fiume di centinaia di migliaia di palestinesi (c'è chi dice un milione) che si è incamminato verso il nord della Striscia di Gaza, dice molte cose. E' una marcia parallela, moltissimi a piedi, chi può in macchina. In macchina più verso l'interno della Striscia, lungo la strada che unisce nord e sud, la via Salaheddin. A piedi lungo il mare, e chissà se quella strada ripercorre esattamente l'antica Via Maris, la via maris vecchia di migliaia di anni, la via costiera che ha segnato la storia del Mediterraneo orientale.
Per chi ha seguito la rivoluzione egiziana del 2011, la foto della massa che riempie la strada ricorda il Ponte dei Leoni, al Cairo. Una immagine iconica che ha segnato la storia della rivoluzione di Tahrir: in quel momento, per la folla sul ponte che non indietreggiava, si è compreso che il 'popolo chiedeva la caduta del regime', come recita lo slogan di Tahrir.
Il popolo - inteso come popolazione, persone, comunità - può essere un attore politico, un attore non statuale che segna alcuni momenti determinanti della Storia. Così è per la 'marcia del ritorno' verso il nord della Striscia di Gaza, dopo 15 mesi di genocidio e di sofferenze indicibili (che non sono finite, ahimé). Non credo sia solo un segno dell'appartenenza a una terra, di una relazione con lo spazio considerato lo spazio in cui si nasce e si cresce. Non credo sia una vittoria, dopo così tanta sofferenza. Credo abbia a che fare con un senso prepolitico e politico dei propri diritti. Un gesto non subalterno, un gesto di dignità.
Dire «genocidio» non è un esercizio retorico
È apparso sul Corriere della Sera un articolo di Liliana Segre in cui le argomentazioni per negare la portata genocidaria del massacro di palestinesi sono chiare e semplici, ma poco consistenti
@mattsnucci
https://t.co/c3vpkyZr5A
"We will continue to carry out our mandate in order to fulfil the fundamental commitment forming the basis of the Rome Statute: that the lives of all human beings have equal value."
Dalla semplice visione di alcune (più di alcune!) prime pagine della stampa italiana, mi sembra che il Tribunale Penale Internazionale faccia veramente paura. La giustizia fa paura. Non capisco come mai non facciano altrettanta paura - e soprattutto scandalo - i crimini commessi alla luce del sole, in totale impunità.
E' successa la stessa cosa nei Balcani, all'inizio del decennio delle guerre nella ex Jugoslavia. Neanche l'assedio di mille giorni di Sarajevo era riuscito a suscitare talmente tanto scandalo da mettere insieme opinioni pubbliche e governi per fermare il massacro. Il massacro e lo scandalo. E quanto il Tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia (grazie, Antonio Cassese, per aver costruito l'architettura della giustizia penale internazionale) emise i mandati di cattura contro Karadzic e Mladic, i commenti furono spesso i simili a quelli che leggo oggi.
Si disturba il manovratore, questa è la sintesi: cioè, si chiude la porta a diplomazia e politica. Non bastano i 44mila morti accertati, le migliaia (forse di più) sotto le macerie, i morti per fame (fame!) e sete, malattie incurabili in quello che è ormai un inferno in terra. No, non bisogna disturbare il manovratore. E cioè i molti che non hanno mosso un dito per fermare crimini contro l'umanità, crimini di guerra, genocidio. E i pochi che hanno armato i responsabili dei crimini con armi e sostegno politico.
Non bisogna pensare solo al futuro, e a come sarà la presidenza Trump. Oggi, soprattutto oggi dopo l'emissione dei mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant bisogna pensare a cosa è già stato fatto, di vergognoso e scandaloso, da parte di chi li ha sostenuti. Per lunghi, indicibili 14 mesi.
Sul banco degli imputati ci sarebbero dovuti essere anche i dirigenti di Hamas, non solo Mohammed Deif verso cui è stato emesso un altro mandato d'arresto, diverso da quello verso Netanyahu e Gallant, con altre specifiche accuse di crimini contro l'umanità. Ci sarebbero dovuti essere anche Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh, se ancora una volta il governo israeliano non avesse completamente disdegnato il sistema di legalità internazionale e le convenzioni internazionali che pure ha firmato. Non sono ammessi omicidi mirati extragiudiziali, nel diritto internazionale.
Io una cosa sola so, di questo tempo: che non può esserci nessuna equidistanza quando davanti ai nostri occhi abbiamo una nazione armata fino ai denti che stermina le persone e occupa i territori, e un popolo disarmato che viene sterminato e scacciato da casa sua.
E che non soltanto dire questo non significa rimuovere nessuna complessità, bensì, se non si comincia da qui, se non si comincia cioè dalla condizione umana dei palestinesi e da cosa ne sta facendo Israele, non c'è alcuna complessità di pensiero possibile su nient'altro, dal tema dell'antisemitismo (per chi ovviamente lo voglia trattare in buona fede e non come arma di propaganda), alla politica contemporanea, alla libertà delle donne, al futuro tutto della nostra specie. Chi rimuove che è questo il punto di partenza, e nessun altro, rimuove interamente i rapporti di forza, con il carico di lotta e conflitto che essi comportano; ovvero si risolve a campare pattinando, cercando di non scivolare, su lastre di ghiaccio sottilissime destinate a spezzarsi molto velocemente.
Di fatto, come scrissi già tempo fa, l'Occidente sta crollando su se stesso perché per decenni ha pensato di poter pattinare su questo ghiaccio e che non si sarebbe mai spezzato.
"Il cosiddetto "piano dei generali", che [...]stanno mettendo in atto nel nord della Striscia, [...]prevede tante di quelle violazioni del diritto internazionale da andare oltre la pulizia etnica e togliere qualsiasi dubbio sull'intento genocidiario nei confronti dei palestinesi"
Come in una spirale impazzita, le notizie si susseguono con una velocità che rende tutto magmatico. L'esercizio che occorre fare, a mio parere, è mettere tutto in ordine. Il quadro, allora, diventa più chiaro. Senza nebbia. Altrettanto colmo di orrore.
Cento persone circa, di cui un quarto bambini, sono appena stati uccisi stamattina nel bombardamento israeliano su un edificio di cinque piani a Beit Lahya, nord della Striscia di Gaza, dove in tre settimane le forze armate israeliane hanno già ucciso oltre mille persone, bombardato scuole divenute rifugio, bombardato ospedali, arrestato e condotto via in luoghi sconosciuti uomini e minori separandoli dalle donne (come a Srebrenica, per intenderci), costretto la popolazione civile a lasciare le case, i ruderi, i rifugi e dirigersi verso il sud della Striscia.
Il cosiddetto "piano dei generali", che le forze armate stanno mettendo in atto nel nord della Striscia, è un piano che prevede tante di quelle violazioni del diritto internazionale da andare oltre la pulizia etnica e togliere qualsiasi dubbio sull'intento genocidiario nei confronti dei palestinesi.
Il Sudafrica ha appena consegnato alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) una memoria di 750 pagine di testo e di 4mila pagine di prove e allegati, in sostegno all'accusa di genocidio nei confronti di Israele, perpetrata a Gaza contro la popolazione palestinese.
Negli stessi giorni, Israele ha continuato a bombardare il Libano (non solo il sud del Libano), anche in luoghi - come la corniche di Tiro - di cui difficilmente, molto difficilmente si può dire che si tratti di un obiettivo militare. Sembra un dettaglio, rispetto alle vittime umane civili, sottolineare che Israele ha bombardato luoghi di inestimabile valore dal punto di vista del patrimonio dell'umanità, in Libano come a Gaza. Come se, tra i bersagli, ci fosse (c'è!) la stessa appartenenza a una terra.
La Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato a larga maggioranza, la sera del 28 ottobre, la messa al bando dell'UNRWA, l'agenzia dell'Onu che dalla fine degli anni Quaranta si occupa dei rifugiati palestinesi, causati dalla prima guerra arabo-israeliana e dalla cacciata a opera degli israeliani della popolazione nativa, indigena palestinese dalle proprie case e dalle proprie terre. A votare per la messa al bando non è stata solo la coalizione di governo, ma anche l'opposizione, smentendo nei fatti la lettura di una politica israeliana divisa tra Netanyahu e i suoi alleati, su un fronte, e l'opposizione, sull'altro. Israele si pone fuori dai suoi obblighi internazionali in quanto potenza occupante, e dalla legalità internazionale in quanto Stato facente parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’UNRWA è un’agenzia che ha nell’Assemblea Generale l’organismo che decide il suo mandato. Il tentativo di Israele è quello di chiudere la questione palestinese eliminando il suo pilastro: i rifugiati palestinesi come espressione delle violazioni compiute contro di loro e contro il principio dell’autodeterminazione. Milioni di persone, mantenute dalla comunità internazionale, sono a rischio riguardo a: nutrizione, salute, educazione, mezzi di sostentamento.
E' la sintesi - fallace, sicuramente - di meno di 48 ore nella più pericolosa, orribile guerra che l'Asia occidentale (il Medio Oriente) ha mai visto dal 1948, e che al 1948 riporta. E' da un anno che va avanti così, anzi, sempre peggio. Ho l'impressione che in Italia e in Europa non ci si renda conto di quello che sta succedendo. Della misura di quello che sta succedendo. E che persino guardare agli Stati Uniti come il centro della questione, in questi giorni e in queste settimane e in questo ultimo anno, faccia perdere di vista l'enormità di quello che sta accadendo a oriente del Mediterraneo, nella colpevole indifferenza di molti.
🇮🇹🇦🇱 Sono iniziate le deportazioni in Albania. Questa struttura, che tra ritardi e appalti senza gara costerà agli italiani centinaia di milioni di euro, è costruita sul fallimentare modello dei #Cpr, veri e propri lager già presenti in diverse regioni italiane. Un capitolo nero.
@letsbookorg È morta Umm Hasan. Ho visto gente correre all'impazzata nei vicoli del campo. Ho sentito che piangevano. Uscivano di casa, chinavano il capo per raccogliere le lacrime e correvano via.
🇱🇧 Elias Khuri, La porta del sole
#Ismail_AlGhoul was decapitated while reporting. Int' #media - who have either remained silent or amplified the narrative of the oppressor during 9+ genocidal months in #palestine- should be ashamed. Much of the news from #Gaza they have either ignored or doubted about, come from Palestinian journalists who have literally been slaughtered for doing their job.
#freedomofexpression
#JournalismIsNotACrime
You have to watch this immensely revealing and horrifying testimony by Jewish-American humanitarian surgeon Mark Perlmutter who spent 2 weeks in Gaza: https://t.co/9Ku1axTPyw
"All of the disaster zones I've seen combined - combined - 40 mission trips, 30 years, ground zero, earthquakes, all of that combined doesn't equal the level of carnage that I saw against civilians in just my first week in Gaza.
(Host: and when you say civilians, is it mostly children?)
Almost exclusively children, I've never seen that before."