Il sistema dei buoni pasto in Italia, struttura economica e criticità.
In Italia i buoni pasto vengono generalmente presentati come uno strumento di welfare aziendale efficace, un beneficio per i lavoratori, una semplificazione fiscale per le imprese, una modalità pratica per sostenere il consumo fuori casa.
È una descrizione corretta, ma incompleta.
Per comprenderne il funzionamento reale è necessario spostare lo sguardo dal momento del consumo alla struttura che lo rende possibile, in particolare alla posizione degli esercenti, bar, ristoranti, supermercati, che rappresentano il punto terminale del circuito.
Per chi riceve un buono pasto il valore è immediato, per chi lo incassa invece si tratta di un credito mediato da operatori finanziari specializzati. In Italia il mercato è fortemente concentrato e, nella pratica, controllato per circa il 90% da quattro gruppi principali: Edenred, di origine francese e leader storico del settore, Day, gruppo italo-francese radicato nel mondo cooperativo, Pluxee, ex Sodexo Benefits & Rewards, anch’essa multinazionale francese, e Pellegrini, unico grande operatore italiano indipendente con una quota significativamente più ridotta rispetto ai player internazionali.
Questo significa che il pagamento non è diretto, ma passa attraverso un sistema chiuso di intermediazione dominato da soggetti in larga parte francesi.
Il primo elemento rilevante è la commissione applicata sulle transazioni. L’esercente non incassa mai il valore pieno del buono, una percentuale viene trattenuta a monte dal circuito. Nel tempo queste commissioni hanno rappresentato una componente significativa del modello economico del settore, e anche laddove oggi risultano più regolamentate restano un elemento strutturale del sistema. In termini pratici il valore nominale del buono e il valore effettivamente incassato non coincidono.
Il secondo elemento riguarda i tempi. Il ciclo di rimborso non è immediato, l’esercente accumula i buoni, li rendiconta, li invia attraverso piattaforme dedicate, attende verifiche e validazioni, solo successivamente avviene la liquidazione. In media il tempo di incasso varia tra i 30 e i 90 giorni, a seconda dell’operatore e delle condizioni contrattuali. Questo introduce un aspetto spesso sottovalutato, il buono pasto per l’esercente non è solo uno strumento di pagamento differito, ma anche una forma indiretta di finanziamento del circuito. Nel frattempo i costi operativi dell’attività continuano a essere sostenuti in tempo reale.
Il mercato dei buoni pasto in Italia ha una dimensione significativa, stimata tra i 4 e i 4,5 miliardi di euro annui. Si tratta di un’infrastruttura economica stabile che coinvolge milioni di lavoratori e una rete molto ampia di esercizi convenzionati. Ma oltre al volume complessivo è utile considerare un altro aspetto, la velocità del denaro.
Dato il ciclo medio di utilizzo e rimborso, una parte rilevante della massa monetaria non è immediatamente disponibile agli esercenti, ma rimane temporaneamente nel circuito degli intermediari. In modo prudenziale si può stimare che tra 1 e oltre 2 miliardi di euro siano costantemente in fase di transito tra utilizzo e liquidazione. Si tratta di denaro già speso dal consumatore finale, ma non ancora trasferito al soggetto che ha erogato il servizio. Questa dinamica non è marginale, è una componente strutturale del modello, la gestione del tempo di pagamento diventa di fatto una variabile economica autonoma.
A questo punto emerge una domanda inevitabile, che riguarda la destinazione reale di questa liquidità nel periodo in cui resta “ferma” nei circuiti degli emittenti.
Nel sistema dei buoni pasto la liquidità non è segregata in conti vincolati, ma viene gestita come cassa aziendale dalle società emittenti. Questo significa che, tra incasso e rimborso, il denaro è pienamente disponibile a livello di bilancio operativo del gruppo.
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Buongiorno,
tenevo a precisare una cosa: non faccio beneficenza!, non pubblicizzo un intervento benefico e non pubblicizzo la mia attività per trarne un beneficio, redistribuisco!
Qualcuno, una volta, disse: «Ognuno dia secondo le proprie possibilità e a ognuno venga dato secondo le proprie necessità».
Non sono un filantropo, non sono un benefattore e non sono nemmeno un supereroe.
Sono semplicemente una persona che ha deciso di vivere in questa maniera, di non voltarsi dall'altra parte e di non nascondersi dietro la frase fatta «la beneficenza si fa in silenzio». Perché, nel mio modo di vedere le cose, otto volte su dieci chi sostiene questa tesi non fa nulla.
Questo è il mio pensiero, che può essere condiviso oppure no.
Non molti sanno che la stragrande maggioranza delle mense destinate a chi non ha nulla, durante il fine settimana, resta chiusa. Non molti sanno che, per poter mangiare in mensa, bisogna iscriversi, seguire dei turni e rispettare delle regole: non ci si può andare tutti i giorni. C'è chi può accedervi a settimane alterne, chi per quindici giorni sì e quindici no, chi per dieci giorni sì e dieci no, e così via.
A questo punto, allora, dove dovrebbe mangiare questa gente? Se questo Paese non è in grado di offrire un'alternativa, se non è in grado di reinserire queste persone nel mondo del lavoro, se non è in grado nemmeno di garantire loro un briciolo di dignità.
Ieri, ad esempio, come riportava un giornale di cronaca locale, faceva molto caldo. Mentre qualcuno si godeva l'aria condizionata, un povero Cristo, non riuscendo più a sopportare quella situazione senza impazzire, si è completamente denudato e si è gettato sotto una fontana.
Quale società può definirsi davvero civile quando una persona, vinta dal caldo e dalla disperazione, è costretta a spogliarsi in mezzo alla strada per trovare un po' di refrigerio sotto una fontana, perdendo così anche l'ultimo briciolo di dignità che le era rimasto?
Per questo, alla luce di quanto ho esposto, quando una mia richiesta di condivisione viene segnalata come una frode, mi arrabbio. E penso di avere tutto il diritto di arrabbiarmi.
Perché non prendere posizione significa comunque prendere posizione. Non scegliere da che parte stare significa, di fatto, scegliere. E io una scelta l'ho fatta: quella di non voltarmi dall'altra parte.
Quindi, a fronte di quanto precedentemente esposto, e cercando di non essere troppo noioso, quando questo tipo di attività, che sia svolta da me o da altri, viene etichettata come una frode, mi incazzo. Mi incazzo perché non ho mai truffato nessuno in vita mia.
Detto ciò, vi saluto e vi ricordo una cosa: siete nati fortunati. Perché ritrovarsi dall'altra parte può richiedere appena un battito di ciglia.
E se lungo il vostro cammino doveste incontrare soltanto quelli che sostengono che «la beneficenza si fa in silenzio» e non ad alta voce, salvo poi non farla affatto, allora sareste davvero fottuti.
Buon sabato.
https://t.co/Y5rOHxhtLA
Come ho conosciuto Riccardo
Riccardo è un ragazzo di venticinque anni, quasi ventisei, abbandonato dalla sua famiglia. Ha un passato di tossicodipendenza e vive per strada. Si è presentato casualmente alla mia porta. L’ho osservato: è poco più grande di mia figlia maggiore, ma di poco. L’ho visto distratto, perso, con la testa tra le nuvole.Non era eccessivamente sporco, né nel corpo né nell’abbigliamento. Era un po’ trasandato, diciamo.Mi si è avvicinato in silenzio e mi ha fissato. Gli ho chiesto cosa volesse e lui ha risposto: «Non voglio nulla».Allora gli ho domandato: «Vivi per strada?».«Perché mi fai questa domanda?» mi ha risposto.Gli ho detto che, per esperienza, pensavo vivesse per strada. Ha esitato un momento e poi ha confermato di sì, dicendo che dormiva poco distante da dove mi trovavo io.A un certo punto abbiamo iniziato a chiacchierare, due parole tra un uomo adulto e un giovane uomo. Non mi sono fatto i fatti miei e gli ho domandato perché vivesse in strada.Mi ha raccontato a modo suo la sua storia: i problemi che aveva avuto, le scelte sbagliate che aveva fatto e quelle che, in parte, stava ancora facendo.Chi legge questo blog sa che, attraverso un intervento diretto e una rete di amici, in sostanza una comunità attiva, ci siamo impegnati in questi mesi per restituire dignità a chi vive per strada, anche solo attraverso una doccia o un pasto caldo.Quando gli ho proposto uno dei buoni per lavarsi e gli ho spiegato dove poteva andare, mi ha detto che in quella zona non poteva presentarsi: aveva avuto una “discussione” con un mio collega, al quale aveva rubato del cibo. Per questo motivo lì non era più ben accetto, ma esisteva un’alternativa in un altro bagno. Ci siamo salutati così, senza neppure scambiarci il nome.Dopo circa una settimana si è ripresentato, sempre in modo dignitoso e rispettoso. Mi ha salutato e ha detto: «Io sono Riccardo». Io ho risposto: «Ciao, io sono Raffaele».Mi ha domandato una sigaretta, gliel’ho data, ce la siamo accesa e fumata davanti all’ingresso.Gli ho chiesto come avesse passato la settimana e lui mi ha raccontato che, mendicando, era riuscito a mettere da parte circa trecento euro, una cifra importante per la sua condizione. Una notte, però, mentre dormiva sotto un albero in una piazza qui vicino, qualcuno lo aveva aggredito, picchiato e derubato dei soldi e di altre cose, rompendo anche il telefono, che era il suo unico mezzo di contatto con il mondo.Quella sera gli ho offerto la cena, e poi è andato via.È tornato nei giorni successivi e, ogni volta, è stato nostro ospite. Ha sempre mantenuto un atteggiamento educato e, incontro dopo incontro, ha iniziato a raccontare qualcosa in più di sé: la scuola che aveva fatto, una sorella, una ragazza di cui era innamorato. In qualche modo mi sono affezionato a questo ragazzo ribelle, scapestrato e abbandonato. Ho pensato che si potesse fare qualcosa per lui, perché tra le persone che seguiamo è uno dei più giovani e, tutto sommato, ha ancora poca esperienza di strada. La sua mente è lucida, reattiva, non si droga più. Restano però i segni di quella vita: dolori diffusi, rabbia accumulata, piaghe, infezioni e muffe ai piedi, conseguenza diretta di chi vive senza poter mantenere un minimo di igiene.Questa frequentazione è durata circa tre mesi. In questo periodo ho cercato di trovare una soluzione concreta, usando tutte le risorse e le amicizie a disposizione.Mi sono ricordato di Marcello, un amico che fa volontariato in una cooperativa che gestisce housing sociale, e l’ho contattato per capire i costi di un eventuale inserimento.Luisa, un’altra amica, lavora in un settore che le permette di attivare opportunità lavorative, e si è resa disponibile a seguire il caso. Probabilmente un lavoro siamo riusciti a trovarlo.
Roberto aveva un telefono che non utilizzava più e lo ha donato.
Abbiamo anche acquistato una SIM, poi ho scritto nella chat che ho con i miei clienti, domandando se ce la sentissimo di fare qualcosa per lui.
I poveri mangiano tutti i giorni, molte volte non trovano posto o devono turnare nelle mense, molte volte accade che le mense itineranti non ci siano o non abbiano più disponibilità, noi offriamo una piccolissima infinitesimale alternativa, ma che non posso più sostenere da solo
Ultimamente sono scemate anche le condivisioni.
https://t.co/UqYhAAgie3
Abbiamo fatto tanto in questi mesi, abbiamo sfamato chi aveva fame ed anche lavato chi era sporco, possiamo fare ancora molto, non servono grandi cifre siamo in 7000 sotto questo profilo, bastano 5 euro a testa.
https://t.co/GOU6nRwp5v
Vi chiedo un po' di condivisione che è gratis, perché qui c'è gente che con quei soldi ci mangia , nel vero senso della parola.
Ogni piccolo gesto di aiuto fa un'enorme differenza.
Grazie
https://t.co/46lgzMqzYa
Nella seconda metà dell’Ottocento le avevano misurate.
Il peso del cervello e le dimensioni del cranio?
Inferiori.
La peluria facciale?
Inferiore.
Grandezza organi interni?
Inferiori.
Numerosi di globuli rossi?
Inferiori.
Per non parlare della brevità degli arti e dello scheletro
1922. Una sala dell’Ospedale di Toronto è gremita di letti.
In ognuno, un bambino in coma.
In ogni angolo, un padre o una madre che piange in silenzio.
Tutti con la stessa diagnosi: acidosi diabetica.
Una condanna a morte, senza appello.
Ma qualcosa sta per accadere.
Un gruppo di scienziati entra nella stanza.
Hanno siringhe in mano e una speranza stretta tra le dita.
Guidati da Frederick Banting, sono lì per testare un farmaco nuovo, ancora sperimentale: l’insulina.
Un estratto mai usato prima sull’uomo.
Si avvicinano a ogni letto.
Iniettano ogni bambino, uno per volta.
Le mani di alcuni medici tremano.
I genitori non capiscono del tutto cosa stia succedendo, ma in quella sala, dove ormai si attende solo la morte, ogni gesto diventa un appiglio.
Poi, finita l’ultima iniezione, succede l’impensabile:
il primo bambino apre gli occhi.
Poi un altro.
E un altro ancora.
E un altro…
Uno dopo l’altro, i piccoli cominciano a svegliarsi.
La sala, che fino a un attimo prima era un funerale silenzioso, esplode in un pianto diverso: un pianto di gioia, di sollievo, di incredulità.
Quel giorno, l’umanità non trovò solo una cura.
Quel giorno, vedemmo come la scienza può restituire la vita.
E Frederick Banting, insieme al suo team, scrisse con l’insulina una delle pagine più luminose della storia della medicina.