La prima foto è del 2026, precisamente di due giorni fa.
La seconda è del 1997, ventinove anni fa.
Nella prima c’è Gregg Popovich che parla e Tim Duncan che ascolta.
Nella seconda la stessa cosa.
Tra una foto e l’altra sono trascorsi 29 anni, i due hanno riscritto la storia del basket, hanno vinto e infranto record, sono diventati uno dei migliori coach e uno dei migliori giocatori nella storia del basket.
Nel mezzo, però, Gregg Popovich ha avuto problemi di salute che lo hanno costretto ad abbandonare il basket. Ma nonostante i problemi a deambulare, a parlare e di vista, continua oggi a stare vicino alla sua squadra, gli Spurs, seguendo gli allenamenti e parlando di tanto in tanto anche negli spogliatoi.
Ad accompagnarlo ovunque, ad aiutarlo a scendere dall’auto e salire le scale, a portargli la stampella, a trascorrere con lui intere giornate a parlare di basket, e a portarlo di tanto in tanto in tribuna a vedere le partite, c’è Tim Duncan.
In questi 29 anni, da quando si sono conosciuti, un ragazzo, diventato uomo, continua ad ascoltare.
Ascolta la persona che ha dichiarato di avergli cambiato la vita, di averlo reso un giocatore migliore e soprattutto una persona migliore.
Il rapporto tra Popovich e Duncan è una storia che travalica i confini dello sport perché contiene tutto: stima, amicizia, rispetto, riconoscenza, gratitudine.
È una storia semplicemente meravigliosa.
LeBron James ha parlato di Michael Jordan e della rivalità tra loro due creata dai tifosi, usando, secondo noi, delle parole straordinarie: "Io spero solo di aver almeno reso Jordan orgoglioso indossando il numero 23.
Non mi sono mai paragonato a lui perché il nostro modo di giocare penso sia completamente diverso, come il nostro ruolo in campo. Ho sempre cercato per prima cosa di passare il pallone. Jordan invece aveva come primo obiettivo quello di segnare. Ci sono moltissime cose che Jordan faceva meglio di quanto le faccia io, e penso ci siano alcune cose che io faccio meglio di lui. Ma cavolo, lui era veramente qualcosa di unico. E anche io credo, in modo diverso, di essere un giocatore unico.
Credo che possiamo essere amati entrambi senza per forza dover sminuire uno dei due.
MJ era un giocatore pazzesco, incredibile. Il suo tiro dalla media distanza era irreale. Sono cresciuto analizzando ogni cosa facesse, in particolare il modo in cui riusciva ad arrivare nei suoi punti del campo preferiti e a tirare saltando sopra a tutti. Ovviamente anche il suo gioco in post era fantastico. E la sua voglia di vincere credo fosse l'abilità a cui chiunque si sia ispirato.
Non ho mai pensato di diventare come lui, ma ho sognato di avere l’opportunità di vivere la sua vita. Ho sognato di poter giocare le partite più importanti, e di segnare dei tiri della vittoria allo scadere come lui. Ho sognato di avere la mia linea di scarpe come lui. Ho sognato di volare come lui. Ho sognato le persone che urlavano il mio nome come succedeva per lui. Tutto quello che lui ha avuto, io lo sognavo. Avevo bisogno di avere punti di riferimento nella vita e modelli a cui ispirarmi: nello sport il mio era lui."
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Un discorso meraviglioso, da ascoltare e divulgare.
Sono le parole che il coach dell’Under 19 della Virtus, Mattia Largo, ha espresso sui giovani d’oggi: “I giovani di adesso vengono criticati spesso a sproposito, solo perché é un mondo che va molto più veloce rispetto a quando eravamo giovani noi. Loro non sono nel torto, sono solo in linea coi tempi. É normale che abbiano strumenti che gli semplifichino la vita, non é una colpa. Basta entrare dentro la loro anima, per capire che hanno qualcosa di speciale. Ogni giorno li vedo fare sacrifici, vanno a scuola, si allenano ore ed ore, studiano la notte, alcuni non vedono la famiglia per settimane. E se riescono a portare avanti tutto questo, é perché sono migliori di quello che pensiamo.”
Ha tenuto questo discorso qualche settimana fa quando ha vinto il trofeo della Next Gen @LegaBasketA.
“Ciao a tutti, mi chiamo Diarra è nella vita sono una istruttrice nazionale minibasket
Di recente, al termine di una partita di DR1 (la vecchia Serie D) in Toscana tra la mia società e un’altra squadra, si è verificato un episodio che ritengo grave e, soprattutto, inaccettabile.
Ero presente sugli spalti e sono stata oggetto di offese razziste da parte di adulti sostenitori avversari. “Scimmia”, “mangia banane”, insomma il solito repertorio in questi casi.
Fa strano doverlo scrivere nel 2026.
Ancora più strano se si pensa che queste parole sono arrivate da due donne, probabilmente due madri, rivolte a una ragazza più giovane.
Da istruttrice ogni giorno lavoro con bambini, insegno, educo e cerco di trasmettere valori sportivi e umani. Bambini che sono lo specchio dell’Italia di oggi: diversi, mescolati, reali.
Per questo colpisce ancora di più.
Perché è facile parlare di sport come strumento educativo, di rispetto e inclusione.
Poi però basta un episodio come questo per rendersi conto che, per qualcuno, il colore della pelle viene ancora prima di tutto il resto.
Dopo quanto accaduto, la mia società si è mossa immediatamente per segnalare l’episodio e sono arrivate le scuse da parte della società avversaria. Ma non sono stati individuati e nemmeno puniti i responsabili.
Di fatto, non è successo nulla. Come al solito con qualche riga si é chiusa la questione.
E questo, forse, è l’aspetto più triste.
Perché episodi del genere non dovrebbero passare sotto silenzio, né essere trattati come qualcosa di normale o inevitabile.
Continuerò a fare il mio lavoro, in palestra e in campo. Continuerò ad educare anche i figli di chi oggi dimostra di avere ancora pregiudizi e di usare parole che non dovrebbero più esistere. Continuerò a cercare di fare ogni giorno un lavoro migliore con i loro bambini.
Ma è giusto dirlo chiaramente: non è normale, e non dovrebbe essere accettato.”
Non abbiamo nulla da aggiungere a ciò che ha scritto questa ragazza. Avendola sentita privatamente, sappiamo quanto sia rimasta male per l’accaduto, molto più di ciò che traspare dalle sue parole. Sarebbe bello che il mondo del basket, tutto, le facesse sentire un’ondata di affetto.
Un affetto che riuscisse a lenire, almeno in parte, il male che continua a fare il razzismo.
Ieri sera, Pesaro.
Più di 8000 spettatori.
Quasi 1000 arrivati da Bologna.
Di mercoledì.
Partita incredibile.
Vittoria ospite con canestro di Imbró a pochi secondi dalla fine.
Nell’ultimo turno di Eurolega soltanto 3 palasport hanno registrato più pubblico.
Negli ultimi tre mesi soltanto 2 partite su 77 di Serie A hanno avuto più spettatori.
Passano gli anni.
Si susseguono le delusioni sportive.
Il futuro di queste due squadre é stato spesso più incerto di Delmastro nell’assumersi responsabilità.
Ma la passione dei pesaresi e dei fortitudini, anche in A2, a prescindere dalla categoria, resta sempre, e incredibilmente, pazzesca.
È molto complicato essere oggettivi quando si parla di Chris Paul.
Per 21 stagioni ha illuminato la pallacanestro andando in direzione ostinata e contraria.
Quella direzione tanto cara al nostro poeta De Andrè, che celebrava le voci fuori dal coro, gli emarginati, gli esclusi: e si schierava dalla loro parte, invitandoci a fare lo stesso.
E da un poeta delle parole e della musica, ad un poeta della pallacanestro, Chris Paul ha annunciato l'addio al basket da emarginato ed escluso: senza che nessuno gli offrisse un ultimo, meritato, ballo. Dimenticato un po' da tutti.
Per 21 stagioni, nel mezzo di una rivoluzione del gioco e dei ruoli, è stato l'ultimo baluardo del ruolo del playmaker.
Ha incantato con le sue mani da pittore, ha meravigliato con la sua visione cestistica, ha estasiato con la sua intelligenza.
Secondo per numero di assist e numero di palle rubate nella storia, uno dei due giocatori in grado di chiudere una partita con 20 punti 20 assist e 0 palle perse, 2 Ori olimpici, capace di segnare 61 punti per ricordare il nonno assassinato a 61 anni, sbagliando apposta l'ultimo libero perchè l'obiettivo era unicamente quel 61, innamorato dell'Italia a tal punto che nel 2020, nel silenzio generale, ha fatto una ingente donazione agli ospedali del nostro Paese in piena emergenza sanitaria.
Gli è mancato l'anello.
O forse, gli hanno impedito di vincerlo quando nel 2011, con una manovra che farà discutere fino al 2400, venne bloccato il suo passaggio ai Lakers di Kobe.
Se n'è andato annunciando il suo addio ieri, quasi in silenzio, uscendo dalla porta di servizio.
Noi però lo celebriamo come si fa con i più grandi.
Come si fa con quei pochi atleti in grado di trasformare uno sport in magia.
Buona vita Chris.
Una tripla in fadeaway di un giocatore di 2 metri e 26 come fosse la cosa più semplice del mondo, era una di quelle cose possibili a NBA2K quando creavi un giocatore con tutte le abilità al massimo alto come un condominio.
Adesso è realtà.
#NBAtipo
Se al Louvre avessero esposto queste immagini di Michael Jordan in 4K, i ladri avrebbero rubato queste e non i gioielli di Napoleone.
Ipnotico.
Iconico.
Incredibile.
Unico.
Nel basket abbiamo avuto il Dream Team, gli americani che nel 1992 vinsero le Olimpiadi schierando una squadra da sogno.
Nel volley, una trentina d'anni dopo, sono arrivate delle ragazze italiane semplicemente imbattibili e inimitabili.
CAMPIONESSE DEL MONDO.
#italvolley
Da domani e sino a che la "Global Sumud Flotilla" non sarà arrivata a Gaza supportiamola con i nostri post, facciamo si che ci sia una sola voce a gridare
#FreePalestine#StopbombingGaza#StopGazagenocide
Il ragazzo a destra si chiama Marco Spissu ed è il playmaker dell’Italbasket che inizia oggi gli Europei.
Il suo numero di maglia è lo 0, lo indossa da 11 anni. È un numero che nel suo caso significa l’esser partito da 0.
Quando era piccolo si è sentito dire decine di volte “Sei bravo, ma sei troppo basso”.
Alla fine, partendo da 0, ce l’ha fatta ad arrivare in Serie A e in Nazionale, e lo 0 è diventato per sempre il suo numero. Ma come vedete in questa foto, per questo Europeo, indosserà il 33.
Il 33 è il numero della persona più importante che ha conosciuto su un campo da basket. Un compagno di squadra, ai tempi di Sassari, un compagno di squadra in Nazionale.
Il 33 è il numero del ragazzo a sinistra, Achille Polonara.
Achille non ci sarà perchè da tre mesi sta combattendo contro la leucemia, ed è in attesa di un delicato trapianto di midollo.
“Alla fine lo 0 è soltanto un numero. Il 33, invece, è un simbolo. Me lo ha chiesto Achille di indossarlo. È stato impossibile dirgli di no. Con me, in campo, ci sarà anche lui.”
Se ci fosse una medaglia per l’amicizia, Marco Spissu avrebbe già vinto Oro, Argento e Bronzo.
(questa sera, alle 20:30, Italia-Grecia in chiaro su @RaiDue e @RaiPlay | #EuropeiTipo #Eurobasket)
Se nel momento in cui un giocatore si trova ad essere sottoposto a cicli di chemioterapia, in attesa di trovare un donatore compatibile per una delicato trapianto di midollo, e con un futuro clinico molto incerto non solo da un punto di vista sportivo ma soprattutto di vita, c’è un club che gli fa una proposta contrattuale, sottoscrivendo che lo attenderà e che gli permetterà di giocare se e quando potrà, dandogli una garanzia sportiva ed economica, ma soprattutto un’ondata di energia e di fiducia, c’è solo una cosa da fare: togliersi il cappello.
Achille Polonara è un nuovo giocatore di Sassari.
Complimenti alla Dinamo.